Amnesie amniotiche – di Pasquale Vitagliano

(Mark Rothko, White, Red, on Yellow, 1958)

h2_1985_63_5Fine della Storia

Volevamo essere statue,
solo solcate
dalle lacrime degli
sconfitti
e mosse dal ritmo
dei loro passi.
Siamo solo
acqua smarrita,
impotente
alla forma
e al colore
di sordide bottiglie.
Siamo solo
lische lasciate
sulla polvere
di un muro a secco.

Lontano dal mare.
Senza più epica.

A consultare le nuvole.
A invocare i sassi.

L’amnesia amniotica è l’atto che cancella la memoria come luogo dell’origine, come centro a cui fa ritorno, in un moto circolare di convergenze e di relazioni, di slanci e di stasi, ogni possibile traccia del nostro passaggio, ogni necessaria sedimentazione valoriale del tempo sensibile. Se nella dimora magmatica dell’origine la traccia è specchio inesauribile dei giorni e dei passi, delle molteplici voci intorno alle quali il sentiero della vita si sedimenta, il presente è il luogo della massima dissipazione di tutto ciò che ne costituisce la variegata e infinita materia pulsante, la sua tensione fondante, inappagata, a dirsi vocazione e declinazione dell’umano in mille e mille forme, arte sostanziale generatrice di futuro. La “fine della storia”, la coscienza dell’ineluttabilità della maceria che la rimozione omologante genera quotidianamente, è il centro propulsore di una poetica della ricomposizione, sperimentata non sull’orizzonte consolatorio di un’attesa palingenetica o in virtù di una presunta funzione soterica della poesia, ma a partire dal recupero dei pochi frammenti che ancora ci somigliano, raccolti e conservati con tutto il carico di cenere che li impregna, li riveste e ne connota, oramai indissolubilmente, anche il senso di una possibile riutilizzazione, di una rielaborazione in chiave etica prima ancora che estetica. Scorre come linfa sotterranea, quieta e inarrestabile, nei testi pesanti e pensanti che danno corpo a questo bel libro di Pasquale Vitagliano, una volontà di stampo blochiano che accompagna e sorregge lo sguardo di un angelo senza ali nella perlustrazione della maceria: e il percorso è tutto disegnato nel vuoto che avverte quando si guarda alle spalle, è il coro di assenze che legge nel palmo della sua stessa mano: nella quale si abbevera, dividendo l’acqua dal fango, intinge lo stilo per disegnare il cammino e increspare la superficie deserta delle cose a ogni incontro, vede riflesso il volto dell’altro come soglia ineludibile di una storia comune. (fm)

 

Pasquale Vitagliano, Amnesie amniotiche, prefazione di Giovanni Nuscis, Faloppio (CO), LietoColle Libri, Collana “Erato”, 2009.

 

VITAGLIANO

 

Testi

 

                                                                                                                                 (Biscrome)

La breccia

Visto
sul
vetro
è il ventre latteo
sbreccato;
è un filo
di sangue,
giù.
Un occhio
si spande
su carta porosa,
tra due file
di fragole
che
danzano.

 

Vangelo

Rovisto ancora
tra le tessere
della nostra profezia
e questa storia
è già plurale.

Annunciazione
o verdetto
declina alto
il nome nuovo
senza il mio.

Sfoglia sempre
con un dito
le pagine dei libri,
lascia stare l’inchiostro,
odora l’anemone.

Trattieni
nelle narici
lo stelo.

 

                                                                                                                      (Bestie e luoghi)

San Sebastiano

In una memoria scalza
hai versato il seme
del dolore di casa.

Le corte mani tese
sono state il nido
di due stelle vaganti.

Squilla in cielo
una campanella.
Ad annunciare le ali
per un San Sebastiano
che in terra l’amore
fece pazzo.

Lì dove stavano le frecce,
sono spuntati i fiori.
E sul tuo panno nero,
suggerito dai tuoi occhi,
ho cucito due
verdi bottoni.

 

Città III

Ostie disadorne
o tavoli duri
e ripide pance
verdastre.

Non è più mitica
la miseria lucana,
da quando non sventolano
più le bandiere.

Formattati
da rupestri infohouse,
più forte e più antica
è la durezza della pelle,
l’afrore delle parole
e la deformità degli arti.

Per vincere
le salse montagne
rinnegheremo tre volte.

 

                                                                                                                                      (Salmi)

Alla vetrata

Appresi
le vite dei passanti
e sul vetro segnai
i nomi degli amici.

Ho seminato
di foto le vie incerte
ma ne ho raccolto
il vento marcio.

Rappreso
è rimasto un ricordo;
sempre senza ritorno
è l’amnesia.

Riappaiono
in eterno solo
fantasmi o cavalieri.
Chi conobbe giovane
mio padre che un giorno
odiai e non conobbi?

Appeso all’oblio,
il dolore di neve
e quello di lana
della nouvelle histoire.

Trionferà ancora
la durezza delle colonne,
l’oro dei testamenti.

Nessuno più ammirerà
le lacrime degli affanni
e i vapori dei segni.

 

Ansima

Sotto il silenzio
la mansuetudine,
come le vene increspate
sotto un cartiglio autistico,
come le gravine
sotto il viadotto.

E’ la faccia nuda
che cerca di nuovo
il vento salato
della veduta di Byron,
quando fece volare
al cielo il naso finto
di un’esanime maturità.

E’ questo pennacchio,
che ho cercato
di giocarmi sull’isola
dell’asino bianco,
con l’anima cieca
della baldoria,
che solo la morte
non si scorda.

Quando l’ho perso
c’era una donna:
era lo specchio muto
della mia obesità.

Di questa faccia
mi sarebbe bastato
conoscerne il nome
e invece…

Ho voluto pure
guardare.

 

Memento

Alla controra
è la posa fetale
della mia civiltà,
che mi coarta
all’azione.

Mentre la passione,
che a volte
a ragione mi ferma
dietro i vetri rotti,
ha l’aria di neve.

A partire dal varo,
verso l’olimpica
inerzia dei pomeriggi,
il tempo futuro
è stato fuori luogo.

A mortificare
nella febbre notturna;
a condannare estranea,
l’unica città amica,
solo perché sconosciuta.

Eppure l’amore
può essere incolore,
come una chiesa, bella e ignara,
sulla bocca dei poeti,
incisori di rubino:

che appare barbaglio
ed è scintilla domestica.

 

                                                                                                                                    (Pitture)

Incendio

Tu sei il mio corpo.
Abbandonato, svanito,
sbiadito, rimpianto,
irriso, rinnegato,
incancellabile.

Tu sei il mio seme,
il delta orlato sul
precipizio, il ponte
carnale nel buio della neve
che cade indifferente e folle.

Fuma ancora sotto, la pelle
battuta e bruciata come l’asfalto.

 

                                                                                                         (Finale ma non troppo)

Me stesso ancora

“Me stesso ancora”
stava scritto sull’insegna
che hai strappato dal muro,
come un lampione fulminato in un
quartiere dissolto e bianco di desolazione.

Me la sono ripresa,
staccandola dalla tua bocca,
tesa e lucente come una lama sul fianco.
E l’ho stirata nel corpo di un’altra, e poi
me la sono cucita sulla pelle come due labbra.

Tirato come una lamina, rimetto a posto la via,
non più sperduta come un latrato, ma vociante
come lo stormo di passi che accorrono certi.

 

                                                                                                                             (Variazioni)

La parola è il guscio del mondo.

La parola è il guscio del mondo.
Il mondo parlato è seduto
sull’uscio bagnato tra
il corso del tempo e
il luogo del vuoto.

Il vuoto del tempo
è il silenzio del mondo.
Il mondo dei corpi che scarta
l’involucro opaco del
nostro primordiale elemento.

Il dialogo dei volti
è il sangue del mondo.
Il sangue che affiora sotto
la pelle opalina dei
nostri umani discorsi.

Alle nostre parole esangui
successe col verso il
roseo incarnato del tempo.

 

Finis terrae

Ecco il mattino
a metà del viaggio a ritroso
fatta la sosta nel secolo scorso
m’ingegno di fronte all’ignoto.

Ignorami, passato
perché duole e ti duole
il corpo di felce
sopra un greto disfatto di pene.

Tieniti la luna,
che io mi prendo il giorno,
che qui è così corto
per dare l’incipit al mondo.

Conto all’inverso i passi che restano
lungo il collo marino del sonno
dove l’occhio esanime si specchia
senza darsi nome. Dove spiro ogni giorno,
ed ogni giorno mi desto e non lo so(gno).

 

                                                                                                                               (Commiato)

Un’altra vita

E’ comparsa inattesa,
come una crepa,
sul bordo del tavolo,
nell’angolo;

come per caso,
presa di taglio
da una luce fredda,
come una resa:

l’inattesa scossa,
il tuffo, l’idea
che questa

è un’altra vita.

 

***

Annunci

15 pensieri riguardo “Amnesie amniotiche – di Pasquale Vitagliano”

  1. Sono molto belle, veramente. Velate d’inteso dolore, amaro sguardo sul mondo senza amore ma di amore ti nutri e ne parli. Amore profondo e maturo di chi ha vissuto la vita e getta sul mondo sguardi attenti al particolare come solo un poeta sa fare, la distrazione è degli altri.
    un abbraccio Pasquale e poichè son “drogata” di poesia segnalami i tuoi scritti così non mancherò di leggerli nel frattempo cerco la raccolta
    Stella

  2. Grazie Stella, credo che hai colto, non il significato (ce n’è ancora al mondo?), ma l’anima di queste poesie. Ne parleremo ancora.
    Grazie anche a Francesco, poeta antico e vero, per averle proposte nel suo importante blog di poesia.
    PVita

  3. in tutte si percepisce un senso di vuoto, il crollo delle aspettative, una viva mancanza, eppure quello che mi colpisce è lo spirito di chi non sembra soccombere ma “grattare” la vita.
    Non un intimo ripiegamento nel dolore fine a se stesso, ma un lungo fissare negli occhi ogni ricordo in modo impavido e coraggioso, quasi una sfida per andare avanti oltre le (dis)illusioni.

    coraggio che mi auguro d’acquisire, forse questa la chiave della mia lettura.

    un abbraccio, anche se non ti conosco.

  4. Un abbraccio a te, di cui non conosco la voce, ma ricordo la parola in altri post poetici. La poesia ha il coraggio di cui tu parli.

  5. “Di questa faccia
    mi sarebbe bastato
    conoscerne il nome
    e invece…”

    Mi sembra una poesia “pesante”, dove ogni parola “pesa” e per questo deve esplodere in mille frammenti per (ri)generare senso, è il guscio duro da spaccare coi denti. E le parole non sono solo parole, le parole sono il mondo.
    Un mondo fatto di crepe, di tagli, di angoli, di bordi. Come a suggerire che, se è già tempo di bilanci, sono più i vuoti che i pieni, sono più gli involucri che i contenuti.
    E si va a ritroso, c’è un conto alla rovescia che ci porta dritti al nostro primo ricordo (che, come il primo libro della nostra infanzia, nessuno veramente ricorda) ma non c’è spazio per una resa. Forse proprio allo specchio, tra le linee di un volto sconosciuto, incontrato per caso in una città “amica, / solo perchè sconosciuta”, dopo il silenzio di un rigo bianco, può ancora succedere di tutto.

    Un caro saluto,
    Giovanni

  6. Caro Pasquale, un saluto e, ancora, un fraterno augurio per il libro.

    Un saluto anche a Francesco, Stella Maria e Natàlia.

    Giovanni

  7. Un saluto a tutti e un grazie per i commenti lusinghieri. Particolarmente grato sono a Francesco che nel suo commento ha colto benissimo la funzione repertoriale, di scavo della parola poetica. Maneggiare la parola oggi significa in fondo fare “archeologia”.
    Un abbraccio a Gianni che per la mia raccolta ha scritto una bellissima prefazione.

  8. Tanti modi, Pasquale, per dare un calcio d’avvio.nelle tue bellissime poesie. Gioia e disperazione,grido contro la corruzione..delle cose.Conflitto tra apparenza e realtà, iperbole lavorata con le pinze. E poi tutti i dettagli, quasi come se la realtà possa acquisire un peso specifico superiore solo se ciascun particolare che la costituisce sia in grado di riunire il massimo di cura e di intensità espressiva.Cogli i dettaglio, gli fai il vuoto intorno e accanto gli metti altri dettagli.Aggregazione di dettagli spogliati di ogni elemento accessorio.E il dettaglio vibra di colori forti, tenui o sfumati e ci fa sentire profumi ed odori di dentro, da fuori.E’ da rileggere con attenzione e cura ogni singola parola.Lo farò senz’altro!Grazie. Marlene

  9. Bellissime le poesie di PVita.
    La presentazione, come conseguenza, è ugualmente bellissima, caro e modesto Francesco. Dimmi, posso picchiarti per la tua perfezione?
    Joke! Ciao e grazie. Marle

  10. Grazie Marlene, per la tua lettura “ad ingrandimento”.
    FM si schermisce. La sua presentazione è cristallina, come la sua poesia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.