Oblò – di Jean Charles d’Avec Sommeils

Oblo

J. C. d’Avec Sommeils
Oblò, postfazione di Paolo Albani, Faloppio, LietoColle Libri, 2009.

Idrolitina

Ma che fricassea di freak
ma che sformato d’interiora
passiflora in salsa di Ermione.
Niente muse musone
upupe impagliate
distillato in barrique
mitopoietico.
Meglio una bustina
il solletico al palato
col pizzicore
che fa l’Idrolitina.

 

Un riso che spiazza, demolisce e diverte
Nota di Giorgio Morale

Già l’esotico nom de plume dell’autore evoca aristocrazie d’oltralpe e ci dispone all’anti-pathos del distanziamento. Inoltre d’Avec realizza la lezione calviniana della leggerezza come arte del togliere peso o, vista la sua dimestichezza con le arti figurative, come arte michelangiolesca del levare. Egli pratica infatti forme come il nonsense, il calembour, il bisticcio, lo scioglilingua, il gioco di parole, non molto frequentate nella nostra letteratura tradizionalmente ispirata da “muse musone”. Perciò non ci aspetteremmo di trovare un meditato canzoniere della contemporaneità in questo smilzo libretto.

Epperò niente effetti a buon mercato né civetterie lessicali, in Oblò. Poesia giocosa ma non spensierata, come si annuncia sin dalla poesia iniziale, Idrolitina, che è una sorta di dichiarazione di poetica. Ogni verso colpisce un bersaglio: folcloristiche e confuse avanguardie, intimismi non meno vaghi e caotici, soporiferi classicismi, romanticismi d’antan, accattivanti ricerche formali vuote di contenuto.

Cosa rimane allora? Un gioco verbale in cui la parola torna protagonista, coltissima e attenta alle etimologie e ai minimi spostamenti di significato. E un’invenzione costante, a sostenere la galleria di un campionario di umanità (Il surfista, Lo sciatore filosofo, Il barman autodidatta, Donne in moto, L’unto del Signore, Il critico d’arte) in cui non è difficile riconoscere tipi o addirittura personaggi che tengono la scena contemporanea, altrove nominati a chiare lettere (Bossi, Decreto Lunardi, Ruine); o tic e feticci dei nostri giorni (Pedalò, Cucù, Sado soft, Telefonino a teatro, Moto, La televisione, Ritz, Conformisti). E che si tratti di un gioco serio, radicato nel qui e ora e impregnato dei suoi umori, lo vediamo enunciato con fulminea sintesi in un altro testo programmatico, Calamaio: “il calamo/calamitò/calamità”.

I quadri si svolgono nel giro di pochi versi che graffiano come carta vetrata e lasciano il segno: la raffigurazione è risolta senza i rallentamenti di tipologie descrittive e narrative: basta la denominazione, precisissima, in cui l’aspra sonorità fa tutt’uno con l’icastica visionarietà. Ne viene fuori una satira intelligente, ironica e autoironica, a tratti parodistica, che nulla lascia al caso e che non potremmo assimilare né all’impeto della fanteria né alle bordate dell’artiglieria, ma alla aerea forza dei Razzi baudelairiani. È un riso che spiazza, demolisce e diverte.

 

Testi

 

Calembour

I calembour?
Borborigmi
nel magma
dei sintagmi.

 

Fine della naumachia

Nella rena
dell’Arena
s’ingolena la balena
si imbarena la polena
si arena la carena
si incancrena
la mia pena.

 

Telefonino a teatro

Un frullo nel trullo?
Un grillo un po’ brillo?
Un trillo fanciullo?

Solo il grullo trastullo
di un bullo citrullo.

 

L’unto del Signore

Tien dietro all’ego
come la puzza
al sego.

 

Decreto Lunardi

Popolo coglione
i fari accesi
anche al solleone.

 

L’eterno femminino

Silvia, rammendi ancora […] ?

 

Frasi

Frasi fatte
frasi sfatte.
È tutto
un parlare in ciabatte.

 

Il barman autodidatta

Mi sono fatto da solo.
Sono un
seltz-made-man.

 

Il critico d’arte

Scaruffa
si tuffa
sbuffa
s’azzuffa
camuffa
la muffa.

 

Calamaio

Calandosi
nel calamaio
il calamo
calamitò
calamità.

 

Mille

Chi ama il millefiori
chi i libri Millelire
chi si scioglie
per una millefoglie
chi aborrisce il millepiedi
chi alla Mille Miglia c’era.
Chi è rimasto al «Mille non più Mille»
chi sa i nomi dei Mille a uno a uno
chi ha visto tutti i film
di Cecil B. DeMille
chi ha letto d’un fiato Le mille e una notte
chi preferisce mille volte
il Don Chisciotte.
Chi «grazie mille!»
e nulla più.
Chi si crede una pietra miliare
chi vanta mille amori
chi millanta, millanta, millanta…
chi canta e ricanta
«blllu… le mille bolle blu».
Il novecentonovantanove
non se lo fila nessuno.

 

Gli stufati mai stufi

Il babbo nababbo
il censo incensato
la pompa spompata
i bamba in bambagia
le pernici perniciose
gli astici fantastici
la starna starnazzante
le orate strigliate
le triglie spudorate
le bocche sboccate
le tate irritate
i vip inviperiti
i capponi incaponiti
i tordi storditi
le carpe carpite
i granchi sgranchiti
gli sgombri sgombrati
i polpi spolpati
la tinca stincata
gli agoni agonizzanti
il cefalo acefalo
la iena ripiena
gli involtini rivoltanti
le rape rapite
i gusci sguscianti
le noci nocive
i sottaceti sottaciuti
gli scampi scampati
i ghiotti inghiottiti
quei pasciuti di pascià
divoratori di marne
e voi cocciuti:
«Sapere che farne…».

[…]

 

Calvi

Tra calvinisti calvi
firmati Kalvin Klein
sorseggiare Calvados
a Calvi
parlando di calvaires.

 

D’Este

Destate d’estate
le ragazze d’Este
son veramente deste?

 

Liquirizia

Da Spezia a Pomezia
sognavo la Clizia
da Pomezia a Gorizia
pensavo alla tizia
da Gorizia a La Spezia
cacciavo tristizia.

A Spezia
Gorizia
Pomezia
mostravo alla Pizia
la bocca nera
di liquirizia.

 

Conformisti

Sgozzarsi a Saragozza
ibernarsi a Berna
ascoltare «Amapola» a Pola
fare luce a Lucerna
cin-cin a Brindisi
chiedere una spremuta a Orange
una macedonia a Skopje
mostrarsi imperiosi a Imperia
modici a Modica
macerati a Macerata
valenti a Valenza Po.
Far zerbo fra zerbinotti
per chi fa da zerbino
a Zerbinetta a Zerbolò.

 

Ubi

La signora Liolà
sposò il signor Quioquà.

Il figlio scrisse un trattato
sulla indifferenza localizzativa.

 

_____________________________

Jean Charles d’Avec Sommeils, in arte d’Avec.
Concepito in Valdibrana, è nato in Brianza mentre nevicava, uno choc che lo ha segnato per sempre. Rapito all’età di dieci anni da una compagnia di guitti, non si è più ritrovato. Si dice che il suo cuore sia finito fra i polimeri di una poetessa.
Per i tipi de La Vita Felice nel 2000 ha pubblicato Il corruttore di bozze, con disegni di Alberto Rebori e introduzione di Michele Cortelazzo. Per diversi anni ha tenuto sull’«Unità» la rubrica i Rebusi di d’Avec. Sue bischerate sono uscite sulle riviste «Resine» e «Confini». Sul sito www.eddyburg.it tiene un Taccuino.
Di d’Avec hanno scritto Cesare Segre, Giuseppe Traina, Annamaria Manna e Paolo Albani.

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***

6 pensieri riguardo “Oblò – di Jean Charles d’Avec Sommeils”

  1. Tien dietro all’ego
    come la puzza
    al sego.

    Versi che mi hanno ricordato quelli di Fausto Nicolini (Quelle che smuovono – Campanotto). “Un gioco verbale” come bene osserva Giorgio Morale nella sua nota “in cui la parola torna protagonista, coltissima e attenta alle etimologie e ai minimi spostamenti di significato.”

    Grazie

    Giovanni

  2. Ringrazio Giorgio e Giovanni.

    Sì, in d’Avec il gioco linguistico è figlio di una cultura e di uno sguardo acutissimi al servizio di una precisa volontà demistificatrice, i.e. etica e politica nello stesso tempo.

    fm

  3. Giorgio, GRAZZZZZZZZZZZZZIEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!
    Tu devi aver sesto senso!
    Il mazzo di fiori che mi hai inviato mi ha fatto amorevolmente sorridere.
    Punt e Mes era vermout amarevole di forse migliori schifezze attuali.
    Se una risata le seppellirà, è anche vero che “ridendo castigat mores”.
    nel mio caso: “Silvia rammendi ancora …” è, come diceva il nostro comune Giovanni Reale nel suo testo di Storia della Filosofia Antica: PARADIGMATICO.
    Stattebbuone… sempre simpaticamente.
    Marco

  4. Grazie, Marco, sono lieto che tu abbia apprezzato. Come disse una volta d’Avec, “Se riesco a provocare una risata, il mio obiettivo è raggiunto”.

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