Anancasmi – Poesie inedite di Eneida Topi

000_0713
(Eneida Topi, Eccesso di fango e di ovunque, 2006)

Eneida Topi, Anancasmi (inedito, 2009)

Anfiteatro

Donne di bronzo esitano.
Bussa il piccone in pareti di storia
forgiate con tempo iperbolico e mollica bagnata.
L’archeuomo guarda dentro il buco
il mondo seppellito
vivo.
L’iride si unisce al palcoscenico sotterrato
dove un piumato pensiero squittisce
l’enigma finale.
Il teatro galleggia sul dorso allo Stige
circondato dal pubblico ignavo
e sublimi chimere sdentate.
L’archeuomo scava,
con piccone e unghie incrina la crosta
allargando per il corpo
la fessura offerta all’occhio solo.
Spoglia dall’umido guscio tessuto di lombrichi e radici
e origlia,
echeggiano
di piacere
chimere e spettri.

 

Sentimento del tabù

Quei violini formicolosi
e indecenti
prudono dentro ai pugni chiusi.
Le corde suonano le linee della sorte.
Innocenza falsa
dell’angelica fanciulla
nascosta tra gibiggiane
e sogni tribali,
germogliano sulla tua statua
boccioli di malinconia
e calde lacrime che mi affogano
la lingua.
In una volta, vestita di buio
e di fiamma
entrai nel tuo pugno
e ti rapii.
Salimmo insieme
come due dee fermentate,
nel cimitero delle stelle
in un remoto angolo
dell’evoluzione.
Tu non respiri e io non fiato.
Con il gesso graffio
l’ameba
nella tomba celeste
e rompo le corde
al violino
nel pugno.

GEFÜHL DES TABUS

Geigen ameisenhaft,
schamlos,
jucken in geschlossenen Fäusten.
Ihre Saiten lassen
Schicksalslinien erklingen.
Die falsche Unschuld des engelgleichen Mädchens,
in Spielen aus Licht
und Stammesträumen,
keimen auf deiner Gestalt,
melancholische Blüten
und heiβe Tränen ersticken mir
die Zunge.
Durch einen Bogen trat ich
in Kleidern aus Finster und Flamme
in deine Faust
um dich zu entführen.
Gemeinsam stiegen wir
wie zwei gärende Göttinnen
zum Sternenfriedhof,
entlegener Winkel der Evolution.
Du atmest nicht und
ich halte die Worte zurück.
Mit Kreide kratze ich
die Amöbe
ins blaue Grab
und zerreiβe der Geige
die Saiten
in der Faust.

(Traduzione di Stefanie Golisch)

 

Donna con tante altre donne

Il tarlo nel legno
del letto
rode il suo sonno.
Smembrati i profughi del sogno
nel brulicame del corpo
in erosione,
scappano dalla fuga
e dal tormento.
La colpa è un cavallo nero
che pascola il germoglio
della carne
intimidito da torbidi insetti
e dall’eterna fame.
Andò
sonnambula
allo stagno
e insieme ad altre donne
affogò
le favole dei capelli.

 

La vendetta e l’anima perduta

L’ho trovato
che spogliava dalla corteccia
i sacri alberi
salici piangenti
e delicati acacie
dove dee
sono le madri che dormono
e noi siamo nel loro
sogno
vivi.
Strusciava il suo ardente corpo
nei tronchi
leccando la resina e succhiando il latte
che sorgeva
caldo
dai nudi tronchi.
La civetta bianca
con i suoi occhi oscuri
lanciò la maledizione
nella follia.
Scesi alata dalla vita
lo baciai con la sete
e con il miraggio
di una sorgente,
gli versai negli occhi
le mie lacrime salate
lo amai piano
e mentre lui,
ugualmente piano mi donò
la sua perduta
anima,
vidi diventar nera la civetta.
Coprii con il fango
le ali
e uno ad uno vestii
ai tronchi la corteccia.
Beata la follia maledetta.

 

Le tenebre

Gigli
fioriti sotto la terra
che zoppicano ogni sole
la scarpa
con richiami intimi.
Finché il tetro
gocciola nel letto
con il flauto
come il chiodo
nel ferr’cavallo del cervello
sei Tenebre
con gigli sotto la lingua.

 

Il matrimonio di Kore

Poeta –      Con una zolla pesante
                     tra le mani,
                     e le dita che cavano gli occhi
                     alle vergini donzelle di nebbia
                     vestite,
Coro –        Sposa la Kore
                     accolta in un unico velo
                     per mano di mille paggetti
Poeta –       suona le campane delle tempie,
                     e picchia con fruste e arpeggi
                     eunuchi danzanti.
                     Nella valle che sprofonda,
                     reale un’aquila
                     scava con il becco la morte,
Coro –        tra carogne
                     con perfezione sgorgante
                     e idillio
Poeta –       avanza La Sposa
                     con spighe dorate nella rovere
                     dei capelli, e strappi di sole
                     tra le unghie
                     stringendo nella cavità
                     del grembo
                     l’utero ardente e lunare.
                     I racconti della mano
                     già dormono
                     nel liturgico rifiuto,
                     quando sotto la terra,
                     il richiamo
                     del letto umido
                     e dello Sposo
                     la trascina con risucchi
                     materni.
Coro –        avvolta da un unico velo
                     trascina la solare metà.

 

Estasi in due tempi

I.

Adesso mi assalgono le pianure
del sale
con un vento ipocondriaco e venereo
che santifica gli occhi sullo sguardo
con quei chiodi dimenticati nella fogna
nell’anima.
I vasi rigonfiano di versi
e torrenti di torridi stalloni
si rovesciano fuori dall’essere
sradicando il germoglio e il destino…
Una prefica e un corvo sul tronco
rimasto, con i geni – tra i denti
della cellula
che vomita la durezza dell’essere
nell’estasi del sale,
da poeta
in umano mi chiude ancora e ancora
cucendomi il cuore con la bocca.

II.

Tra il risveglio
nella reincarnazione dell’osso
e la genesi del ritratto divino
dei porci in paradisi di ghiande,
il gregge lebbroso
del pascolo della rifiutata dimenticanza,
porta il senso ad accadere.
In mezzo,
i miei geni alati
riposano sul risveglio
dove l’anima dà l’anima
sopra il capovolgere delle culle
animate dal non essere o
sovrabbondanza di vita.
A merito delle penombre della quercia
somigliante agli impiccati
in ogni ramo
alla ricerca
della caduta su di se.

 

Apologia nella trappola felice

Se di mandrie selvaggie si riempisse
Il lenzuolo funebre
E il trionfo cantasse la rogna del cane
Tu, incolmo poeta
Saresti risorto.
E poi morto per sempre.

 

Nel tempio del ritorno

Stesa lungo la ruvida valle
rovente, dove
millepiedi sono gli oggetti
che brucano la foglia della carne.
Un sentimento e un verme
si accoppiano sull’evento amletico
fecondando con il dubbio
la lingua.
(veleno nel delirio)
Sventrato
dal dito crudele
del Dio
privo di sensi
ma con l’eternità che gli arde sulla fronte,
l’evento s’ingravida.
Un parto metaforico
con sembianze divine
atrofizzato nello sguardo,
mi palpa con il suo fiato
nel mio pugno.
Giacciamo sulle zolle
arate per la semina
figli del verme cosmico.
Nel tempio del suo corpo
celata,
la sacerdotessa
riceve e respinge
il Profeta.

 

Tormento del nido nella pietra

Cresce il serpente
dal peso della sua caverna.
Rettili
le spoglie del pensiero
si asciugano al sole
soffiando
il respiro della pietra.

 

Il canto delle cose

Sotto la pelle delle cose
sta il mio suono.
Quando è rimasto vuoto
il pianeta
squarciai la mia pelle
ed i suoni
di tutte le cose
diventarono
cose.

 

Lettere per l’aldilà

L’anno della mela abbaglia l’usciere
accovacciato sull’entrata del mondo.

Tritabuoi i denti di un sogno prima dell’apparizione.
Il giovane varca l’argine della stanza
e trova
Ofelia arruffata con il demone….
palpito delirio, eden apostatico
che struscia
l’essere, l’essere, l’essere.
Nell’oblio
il fiume
ascolta le memorie del bruco.

 

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Eneida Topi è nata a Tirana nel 1973.
Dal 1997 vive e lavora a Roma, dove si è laureata in Filosofia all’Università “La Sapienza”.
Fa ricerca nel campo dell’arte, la filosofia e la psicologia, scrive poesia, narrativa e saggistica.
Pubblicazioni:
– “L’altro nell’altro lato”, Casa editrice “Il rinascimento”, 1995, Tirana.
– “C’era una volta la poesia”, Fratelli Palombi Editore, 1998, Roma.
– “Al di là dell’Inizio- L’immagine Oltreintellettuale dell’Impensabile“, saggistica 2006, Cedis Editore, Roma.
– “Hierophantes”, Il Sirente, 2006.
-“L’amore di Narciso e altri racconti” (l’archetipo raccontato per genitori e ragazzi), in stampa con Il sirente.

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5 pensieri riguardo “Anancasmi – Poesie inedite di Eneida Topi”

  1. GEFÜHL DES TABUS

    Geigen ameisenhaft,
    schamlos,
    jucken in geschlossenen Fäusten.
    Ihre Saiten lassen
    Schicksalslinien erklingen.
    Die falsche Unschuld des engelgleichen Mädchens,
    in Spielen aus Licht
    und Stammesträumen,
    keimen auf deiner Gestalt,
    melancholische Blüten
    und heiβe Tränen ersticken mir
    die Zunge.
    Durch einen Bogen trat ich
    in Kleidern aus Finster und Flamme
    in deine Faust
    um dich zu entführen.
    Gemeinsam stiegen wir
    wie zwei gärende Göttinnen
    zum Sternenfriedhof,
    entlegener Winkel der Evolution.
    Du atmest nicht und
    ich halte die Worte zurück.
    Mit Kreide kratze ich
    die Amöbe
    ins blaue Grab
    und zerreiβe der Geige
    die Saiten
    in der Faust.

    …poesie che vengono da molto lontano per toccare da molto vicino le corde interiori dell’essere….

    un caro saluto

    stefanie

  2. Donne di bronzo esitano.
    Bussa il piccone in pareti di storia
    forgiate con tempo iperbolico e mollica bagnata.
    L’archeuomo guarda dentro il buco
    il mondo seppellito
    vivo.
    L’iride si unisce al palcoscenico sotterrato
    dove un piumato pensiero squittisce
    l’enigma finale.

    Molto belle queste poesie di immagini che riaccendono, con ottima scrittura, passato e mito, offrendo dell’imperituro il barbaglio.
    Grazie, e complimenti
    Giovanni

  3. come sempre proposte alte come solo la poesia vera sa trasportare
    grazie all’autrice alla golisch e all’immenso marotta per la continuità la ricerca il dar voce sempre alla poesia
    c.

  4. Vi ringrazio, lietissimo di dare il benvenuto a Eneida su queste pagine.

    Grazie anche a Stefanie per la sua splendida traduzione.

    fm

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