Gli Esercizi della vita – Omaggio a Giovanna Bemporad

450odissea(1)           Omaggio a Giovanna Bemporad

«Ebbi la ventura di incontrare nella prima adolescenza una Pizia adolescente, autentica sacerdotessa di Apollo (si misurava già con Omero), musicale fin negli ingorghi più intrigati delle viscere». Questa è l’immagine, esatta, che di Giovanna Bemporad (1928) dà Elio Pagliarani, suo dichiarato allievo, in occasione della riedizione garzantiana degli Esercizi nel 1980 (comprendenti sue poesie e traduzioni, dai poemi indiani dei Vedha a Saffo, Omero, fino a Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, Valery, e ancora Rilke, Hölderlin e George). La prima edizione del libro fu data alle stampe nel 1948 da Urbani e Pettenello, a Venezia. Ma l’esordio letterario della poetessa e traduttrice ferrarese ha da collocarsi nel pieno dell’adolescenza, tempo magico che tanto ebbe (e per altro verso ha tuttora) gioco nella sua poesia. Tradusse a tredici anni, in trentasei notti, tutta l’Eneide, poi pubblicata parzialmente dall’omonimo editore Enrico Bemporad di Firenze (figlio dell’altra Bemporad traduttrice, Gabriella), insieme a episodi tratti dall’Iliade e dall’Odissea, in una Antologia dell’Epica. La morte precoce di Enrico Bemporad, per broncopolmonite durante la Guerra, spezzò con le sorti della casa editrice anche gli accordi di pubblicazione dell’Iliade e dell’Odissea, nonché di una prima edizione degli Esercizi.

00111_1Nel 1952 pubblicò per i tipi della Morcelliana le traduzioni dell’Elegia di Marienbad di Goethe e degli Inni alla notte di Novalis. Nel 1956 tradusse, per Vallecchi di Firenze, l’Elettra di Hofmannsthal. Tutte le traduzioni degli anni 50 furono ristampate da Garzanti, tra il 1981 (Elettra) e il 1986 (Elegia e Inni), con la novità di una versione dei Canti spirituali di Novalis. Nel 1983 Rusconi pubblicò un’ampia scelta dall’Eneide virgiliana.
L’opera che più ha segnato l’esistenza di Giovanna Bemporad è però la traduzione in endecasillabi (cifra costante del suo lavoro poetico) dell’Odissea di Omero. Un primo florilegio, in due edizioni consecutive (1968 e 1970), fu pubblicato per le Edizioni Radio Italiana. Per Le Lettere di Firenze è uscita una nuova versione ampliata nel 1990, poi ristampata nel 1992 e ancora nel 2004. Quest’opera le valse nel 1993 il Premio Nazionale per Traduzioni Letterarie istituito dal ministero dei Beni Culturali. Un’edizione scolastica dell’Odissea, commentata da Vincenzo Cerami, è stata stampata da Einaudi nel 2003.
Le ultime uscite letterarie sono il carteggio con Camillo Sbarbaro, 1952-1964 (Edizioni Archivi del ‘900, Milano 2004) e la versione dall’ebraico del Cantico dei Cantici (Morcelliana, Brescia 2006).

mediumLa vita di Giovanna Bemporad suona come una leggenda. Allieva, al di fuori di ogni accademia, di Leone Traverso, Carlo Izzo e Mario Praz, tradusse precocissima i massimi poeti della tradizione classica. Fu amica fraterna del giovane Pasolini. Insieme passarono notti intere, insonni, al lume di una candela, nella casa dei Colussi a Casarsa leggendosi reciprocamente poesie. Partecipò col furlano alla rivista della Gil bolognese “Il setaccio”, e insegnò con lui (che pure la fondò) alla scuola irregolare di Versuta nel 1944, sotto la guerra, per garantire un’educazione ai giovani dispensati dall’istruzione di stato. Durante il periodo bellico visse un’adolescenza errabonda, anticonformista e pericolosa (frequenti nei suoi racconti gli incontri/scontri coi soldati nazisti, davanti ai quali pure ebbe il coraggio di declamare il Faust goethiano nell’originale tedesco). Coltivò una lunga e preziosa amicizia con Camillo Sbarbaro. Si legò in matrimonio con Giulio Cesare Orlando il 3 marzo del 1957, con Giuseppe Ungaretti come testimone e don Giuseppe De Luca (fondatore delle Edizioni di Storia e Letteratura) quale cerimoniere.
Ha speso tutta la sua vita per la causa (o vocazione) della poesia, in special modo per l’Odissea, che pure non vede a tutt’oggi la luce in una versione completa. Attualmente sta lavorando all’edizione definitiva (la terza) del suo unico, da sempre, libro di poesie: gli Esercizi. Tale edizione conterrà le poesie già pubblicate da Garzanti nel 1980 (ma con le varianti apportate nel corso degli anni dall’autrice), unite alle poesie inedite “della vecchiaia”, delle quali “Vendemmia”, pubblicata qui di seguito alla totalità degli Esercizi riveduti, costituisce un’anteprima. (Andrea Cirolla)

______________________________

Giovanna Bemporad – Esercizi

PRELUDIO (*)

Per mille e mille autunni sia guanciale
la terra alle mie palpebre socchiuse
non più gravate da un presagio d’ombra;

non disfiorata e smorta la mia bocca
e agli angoli cadente, già sforzata
da spasimi e sorrisi, sembri assorta

nel sepolcro in preludi di orazioni;
e non scolpita immoralmente vegli
la mia maschera, chiusa in un cristallo.

 

Dai “DIARI

Già la mia vela, in signoria dell’ombra,
l’impudenza del giorno lascia a riva
col suo lungo corteo di foglie morte.
E lacrime si adunano negli occhi
sommesse, irrevocabili. O mia dolce
gioventù, la tua favola è finita
e l’autunno m’è sopra. Il mondo intorno
con la sua fioritura sempre nuova
di lucenti capelli ad ogni aprile
tanto mi offende che vorrei morire.

*

Veramente io dovrò dunque morire (*)
come un insetto effimero del maggio
e sentirò nell’aria calda e piena
gelare a poco a poco la mia guancia?
Più vera morte è separarsi in pianto
da amate compagnie, per non tornare,
e accomiatarsi a forza dalla celia
giovanile e dal riso, mentre indora
con tenerezza il paesaggio aprile.
O per me non sarebbe male, quando
fosse il mio cuore interamente morto,
smarrirmi in questa dolce alba lunare
come s’infrange un’onda nella calma.

*

Mia compagna implacabile la morte
persuade a lunghe veglie taciturne.
Ma non so che inquietudine febbrile
fa ingombro a questo dolce accoglimento
calando il sole, prima che ogni gesto
si traduca in memoria e che ogni voce
s’impigli nel silenzio. Forse il vento
porta come un rammarico del tempo
che non è più, trascina per le strade
deserte una fiumana d’ombre care.
E biancheggia un’immagine tra i gigli
di giovane assopita nel suo riso.

*

                   Variazione su tasto obbligato
Non domare, implacabile, il mio riso
mentre il fiore del melo incanutisce;
non recidermi il filo dei pensieri
d’un tratto, ma da sogni e disinganni
lascia che docilmente io mi separi
solo quando alla tua certezza giova
sacrificare il nostro dubbio stato;
quando non amerò che il mio dolore
tu chiamerai meno importuna al nulla:
io con la fronte smemorata l’orma
seguirò del tuo piede, e questo arcano
insondabile azzurro andrà dissolto
come il sogno di un’alba.

*

Non soccorre all’eclissi vespertina
la falce della luna, un po’ velata;
spinta dal vento naviga in silenzio
la rossa vela che un felice riso
e un fantastico grido lascia indietro,
prossima, o luna, a convertirsi in bianca.
Vento di antiche età sale dal mare
nell’ora del distacco, e foglie morte
suscita a riva, un cinguettio discreto
d’uccelli e odore fievole di acanti.
E un poco risentita va la bianca
vela a smarrirsi in una selva d’ombre,
malcerta di approdare a un’altra riva.

*

Dolore, che mi seguiti immortale
e indomabile fino al limitare
della morte, avrò gioia dagli spazi?
Forse è saggezza a te sacrificare
l’età febbrile, per serbarsi ad una
maturità gloriosa, o forse è male
se la mia gioventù, non spenta ancora,
va inconsumata a perdersi nel tempo
che non perdona. L’unica certezza
pende su me, tra questa indecisione,
con più sgomento. Solo che talvolta,
nell’alta pace della sera, io sento
sfiorarmi il petto un’ariosa calma.

*

Non farmi così sola come il vento
che si dispera in questa notte fonda
fino a morirne, eternamente sola
non farmi, come già sono da viva,
sotto la volta immensa ch’è misura
del nostro nulla. In punto di lasciare
questa mia fragile vicenda, tutte
le mie dolci abitudini, e la gioia
che spesso segue all’urto del dolore,
voglio adagiarmi su una zolla d’erba
nell’inerzia, supina. E avrò più cara
la morte se in un attimo, decisa,
piano verrà, toccandomi una spalla.

Paesaggio

L’immagine di un’acqua fresca e viva
domina la mia sete. Non più gaie
rincorse, non più giochi strepitosi
sotto altissimi cieli.

Ma sul greto
le donne ancora lavano le vesti
(e ne riflette i gesti l’acqua chiara
come uno specchio); con movenze liete
vanno ragazze a stenderle cantando.

Tutto fa ch’io ritorni come allora
quando era dolce abbandonarsi al riso
con leggerezza estrema, e non la smania
di comporre l’ignoto in forma certa
l’ingenuità del cuore aveva offeso.

*

Malinconica immagine, è su tutto
la luna; come un flauto accorato
si duole il vento, rude nel sereno
già quasi estivo. E il battere dell’ora
coi suoi rintocchi mi riporta l’eco
di un’altra estate ardente sotto il cielo.
So – troppo tardi! – che il meraviglioso
mi è passato invisibile sugli occhi:
bello appare il presente solo quando
s’illumina d’aureola in un domani
che irraggiunto si fa dolce memoria.
Se il vento mi rimanda a lungo l’eco
di un’altra estate, cantano fanciulle
e batte l’ora dalla torre, è tardi
più che non dica il semplice rintocco.

*

                              a Leopardi
La bianchissima luna alta è salita
dopo l’addio del giorno, a consolare
alberi, campi e strade. Pensierosa,
con qualche primula sfiorita in mano,
va una giovane bruna alla sua casa.
L’aria è tutta armonia: sarebbe dolce
svanire in questa immensità serena;
batte a rintocchi lenti una campana,
tra un poco d’erba io vedo spalancarsi
la sepoltura. Oh vertigine d’ombre!
La luna va calando all’orizzonte
dove si perde la pianura, e dice
che trapassare al nulla non è male.

Intarsio

Lontana teoria di voci stanche,
già votate al silenzio, è nella sera
e un profumo indistinto di viole.

Torna memoria in me degli svaniti
mesi di maggio, quando s’impigliava
spensierato il mio riso nel silenzio
della vasta terrazza (già canora
di passeri, fiammante di gerani…)

e un silenzio infinito è sopra il riso
dell’universo.

O morte nella vita
la certezza che insinua in noi da vivi
quanto sia vano esistere. Che spero
se il presente sarà più presto andato
che non raggiunto, e più vicina l’ora?

*

                                    a mia madre
Da un golfo d’ombra guardano clementi
e fermi, come un orizzonte puro,
gli occhi materni, solo ch’io ritrovi
sulla pagina scritta il filo d’erba
che vi metteva, a consolarne il peso.

S’aprono in me, tentata di fissarmi
per sempre in questa sordità di pietra
da che non posso più, troppo matura,
comporre un’illusione al mio dolore.

Ma negli occhi materni con struggente
rammarico ritrovo il tempo andato,
e le durissime evidenze e l’ombra
della morte io dimentico, ch’è sopra.

Epilogo (*)

O vento che commemori passate
moltitudini e fasti inceneriti,
o tempo contro cui non c’è riparo:
mi riduco al silenzio, nell’attesa
purissima dell’ombra che già stende
sui vivi un lembo della notte eterna.
Forse è quest’ombra tragica sospesa
sul ciglio della notte che fa illusi
gli uomini di conoscersi e di amarsi,
naufraghi nel silenzio dei millenni.

 

Da “AFORISMI

È come un gioco
di venti nella polvere di un prato
senza confini, l’ansietà dei vivi…

E al nome della giovinezza io sento
stringersi il cuore come ad una fiamma
che si risolve in cenere.

*

Nega un divieto acerbo di tornare (*)
sulla tua soglia a noi che mortalmente
godiamo, o giovinezza, del tuo fiore.

 

Da “DISEGNI

A una rosa (*)

China sul margine del tuo segreto,
o rosa in veste diafana, mollezza
di corpo ignudo, incrollabile tempio
che in vigilanza d’amore mi tieni,
non so di che rilievi si componga
la tua bellezza. E all’onda dei profumi
che col ritmo di un alito tu esali
misuro il tuo pallore e il mio languore.
Mi tenta ogni tuo petalo concluso
nel giro di una linea sensitiva,
mollemente incurvato e pieno d’ombra.

La vergine del lago

                    da un motivo di A. Blok
O fanciulla, tu guardi oltre le brume,
protesa, oltre gli abeti e le colline,
lontano, non sai dove, in un lontano
dove non sai che ti raggiungerà.
Se sul cetaceo verde di un’altura
la tua bellezza acquatica contemplo,
tu resti muta, e sboccia nel mio cuore
per la tua grazia un’estasi improvvisa;
e in sogno a te protendere le braccia
tentando, almeno in sogno, risentita
tra le notturne trame degli abeti
tu, mia favola, tremi in fondo al lago
che insensibile attira a sé le brume.

La passeggiata

Sotto frequenti, tiepide alluvioni –
pioggia su noi gocciolava, non ombra
dagli alberi – andavamo; e per la mano
ci guidava il passeggio a un monumento
votivo, ad un boschetto, un chiaro stagno.

Lunghe ramosità, come ali o braccia,
tremavano, alla brezza dolce e piena,
di un’ansietà che ci obbligava, cuori
troppo esitanti, ad appagarci in sogno.

Parole estratte da maree, derive
di sogni – cerchi magici di arena –
lasciammo indietro, e le piccole morti
d’ore mietute come da un inverno
sulle panchine immobili al passeggio.

Arco di ponte

Verso il deserto orienta i miei passi
non so che stella fissa o calamita;
l’ombra non pesa, incinta di una perla
che trae bianchezza vergine dall’acqua.

Mi adagia ai piedi e stampa la mia ombra
sui muri il chiaro di luna: potessi
separarla da me, dare un’impronta
più tenace ai miei passi sulla terra!

Lungo le mura grigie di salnitro,
sotto i fanali scivolo e mi attardo
sopra l’arco fantastico di un ponte
come acrobata assiso su un trapezio;

ma un’orchestra di negri mi respinge
nel grembo degli iddii, verso il deserto.

In riva al mare

Dalla mia fronte io esco in riva al mare
dove sommessa mormora i suoi baci
l’onda; e conchiglie, imbuti del rumore,
ci ascoltano pudiche e indifferenti.

Davanti a me si rinnova il suo gioco
di animale veloce che ai miei piedi
si stende per piacermi e mi incoraggia
con battiti di ciglia; anima preda
di polipi e di granchi io ti respingo,
votata al clima immobile degli astri.

Su me sospende il cielo la sua curva
larga, ariosa, e modella i miei passi
non di un’età, non di un attimo, un’ora
ma di un’antichità: parola estratta
dalla tua pausa, o mare, fronte colma.

 

Da “ESERCIZI

Madrigale (*)

Padiglione di mandorli nel biondo
colore di febbraio è la campagna;
e al rapido infittirsi dei germogli
che traboccano, o in punto di incarnarsi,
la voluttà mi afferra senza braccia.
L’immagine di lei si acciglia e ride
sotto un gioco di rondini, al suo collo
mobile di baleni accosto il labbro
e alla sua bocca, foglia di sibilla.
Ma insiste per i campi un assiuolo
l’armonia di velluto, e fa un profumo
dal suo bruno languore misurato
la viola; io ripenso le sue dita
rosse all’estremità, petali intinti
di porpora, tracciare sulla sabbia
dei millenni il mio nome all’infinito.

A una forma sorella

                    da una stampa cinese
Non si svela il mio astro che alle risa
dei tuoi occhi, azalea, forma sorella
splendente come giada, che ti specchi
nel ruscello di seta e il piede esiguo
come conchiglia d’ostrica vi immergi.

La gioia m’incorona, o il mio pensiero
sopra il filo translucido dei sogni
si distende e s’allevia come un cirro
se coi draghi di bronzo e i liocorni
dei tuoi capelli scherzo un po’ sdegnosa?

Strofina il fianco contro la tua spalla
la mia sete d’amore: grande bestia
che si allunga sul tuo collo e accarezza
la tua guancia con cadenza di sonno,
con la marea della notte negli occhi.

La ninfa e l’ermafrodito

Chiusi i suoi grandi occhi insufficienti
dove essenze d’aurora e d’ideale
galleggiano, ha disteso il fianco ambrato
tra pioppi ed olmi anelanti all’altezza
l’ermafrodito; ha disteso il suo corpo
sull’erba, vinto dal meriggio fulvo
che impone una consegna di silenzio
e una riserva d’ombra ad ogni fronda
sospesa al dolce incanto del suo sonno.
Sono strali nel fianco e nel mio cuore
le linee del suo corpo, chiare, lisce
fino ai capelli, attorti in arabeschi
simili a verdi draghi addormentati.
Forse il belletto aereo dell’aurora
ha tinto questa bocca, molle e gonfia
come un frutto dei tropici. Il suo riso
che ride alle ninfee mi intesse il velo
di una trapunta gelosia; mi apprendo
come un’ ape al suo labbro materiato
di piacere e di sonno; vi suggello
solitudini lunghe e incontri rari,
stagioni d’odio e d’amore, l’asprezza
della morte essenziale, e mi allontano
sull’ala ebbra e inquieta del pudore.

 

Da “DEDICHE

L’attesa (*)

                               a Saffo
È quasi l’ora, e io esco all’aperto.
Dolce notte! perché dunque mi struggo?
E come il cielo è purissimo e calmo!

Conduci al convegno quella ch’io amo
e non trapassi inconsumata l’ora
o notte.

In solitudine confusa,
dimentico tra me ch’ella è partita
e al luogo del convegno aspetto sola.

Scherzo

Sabbie, come in un mucchio d’oro fuso
ho divulgato in voi, scandagli umani,
le dite liquide, e su voi, dune-onde,
castelli ho edificato, aste d’argento
vi ho issato e stracci dipinti dai cieli;
sabbie amare, profondità feconde
di eliotropie e carboni, ori spenti,
la vostra residenza, oncia per oncia,
con mani ladre ho palpato; ho tentato
tra gli occhi di smeraldo dei carbonchi
le vostre umide palpebre, o conchiglie,
mentre confuse con gli astri, impudiche,
femminee, di un metallo più terrestre,
sognavate sbocciare ciglia o perle.

 

Da “ALTRI ESERCIZI

L’ossessione

Se all’indulgente luce meridiana
la mia stanchezza espongo, se il mio capo
sonoro d’inni appoggio alla carezza
di un vento blando, abbattuta su questo
tavolo d’osteria, nel cerchio d’ombra
di un largo ippocastano, quale odioso
demone in me risveglia l’ossessione
che il mio viso riflesso nel boccale
fa tremare, e il suo liquido compagno?
Guardo gelarsi le più calde stille
di gioventù nei miei occhi di smalto,
guardo con gli occhi appostati nell’ombra
della follia seccarsi le più ricche
stille di gioia sul mio viso arato
dal tuo piede d’avorio, arida morte.

Altro giardino (*)

Davanti a me la casa e il suo cipresso:
dentro il ruscello un lembo di giardino
si riflette e si attenua, e sul sedile
di pietra che s’interna nel fogliame
tra i coni dei cipressi come a onde
passano le memorie: inseguo, al ritmo
dei profumi ch’esalano i giacinti
freschi nei vasi, la sua veste in fuga;
entro poi nelle stanze dove il rombo
delle mie vene insiste come in fondo
a conchiglie sinuose suona il mare.

Al mare

                    a Gerardo Diego
Mi sciogli i sandali con la deriva
di un’onda: naiade o ninfea mi adagio
sopra la tua scintillante, ondulata
capigliatura piena d’ombre, o mare,

quasi fossi una dea libera e nuda,
senz’arpa né leggio, col seno al vento,
che su talamo d’erbe a un avvenire
di felice pigrizia si abbandona…

Similitudine (*)

                              a Melville
E poi, come un gabbiano senza rive
ripiega le ali e si lascia cullare
dal sonno tra le ondate, mi addormento;
ma sotto il mio guanciale a precipizio
passano, come sotto un’ormeggiata
baleniera, le mandrie dei trichechi…

Sera di carnevale (*)

La stanza vuota mi fluisce incontro
con un denso rigurgito di forme
tra gli oggetti quieti e sedentari;
se tento
fondermi in una folla o un sentimento
e aprirmi il varco fino alla piazzetta
cresce la mia tristezza;
se un pugno di coriandoli un ragazzo
mi getta in viso, bruciano i miei occhi
come sotto una frusta.

 

Un Inedito

Vendemmia

Quando l’estate muore e l’uva è rossa,
soffoca tra i profumi l’erba asciutta
e per amore langue il girasole
col giallo viso morto e il cuore bruno,

dal monotono addio delle cicale
l’ora aggravata insiste sul quadrante;
le uve mature esprimono una sorta
di ebbrezza aerea: è tempo di vendemmia!

______________________________

Note

Ringrazio Giovanna Bemporad per aver gentilmente concesso di pubblicare i suoi testi. Sono veramente felice e onorato di averla ospite della Dimora. A lei un abbraccio grande e riconoscente.

Un grazie altrettanto grande ad Andrea Cirolla, che ha curato con competenza e amore tanto la selezione delle liriche che l’esauriente nota introduttiva.

Tutti i testi qui presentati hanno subìto revisioni più o meno sostanziali, da parte dell’autrice, rispetto all’edizione Garzanti (1980) degli Esercizi; immutati, invece, quelli contrassegnati dall’asterisco in parentesi (*).

______________________________

***

Annunci

20 pensieri su “Gli Esercizi della vita – Omaggio a Giovanna Bemporad”

  1. Che può dirsi a chi ha dedicato una vita all’Odissea? che ella è – giustamente – nei nostri cuori…”naufraghi nel silenzio dei millenni”, Viola

  2. Una grandissima poetessa e traduttrice, grazie per questo omaggio. Ma quando uscirà il libro? Sempre per Garzanti? Io ho l’edizione del 1980 scovata in una bancarella a 10.000£ oltre dieci anni fa.

    Un caro saluto

  3. Non si sa ancora quando uscirà il libro, ci si sta lavorando, ma una cosa è certa: l’editore non sarà Garzanti (e non per scelta della Bemporad).

  4. Grazie Andrea! Che peccato ma del resto Garzanti ha da anni ridotto all’osso le pubblicazioni della sua collana (verde?) di poesia. Conta poco, sono sicuro che il libro di Giovanna Bemporad sarà una graditissima sorpresa ed avrà un grande consenso di critica sperando che la poetessa abbia il giusto tributo che meritano i suoi versi. Poetessa che apprezzo molto.

    Un caro saluto

  5. Dobbiamo ringraziare questa grande poetessa e traduttrice per tutto ciò che ha fatto e per la sua vita, che è anch’essa poesia e paziente dedizione al mistero della parola che cerca di raggiungere il cuore della vita.

  6. bastano poche ore di pioggia su una città per farla un pantano inattraversabile, sotto l’impermeabile di cemento. trovarmi qui e leggere ora, nella sera…
    vedo mani con palmi di terra che sono tane di semi invisibili e piumatii. grazie del seme Giovanna Bemporad. grazie della mano di terra Andrea.

  7. Un pezzo di storia della cultura italiana: quella che, Garzanti o non Garzanti, rimane: come tutte le cose che ci parlano e, al di là di ogni barriera temporale, chiamano all’ascolto e al confronto.

    E una grandissima lezione etica, per chi sa davvero ascoltare: solo il rispetto totale per la parola produce poesia, anche a costo di dedicare un’intera esistenza a un unico libro, cumulandovi tutto il sapere raccolto, giorno dopo giorno, dagli anni vissuti.

    Quanta poesia c’è in chi produce una silloge alla settimana? In chi ha fretta di farsi leggere e di rendersi visibile, anche a costo di spezzare il legame che la parola esige, produce, impone?

    fm

  8. Un post che richiede una rilettura più calma e attenta (ora non mi è possibile) e che mi riprometto, ma intanto faccio mie le parole di Viola.
    Un saluto

  9. Ammiro la ferma classicità di una poetessa che conoscevo solo come traduttrice. Un’altra scoperta. Un’ulteriore gioia per chi esige dalla parola pause e non accumuli. Grazie.
    Marco

  10. Ringrazio tutti per i commenti.
    Senza il confronto con “questa” tradizione, non c’è poesia o ricerca che tenga. E’ dalle “pause”, come dice Marco, che si riprende slancio.

    fm

  11. I 53 bellissimi Esercizi di Giovanna Bemporad a cui seguono, nel libro del 1980, le 41 traduzioni sono un libro che lascia pensare non poco; opporre al troppo di tutto 53 componimenti e 41 “modelli di poesia” e “l’ansia di risillabare il mondo con una sapienza antica” (come scrive Giacinto Spagnoletti nel risvolto di copertina) ha un che di specialissimo; è un gesto fermo e forte che fa pensare a Kavafis, ai suoi poco più di 150 “fogli volanti”; e ora qui leggiamo di questi nuovi Esercizi delle vecchiaia e delle variazioni apportate negli anni ai 53 Esercizi della maturità (come “Sul mare” che è diventata “Al mare” in cui “Mi sciogli i sandali con la deriva / di un’onda:” sostituisce “Mi sciogli i sandali con l’insistenza / di un’onda:”).
    Un caro saluto. Buona domenica

  12. Leggendo queste poesie ho avuto la sensazione di essere *a casa*, di aver trovato le parole che stavo cercando per descrivere certi stati d’animo. E’ bello (e consola) potersi affidare ai versi di Autori grandi e importanti.
    Un grazie sincero a Francesco per la preziosa proposta.
    stefania

  13. Qui, sulle tue pagine preziose, carissimo Francesco, una notizia in anteprima: la prossima primavera Giovanna Bemporad tornerà in libreria con…
    Un saluto grato e affettuoso per Andrea Cirolla.

  14. Grazie Giorgio, mi era già giunta la notizia e ne sono veramente felice. Encomiabile il tuo lavoro, quello di Andrea e di quanti si sono prodigati affinché la cosa si realizzasse.

    Appena ho un po’ di tempo, provvedo a sistemare i testi qui presentati in quella che dovrebbe essere la versione definitiva che andrà in stampa.

    Un caro saluto.

    fm

  15. Segnalo un lapsus nella mia presentazione. Ovviamente Enrico Bemporad è il padre, non il figlio dell’altra Bemporad traduttrice, Gabriella.
    Un caro saluto a gdc e fm.

  16. Felice di una futura edizione di Giovanna Bemporad. Straordinario quel “guanciale a precipizio” della poesia dedicata a Melville.

    Il mio abbraccio a tutti. E soprattutto a Francesco, di cui ritrovo le parole.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...