Rosa Pierno – Nota critica su Darwin di Luigi Trucillo

Trucillo-Darwin-premiato-bPochi
sanno di essere molti
quando è sera.
La materia
sola davanti a sé
si sperimenta
nelle legislazioni di una goccia:
c’è un sapore di pioggia
nel grigio che imbeve
la città,
un comparto nebbioso
che produce
un tremore più intenso
nel diorama.

    

Aprendo le pagine di “Darwin” di Luigi Trucillo (Quodlibet, 2009) veleggiamo anche noi sul vascello che porta Darwin nel suo viaggio alla scoperta delle modificazioni che le forme organiche hanno subito nel corso del tempo. Ed è un viaggio nel continuo smottamento tra una forma e l’altra, da una materia all’altra. Più che metamorfosi, si tratta di un movimento continuo, incessante, per cui anche le montagne non sembrano stabili: “il movimento del mare / fin dentro al torace”. In questo continuo trapasso “le specie / dimenticano in fretta / i propri ricordi”. Sembrerebbe quasi lavoro impossibile, quello di individuare le forme precedenti, le rassomiglianze, le derivazioni, e paradossale insieme nel momento in cui “La salsedine / stacca chele e membrane / come se fossero sogni, /unghie agitate / dal fantasma di un sauro”. Persiste una sorta di irriducibilità delle forme fra loro nella lettura che Luigi compie dapprima impersonando e poi sostituendosi allo scienziato. Né basterà inscenare un unico luogo e, dunque, un unico tempo in cui collocare gli oggetti da studiare: “Il sole batte, / ma l’onda è un mattino / o una notte allungata / da un ritmo / che mugghia i suoi inganni”. Trucillo è già pronto per sostituire alla lettura scientifica la propria lettura poetica. Forse è con una zampata leonina che la sua domanda retorica lascia un segno non eludibile: “ può la scienza / essere aperta / fin dove la mente finisce / e poi aprirsi ancora / nel lampo, nella ventosa purpurea / in cui la visione si accelera / pulsando / in una scia di vapore?”. Siamo nel centro della questione, siamo sporti sul taglio che ci mostra il pulsante cuore. Il problema è aperto, vivisezionato, eppure vediamo non reperti, ma un’area di possibilità evolventesi, senza cesure tra le forme. Il corpo diviene un abisso dove solo oracolmente può definirsi qualcosa.
     Certo, il tentativo di Luigi Trucillo consiste nel cercare le ragioni dell’unità del sapere e non certo nel continuare a determinare una cesura tra le due culture. Sicuramente, però, egli vuole stigmatizzarne le differenze. Se, altrettanto retoricamente, “accanto alla fonte / la cultura è un veleno” è anche vero che è proprio al cospetto della fonte percettiva che si rileva la presenza di entrambe le disposizioni, quelle dello scienziato e quelle del poeta, i quali tentano di captare le forme e di descriverle, di individuarle e di mantenerne inalterate le possibilità metamorfiche, di discernere la continuità nella separazione, la differenza nella similarità. Pertanto, quasi miracolosa appare per il lettore la trasmutazione dello scienziato nel poeta e viceversa, giacché se studio deve essere con le suddette premesse allora nemmeno questa cesura fra metodi può reggere. La cultura stessa si offre nell’immagine simbolica dei libri accostati l’uno all’altro sugli scaffali della biblioteca di Cambridge, “fratelli / anche nel loro guerreggiare”, in modo analogo alla natura in cui “Tutto sciamava in ciò che conosceva, / la foglia scura / e la figura bianca, / il nome detto e poi vaporizzato / come l’ala ripiegata di un uccello”. E, dunque, il metodo per leggere “l’eredità confusa” è “una predizione”, “una distanza percorsa controvento”, la “felicità di un’ipotesi esatta”. Se “combinare lo sguardo / con l’altezza / è la struttura aerea / della scienza”, ecco dove il metodo dello scienziato fa parte del metodo del poeta.  L’integrazione che di questo metodo compie la poesia è ciò che consente di non espungere nessun dato, di non astrarre per non perdere, di ampliare l’orizzonte anziché tagliarne una porzione, di conservare anche i detriti anziché filtrarli. Ed è attraverso questa capacità di integrazione che Trucillo cerca di investigare il momento iniziale della percezione: quando la diversità tra il prodotto scientifico e quello poetico non si è ancora franto ed è possibile cogliere l’essere umano all’opera nell’atto della percezione, nel momento in cui, cioè, sono impiegate tutte le sue capacità, anche immaginative ed emotive, non solo razionali.
     E’ con grande amore che Trucillo segue Darwin: ne mima le esitazioni, ne ricrea i sussulti e le illuminazioni, rende partecipe il lettore delle difficoltà e delle inusuali doti che sono necessarie per cogliere nella realtà la presenza del caso che opera come un artista o per compiere i medesimi salti che natura compie o rintracciarne gli ininterrotti fili. In questo senso, Luigi ci restituisce l’uomo, lì dove nel prodotto scientifico se ne era persa la specificità.
     Se la logica non è mai tutto: “Io e l’altro / siamo uniti / da un cordone ombelicale / inafferrabile per chi sferra il razionale”, per restituire la complessità del reale è, allora, basilare il sapere considerato nella sua totalità.  Conseguenza è che la cultura diviene una sorta di monumento alla natura in cui si può ritrovare anche ciò che dalla natura è scomparso: “Il sapere che ci usa / ha serbato / l’enorme battito / con cui scialba il pigmento”. E’ alla cultura che Luigi Trucillo ci rimanda per trovare l’unione e la continuità, l’archivio e la metamorfosi, insieme senza preclusioni. E’ questo il risultato della ricerca del poeta partito seguendo le orme dello scienziato.

 

Testi

 

Nei mari del Sud II

E la testuggine,
l’inerzia lenta
con cui il tempo si muove
si fa scudo nel sole,
inondando lo sguardo
di gusci, piume arruffate,
fasci di muscoli irsuti
come segni
orgogliosamente scremati via
dal corpo
che riflette
dentro un abisso
lento e ostinato
come uno stillicidio…

 

L’embrione

Il tempo
sente nell’aria
qualcosa di dolce e di aspro
inafferrabile al tatto,
come un’ampiezza
che trasale quando tocca
la vibrazione
di una nuova forma
ancora chiusa

 

Tutti insieme appassionatamente

Come un curato davanti al dna
mi illumino d’immenso.
Ovvero saturo la crepa
del non senso
con una rete
che copre integralmente
la realtà

 

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Luigi Trucillo, nato a Napoli, è autore di Navicelle (Cronopio, 1995), Carta mediterranea (Donzelli, 1997), Polveri, con illustrazioni di Lino Fiorito (Cronopio, 1998), Le amorose (Quodlibet, 2004), Lezione di tenebra (Cronopio, 2007) premio Lorenzo Montano 2008, Darwin (Quodlibet 2009), con cui ha vinto il Premio Napoli per la poesia 2009. Una selezione delle sue poesie è stata tradotta in danese e in tedesco.

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4 pensieri riguardo “Rosa Pierno – Nota critica su Darwin di Luigi Trucillo”

  1. ma quanto sono belle!?!

    la prima in alto è “illuminante” ed “embrione” l’inafferrabile incomprensibile mistero che non finirà mai di stupire con la sua forza vitale.

    grazie, stasera più che mai un dono.

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