Apnee – di Marta CAMPI

Liminare_206[1]
(Liminare, Le nuvole in bianco e nero di Ch. Baudelaire, 2008)

accanto alla Fonte non retrocede
brilla di senso inferiore
tra la nuova falce bianca;

nel silenzio, osserva i miei passi,
candido, di seminati sibillini;

–ecco, le voci abbandonate,
quelle che, ancora, gravano, nella sfera
perfetta del falso.

[Una] poetica dell’apnea verbale, lo sgocciolare assiderato che […] s’insedia sul limitare dell’eco. Voce altera e mascherata, consegnata ad una esistenza diminuita. (Nabanassar)

Marta Campi, Apnee, 2009 (inedito)

5.
collaudati incubi
riviere di facce scompagnate
d’incise cime arpeggi-crivelli.

6.
tra mura di carne e acqua il cieco suono di morte
s’accresce d’asettica apnea

9.
trafitte dal vento
le marmoree statue sembrano
colmarsi d’odio.

11.
in un cerchio
hai pianto
trappole-luce-deserto

15.
la Piramide del fuoco s’incurva
al dispari altro senso
sinistra meta dell’errore
la libertà avvinta.

18.
algebrica della sessualità
oracolo del Sole, verso un Sole
non qualsiasi ma propizio all’alito di vento,
più lieve

23.
[…]
come un raggiro di vento,
del cuore, l’altare.

29.
perché mancante dal dove d’insidia?
perché varco sfuggente dal piombo-routine?

concludo in apice di fiore i
sorrisi cherubini
da crocevia proverbio
alla vita di nessuno.

34.
la veglia disarma ciò che lo scisso ha fiorito

37.
tre, le citrici sul braccio sinistro
hanno una linea elegante di
dolore. senza la loro, sempre
presente, carezza, come esistere?
dell’espressione, la Verità– più salda.

40.
«si continua a lottare» ti scrivo, senza forze.
[quel che dico potrebbe, persino, prendere il posto
del mio doppio nome].

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Il dettato poetico di Marta Campi è intessuto di parole liminari, di suoni e accenti che abitano i margini, le aperture in squarci tra sillaba e sillaba, tra verso e verso: in un movimento teso a sconnettere la sintassi statica di un dire che rappresenta e definisce le cose entro lo spazio escludente della visione frontale, e tenta il balzo ulteriore verso l’alterità, radicalizzando l’esperienza e liberandola in una molteplicità di forme, di sensi, di risonanze: ciò permette di interrogare se stessi, il mondo, il corpo, la lingua, nell’attimo in cui luce e ombra, effabile e silenzio, apertura e nascondimento, erranza e senso sono tangenti.

E’ poesia di ricerca nel senso più alto, quello dell’azzardo, che predilige ogni forma di scarto rispetto alle meccaniche del pensiero e lo abita ad ogni passo come un nuovo inizio, un disvelamento che aggiunge chiavi di lettura alla percezione del reale e permette alla parola di essere, di significare per sé, nella libertà dei suoi alfabeti irrivelati, indipendentemente dal carico di storia che si trascina. E’ una poesia in cosciente controtendenza rispetto alla deriva di pura rappresentabilità, cantabilità e affettività che caratterizza come un morbo la produzione italiana degli ultimi anni. (fm)

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Nota

Marta Campi nasce nel 1976 a Roma, dove vive. Scrive articoli e recensioni su Vintage! e Music Box, riviste musicali che, principalmente, prediligono il sound anni ’70, pur mantenendo, sempre, un occhio di riguardo per le giovani (e no) promettenti “leve”; collabora come freelance per alcune case editrici romane, per le quali svolge lavori di editing, ricerche, valutazioni testi inediti. La sua passione equipollente riguarda il teatro: ha frequentato un corso di recitazione presso un’insegnante grotowskiana; e un seminario di letture “a voce alta” per/a favore di bambini; da settembre p.v. terrà lo stesso seminario di letture indirizzato ad adulti.

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12 pensieri su “Apnee – di Marta CAMPI”

  1. Versi misurati e con una loro cifra un pò misteriosa.

    tre, le citrici sul braccio sinistro
    hanno una linea elegante di
    dolore. senza la loro, sempre
    presente, carezza, come esistere?
    dell’espressione, la Verità– più salda.

    Complimenti.

  2. credo che il termine esatto sia misterico, nella sua accezione di *parola soffocata*.

    ti ringrazio per aver citato *quel* verso: esempio di come la verità richieda espressioni concrete: libere, seppur dolorose. e il contrasto è forte: come testimonia la foto di Liminare_206.

    marta

  3. una poetica di esauriente essenzialità. interessante
    sarà seguire il suo divenire o non divenire (movimento
    comunque)

    splendido il 34:

    la veglia disarma ciò che lo scisso ha fiorito

    mi è venuto in mente Adonis (forse per la verità presunta? tutta da veritare o da sognare ancora, ma non mi chiedo il perché mi sia venuto in mente)

    dicevo Adonis

    Sono fori di proiettili che vogliamo vedergli sulla pelle,/
    cicatrici, e che ci sia dato di toccarle/

    e poi

    mi permetto di dissentire dalla correzione
    della signorina Campi tra misterioso e misterico

    io non credo ci siano termini esatti
    quando il poeta o chi fa le veci della poesia
    (come preferisco chiamare io colui che si fa
    fare dalla poesia) lascia andare la sua poesia
    è presunzione inutile dare indicazioni su
    cosa sia o cosa non sia: questo allontana il lettore
    al lettore tutte le sensazioni le impressioni sono permesse
    evincendole con tutti quanti gli strumenti ha in dotazione
    per “ascoltarla” anzi questa trovo sia una ricchezza
    che non va mai seppellita o corretta

    il lettore non deve tenere conto se il cordone ombelicale
    tra poeta e poesia pulsa ancora
    ma certo, sono mie personalissime idee
    espresse qui senza alcunavolontà di polemica

    tutto anzi muta non nasce non invecchia
    muta appunto e anche la strada per la verità verità
    ammesso ne esista una non per tutti è esatta (mente)
    una – la stessa –
    un saluto alla signorina Marta e un abbraccio a Francesco
    paola

  4. Ho aggiunto una nota ai testi di Marta, augurandomi che il suo lavoro con/sulla parola continui su questa strada, scavando e approfondendo il solco che lei stessa ha tracciato.

    Un saluto e un grazie a voi per i commenti, felice di rivedere Paola su queste pagine.

    fm

  5. il lettore è libero d’immaginare mondi sconosciuti anche all’autore; del resto, però, mi sento libera di esprimere un’annotazione anche in virtù della fiducia che ho in chi legge, visto che stiamo parlando di liberi pensatori e non di automi.
    un saluto,
    marta

  6. personalmente è irrilevante anche “avere fiducia nel lettore”
    inutile dirsi “speriamo la capisca” quando certe parole si scrivono da sole
    e si agitano strette e costrette al giogo del poeta fagocitatore:-)
    – il taglio da quanto si scrive è per sempre (almeno per me)
    il lettore appunto non è un bene di consumo né lo è la poesia

    grazie molte della sua risposta
    paola

    ps: chiedo scusa per lo scempio dei congiuntivi di prima

  7. @ saluto paola l. il messaggio di prima era per lei.

    @ francesco ho letto ora. ammetto di non essere una persona lineare, e credo che lo si deduca anche dal mio modo di scrivere. tu nella tua analisi hai saputo mantenere –intatta– la mia natura sfaccettata– divelta. è vero, mi affascina *l’azzardo* dell’immobilità, la poltrona beckettiana, dove compiere voli obliqui. e il contatto con la realtà non può che essere *liminare*, dissonante, ed è proprio *lì* che amo restare a osservare, per ore, me stessa e chi mi circonda, in quel luogo *selvaggio*, dove luci e ombre trascendono il sogno della parola.
    un abbraccio,
    marta

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