Apocrifi italiani – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

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Marco Ercolani – Quaderno di apocrifi, 1

Non importa

Lettera di Dino Garrone (1904-1931) all’amico Berto Ricci.

26 giugno 1931, Parigi

Qui le cose precipitano, Berto. Cambierò casa per la ventesima volta. Devo arrendermi alla vita. Ma tu ascoltami. Non posso lasciare tutto così: lo capisci bene, sarebbe inumano. Centomila racconti mi stanno stipati in testa come un alveare, li sento tutti attaccati al cervello, sono lì lì per liberarsi. Ma io non avrò il tempo. Devi lavorare tu, per me. Promettimi che lo farai: non ti chiedo l’impossibile. Ti chiedo solo di entrare nella mia testa e di trascrivere tutto. Non sarà difficile: anche nella grotta più nera ci sono dei graffi da interpretare. Ecco: io sono questi graffi. Non lasciarmi in pace, finché sono ancora vivo. Entra dentro di me, Berto. Derubami di me. Tu, forse, hai qualche giorno in più per farlo. Usami, Berto. Siamo amici per niente? Lavora, scrivi, piega il tuo corpo a questa insana fatica, fallo per me. Ma come se non lo facessi solo per me. Entrami nelle vene. Io non ho alcun dubbio: non esisto quasi più. Ti lascio tutto lo spazio, Berto. Stendimi. Dipànami. Sfogliami.
La vita è diventata uno sbatter di teste, un patimento oscuro, infinito – un bere l’acqua nera. Io ho già bevuto e non ho più nulla da fare e da dire: fuggo dagli uomini, getto via la pelle, sparisco. Ora tocca al mondo: che giochi lui, una volta per tutte.
Cosa ti avevo chiesto ieri? Delle buste, mi pare, un po’ di carta intestata. Ma va là: lascia perdere. Non importa.
 
                                                                              Tuo Dino

 

Testamento

Ultime volontà del poeta siciliano Antonio Bruno (1891-1932).

Io, Antonio Bruno, nato a Biancavilla di Sicilia, gobbo dalla nascita, traduttore di Proust e Baudelaire, amico di Soffici e Picasso, seguace di Marinetti e fondatore del Picwick, io, Antonio Bruno, avendo scritto Fuochi di Bengala e deriso quell’idiota di Villaroel, io, traduttore di liriche cinesi e gravato di debiti vergognosi, amato da Campana e odiato da frotte di imbecilli, in pieno possesso delle mie facoltà mentali, avendo dissanguato il mio patrimonio fino all’osso, avendo cercato di abiurare il mio genio, io che mi sono reciso la vita dalle vene e sono sopravvissuto e ho seppellito viva l’anima in questo corpo che cammina, io che ho scritto la Serenata della bambola e i Canti nuziali di Maria d’Albavilla ad Antonio il Bruno all’alba della Terra Nuova, io che conosco la lingua suprema degli uccelli che volavano sui fiumi della Persia e dell’Arabia, io, Antonio Bruno, ormai investito di poteri soprannaturali, avendo divulgato sulla terra un nuovo Vangelo, essendo andato in giro per le vie di Catania a sfiorare le facce dei passanti con un geranio rosso, la Vergine Maria appollaiata come una colomba sulla mia spalla, avendo condannato folle intere, di notte e di giorno, ai tormenti dell’inferno, io, Antonio Bruno, in pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali, mi uccido nella notte fra il 28 e il 29 agosto 1932, all’età di quarantun anni, con settantadue compresse di barbiturico, in questa camera di cui non ricordo il numero, in questo albergo di cui non ricordo il nome, al centro della mia vera città, protetta dal misterioso elefante.

 

Lettera alla madre

Inedito di Lorenzo Calogero (1956).

Che dirti, mamma? Vent’anni di vita oscura, senza amici e senza complici; la dedizione disperata all’ossessione della poesia. Non è mai, credimi, frutto di illuminazione improvvisa; non è né scommessa né miracolo ma cosa intera, tessuto in tensione, come faccio a separare una poesia da un’altra, se non so districarmi da questo continuo stato di estasi? La mia idea dell’essere è tremore puro.
Come scriverti? Tu sei morta da otto mesi e io non mangio più. Bevo caffè neri, nerissimi e caldi, dove sciolgo Nembutal e Largactil. Fumo come un turco. Il mio orto é incolto e il cancelletto scricchiola. Ma tu non appari, non sorridi. Ricordi cosa diceva Sinisgalli di me?
Calogero è un uomo malato, fuori dalla vita organizzata. Mi scrive lettere lunghissime, fitte-fitte, che non riesco a leggere per intero. Mi cita cose complicate, mi descrive l’amore per la donna, in tutte le variazioni. E’ di nobile famiglia calabrese, proprietari terrieri, i fratelli sono avvocati, medici o farmacisti. Calogero è laureato in medicina. Ma non ha mai saputo esercitare. Soffre di patofobie, crede di avere la tisi o il cancro. Si è ritirato nel paese natale, Melicuccà, è stato in clinica per malattie nervose. Avrà dieci o quindicimila versi, ha pubblicato due libri enormi, cinquecento o seicento pagine l’uno, dice che ha altri cinque quaderni pronti. Bisognerebbe fargliele pubblicare. Non può vivere così abbandonato. Gli si deve qualcosa, a questo matto, non fosse per la furia mostruosa che ha nel costruire versi e nel dedicarsi totalmente alla poesia, la sua e quella degli altri…
Ricordi, mamma? Un portrait absolu. Peccato che sto per morire e non vedrò il mio Vero Libro, quello per cui darei il mondo, quello che non ho costruito in vita e che certo sarà pubblicato, me morto, e mi acclameranno e allora anch’io, giù sotto terra, non avrò più dubbi, mi chiamerò poeta, diranno che lo sono, io lo saprò, finalmente, bella-bellissima cosa…
Ma durerà a lungo tutto questo? Le mie poesie, saranno osannate dalla critica e dai poeti, ma il mio libro entrerà nella storia della letteratura? mi ricorderanno accanto agli Ungaretti, ai Luzi, ai Caproni, ai Campana? Mi sembra impossibile una consacrazione ufficiale. Tutto questo, che ancora non vedo, tripudio di elogi al povero Calogero, vate di Melicuccà, sarà l’ennesima beffa, il trionfo di un attimo, l’osanna di un secondo, tipo féérie da carnevale, e poi, dopo, anche il Libro postumo, come le mie poesie da vivo, sarà dimenticato, venduto a metà prezzo nelle bancarelle, usato come sostegno nei tavoli a tre gambe, mai più ristampato, e io non sarò mai niente, come é giusto, e continuerò a fluttuare sugli scaffali delle biblioteche, io, un vago aroma di caffè, un acre odore di nicotina, un volto di sbieco, la parlata strascicata, matto e distratto, le mani sudate, fantasma in attesa del prossimo ricovero.
Cosa è veramente vero, mamma? Io spogliato nudo, lavato dei pidocchi, internato, innamorato delle dolci infermiere, delle tenere Concette che mi bucano il sedere? O io, celebre poeta di Melicuccà, autore del capolavoro Come in dittici, studiato dai ragazzi nei banchi di scuola, nella storia della poesia, accanto a Ossi di seppia e Canti orfici? E’ la prima, la mia vera vita. E’ questo ciò che al massimo si ricorderà di me, e non le mie infinite, monotone, fluttuanti, incompiute, musicali poesie. Bei titoli, ricordi? Poco suonoMa questoCome in dittici
Non è stata una grande esperienza, mamma, quella che ho fatto della vita, ma se il mondo va in tal modo, era bene che accadesse così, che soffrissi tanto così, non potevo distruggere la mia vita subito-subito, senza che almeno si sapesse, dico, si sapesse qualcosa, non molto, ma qualcosina di chi ero…

 

L’osso della poesia

Lettera di Eugenio Montale a un’amica ignota (1958).

Cara Lisette,
mi hai detto che la mia prefazione a Canti Barocchi di Lucio Piccolo è molto bella. Forse te l’ho letta bene, questa notte. Ma forse questa non è tutta la verità.
Io sono andato a trovare Piccolo, a Capo d’Orlando. È un uomo originale. Dice di essere vivo per errore, ma che la sua vita è un osso troppo duro per i nostri denti e i nostri solventi. Ha divorato tutti i libri, ha messo il mondo en abîme, legge Heidegger in tedesco e Omero in greco, scrive poesie eccezionali e trattiene dalla vita quanto basta a durare perché le sue ossa spolpate, a Capo d’Orlando, restino di traverso alle belle banalità celestiali di cui mille poeti riempiranno i loro quaderni.
Io ho parlato con lui, abbiamo fumato due sigari e ho finto di essere me stesso: lui mi ha mostrato i suoi Canti Barocchi chiedendomi di fare una scelta e io l’ho fatta. Ho trovato un editore e ho scritto la prefazione. Le sue poesie, le hai lette anche tu. Ma c’è un piccolissimo dettaglio che a te, Lisette, mia amica di un’ora, mia femmina marsigliese, posso confessare, ma a nessuno dei miei amici intellettuali: le poesie che ho consigliato a Piccolo di pubblicare non erano le più belle. Su quelle, realmente eccezionali, ho simulato una certa indifferenza, come se non mi fossero piaciute. Lui ha capito la mia reticenza e, supponendo non fossero le migliori, non le ha pubblicate.
In tal modo, pur con l’ottima prefazione, pur avendo fatto conoscere Lucio Piccolo, pur essendomi salvato l’anima agli occhi del mondo, io sono, e resto, mia cara Lisette, uno stronzo invidioso. Ci voglio essere solo io, qui in Italia, con i denti ben attaccati all’osso della poesia, senza successori o avversari.

                                                                         Tuo Eugenio

 

La dolce vita

Appunti di Massimo Ferretti per il finale del romanzo Rodrigo (1962).

Finito di scrivere la terza lettera, la imbustò, come aveva fatto per le altre due. Poi si alzò in piedi e si avvicinò allo specchio. Si infilò la giacca, si annodò la cravatta. Si tastò la tasca destra, che sentì ben colma, e riempì quella sinistra con le tre lettere. Quindi ricoprì lo specchio, uscì di casa e camminò per circa mezz’ora sotto le volte dei vicoli. Prese una delle lettere, vi era scritto: “La vita è un soffio: respirala”, e la gettò contro il muro. Camminò senza fermarsi per oltre un’ora, senza incontrare nessuno. Prese la seconda lettera e la scagliò contro un portone, vi era scritto: “La vita ha un ritmo che i vivi ignorano”. Camminò ancora fino al vigneto. Durante il cammino abbandonò l’ultima lettera, le parole dicevano: “La vita è un dono degli dèi; pensala anche quando è impossibile; e se non puoi viverla, sògnala”. Poi tirò fuori il pacchetto dalla tasca destra: lo aprì, e slegò la rivoltella dalla carta marrone. Scese la scarpata e si fermò a metà, per non rotolare troppo in basso, dopo. Raggiunto il ciglio di un fossato, rise. Pensò a chi avrebbe raccolto le sue lettere mentre camminava nel bosco. “I miei lettori” – bisbigliò. Stava ancora ridendo quando si appoggiò la canna alla tempia ed esplose il colpo.

 

Un capolavoro conosciuto

Una lettera di Giorgio Mondadori a Stefano d’Arrigo (1975).

Caro D’Arrigo,
come vanno le tue emicranie? Ti ho portato le medicine da Milano, come mi hai chiesto. Il tuo romanzo? E’ appena uscito. Ovviamente é un successo. Trentamila copie subito, nelle maggiori città italiane. Mi chiedi se le recensioni all’Orca saranno entusiastiche, se saluteranno con entusiasmo il valore eccezionale del libro. Non so cosa risponderti. Chissà se l’Orca è un capolavoro da paragonare all’Ulisse di Joyce o una pizza informe, un polpettone senza capo né coda. Sì, ti ho stimolato a crearlo; ho instillato nel tuo spirito la convinzione di essere il grande genio all’opera, in procinto di sfornare il capolavoro della letteratura italiana di questa fine secolo. A me bastava che tu vivessi questa sensazione e che io la rendessi pubblica, così tutti avrebbero ansiosamente atteso la tua opera.
Ora Horcynus Orca è in tutte le librerie. Dividerà la critica, sconcerterà il pubblico. Era plausibile. Ma distinguiamo. Sono io, l’Editore, che ho firmato il mio capolavoro attraverso di te. Come? Con le medicine che ti mandavo mentre ti scoppiava la testa sul terzo capitolo, povero innocente! con i provvidenziali vaglia postali che ti hanno permesso di vivere mentre cercavi caparbiamente il finale! con le rare conversazioni in cui ti esortavo a scrivere e riscrivere e stare mille anni sulle parole, su quelle dette e quelle taciute! con le interviste in cui profetizzavo a celebri e mediocri giornalisti – la crème de la crème nella critica letteraria delle tirature – il Grande Libro. Non sono stato fermo un attimo, in questi anni. Sempre a soffiare nella brace del tuo chef-d’oeuvre, finché è diventato un bel fuoco. E ora mi ci scaldo, caro D’Arrigo, come tu non saprai fare. Mi chiedi, con l’affannosa incertezza dell’autore: sono riuscito a restituire alla scrittura la prodigiosa perfezione lessicale che inseguivo? sono arrivato a co-struire l’esaltante multilinguismo del’ultimo, definitivo Romanzo del Novecento Italiano?
Io dico: Horcynus Orca esiste, e tanto basta. È la regia dell’Orca il tema di cui parleranno e su cui si confronteranno critici e scrittori alla fine del millennio. È del mio capolavoro che resterà traccia negli anni futuri, non del tuo fittissimo, interminabile, bellissimo, illeggibile, gratuito, ridondante, joyciano Livre des vertiges!
In Sicilia c’è la mafia, non Moby Dick.

Un caro saluto alla famiglia

                                                            Tuo Giorgio Mondadori

 

EX

Monologo di Emilio Villa (1992).

Non mi sono mai fatto spedire quel quadro di Rothko, l’ho lasciata laggiù, quella macchia scarlatta e potente! mi chiama ancora, quel matto, ma come posso rispondere? Ieri a gettare colate di parole sul muro del foglio, in francese, accadico, semitico, lombardo, e oggi non posso neppure dire u, sono afasico, Villa afasico!!, che nemesi del cazzo, non serviva nessuna nemesi per un caso come il mio, lo ero anche prima, afasico, visto che nessuno ascoltava la mia rovinosa, incandescente frana di parole – come mi chiamava Duchamp? Villa-drome – ma adesso non mi muovo più, non faccio proprio niente, sto sepolto nelle mie rune, a dialogare con la mia mente, a scrivere nei lobi del cervello, a spremere dentro di me l’origine dei mondi, l’arcaico seme ancestrale, ma perché non ho mai giocato al posto di Meazza? (sempre riserva, dannazione!), sarebbe stato bello buttarsi nei campi, scoprire cifre, segni, alfabeti a pelo d’erba, a un passo dalla rete, fuggire e fuggire e non cercare rovine vulcaniche, ora l’origine me la vivo nel crogiuolo della mente, non posso più sprecarmi, sono chiuso a chiave nelle mie porte tebaiche, litania nella litania, scrittura cuneiforme di questo corpo che si ostina a respirare, io, riserva delle riserve, informe tesoro di scartafacci e scarabocchi, roba da saccheggiare senza chiedere il permesso – ma quale roba? una marmellata di petali di rose? un papiro egiziano? un arrosto fumante? una coda alla vaccinara? Le pietre mi parlano ancora, i sassi di Tot sono tutti qui, nelle panchine della mia vita pezzente – Contini ha già scritto di me? – non ho più casse né libri né vino, solo testi tagliuzzati, messi in acqua o fatti seccare, non ho niente, sono EX, ex-nessuno, ex-ciclope, ex-vivo, mi hanno tolto anche la lingua, io che srotolavo il sumerico e l’ebraico in una bicchierata sul Tevere. Non rutto più, è impressionante, da quanti anni è morto Roussel? dove dormo stanotte, nell’atelier di uno scultore o nella tana di un catalogo? Non me ne frega niente dell’afasia, io sono un classico! Si possono usare i pensieri come porpora fenicia, incenso di Ismaele, succo di carrube, saprò gettare il mio cervello a macchie sui manifesti, sui bidoni, nel firmamento, sono ancora un bufalo, un stomaco, una tromba, la pelle invisibile del mondo, li appenderei tutti, i miei lapilli, adesso, se potessi, i miei pensieri alla cima dei crepacci, là dove ride Palazzeschi, ma non ho più mani, non ho più voce, esisto ancora solo nel silenzio assoluto, faccio il tamburo muto, qui, ultimo sciamano di una tribù già scomparsa, che mi ha ficcato nella terra come ultimo totem – e voi siete gli stranieri da cui sarò sempre lontano. Eccomi, suonatemi, che sia percosso! fino all’osso della parola, fino al punto vivo della lingua morta, della mia lingua morta nel mio palato fermo, sasso di Tot, barbaro canto! – e Contini, dove scrive di me? – e di questa vita che non mi sale nemmeno alle labbra cosa farò fra un secondo, nell’altro millennio? Escathòn! Da qualche parte del Brasile c’è un vulcano spento. De la cabeza del loco quid hodie narratur?

 

***

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11 pensieri riguardo “Apocrifi italiani – di Marco Ercolani”

  1. Grazie, Francesco, della tua attenzione. I ritratti degli autori che “interpreto” mi commuovono proprio nel mosaico di foto che componi all’inizio dei testi. Foto strazianti e/o rivelatrici.
    Ciao, Marco

  2. ecco come “negare l’esistente e spiegare l’inesistente”. complimenti! quasi quasi ci credevo all’esistenza di questi ri-tratti di autori scomparsi, come carne dall’ossa o vino dal bicchiere o tutto il peso di un cilindro dalla testa

  3. Marco, ho scelto proprio quelle foto, fra tante, perché in ognuno di quei volti ho letto l’immagine esatta che emerge dai tuoi scritti: “straordinari”, tutti, come dice Alcor.

    Il “monologo” di Villa, per dire, è uno dei pezzi più belli che abbia mai letto *di*/su questo autore; la “lettera alla madre” di Calogero restituisce tutta la tragica grandezza di questo gigante dimenticato; e la “lettera” di Giorgio Mondadori…

    Un saluto e un grazie a voi.

    fm

  4. Grazie a te, Francesco. E a tutti voi. La mia autobiografia indiretta continua attraverso le voci altrui. Credo sempre che in ognuno di noi ci siano troppe anime, che un solo io non potrebbe sopportare.
    M.

  5. Grazie, Marco, per questa continuità di voci. Da qualche parte, forse, leggendoti-si, si rifletteranno in uno specchio.

    Ed è bello ciò che hai appena detto sulle troppe anime.

    un caro saluto a te e francesco

    jolanda

  6. Questi scritti sono semplicemente fantastici,Marco.
    Riguardo al fatto di sopportarle queste anime, credo sia più giusto dire che c’è una necessità di legittimarle, riconoscendole e accettandole…un problema si crea quando sono soprattutto gli altri a volerle ignorare con la razionalità. Le anime destabilizzano, molto meglio un bel Monumento all’IO, quello un modo per buttarlo giù si trova sempre.

    bravissimo
    grazie
    lisa

  7. Antonio Bruno è morto suicida
    Preciso che l’intero patrimonio letterario e di arte visiva
    è stato donato a Biancavilla dal poeta Alfio Fiorentino
    mio amico .
    Grazie per averlo ricordato

    MariaGrazia

  8. Avevo letto la notizia e la cosa mi fa piacere, sperando che quel lascito possa essere messo, con adeguate iniziative, a disposizione di tutti. Il “materiale”, stando almeno a quello che ho potuto capire, è di notevole interesse.

    Grazie a te per la conferma dell’avvenuta transizione.

    fm

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