Il libro dei doni – Capitolo VII, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Stefano MORETTI   Ivano FERMINI   Paolo RUFFILLI
Andrea PONSO   Ferruccio MASINI   Matteo POLETTI
Massimo SANNELLI   Davide RACCA   Michele MARINELLI

 

Il libro dei doni – Capitolo VII, 1

 


Stefano MORETTI
[da: Il quaderno degli aquiloni, 1987]

 

I.

Alti volavano gli aquiloni
nel cielo di un gruppo di baracche,
come guidati appena dalle correnti.

Solo a tratti, piccole braccia nere
s’alzavano sapienti, in solitaria corsa,
a rompere il silenzio delle lamiere.

 

II.

Insegna un’arte antica
a far volare gli aquiloni
– a Manaus c’è persino un campionato –
ma qui gli aquiloni sembrano alzarsi
da soli, sorretti e scagliati
da un cielo possente.

Sempre una mano esperta, invece,
guida il loro volo, li regge ai balzi,
agli schiaffi, alle impennate,
alle immobili corse.

Qui a sera, su queste giovani sponde
del mare, vengono i ragazzi
a lanciare alti voli con gesti fermi,
come riavvolgessero la tenda del cielo.
E con l’ultimo brandello di chiaro
sotto il braccio se ne vanno poi scalzi,
a continuare inconsapevoli
in altre loro antiche scienze.

Come nostrani immigrati
sulle transenne delle stazioni,
come rondini a sera,
certo, mi ricordano
ch’è cambiato il cielo
e identico son io,

ma in un loro sguardo,
in quest’orizzonte più grande
che fa meno dolorante anche me,
disperso nell’allegra malinconia
d’essermi perso, sento che qui
vivere non è un’arte
ma lasciarsi alle correnti.

In balia di tiepidi venti,
di dolci vortici, aduste vite
paiono tenute da fili che leggeri
le adunano nel ristoro di spiagge
lucenti, nei golfi sabbiosi che in alto
chiudono il grigio dei graniti roventi,
circonfusi d’oceanici vapori,
e il verde di freschi spioventi,
in scenari dove l’umana
azione graffia appena un incanto
da primo giorno della creazione

e le dividono a sera nella stanchezza
del tempo vano, senza stagioni,
per strettoie e scalette che affiancando
incuranti i ricchi caseggiati
salgono il morro verso la favela

o le assiepano ancora sui grigi treni
che portano all’afoso suburbio
– periferia d’una periferia, priva
anche della grazia del mare –
verso le cento stazioni tutte uguali,
con i cavalcavia e i muraglioni
dalle scritte cubitali, cancellate
e rifatte, d’un vecchio sciopero.

Ignare esistenze sparpaglia
l’improvviso buio della sera,
come aquiloni finito il volo.
Lontane dalla storia comune
e dal dominio del loro stesso giorno,
lasciano i dolci scenari con l’ombra
di un’animale tenerezza negli occhi.
Membra svuotate dal sole e dalla fame,
o da cento fatiche quotidiane
sufficienti appena a reiterare
il giornaliero miracolo e l’ordinaria fine,
se ne vanno nella notte senza spine
sospese solo al loro perpetuo sognare.

 

III.

Per non so quale amore,
per la solita pena,
salgo le traballanti scale di legno
– tipo saloon del far west –
di una povera boate, e stasera
è un tango dolciastro e sguaiato
ad investirmi, voce straniera
che sembra uscire da una nostrana
sagra di paese. Qui assiepata
una folla ondeggiante segue
incantata lo show caro ai travestiti
di mezzo mondo, ovunque risarciti
dalla favola torbida e fasulla
dell’attrice morta come una regina.

Toccato abbraccio con lo sguardo
tutta questa gente che allegra
si stringe ai sudati suoi sogni.
Solo in questa loro commozione,
nella caparbia e timida passione
della fantasia, ritrovo l’esotico,
come solo nel comune avvincersi
ai sogni che lievitano la realtà
resiste l’unità di un’America Latina
sfolgorante e ormai spossata.

Mi fermo anch’io, desideroso d’oblio,
per non ripartire mai più.
Ma l’allegria invidiata,
studiata con occhio fisso,
si disfa in smorfie che poco
hanno di gioioso: un volto
in festa diventa al mio sguardo
ammirato una bocca che sghignazza
sotto un occhio che potrebbe piangere.
E il movimento che ricostruisce
l’unità ripristina le distanze:
la realtà ricomposta, solare si chiude
nel suo semplice disegno, indecifrabile
alla mente che straniera cerca
di interpretare i destini,
a chi almanacca con cieca determinazione
– senza dolcezza, senza abbandono –
sui fili imbrogliati della ragione.

 

IV.

Le tempeste del tuo respiro!

Prima tiepide burrasche, folate,
dolci bonacce e silenzi sospesi
riempivano il mio orecchio
con un ritmo che calava nel sonno.
E come aquiloni tenuti da una mano ferma
i miei pensieri non s’allontanavano da noi.

Ora invece nel silenzio i fantasmi sinistri
dell’immaginazione lievitano in cieli bui.

Abbiamo ballato una canzone lenta
– appoggiavi la fronte alla mia guancia –
proprio come gli altri innamorati,
ma con più sapienza e facilità,
senza ritmo e abbandono
dovessero cedere uno all’altro.

Ci stringevamo contenti.
Ma anche nel momento della felicità,
come per il rassegnato capriccio dell’età,
sentivamo entrambi l’acido
di una perfezione sempre lontana.

Stanco di autobus notturni,
rapito a chi non t’aspettava,
ti ha colto un sonno indifferente.
E insieme scopriamo solo più
la condanna dei nostri sogni distanti.

 

IX. Samba per un ragazzo del suburbio

Vestirai il tuo costume sontuoso,
il bianco, l’argento, le piume trionfanti,
il gonnellino indio sulle cosce scure,
il mantello serico sulle spalle potenti,
divisa forse abbondante,
ma sfarzosa come non l’hanno posseduta
nemmeno gli antichi guerrieri.

Con trecento tamburi e diecimila compagni
– orgiastica e scompigliata falange –
sgolato arriverai all’Avenida dei sogni,
al magico teatro dove l’onda s’infrange
e un compagno piange, ma di felicità.

Tra ali di folla osannante, t’inoltrerai
danzando nei vortici di personaggi da favola
che come i colori di una trottola
poi sempre in uno, ruotando, si fondono.

Il suo sguardo incantato ti seguirà
per tutta la notte, fino a un’alba limacciosa
e spossata; finché vostri sarete,
come fu già di noi un tempo.

Ma l’indomani, quando il ricordo non sarà
che brace, fra tanta cenere
tu tornerai a sognare:

re d’una notte, chi potrà mai farti abdicare?

 

**********

 


Ivano FERMINI
[da: Nati incendio, 1990]

 

1.
stella polare

l’infanzia le farfalle mi uccisero gli occhi
forse come le pezze che piangono nel mezzo
perdendo l’accogliente ciclone
perché anche la poltiglia è semplice

la donna perfettamente tesa come per polvere
di un ragno spaventato dalla bocca
la fronte si è abbassata
fino all’assalto delle tenaglie
sono venuto qua
dico vado e vado a colpire quei pali
e nulla il tempo

 

2.
lilli

gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre
pensò la fanciulla
il sorriso e le cerca
ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro
le restò il cortile
io ero già in chiasso di chiusura
i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento
oltrepassarla con un po’ di sabbia
e bello il cuore la gonfiata d’acqua
non dà sorgente di sorta

allora
piano il libro che viene
nacquero in tasca
i vecchi parlano

prima
ma cosa vai nello stile
non è un occhio di bastone né la musica
esultando

finestre infine
o quando aria per descrivere al mignolo
se per lui il poeta sono sfebbrate
la mente in cui la pioggia per sempre per la strada
avanzerà in un gatto in un bel male

 

4.

c’è una bocca che apre passando
tu che li hai visti
arrestano un attimo la danza
li ha colpiti gelando
donne che la pietra dal fumo
erano incantate

 

5.
carnevale

all’orizzonte nemmeno
ero muto ma tenevi le perle
e si raccolgono intorno con un tuono
l’aquila piccola trasporterà gli stracci
mare
non ho sommato le onde
solo fuoco con gli occhi le lapidi
passando fra gli uomini
le lacrime con un gran saliscendi

 

6.

io non sento che macinate
aria e fragole
dentro il mio occhio
la confusione dei solchi
zeppi di ferro
al cono che li appende
nemmeno noi calpestavamo
il sorriso
che al pendolo
ritiravo nella mia pancia
una terra di morti
attentamente comincia ed è fuoco
più di – ebbe le mani staccate dal corpo –
non so le nuvole

 

7.
il grande libro

molti sono di neve ma prudenti
tutto ciò che è stroncato è perfetto
parole si è detto dicono
formandosi nell’acqua dentro di loro
si posano sul marmo
è la nuvola il reato il muro dei cinque capelli
non si è con la luce la bolla fa
non puoi più riassumere l’inverno tomba

 

8.
il cammino

arrivata fin qui
era la mosca che dorme con sé
tu del tuo volto facevi un pilastro
muovendo le mani
il fiore che risale la pace
l’eredità della notizia è forte
è immenso il fermarsi a dipingere
le cose che non verranno possono dirlo

 

9.
con l’amore

quando la neve giunge
come le palafitte degli occhi del nero degli occhi
le parole qualcosa volevano dire
la prima cosa intera
e la cenere in mille modi
raggiunge la tartaruga
la lascia coi fiori
nel tempo
nessuno nemmeno nulla ha visto

 

**********

 


Paolo RUFFILLI
[da: Camera oscura, 1992]

 

L’oggetto che si è
offerto all’obiettivo,
premuto e distaccato.
Messo a morte,
eppure lì sospeso
a tempo indefinito
disegnato, per assurdo,
nel suo essere proteso.
L’atto mancato.

 

*

 

Soubrette di avanspettacolo
di piccoli teatri
di quart’ordine
attenti più che all’arte
alle sue forme piene
dei vent’anni.

Del resto soddisfatta
del corpo che è
piaciuto. “Ho dato
e amato tanto,
ma ho anche avuto”.

 

*

 

Fattasi figlia
di suo figlio,
gli pesa in braccio
ora. Lo attorciglia.
Ridiventata piccola
ossuta e smunta,
eppure dilatata
su lui che è stato
il frutto amato
il campo e l’obiettivo
di una vita accanita
e solitaria.

Lei che si è
data a lavorare,
da sé asservita
ai suoi bisogni.
Diventata padrona
e sanguisuga: l’edera
che lo ha recinto
e consumato.

Ruga dopo ruga
ristretta, disseccata,
incartapecorita.

 

*

 

Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre,
suo malgrado, quello
che le si chiedeva.

Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.

Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che sperava
le restò impedito.

Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
al sogno di infinito.

 

*

 

Lui, che era stato
ardito e, poi, fascista
della prima ora.
Con un gruppo di amici
si vedeva, per vincere
la noia, a dividersi
l’Europa sulla carta.

Ammazzato con gli altri
sull’argine del fiume,
una mattina presto.
Scovato, dentro al cesto
con le piume d’oca,
sulle tracce della
figlia mentre gioca nel
cunicolo della cantina,
discesa e risalita
fino alla rovina.

 

*

 

Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
Mancato, a torto
– credevo – poco
o molto, all’appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che, colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.

Per me bambino
era diventato,
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.

 

*

 

Partito per il nord
della Germania,
a lavorare in fabbrica.
Si divertì, malgrado
le dieci ore e più
al giorno. In fondo,
sempre meno che
a restare a casa.
Venuto in simpatia
alla figlia del padrone,
capì, a un tratto, che
si poteva sistemare.

“E la mamma… e
io, allora. Che
fine avremmo fatto?”
La mia richiesta
disperata al nonno, cui
tornava a galla per
chissà quale ragione
quel ricordo.
“Ma… aveva una
testa da cavalla.”

 

*

 

L’estate, dopo pranzo,
chiuso nel terrazzo
a pianterreno.
Se non scappavo,
saliva a volte su
la Marcellina.
Morso sugoso, polpa
di pesca e frutto pieno.
Sdraiati in mezzo
ai vasi dei gerani.

O, all’erta e al buio
giù in cantina
sulle cassette della frutta,
a lei piaceva
tenere tra le mani
quello che pendeva.
A me, il gusto solo
di essere preso.
E l’idea che era ingiusto,
per me, e svantaggioso
che non avesse
il coso.

 

**********

 


Andrea PONSO
[da: Macchie, inedito, 2005]

 

C’è ancora una ghiacciaia, coperta di pietre oltre
la porta. Negli intestini dell’agnello coronarie
di timo, nella pelle il morso, e la trachea in fiamme:
conservarle per l’inverno – come il campo a
maggese, l’arnia ghiacciata nel bronzo dei favi,
l’odore d’acquavite nei soprabiti e nelle giacche.
Contare l’ecchimosi, la marginatura nei polpastrelli
quando passa la lingua calda della folgore. Poi
piegare con ordine fragile la farina dura delle pagine.

 

*

 

Sanno che il chiostro è aperto, come di domenica,
e ha un ventre di ghiaia. Scostano la vena
dalla piena, intravedono l’azzurro, la vigna,
il verderame. Dimenticano il coito buio, sul selciato,
da cani. Riposano nella calce, animali rapaci.

 

*

 

Tra le coperte della rimessa, con l’istrice giovane, i gattini
scampati all’annegamento. I telai, di legno, i vetri
fracassati dalla corrente – minuscoli ex voto, nel grembo
di tufo. Scarpe grosse, da fiera, e i calzini pesanti,
di lana invernale. Aveva rotto lo specchio d’acqua ghiacciata:
c’era stato il morso, il freddo, la faina. Qualcosa della carne,
non il grappolo seccato e duro della stagione.

 

*

 

I chiodi di garofano sbriciolati nel fazzoletto per chi chiede
riposo, dimenticanze, il brusio musicale dei favi. Ti sei alzato
e hai vomitato vicino alla siepe: una macchia, grumi di vino
e cereali. Hai custodito tutto questo tra le costole,
come una faina l’inguine elastico della selvatichezza, una fionda
nel corpo: l’aratura ruvida del ventre.

 

*

 

Tra la serra e l’ossido dei recinti, come a due passi
lo strappo soffice della selvaggina: così, ad ogni fronte
piegata nella luce dovrà accostarsi un retro idiomatico,
lo sporco dei dialetti. Accudire la cuccia dolce
di una lingua da concime – le terga insanguinate
della morte, il ventre folto delle nascite,
il selciato dei fossi.

 

*

 

Non conta il fresco dell’aria che smuove le tende:
ciò che si arrende ci appartiene, è nostro
nelle vene. La rosa che abbiamo sepolto rimane
alle sue oscure fioriture, al gesto del sangue
compreso e sparso nel profondo. Dicono si possa
morire in acque limpidissime e calme, quando
all’emorragia non si risponde.

 

*

 

Se almeno nel dorso ti tieni amico delle ombre e raccogli
nel palmo l’acqua scura dell’angelo – tieni le dita
chiuse a custodia del sangue – sai
che da secoli le costole di Francesco furono rifugio
ai favi, al ronzio sordo e dolcissimo delle vespe: e così
infittirsi a forza di piccoli morsi: sciogliersi, persi.

 

*

 

Non conosci, non tiene la tua selvatichezza: le chiazze
sul viso, la pazienza di essere tutto, calpestati e freschi
come foglie sulle giogaie, granelli di sasso, salici,
secche bruciate di fiume, articolazioni solide nelle mani,
i ramoscelli odorosi di timo sui portoni dei macelli.

 

**********

 


Ferruccio MASINI
[da: La mano tronca, 1975]

 

Mio giorno
che ti disseti nell’ombra tagliente del pietrisco
nella vertigine delle più alte torri
sei quel poco che mi fu concesso
per elevarmi fino alla mia statura
e scavare la terra e far crescere il grano
Gli anni che si distillano nei tuoi silenzi
sono un filo impalpabile a cui si sostiene il mare
la forma del vento la conchiglia sonora della tua piccola
eternità
finché un gesto imperioso tronca il grido e il lamento
la maledizione e il riso
Così tu mio giorno così inesistente e fugace
ti ricapitoli nello sguardo lungo del congedo
perché già Cloto porse lo stame
e Lachesi lo filò
e io devo percorrerti ancora una volta senza paura
come chi comincia un gioco
che lo vedrà perdente
e già si mette a parlare con la voce del suo nemico
Per questo mi lascio stringere dalle tue canzoni
ingannare dal crocicchio d’ombra delle favole
allentando le briglie del mio cavallo
che va a piacer suo nella notte

 

*

 

Nei venti aridi del mattino la parola fiorisce
che ancora non conosci mentre cammini
per breve tempo ancora nella luce
con le tue crudeltà e i tuoi misteri
con i tuoi ozii e la tua febbre
sazio come coloro che vivono
non mai sazio come le cime dei più alti rami
Quella parola non fu neppure taciuta
solo il ginepro ardente si consuma
per volontà di dire la vertigine lunga del mare
nei perdimenti dei voli sul filo dell’arenile
Vanamente tu credi di averla udita una volta
dalle labbra di quelle fanciulle
che al cuore cupo dell’alloro s’avvicinano dolci
come le piogge notturne al limite della pineta
Vanamente tu credi di averla perduta una volta
nel brusio di una lenta estate
quando ondeggia la conca del cielo
nel grano delle costellazioni

 

*

 

Respirare, tu invisibile poesia!
Perpetuamente per l’essere suo
d’uno spazio di mondi puro scambio. Contrappeso
ove ritmicamente accado.

Unica onda, di te
crescente mare io sono:
tu di tutti i possibili mari il più misurato –
incremento di spazio.

Di queste regioni di spazio quante
già erano dentro di me. Non pochi venti
son come figli miei.

Aria, mi riconosci tu, una volta colma ancora di mie contrade?

Tu, una volta levigata buccia,
rotondità e foglia di mie parole. (*)

(*) Rainer Maria Rilke, Atmen, du unsichtbares Gedicht (Die Sonette an Orpheus, II, 1)

 

*

 

Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte
Cresci amore nel tuo spasimo fino a raggiungermi
Io cresco fino a te e sono un antico spasimo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella
della notte. Non quella che mi hai bisbigliato
tra le labbra che non erano labbra
ma solo foglie che mordevano altre foglie
e rami e radici e voragini senza stelle
non quella che annienta il carcere della separazione
Perché nulla di noi era più separato Io ero tu e tu
eri me e nulla era separato. E la carne non era
separata dalla carne né il sangue dal sangue
né il tormento dal tormento
né l’agonia dell’erba dalla sete nera della falce
Con quel grido terribile ci siamo chiamati
quel grido della mescolanza
quando il nostro respiro non duplice ma uno
era il muggito del mare
che scrolla le mura del mondo
Ogni parola sarà condannata e riarsa ma non quella della notte
Non chiedermi chi sono – Io ero prima che la terra
si dividesse dal mare ero l’onda che ti esprime sul declivio
dell’autunno come il presagio della vertigine
Ho modellato il tuo fianco ho riempito fino al silenzio della morte
la musica del tuo corpo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte

 

*

 

Le stelle vogliono essere stelle
e dicono venite grandi testuggini d’oro sulle spalle del mare
le tuberose vogliono essere tuberose
trascinarti nei lenti meriggi fino agli archetti neri delle torri
dove ti curvi sul vuoto col peso delle nuvole.
Le mani vogliono essere mani
per l’aratro che spacca ossa di muli e tendini del demonio
e radici riarse nel ventre della terra.
Ma cosa vuoi essere tu
dice la banderuola alla fame dei comignoli.

I morti vogliono essere morti
per darti questo grano questo bacino verde di costellazioni
posso toccare le labbra del vento senza trovarne le voci
posso stringerli nella cenere senza toccarne le dita.
I giorni vogliono essere giorni
comete narrate dai pastori alle mandrie del tempo
vogliono esitare un poco sul precipizio delle stagioni
perché prima di darmi a loro chiuda gli occhi
come fai tu quando m’ascolti crescere
nel vento degli abbaini alla fame delle banderuole.

Il regno di un fanciullo vuol essere cembali d’estate
ingannevole argento del pietrisco che s’addormenta
ulivo gemente dolcezza che muore perché non muore
ma cosa vuoi essere tu
se non forma di bocca mescolata alla lingua degli spasimi
contro l’immacolato fuoco del peccato.
Prima che questa luce sfinisca
getto su te gli stormi radenti a volo sull’ultime case
che vogliono essere lance di sere abbattute
sulla bianca carne della notte.

 

*

 

morire mentre tocchi la rosa del vento
guardando scendere l’arco esile della luna
come una biscia argentea nella melma verde della notte
mentre la maschera d’aria trema appena e si torce
e l’isola addormentata risveglia gemme d’acqua
e qualcuno resta in attesa sollevando i remi
che il fruscio delle stelle s’ottenebri
e stilli il miele dai bugni

 

**********

 


Matteo POLETTI
[da: Quarta dimensione, inedito, 2008]

 

Traiettorie

Si allunga dietro la fiamma il collo sottile
della bottiglia e sembra mirare alla luce
il silenzio che nel vetro riflette l’inizio
di un’alba veloce, di un giorno
difficile da decifrare.
Ho aperto il libro a pagina venti
ma ci ho letto parole troppo complesse
e un profumo d’erba bagnata,
quei colori un po’ troppo vivaci
che la memoria fatica a inghiottire.
Nemmeno la musica oggi è la stessa
e la stanza è una scatola opaca, una lente
che non riesco a guardare:
non ho ancora imparato
che il tempo colpisce solo alle spalle.

 

*

 

Hai chiesto al tramonto una corda sottile,
un chiaro discrimine da superare
contando i passi come i bambini
quando segnano i giorni col dito
affidando il futuro a una scatola rossa
nera di ruggine o mangiata dal tempo.
Stampato tra i fili senza più forma
il ragno paziente attende da un anno,
la croce sul dorso è un fossile strano
che stona e distorce lo sguardo
come il sole quando rotola in mare,
quel mare in cui il verde è un invito
a calare ogni carta segreta
alternando il lancio alla presa,
il silenzio a parole che pesano troppo.

 

*

 

Lo sai, non sono mai stato capace
di leggere dietro i cristalli e le foglie,
mi manca l’appiglio di chi non conosce
il peso del tempo che cambia, la risposta
sbagliata, la parola mancante.

 

*

 

Ho sbagliato misura e dosaggio, ora mi è chiaro
che è facile avvolgere il tempo nelle parole,
sciogliere il nodo che lega pensiero ed immagine
senza perdere il sonno e il senso del vero.
È questa la corda che vibra dietro le facce tirate
di chi apre le gambe e non riesce a vedere,
di chi vive nascosto e non lo capisce.

 

*

 

Non dar retta agli occhi che stanno in silenzio
annodando pensieri e discorsi senza una trama,
senza che il lampo possa colpire
il secondo prestabilito, il battito unisono
di un’immagine e dell’ombra che la rincorre.
Una domanda sbagliata, è questo che resta
a chi cerca dove sa di trovare la tomba
di ciò che nato da poco veloce gli sfugge –
lo si nota sui volti che passano senza fermarsi,
perché una sosta significa perdersi
e non servono i fili tirati nel buio, ogni cosa
ritorna e ci passa davanti, prima o poi tutto
si ferma e si specchia nei riflessi tracciati
di fretta, senza troppo badare ai particolari.

 

Quarta dimensione

Arriverà l’ora, il giorno, lo sguardo,
torneranno parole sepolte e la terra
plasmata per noi a coprire di nuovo
ogni domanda lasciata sfiorire
nel dubbio – ci sarà dato uno spazio,
un tempo da seminare, magari
un’immagine cara da ricordare
in silenzio come quelle dei morti
o di qualcuno che vive lontano
e nei sogni ci parla, ci invita
a seguire una voce, un saluto
appeso a un biglietto ormai senza colore.
Sarà solo un istante: il batticuore,
la meraviglia e lo stupore, il senso
ripiegato nell’attesa, la scoperta
della lettera mancante,
il sentiero ritrovato.

 

*

 

Strada Nuova è la Mecca di chi il tempo lo ricama,
di chi vive negli specchi e se ne vanta.
Le ragazze in tinta unita, con la faccia preimpostata
stanno appese alle vetrine mendicando
qualche sguardo da bagnare in un Negroni,
nell’invidia che s’insinua fra le gonne,
fra le occhiate a testa bassa di chi passa
e per paura non si ferma.
Negli specchi io ci sto stretto, non ci trovo
gli argomenti e le conversazioni, il suono delle cose
si fa stridulo e discorde come il tempo che ho ingoiato
e tintinna nelle tasche, batte i piedi e fa rumore
un rumore che ricorda, segna a dito ed ammonisce.

 

*

 

Ci sono giorni che hanno il suono stanco di parole
lette su due lati, vanno e vengono e le sillabe
hanno accenti definiti dal susseguirsi degli eventi,
sono rime che noi stessi nascondiamo con l’inganno,
il respiro regolare di giornate che temiamo di cambiare.
Fosse il ritmo la chiave di lettura di una vita,
troppo spesso ricadremmo nella conta dei ricordi,
così netti e cadenzati da scadere in ritornelli
che rimbalzano in un vuoto che spaventa, l’imprevisto
da evitare ed inseguire senza sosta, come un salto
a fine verso in cui non torna la chiusura del concetto.

 

**********

 


Massimo SANNELLI
[da: Su un io colonna (da Emily Dickinson), 2006]

 

Di’ tutto il vero, dillo obliquo –
Il trionfo è nel cerchio –
Troppo splendore per la nostra
Gioia – fioca –
La sorpresa superba
Del vero – è come il fulmine
E’ ai bambini

Facilitato da parole umane:
O il vero abbaglia, piano,
O acceca il mondo –

 

*

 

Ecco la fine muta
Di tutta la Speranza:
A me veniva l’Alba
Colorata: oggi vola
Ad una morte aspra.

Non si apriva Germoglio
Più ardito sullo Stelo;
Né Verme fu più atroce
Nel ferire Radice,
Che era tanto solida.

 

*

 

Tra le Vite create
Ne ho eletto Una.
Quando il Senso dal Cuore
Si scioglierà, bruciato il Sotterfugio –
Ed è e fu appariranno nomi
Nudi, ed anche il corto Teatro nel Corpo
Volerà – la Sabbia vola – e l’Uomo
Esibirà la sua Fronte di Re,
Finita la Nebbia ora –

Guardate l’Atomo,
Che Io eleggo
Sopra ogni Creta!

 

*

 

Ci incontrammo Scintille – Divergenti
Selci scagliate in direzioni varie –
Ci separammo e il Cuore della Selce
Sembrò diviso a filo dalla Scure –

La luce che portammo ci sostenne
Prima che Noi soffrissimo la notte –
Forse la Selce arriva fino ad Oggi –
Per la nostra Scintilla.

 

*

 

Ecco il mio testo al Mondo
Che a me non ha mai scritto –
Le notizie normali
Che la Natura dice
Con la Maestà tenera.

Questo Messaggio vola
A Mani che non vedo –
Per il Suo amore – dolci
Fratelli – giudicateMi –
Voi con indulgenza.

 

*

 

Molta Follia è il Senno più divino –
A un Occhio che comprende –
Molto Senno – è la Follia più chiara –
Così la Maggioranza
Vince anche qui, e in tutto –
Se dici sì – sei savio –
Se dici no – tu sei –
L’avversario legato con Catena –

 

*

 

Nessuna vita è tonda,
Tranne le vite piccole –
Che – tendono a una sfera
E brillano e sfioriscono –
Il frutto delle grandi
Matura tardi – Durano
Le Estati delle Esperidi.

 

*

 

Monologo, dallo Pseudo-Dionigi (2008)

1.
Questa radice non urla nei sensi.

Non ha figura e forma,
né qualità né quantità né peso;
non sta in un luogo. Sfugge
ai sensi; non si sente
e non sente; non soffre
il peso appassionato
del corpo: non la illude
la vita della mente.
Non è mai senza luce:
non vede mutazione, distruzione
e contrasto, miseria o privazione
e rinuncia.

Ecco l’inizio alto
e pienamente nudo,
che non nega e non lotta.

 

2.

La causa non è anima e giudizio;
non ha anima e giudizio;
non ha immaginazione né opinione,
né numero né ordine e statura,
né uguaglianza né disuguaglianza,
né somiglianza né diversità;
è immobile e non mossa.
Non è attiva né fragile.

Né è potenza né è luce;
non vive e non è vita;
non è tempo. La mente
non la tocca; non è

né verità né scienza,
né dominio di re,
né sapienza né uno:
né unità né Dio.

 

**********

 


Davide RACCA
[da: Vincent, poema su Van Gogh, 2006]

 

2

Girotondi di nuvole e raffiche di vento
dal promontorio. Falci taglienti al di là
dell’orzo recidono l’azzurro secco
del destino. Con una lingua solitaria
il cuore selvatico tira su clavicole
di pioppi… insegue vortici di grano…

 

17

Nel passaggio tempestivo al meridione
schiariva il mare delle visioni. Accendeva
il sole – dopo aver parlato a lungo con la
luna. – Macinava campi sotto le suole
del pomeriggio…

Il peggio che poteva capitare era incontrare
se stessi sul ciglio della depressione. Molte
volte il letto ospitava lunghe discussioni
d’arte… se contrario alle sue convinzioni
si offendeva e si rialzava…

Tornava alle maree, che vanno e vengono,
cambiano colore, ma restano sempre
la stessa cosa e della stessa idea.

 

22

Aver in mente esattamente questo… questo
esatto sentiero. Ti siedi al Caffè notturno,
ordini alle occhiaie tese dello sguardo
(a tratti concentrato al millimetro, a tratti
astratto) di perforare i respiri.

Chiedi il tempo, di uno sviluppo, il minimo,
per un altro tempo… insensata-mente.

 

23

La gioia di vivere è un attimo,
il pagamento della pigione pure.
L’eternità è un’altra cosa. Oggi,
domani, se qualcosa va storto
dopodomani, avremo finito
di fare conti, spedire lettere.

Vale la pena di strappare qualcosa
a un fratello o a una Banca

E quando il danaro dovesse cessare
sarà ben pagato il rischio di una gioia?

 

24

Lo zigomo è sbilenco come il tetto, l’iris,
la luna… Niente di calibrato, centrato,
perfetto. Le setole del pennello si imbevono
nelle afasie del cervello (e di una cosa
si perdono le tracce). Così, un luogo
con indirizzo o recapito postale –
non ha targhe, numeri civici a cui recapitare
le nostre lettere morte.

 

30

Le scarpe, rovine di un altro tempo,
monumenti poggiati sul marmo freddo.
La sedia dipinta col giallo del grano
chiama la falce che accumula il lavoro
dei campi… Per la camera graffiata
si sentono colori d’orzo frusciare.

 

42

Dal volto insanguinato, dal sangue rosso
degli occhi… Dal cappello di spaventapasseri
nello spazio crivellato di chiodi, guardi fuori
della bestemmia con un’aria di flagellazione.

Nell’assenza che strappa l’orecchio destro
da quello sinistro, la passione dona a una donna
un amore banale – e l’abbraccio di una croce
senza nome.

 

52

Notte obliqua sulla schiena. Notte
con dodici candele più una sulla testa,
col torcicollo, il freddo nelle ossa.
Candida e terribile, desolante notte…
Neanche questa è una terra promessa,
un luogo d’amore… ma qualcosa di acuto.

Il rumore è quello di sempre – di cicale,
frusci d’erba e di stelle. Nelle orecchie
sentisti vociare il cielo dei poveri.

 

55

Appena notte. Fuori il cielo con le stelle
appese sul lungofiume ha una forza elettrica.
Niente di naturale o rassicurante. Troppo
blu di Prussia, troppo sintetico… da rifare!

È mezzanotte, le lampadine ancora tutte
accese. Due passanti si dirigono timorosi
nell’oscurità del fondo… Si accendono
a pochi passi dal cosmo.

 

65

La vita scritta nelle lettere
non è quella taciuta vivendola.
Non scrivi lettere per esperienza
o ragione. Scrivi perché sei
in una stanza angusta – perché
le visioni squallide hanno bisogno
di parole chiare – per chiedere
dei soldi, e perché è più facile
pulirsi l’anima scrivendola.

Scrivi per non restare solo,
pericolosamente solo,
con la tua figura – in piedi
davanti al tuo letto.

 

**********

 


Michele MARINELLI
[da: Di precise parole, 2008]

 

Discorso formale,
Il soldato sulla tavola
Incrocia le gambe,
Fuma la pipa.

Dov’è arrivata la nazione
O figlio di sellaio!

Che Dio ci perdoni.

 

*

 

Dogma

Noi siamo soli
Isolati nel mondo,
Noi non conosciamo nessuno.
Non ci hanno insegnato
Il dialogo, e noi
Non lo sappiamo insegnare.

 

Strength

Mia presenza
Lunga notte
Forza e attenzione
Pioggia fuori
Così sia così non sia
P R E S E N Z A
Chiedo a me
E un cappello strano.

 

Multiforme

Giravolta curiosa d’ambra
Traspare, di occhi
Rinascere al profondo cielo.

Lo stellato circonda
Sentieri di marmo
Dove sempre m’attrae
Lucertola inviolata.

Notte semplice, multiforme,
Sapevamo infinito d’abbracci,
Intatto il giorno
Di morte indolore.

Il cerchio che non chiama
Il passo svanisce.
Belle mani di chi non sa
Con che occhi guardare.

 

Germogli

Stelle deste,
In veglia e sonnolenza
Varco da solo
Un confine spoglio, pungente.

Nel segreto girare di nuvole
Anelli d’acqua mi salvano,
Mi salvano germogli
Protetti con voci d’inverno.

 

Modulazione (2007-2008, inedito)

La vasta
Osservanza nel
Tempo debole

Ripetere – lineare – l’arte.

Intuito necessario [ora]
oggi, l’io, nel bianco, qui.

L’insolito che è giorno e non
lotta col giorno.

Nel dire, faccio – non: si fa –
Vita: l’uscita di
Parole. Parola
ossigeno.

 

Samatha

Immediata vigorosa
Guardami
Imparare dall’albero
Il silenzio, trafitto
Da sé da noi insegna
Chi sa fermare.

Il passo
Rallenta
Le stagioni
E l’erba
Attraversa.

 

*

Verità interrogativa diserta
minore
potenza,

la conferma del giorno, di

voci oggetto – suoni oggetto –
strumenti | preparati |
lasciati – sia visto – cadere.

Perché – vedi – torna,

ritorna
l’idea del suolo.

 

**********

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7 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VII, 1”

  1. Francesco, sempre grazie per questi doni. Un capitolo da leggere, rileggere e meditare in tutta umiltà.

    un abbraccio
    jolanda

  2. stasera porto con me questa:

    Nel passaggio tempestivo al meridione
    schiariva il mare delle visioni. Accendeva
    il sole – dopo aver parlato a lungo con la
    luna. – Macinava campi sotto le suole
    del pomeriggio…

    Il peggio che poteva capitare era incontrare
    se stessi sul ciglio della depressione. Molte
    volte il letto ospitava lunghe discussioni
    d’arte… se contrario alle sue convinzioni
    si offendeva e si rialzava…

    Tornava alle maree, che vanno e vengono,
    cambiano colore, ma restano sempre
    la stessa cosa e della stessa idea.

    … ma sono tutte da “rubare”.

    bravi tutti e grazie per la compagnia dei vostri pensieri in parole.

  3. Imbarazzo della scelta.Meraviglie da occhi aperti verso la luce.Tutti bravi ma Emily è Emily è.In cima.Marlene ringrazia per le giuste scelte

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