Caro Jack: con amore e squallore – di Lisa Sammarco

[LISA SAMMARCO]

afterlorca

Caro Jack,

Delle tue poesie mi ha colpito, in particolare, la raccolta “After Lorca”. In essa affronti tematiche che non sono proprie solo della poesia, ma riguardano la scrittura tutta, e non solo. Con “After Lorca”, fai un’incisione in ciò che l’uomo è e il comunicare: il linguaggio, il rapporto significato-significante, la trappola della retorica, lo scollamento fra realtà e finzione che crea infinite finte realtà e altrettante reali finzioni, la barriera di cui la scrittura stessa si circonda isolandosi in se stessa… Questa tua ricerca critica non ha la struttura tipica del saggio teorico, ma è composta di poesie e appassionate lettere a Lorca, a cui addirittura fai scrivere l’introduzione con tanto di firma, luogo (davvero brillante quell’Outside Granada) e data (October 1957), cioè quando Lorca era già morto da moltissimi anni.
Tu avresti voluto una poesia viva e in continuo movimento fra una lingua e un’altra, magari che ne inventasse altre nel tragitto, una poesia in cui un poeta si travasasse in un altro in una sorta di versamento fra vasi comunicanti.
Avrei voluto condividere queste mie letture ma non avrebbe avuto senso, non in questo modo, non nella semplice traduzione dei testi, non nell’asettico e perfetto succedersi di pagine virtuali. A te non sarebbe piaciuto, non a te che sentivi forte il martellamento di quelle onde radio della vita vera di cui la parola e, dunque, la poesia dovrebbero farsi carico, affinché possano scavalcare la condizione della poesia stessa, della parola chiusa nella sua semplice idea, nell’astrattismo dell’immagine. In una delle tue lettere di “After Lorca” infatti scrivi:

Caro Lorca,
mi piacerebbe che le poesie contenessero in sé gli oggetti reali. Che il limone fosse un limone che il lettore possa tagliare o spremere o assaggiare – un vero limone, come un giornale in un collage è un vero giornale. Io vorrei che la luna nelle mie poesie fosse una vera luna, una che possa essere all’improvviso coperta da una nuvola che non c’entra niente con la poesia – una luna totalmente indipendente dall’immagine. Mi piacerebbe puntare il dito verso la realtà, fare un poema che non ha suono dentro di sé ma il puntare di un dito. […]

In questi giorni ho accettato di occuparmi, in agosto e per una settimana o poco più, di un piccolo laboratorio di poesia per ragazzi in un paesino in Sardegna. Ha dell’assurdo tanto che la richiesta sia stata fatta proprio a me, quanto il fatto che io abbia accettato quest’incarico, lo ammetto, con una buona dose d’incoscienza.
Cosa posso dire io della poesia, a questi ragazzi?

C’è un racconto di Salinger contenuto in “Nove racconti” che ho riletto recentemente e che considero fra i più belli: Per Esmè: con amore e squallore, in cui il triangolo scrittore-scrittura-lettore e tutti i possibili modi in cui essi s’intersecano, si svelano in un brevissimo passo.
E’ il momento della partenza di Esmè e la bimba rammenta al suo amico sergente X la promessa che lui le ha fatto di scrivere un racconto per lei.

[…] Lei annuì. – Lo scriva molto squallido e commovente, – suggerì. – Ha qualche conoscenza lei dello squallore? […]

Lo scorso mese con alcuni amici milanesi sono andata ad un reading di poesia. Non ricordo assolutamente il nome della poetessa né un solo verso delle poesie che ha recitato. Ricordo però il modo in cui scandiva i versi, l’impostazione della sua voce, la sua postura, il modo in cui sfogliava le pagine dei suoi vari libri per cercare quella che intendeva declamare, l’aura di cui le circondava nelle brevi introduzioni che le precedevano, e d’intorno il silenzio che, di tanto in tanto, cercava qualche via di fuga in qualche rumore.
C’era tutto quello che appartiene all’idea di poesia, tranne la poesia. Non c’era lo squallore che avrebbe voluto Esmè. Non nella poesia, ma c’era nella realtà in cui cercava di compiersi senza riuscirci; e invece in quel momento l’unica poesia da fare, anche se non ne ero consapevole, avrebbe dovuto contenere l’oggetto reale, e cioè noi, le piccole sedie, le nostre esistenze trascinate fino a lì ognuna per una sua immobile e silenziosa ragione, la poetessa e le sue poesie di plastica, le loro strane vocali che pungevano l’aria in un suono che non apparteneva a niente.
L’oggetto reale era rimasto fuori dalla poesia, così come lo squallore della realtà, e fra poesia e realtà non vi era nessuna connessione, nessuna comunicazione. Prima che il reading finisse siamo andati via.
Nel testo di Salinger, quando Esmé chiede che il racconto sia “molto squallido e commovente”, sta facendo una richiesta ben precisa. Poche pagine prima, infatti, quando il sergente X le dice di considerarsi uno scrittore di racconti di professione, e cerca di rispondere nel solito modo in cui gli scrittori non sanno rispondere con un sì o un no, alla domanda che lei poi gli rivolge, […] -Pubblicato? – chiese.[…] prima che lui possa formulare una risposta, lei lo interrompe per dirgli […] Mio padre scriveva benissimo, – … – Ho tenuto molte sue lettere; per i posteri. […]
Lei vuole un racconto in cui possa mettere il dito, che sia non l’immagine della realtà, ma realtà, la stessa che è contenuta in una lettera fra padre e figlia. Il suo non è un semplice e banale suggerimento, è un’indicazione, la chiave della scrittura. Lo squallore della realtà è nella sua mancanza di straordinarietà. Esmé non vuole una realtà contraffatta dalla scrittura, la vuole priva d’illusioni e aspettative, perché la sua innocenza le impedisce di riconoscerla come tale e di riconoscersi in essa.

Prendiamo l’amore, ad esempio.
Qualche giorno fa mia figlia si lamentava di essere stata svegliata alle tre di notte dalla telefonata fatta dal ragazzo alla sorella maggiore, la quale era in procinto di partire molto presto l’indomani. – Ma ti pare che uno chiama alle tre, – mi ha detto, aggiungendo subito dopo e prima che io potessi dire qualcosa – e poi, secondo me, solo perché si scocciava di svegliarsi presto per salutarla alle sei -.
L’amore solo se detto così è molto commovente e squallido, ed è reale.
La realtà è questo, la vita è questo, e scrivere non può essere che questo. Spietatamente reale.
Ma occorre una certa innocenza per scrivere lo squallore, e anche per leggerlo o per riuscire ad ascoltarlo senza che ci prenda la voglia di girare le spalle e andare via, ci vuole innocenza per poter evitare di renderlo quasi un evento temporaneo, un evento in cui si è stati coinvolti per caso, per destino, deponendolo così dalla sua realtà dell’istante.

Credo che sia questa la sola cosa della poesia che potrei dire una volta lì, in Sardegna: siate semplicemente spietatamente commoventi e squallidi, senza rincorrere e attuare strategie che rendano la realtà e la poesia più o meno commoventi, più o meno squallide, e forse avrete scritto qualcosa che valeva la pena scrivere; e poi auguratevi di trovare nel vostro lettore la vostra stessa innocenza.
Non credo sia un caso se Salinger sceglie di concludere il racconto proprio nel momento in cui il protagonista si abbandona al sonno.
[…] Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e sta’ sicura che ha sempre almeno una probabilità di ridiventare un uomo con tutte le sue fac… con tutte le sue f-a-c-o-l-t-à intatte.]
Quando ci addormentiamo ci arrendiamo alla realtà, dismettiamo ogni strategia, chiunque si trovasse a cogliere questo momento ci vedrebbe come siamo.
Ma forse, Jack, questo è ciò che avviene in un altro universo.
In questo altro universo la poetessa avrebbe chiuso i suoi libri e avrebbe fatto, guardandoci dritto negli occhi, la poesia che c’era.

Voi, le piccole sedie,
le vostre esistenze trascinate fin qui
ognuna per una sua silenziosa e immobile ragione
io stessa, e le mie poesie di plastica
e le strane vocali che pungono l’aria
fuori da ogni lingua reale

Forse l’avremmo ascoltata e non ci saremmo alzati per andare via, ognuno per le proprie ragioni, e convinti che fossero le sole ad essere abbastanza commoventi e squallide da essere reali.
Forse è stato questo uno dei motivi che ha spinto Salinger a ritirarsi nell’ombra, arrendendosi all’evidenza che quest’innocenza di essere nel reale vacilla e a volte cede agli assalti, alle intrusioni trasformandosi in merce di scambio più o meno mistificata. In una lettera successiva di “After Lorca” tu scrivi:

Caro Lorca,
La solitudine è necessaria alla poesia pura. Quando qualcuno s’introduce nella vita del poeta (e ogni fuggevole contatto personale, che sia nel letto o nel cuore, è un’intrusione) lui perde il suo equilibrio per un momento, scivola in ciò che è, usa la sua poesia come qualcuno userebbe il denaro o la simpatia. La persona che scrive poesia emerge, prova a farlo, come un paguro dal suo guscio. Il poeta cessa di essere un uomo morto.

Il poeta, lo scrittore, dovrebbe cessare di essere un uomo morto o prigioniero della realtà della sua scrittura, la quale fa di questa e di se stesso un oggetto-soggetto non reale che taglia fuori ogni possibile comunicazione.
Scrive Borges in “Un sogno”:

In un posto desertico in Iran c’è una torre di pietra non molto alta che non ha né porta né finestra. Nell’unica stanza (dal pavimento sporco e a forma di cerchio) c’è un tavolo di legno e una panca. In quella cella circolare, un uomo che mi somiglia sta scrivendo con un alfabeto che non posso comprendere una lunga poesia su un uomo che in un’altra cella circolare sta scrivendo una poesia su un uomo che in un’altra cella circolare… Il processo non finisce mai e nessuno sarà capace di leggere quello che i prigionieri scrivono.

Ma forse, Jack, anche uscire dal sogno di se stessi per calarsi nell’abbandono della realtà, quello che fa di un uomo, un uomo con “almeno una probabilità di ridiventare un uomo con tutte le sue fac… con tutte le sue f-a-c-o-l-t-à intatte”, appartiene ad un altro universo.

Cancellando gli spam che ogni tanto sfuggono al blocco, notavo che negli oggetti delle e-mail, quelli che dovrebbero indurre ad aprire la posta, sostanzialmente si promettono due cose: grandi prestazioni sessuali e facili guadagni, come se l’essere umano potesse misurarsi solo con questi due parametri, e se sono stati scelti come specchietto per le allodole non sarà certo un caso.
Forse è per questo che mi commuovo fino alle lacrime ogni volta che rileggo l’ultima lettera che scrivi a Lorca. Penso che se tu fossi ancora vivo e avessi presumibilmente un indirizzo e-mail, forse un blog, o soltanto cessassi di essere un uomo morto, ti troveresti a constatare che in fondo l’unico senso che cerchiamo non è quello contenuto nella parola, ma semplicemente quello che c’è in un po’ di soldi e un po’ di sesso.
Con amore e squallore,
Lisa

Caro Lorca

Questa è l’ultima lettera. Il legame fra noi, che era andato svanendo con l’estate, è ora infine rotto. Io consegno rabbia e delusione alle cose della mia vita e tu ritorni, immateriale e contagioso spirito, alla pagina stampata. E’ finita, questa intima comunione col fantasma di García Lorca, e mi stupisco ora che sia stata possibile.
Era un gioco, ho gridato a me stesso. Un gioco. Non ci sono angeli, fantasmi, o perfino ombre. Era un gioco di seduzione fatto di estate e libertà e il bisogno di una poesia che vorrebbe essere più che l’espressione dei miei odi e desideri. Era un gioco come gli spettri di Yeats o il serafino asessuato di Blake.
Tuttavia c’è stato. Le poesie sono lì, memoria non di una visione ma di una specie di amicizia casuale con un fantasma non drammatico che occasionalmente ha guardato attraverso i miei occhi e mi ha parlato sottovoce, non più importante dei miei amici, ma che ora acquista un differente livello di realtà nel suo mancare. Oggi, solo con me stesso, è come aver perso un paio di occhi e un amante.
Ciò che è reale, suppongo, resisterà. Il giocatore di scacchi di Poe non aveva del meno miracoloso per aver dentro un uomo vero, e quando l’uomo è partito, i giochi che aveva giocato non erano meno meravigliosi. L’analogia è falsa, naturalmente, ma essa contiene sia una promessa che un monito per ognuno di noi.
E’ Ottobre ora. L’estate è finita. Quasi ogni traccia dei mesi che hanno prodotto queste poesie è stata cancellata. Solo chiarimenti sono possibili, solo rimpianti.
Dire addio ad un fantasma è più definitivo che dire addio ad un amante. Perfino la morte ritorna, ma un fantasma, un tempo amato, partendo non riapparirà mai più.

                                         Con amore,
                                                         Jack

***

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12 pensieri riguardo “Caro Jack: con amore e squallore – di Lisa Sammarco”

  1. semplicemente bellissima. se si insegnasse così la poesia, la letteratura, la vita. si conquisterebbe tutta una umanità, in coscienza e esperienza del mondo. Brava davvero.

  2. Sono d’accordo con te, Manuel: un pezzo bellissimo, fuori da qualsiasi cornice retorica, che ci investe tutti con la profondissima semplicità delle sue note: che risuonano a lungo, molto a lungo. Un pezzo che ruota, poi, intorno a una figura di grande poeta, praticamente sconosciuto o quasi da noi, ma che Lisa ci farà conoscere prossimamente più da vicino.

    fm

  3. Francesco, Manuel grazie ad entrambi.
    a manuel vorrei aggiungere che la familiarità che mi era data dal suo nome attraverso i commenti si è arricchita ulteriormente con la lettura delle sue bellissime poesie.
    domani saranno 40 anni dallo sbarco sulla luna, ma viene da pensare che c’è così tanto ancora da scoprire qui, in ogni singola persona che si potrebbe tranquillamente fare a meno della necessità di andare oltre questo sasso chiamato Terra.
    bravo manuel.
    ancora un po’ di pazienza francesco ( ho un over-booking in casa :-)) e ti manderò i testi.

    grazie ancora
    lisa

  4. Lisa, non preoccuparti del tempo che occorre, fai con calma, il mio era solo un trailer, una notizia in anteprima, visto anche l’interesse che il nome Spicer ha suscitato.

    Ciao.

    fm

  5. Carissima Lisa, quando Francesco, in un post precedente, aveva annunciato questo tuo lavoro, sapevo già che non sarei rimasta delusa.

    Hai scritto pagine davvero belle e significative e la scelta della doppia epistola, io amo molto l’epistolario, me le rende molto care.
    Questo approccio con persone che non possono rispondere se non nella conoscenza che abbiamo di loro e che, nella memoria, ce li rende vivi e quindi in grado anche di dare risposte, è condotto con una semplicità disarmante, la semplicità di chi sa dare alla parola una connotazione alta, e questo non appartiene a molti.

    Inutile dirti che ho apprezzato ogni virgola e che sono rimasta molto colpita dalla tua riflessione sull’innocenza e sulle poesie di plastica, sul ruolo che la parola deve avere in ambito creativo.
    E se proprio la poesia non può contenere quel limone come oggetto reale, che almeno il lettore ne possa sentire la fragranza!

    ti abbraccio forte assieme a Francesco

    jolanda

  6. spietatamente commoventi e squallidi… ossia fate che chi ascolta si muova verso di voi (come la poesia vi muove) nelle (vostre) tenebre… potrebbe essere una sorta di maldestra traduzione etimologica.
    che altro “in/segnare”? bellissimo e magico lavoro, Lisa. mi unisco ai complimenti.
    paola

  7. Grazie Jolanda e grazie Paola. Sì, una splendida pagina di Lisa. Che, me lo auguro, vorrà certamente ragguagliarci sulla sua esperienza sarda.

    fm

  8. Jolanda, Paola vi ringrazio per aver ancora una volta voluto seguirmi con la vostra lettura, e non solo, perché lo avete fatto anche con le vostre belle parole.
    Francesco,quella in Sardegna,sarà una bella sfida…poi ti dirò.

    grazie
    lisa

  9. pura commozione; mi sono sentita avvolta dalla carta e spedita per posta pneumatica sulla luna che poi non è altro che il limone che colora la carta e la parola e che le rende vive, palpitanti e così meravigliosamente “squallide”.

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