Il pezzullo di db (XVIII) – Слух чуткий парус напрягает

[db]

Осип Эмильевич Мандельштам
Слух чуткий парус напрягает

das_horchende

 


(Osip Mandelstamm / Paul Celan)

 

Paul Celan da Mandelstamm (1958-1910)

 

4001285

 

 

 

 

(Das horchende, das feingespannte Segel)

Das horchende, das feingespannte Segel.
Der Blick, geweitet, der sich leert.
Der Chor der mitternächtigen Vögel,
durchs Schweigen schwimmend, ungehört.

An mir ist nichts, ich gleich dem Himmel,
ich bin, wie die Natur ist: arm.
So bin ich, frei: wie jene Stimmen
der Mitternacht, des Vogelschwarms.

Du Himmel, weißestes der Hemden,
du Mond, entseelt, ich see dich.
Und, Leere, deine Welt, die fremde,
empfang ich, nehme ich!

 

PIA10244_modest

 

(In ascolto la vela, sottilmente tesa)

In ascolto la vela, sottilmente tesa.
Lo sguardo dilatato che si svuota.
Il coro dei volatili notturni
che ondeggia nel silenzio, non udito.

Niente è in me, somiglio al cielo,
io sono come la natura: povero.
Così sono libero: come le voci
a mezzanotte dello stormo.

Tu cielo, bianco più di una camicia,
tu luna esanime, ti vedo.
E il mondo tuo straniero, o Vuoto,
accolgo, faccio mio!

 

***

43 pensieri riguardo “Il pezzullo di db (XVIII) – Слух чуткий парус напрягает”

  1. … ci devo tornare con calma, non ho compreso le date 1958 e 1910

    sarebbe bello leggere una breve introduzione a questa “fusione” per i profani come me.

    grandiosi sicuramente, ma vorrei capire meglio.

    lucifero

  2. Ciao Francesco, perdonami l’intrusione, partecipo al Premio Celeste e se ti va di perdere un minuto, potresti votare la mia opera, che so apprezzi!

    Se mi voti, lascia un commento, il guestbook comincia a diventare prezioso!!!

    Ho messo il link alla pagina dell’opera da votare non al mio sito, ma scrivo di seguito l’indirizzo, non si sa mai, l’opera da votare è con lo sfondo celeste e la scritta “premio”, s’intitola: “Senza titolo II”

    http://www.premioceleste.it/fragmentart

    un abbraccio grande

    “En marche! En marche!”

  3. dunque il pietroburghese la scrisse a 19 anni. solo rebstein poteva dare il negativo di una notte bianca, come la traduzione è il negativo del testo. sia reso grazie ad Ambo!

  4. Peccato non fosse italiano, qp, sarebbe finito in una delle tante antologie di “poeti di vent’anni”, con prefazione del sandrobbondo di turno.

    A tua memoria, esiste una traduzione italiana passabile del testo originale?

    Grazie per l’intuizione delle ragioni, “in negativo”, del post.

    fm

  5. bello sarebbe che qualcuno la postasse (della Vitale ce n’è una, di Faccani non so, peccato che il migliore si spiaccicò in alta california)

  6. ragazzi, che giganti! uniti nell’ontologia del vuoto e del silenzio del cosmo. versi da centellinare, uno ad uno, ogni verso una frase monorematica, di senso, di allusività, di pensiero. Un bel dono per il cuore e per la mente.

  7. Forse in Serena Vitale c’è, ma non ho gli Einaudi(ti) sotto mano per controllare. Ricordo sue traduzioni da “Kamen”, e la lirica dovrebbe (credo) far parte di quella raccolta.

    fm

    p.s.

    Manuel, ti è arrivata la mia mail?

  8. Resto in silenzio e leggo.
    Come dovrebbe sempre accadere.
    Di Mandels’tam tradotto da Celan era apparsa una scelta, in uno degli ultimi numeri di Anterem, se non ricordo male.
    Grazie, Marco

  9. be’, ‘sti due insieme sì che ‘picchiano duro’!
    senza polemica alcuna qp, ci mancherebbe, però la traduzione (per me) non è il negativo di un testo, è opera originale in sé. è testo perché il traduttore “è” uno scrittore. perché quando leggo un poeta o uno scrittore la cui lingua disconosco, in realtà leggo /anche/ il traduttore.
    così penso io

    un abbraccio

  10. Alessandro, db ha tradotto (splendidamente) Celan, che traduceva (pro domo sua et nostra) Mandelstamm. Il “negativo” di qp, che è il fratello gemello di db e, quindi, lo conosce bene, era in relazione allo “stravolgimento” da me operato – in relazione al testo – con l’immagine centrale che ho postato: più che una “notte bianca”, una notte che più notte non si può, una notte in cui tutti i versi, e i traduttori, sono neri (Hegel permettendo).

    Credo, immagino, forse, chissà, magari, può darsi…

    fm

  11. forse una traduzione è il negativo nel senso che il lettore può ricavarci l’originale. fedeltà per pc qui era tenere la rima. per cui prende la massa del componimento, ne cava gli elementi e li ricostruisce a spatolate sulla carta (ricavo ciò dalla mia badante). la mia fedeltà a pc è di tenere la spatolata, e di sostituire la rima con l’italica musicalità (= vagonate di endecasillabi e novenari + qualche martelliano). mi piacerebbe sapere che ne pensa stephanie, che ammiro e seguo.

  12. Inutile dirti, caro qp, che sono veramente felice della tua stima nei confronti di Stefanie, cosa che farà felice anche lei.

    Non so, però, se riesce a collegarsi dalle natie lande, dove si trova attualmente. Nel qual caso, l’eventuale risposta, alla quale sono particolarmente interessato, è soltanto procrastinata.

    fm

  13. Pour importante que soit la «tâche du traducteur», en effet, rien en elle n’explique suffisamment la décision qui incite quelqu’un à lui vouer son travail et parfois même sa vie. C’est une chose de lire des œuvres de poètes, même de vouloir les traduire, c’en est une autre de faire de cette traduction une forme de la création poétique et une ré-flexion sur le devenir de la poésie. Pourquoi ce choix? Qui peut désirer ces difficultés, ces frustrations, même si elles sont fructueuses? Ou plutôt, pourquoi ce désir existe-t-il, quels aspects de l’existence ordinaire nourrissent-ils ce besoin de scruter les langues, d’y déceler ce qui peut aider d’autres langues à s’approfondir comme poésie? Eh bien, voici mon hypothèse. Ceux qui décident ainsi ont, dans leur enfance, souffert d’une certaine blessure.

  14. L’enfance, à nouveau? Mais pourquoi non, puisque elle est si souvent l’époque où un surgissement de présence a bouleversé le rapport à la parole d’un être alors encore au début de sa recherche de soi? Les conséquences de ce grand choc, c’est bien tout de suite qu’elles ont dû se produire. Et l’une de ces conséquences, il fallait bien aussi qu’elle se fît sentir dans une situation où l’enfant avait eu jusqu’alors toute sa vie, avec beaucoup d’émotions déjà et de soucis et d’aspirations mal comprises. Je pense à sa relation aux parents, ce père qui lui enseigne la loi et sa pensée conceptuelle, cette mère qui plus fréquemment le garde du côté de l’infini et de l’absolu dans les choses. Quand il est saisi, tout soudain, par une impression de présence, quand il comprend qu’il se voue ainsi à un rapport aux mots de sorte nouvelle, avec un risque de solitude, n’est-il pas évident que le petit enfant va se demander, aussitôt, si ses parents ont été ou restent capables de cette même rencontre? S’il va pouvoir la partager avec eux, alors même qu’ils lui enseignent la langue qu’il sait qu’il doit contester? Il se tourne vers eux. Mais le père et la mère sont des adultes, ils ont les préoccupations de la vie adulte, ils parlent la langue du réifié et du monnayable, et il y a là de quoi inquiéter. Faut-il penser qu’on ne pourra plus les retrouver à niveau profond, eux ou d’autres? Que ce n’est plus que de loin qu’on pourra les aimer, avec tristesse?Et l’enfant de se demander alors: cette façon que j’aide voir l’arbre et d’en entendre le nom, mes parents n’en sont-ils pas capables, sauf que, pour quelque raison, ils n’ont pas le désir de le reconnaître? Il va se faire attentif à ce qui pourrait être chez eux l’indice de ce pouvoir gardétu. Tel propos obscur, tel intérêt dont on ne sait pas la cause, telle façon, parfois, de regarder au loin, de se taire, de s’éloigner silencieux, d’écouter avec quelque trouble une humble chanson, un petit poème, telle façon surtout qu’ont le père et la mère de s’isoler pour parler entre eux, avec des mots qu’on ne comprend pas: tout cela, oui, des signes, que leur observateur passionné estime qui sont les preuves de ce savoir qu’ils n’ont pas voulu partager. Mais pourquoi ce refus, pourquoi avoir laissé la vraie vie au dehors de l’ici et du maintenant du monde? Et la réponse, logique: c’est parce qu’ici, maintenant, ils ne pourraient parler la langue qu’ils savent, la langue de la présence. S’ils se taisent, c’est parce que la vie les a chassés du pays où cette façon d’exister, de voir, leur avait été et leur fût restée naturelle. Et maintenant on va épier en eux, avec émotion, ce qui paraît un regret du pays natal, et rêver que celui-ci était la terre même de l’être.

  15. Sono commosso, qp, quando mi riporti all’altezza degli occhi, del cuore e del pensiero uno dei miei grandi amori, mi viene quasi voglia di non chiudere…

    Mi stai per caso ‘ricattando’?

    Ah l’amore, l’amore, quante cose f/s/a fare l’amore…

    fm

  16. Aiutoooooo!!!

    Cielo, terra e inferi congiurano contro di me.
    La congiura degli affetti? degli a fette? degli infetti? degli infatti? degli a fatti? a fitte???

    fm

  17. sfodero le mie armi… misere, ma le sfodero e infierisco.

    Pedro Salinas (Madrid 1891 – Boston 1951): la voz a te debida

    “La voce a te dovuta” è un “canzoniere” di poesie di tema amoroso che si intrecciano in continua ricerca ed indagine sul senso stesso dell’amore, esplorandone i diversi momenti e stati d’animo attraverso l’osservazione dei più piccoli dettagli della quotidianità che viene interiorizzata e passata al setaccio dei sensi della logica sentimentale.

    Dire che Salinas cerchi di definire l’essenza stessa dell’amore sembrerebbe avvolgere in un’aura d’astrattismo la sua ricerca poetica, sebbene alla fine sia proprio questo lo scopo ultimo della sua opera.

    In questa raccolta della maturità, il poeta non si separa dalla propria esperienza d’amore, ma da essa parte incamminandosi in un viaggio attraverso le domande e le risposte che la ricerca stessa via via gli rivelerà attraverso l’esplorazione delle sensazioni e dei sentimenti incisi sulla carta, ed anche quando sembra allontanarsi dal reale rapporto con una donna concreta, per andare ad esplorare la sublimazione del sentimento – quasi distaccandosi dalla realtà carnale e terrena della “compagna” – la forma stessa della sua poetica appare ritrascinarlo in terra con l’originale ironia che congegna la sua opera di ricerca ed indagine sulla realtà amorosa, versificata sotto forma di descrizione aneddotica dei momenti della relazione d’amore.

    Il “tu” concettualizzato cui egli rivolge attenzione d’amante, anche quando potrebbe sembrare dissolversi nelle labbra, negli occhi e nei gesti della donna amata per quanto “ideale”, non avrà mai nulla di vagamente etereo o astrattamente femminile ma, al contrario, conserverà – seppure nella sua “irraggiungibile perfezione” – tutta l’umanità terrena e carnale della donna concretamente amata e desiderata.

    “La voz a ti debida” (1939) segue alla pubblicazione di “Razòn de amor” (1936) e “Poesia Junta” (1937) ed è l’ultima raccolta scritta da Salinas prima degli eventi dell’esilio e della guerra, ed in essa si racchiude quindi un sentimento maturo di malinconica consapevolezza e rassegnazione non disgiunto da un tocco di logica e disincantata ironia, che ne fa la summa della poetica sì sentimentale ma anche di grande ingegno creativo del poeta, in cui si esplica oltre alla ricerca degli aspetti tutti della vicenda amorosa, quel senso ineluttabile della fragilità dell’esistenza e del crollo degli ideali che avrebbe di lì a poco stravolto l’ordine del suo mondo.

    n.c.

    versi 1385 – 1407, da “la voz a ti debida”:

    La forma de querer tú
    es dejarme que te quiera.
    El sí con que te me rindes
    es el silencio. Tus besos
    son ofrecerme los labios
    para que los bese yo.
    Jamás palabras, abrazos,
    me dirán que tú existías,
    que me quisiste: jamás.
    Me lo dicen hojas blancas,
    mapas, augurios, teléfonos;
    tú, no.
    Y estoy abrazado a ti
    sin preguntarte, de miedo
    a que no sea verdad
    que tú vives y me quieres.
    Y estoy abrazado a ti
    sin mirar y sin tocarte.
    No vaya a ser que descubra
    con preguntas, con caricias,
    esa soledad inmensa
    de quererte sólo yo.

    ***

    Il modo tuo d’amare
    è lasciare che io ti ami.
    Il sì con cui ti abbandoni
    è il silenzio. I tuoi baci
    sono offrirmi le labbra
    perché sia io a baciarle.
    Mai parole, abbracci
    mi diranno che esistevi,
    che mi amavi: mai.
    Me lo dicono fogli bianchi,
    mappe, telefoni, presagi:
    ma tu, tu, no.
    E sto abbracciato a te
    senza chiederti nulla, per timore
    che non sia vero
    che tu vivi e mi ami.
    E sto abbracciato a te
    senza guardarti, senza toccarti:
    non debba mai scoprire
    con domande o carezze
    l’immensa solitudine d’amarti solo io.

    ***

    Versi 857 – 891

    Yo no puedo darte más.
    No soy más que lo que soy.
    ¡Ay, cómo quisiera ser
    arena, sol, en estío!
    Que te tendieses
    descansada a descansar.
    Que me dejaras
    tu cuerpo al marcharte, huella
    tierna, tibia, inolvidable.
    Y que contigo se fuese
    sobre ti, mi beso lento:
    color,
    desde la nuca al talón,
    moreno.
    ¡Ay, cómo quisiera ser
    vidrio, o estofa o madera
    que conserva su color
    aquí, su perfume aquí,
    y nació a tres mil kilómetros!
    Ser
    la materia que te gusta,
    que tocas todos los días
    y que ves ya sin mirar
    a tu alrededor, las cosas
    -collar, frasco, seda antigua-
    que cuando tú echas de menos
    preguntas: “¡Ay!, ¿dónde está?”
    ¡Y, ay, cómo quisiera ser
    una alegría entre todas,
    una sola, la alegría
    con que te alegraras tú!
    Un amor, un amor solo:
    el amor del que tú te enamorases.
    Pero
    no soy más que lo que soy.

    ***

    Io non posso darti di più
    Non sono più di quello che sono.
    Vorrei essere sabbia,
    sole,
    in estate!
    Vorrei che ti stendessi su me
    riposata a riposare.
    Che lasciassi il tuo corpo andandotene,
    impronta morbida, tiepida, incancellabile.
    E che con te, su te,
    se ne andasse il mio bacio lento:
    colore,
    dalla nuca al tallone,
    bruno.
    Ah, come vorrei essere
    vetro, seta, legno,
    che conserva il suo colore
    qui, il suo profumo
    qui,
    nato tremila chilometri lontano!
    Essere
    la materia che ti piace,
    che tocchi ogni giorno,
    che vedi senza guardare
    intorno a te,
    essere le cose
    – collana, profumo, seta antica –
    che quando ti mancano
    ti chiedi: “Ah, ma dov’è?”
    Ah come vorrei essere
    un’allegria fra tutte,
    una sola,
    l’allegria che ti fa allegra!
    Un amore, un solo amore:
    l’amore di cui ti innamori

    Ma
    non sono più di quello che sono.

    Trad. n.c.

  18. ,)

    – stanotte
    è per sempre

    raccoglie in un vaso le stagioni perdute le labbra
    gravate dal peso di universi di versi mai scritti
    e felice s’immerge
    nell’unica lacrima
    che scende dal ciglio
    ai suoi piedi

    come rugiada caduta da un petalo
    trascorre alla terra in natura di linfa di fonte

    nel sonno
    approda al silenzio
    albeggiante
    dei morti mai morti

    fm

  19. Gotas de rocío

    Ed è struggentemente dolce
    sentirmi sopraffatta
    da inattesa rugiada
    quando in tua assenza
    s’affaccia nell’azzurro,
    carezzando il viso,
    e giunge alle labbra
    cullandomi
    con l’umido tocco
    nell’illusione
    d’un solo tuo bacio.

  20. da qui qualcuno è venuto da me ed ha scritto questo sotto delle mie poesie:

    #13 15:54, 26 luglio, 2009

    “Mi piace come verseggi, mi ricordo me medesimo. ”
    Ho letto i suoi interventi su svariati blog e mi sono chiesto se lei fa mai dell’autocritica, se si chiede davvero qual è il valore o il potenziale della sua poesia perché questo è il presupposto per provare a scriverne e lei non ne scrive. Come dice Rino ricorda moltime medesimi che si incontrano qua e là senza una caratura e con nessun grado di consapevolezza.
    Ho letto nelle sue dissertazioni on-line che è ottima traduttrice, consiglierei di dedicarsi assiduamente a questo lavoro e di tornare al verso solo dopo essersi fatti molte domande e molti veri confronti non atti solo a fertilizzare i terreni per prepararli ai suoi avventi.
    Distinti saluti
    Rafaél

    al caro lettore comune, rispondo a casa mia, ma rispondo anche qui perchè mi offende non nel “verso” ma riguardo il mio modo, MIO, di interagire con le persone che amo e stimo, e questo NON glielo permetto.

    natàlia castaldi

    16:25, 26 luglio, 2009

    solo una cosa ancora, posso accettare la sua critica ai miei versi, ma non tollero che la mia libertà di espressione o i miei affetti su altri blog vengano volutamente e malignamente travisati per preparazione di terreni per 2 ragioni semplici e fondamentali:

    1) NON NE HO BISOGNO, ho già 3 blog e la visibilità in essi è molto alta, per meriti miei.

    2) DICENDO COSì NON OFFENDE ME MA CHI MI OSPITA e, probabilmente, LA OSPITA, O meglio, LA OSPITA POCO PER I SUOI GUSTI.

    tant’è!

    natàlia castaldi

  21. Natàlia, personalmente non gli avrei dato nemmeno la soddisfazione di una risposta, per il semplice motivo che non devi dimostrare niente a nessuno.

    Vai per la tua strada e fregatene, la rete è piena di questi mentecatti senza speranza che, figli di un mondo dove dominano lo scambio di favori e il mascheramento, cercano, invano, non solo di camuffare il vuoto che si portano dentro, ma di immaginare gli altri, tutti gli altri, fatti a loro immagine e somiglianza.

    Ed è questa una delle ragioni per cui, a breve, chiuderò il blog: io non ho, e non avrò mai, niente a che fare con questo miserrimo universo di merda.

    Ciao.

    fm

  22. Caro Francesco, appunto perchè tu non hai nulla a che fare con questo miserrimo universo di merda, che dovresti continuare l’opera iniziata cosi felicemente assieme a stefanie.

    Natàlia, diglielo anche tu!

    Fermo restando il massimo rispetto per il tuo sentire e le decisioni che vorrai prendere. E questa volta non scomoderò alcun poeta.
    Solo ti abbraccio con la vicinanza che tu sai

    jolanda

  23. Francesco mi scuso per avere agito, al mio solito, istintivamente …

    per quanto riguarda il tuo chiudere sai bene come la penso e quanto per me sia importante questo posto ed il tuo lavoro, oltre alla tua persona, ma quella non è legata ad un luogo.

    quindi, accolgo l’invito di Jolanda e come ogni sacrosanto giorno, anche oggi, ti chiedo di restare.

    un abbraccio, n.

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