Due casi per una morale – di Davide Racca

[DAVIDE RACCA]

032

Due casi per una morale

Se la giustizia perisce,
allora non ha più senso
la vita umana sulla terra

(I. Kant)

Riportare la giustizia su di un terreno morale è cosa difficile, come è difficile trarre una morale dai due casi che sto per dire… Perché in fondo non c’è. O, semplicemente, ne è il convitato di pietra.

Sono tanti i processi “per estorsione” presso il Tribunale di Napoli. Ma questo mi colpì in particolar modo. La parte civile, per rafforzare la sua posizione, coinvolse una nota associazione anti-racket. E il processo continuò il proprio corso fino alla condanna dell’imputato. Giustizia fu fatta, nei termini di legge. Eppure qualcosa non tornava: la stessa parte civile, in passato, si era macchiata la fedina penale. Proprio per estorsione. Quando però le fu chiesto dei suoi trascorsi con la giustizia, rispose vagamente, non ricordando, accennando a qualcosa di dieci anni prima. Incalzata, e messa alle strette, ammise che era stata condannata per racket. Il paradosso era lampante: e la stessa associazione anti-racket, che aveva fatto da garante nel processo, ne era all’oscuro.

È difficile penetrare le logiche di un processo. Soprattutto dall’esterno. Ed è perciò anche difficile sapere quando un processo è giusto o ingiusto. Di certo il fine del Tribunale non è di cercare la verità, quanto quello di formulare un giudizio: assoluzione o condanna. Nella fattispecie, dunque, poco importa che chi accusava avesse compiuto lo stesso tipo di reato in un passato più o meno remoto. Che fosse stato a sua volta carnefice di ciò per cui ora era vittima. E soprattutto, ai fini della costruzione del giudizio, poco importa che la parte civile tacesse volontariamente il suo passato e lo trincerasse dietro la buona e ingenua fede di un’associazione anti-racket. Ciò che conta è che per gli imputati fosse pronunciata la giusta sentenza.

Penso con Kafka che il Tribunale non vuole nulla da te. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando te ne vai… e provo a capire il senso frustrante di questa frase, e il perché mi sia venuta in mente proprio in relazione alla parte civile, al suo passato da estorsore e al suo presente da estorta. Una condizione doppiamente colpevole e che appare invece trionfante nel processo. È colpevole per essersi nascosta dietro l’anti-racket e per averne utilizzato il marchio di “pulizia”. E perché, mentendo sul proprio passato, si dimostra capace di ogni azione.

I problemi di carattere morale e giuridico non sono certo uguali, ma si basano entrambi sull’idea di persona, di persone che rispondono dei propri atti, e non su quella di sistemi o di organizzazioni(1). Qui Hannah Arendt chiama in causa la responsabilità di ciascuno, senza cercare altrove cause e conseguenze del proprio operato.

“L’andazzo generale”, il tollerare un mondo che va così, e così deve andare, ha sempre costituito un alibi di successo, sia per capacità di convinzione che per numero crescente di accoliti. La perenne giustificazione dello stato delle cose ha cancellato all’origine l’essere sociale, socialmente responsabile del proprio agire. Mentre ciascuno dovrebbe essere chiamato non semplicemente alla scelta di stare con o contro la legge. Quanto piuttosto a quell’atto capace di saldare la frattura tra sé e il proprio agire.

A questo proposito, un altro episodio dice di questa saldatura, sebbene anomala, e ancora evidenzia di quanto essa sia difficile ma necessaria.

Su di un treno locale, un paio di anni fa, una ragazza era stata derubata. La gravità del gesto era però accentuata dal tipo di minaccia. L’aggressore aveva usato una siringa. Lei lasciò ciò che il rapinatore le chiedeva, si divincolò e venne nel mio scompartimento dove la trovai singhiozzante in lacrime. Nel frattempo, a treno ancora in corsa, un uomo aveva bloccato il rapinatore prima di arrivare alla stazione, dove, avvisata, salì la Polizia. Per fortuna la ragazza non ebbe conseguenze fisiche dall’accaduto, a parte lo spavento. E per fortuna che c’era quell’uomo a braccare il rapinatore. Una persona corpulenta e dialettale. Verace. Al suo cospetto il rapinatore era piccolo. Insignificante. E le prese di santa ragione.

Quell’uomo gli stava dando una lezione a forza di botte. Gli diceva, in dialetto, che era un vigliacco e che la siringa non la doveva usare … Rintronato da colpi e improperi, il rapinatore non sapeva più cosa fare o dire. Dovette sentirsi libero quando la Polizia lo tradusse in commissariato.

Da poco c’era stato l’indulto, e il rapinatore era appena uscito di galera. Ad ogni modo, sembrò un povero disgraziato quando pregò la Polizia di non dire niente al padre, vecchio e malandato. E l’uomo che lo aveva inchiodato non sembrò da meno, confessando di avere qualche problema con la giustizia.

Ricordo che osservavo quell’uomo con un misto di ammirazione e dubbio. La ragazza era stata salvata dal suo istinto. Eppure, quelle violenze verbali e fisiche erano altro. Obbedivano a una morale interna, che legava quei due, anche se opposti, ad un unico destino. Tra loro si stabilì qualcosa come una giustizia privata, con un diverso codice etico. Perché, benché coraggioso quel moto di violenza, esso era parte di una giustizia monca. Prossima al linciaggio. Sommaria.

L’uomo era mosso da un codice di istinti, più che di ragione. Qualcosa di abissalmente distante dal già troppo distante imperativo kantiano: opera in modo che la massima della tua azione possa valere come legge universale per tutti gli esseri razionali.

Ma se ciò accade tra “pesci piccoli” di un “piccolo stagno” di provincia, se questa regressione istintiva della giustizia si consuma in “fondali bassi”, nei “mari azzurri e alti” del potere italiano c’è chi vuole una medesima regressione, con istinto da “squalo”, ponendosi al di sopra della Legge: forzandone principi, strumentalizzandola per fini privati, esautorandola di fatto.

Non esistono tante giustizie, e non ci sono tante morali. La legge è uguale per tutti, o non è. E viene sconfitta dalla disinvoltura di chi la usa. E che sia “giustizia galeotta”, o “giustizia del potere”, poco cambia. Ma, benché quella criminale sia di per sé già “giudicata”, quella del potere, totalmente arbitraria, si sottrae al “giudizio” e vi si sostituisce “di natura”.

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Nota
(1) Hannah Arendt, “Alcune questioni di filosofia morale”, Torino 2006
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Tratto da: Wesspennest, 155, 2009.
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Immagine: Opera pittorica di Davide Racca.
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