Scritti su Henri Michaux (III) – di Giuseppe Zuccarino

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

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Nel 1922, Henri Michaux, allora ventitreenne, pubblica sulla rivista d’avanguardia belga “Le disque vert” il suo primo testo, dal titolo Cas de folie circulaire(1). L’espressione “follia circolare”, a prima vista bizzarra, appartiene in realtà al vocabolario tecnico della psichiatria, del quale era entrata a far parte già nell’Ottocento, grazie ad opere come quelle di Falret e Ribot(2). Michaux si rifà senz’altro a un testo di quest’ultimo, nel quale veniva descritto il modo in cui, ponendo il corpo di un malato di “istero-epilessia” a contatto con determinati materiali o forze (acciaio, ferro dolce, calamita, elettricità), venissero suscitati in lui differenti stati psicofisici(3). Il brano di Michaux è ispirato a un umorismo insolito e a tratti “nero” (che risente dell’influsso di Lautréamont) e fa un uso saltuario e parodico della terminologia clinica. Tuttavia l’idea del mutamento e della moltiplicazione della personalità, così come l’interesse per le alterazioni (subite o artificialmente provocate) della condizione psichica standard – due aspetti che, come vedremo, sono tipici dell’intera produzione di Michaux – si affacciano già con chiarezza in questo e in altri scritti giovanili dell’autore. Così in Les rêves et la jambe egli fa riferimento al sogno, all’uso degli stupefacenti, ma anche alla follia, intesa come fenomeno che è possibile e opportuno studiare: “La letteratura conosce i folli, i nevrotici, i maniaci, gli alcolizzati. Possediamo dei racconti di folli. I folli parlano. Alcuni di essi si sono raccontati mentre erano folli. Sono stati ascoltati”(4).
     Si potrebbe pensare che, in questo ascolto della parola dei folli, un ruolo essenziale vada attribuito alla psicoanalisi, ma Michaux non ne sembra troppo convinto. Lo si desume da un testo apparso in un numero della citata rivista “Le disque vert”, Réflexions qui ne sont pas étrangères à Freud. In queste pagine, pur mescolando osservazioni serie e scherzose, egli esprime una sostanziale diffidenza nei riguardi delle teorie freudiane, alle quali non esita ad opporre il proprio punto di vista. Lo si nota soprattutto nelle ultime righe dell’articolo: “Ci sono due casi principali in cui l’intelligenza umana non si sorveglia: nel sogno e nella follia. Freud esamina i sogni, e vi vede un despota: l’amore. D’accordo, benché in essi si ritrovino tutti gli appetiti umani. Se io esamino la follia, ci trovo l’orgoglio. Molti folli evidenziano più l’orgoglio che la libido. Persino nel sogno si ritrovano l’istinto di conservazione, quello di dominio, quello di cupidigia. Freud vede nei sogni delle verghe simboliche. Io ci vedo dei pugni, dei piatti della fame, delle case di avarizia. L’amor proprio è l’istinto intrinseco dell’uomo. Freud ha visto solo una piccola parte. Io spero di dimostrare l’altra, la più ampia, in una prossima opera: Rêves, jeux, littérature et folie”(5).
     Com’è noto, Michaux non scriverà mai questo libro, ma possiamo avere almeno un’idea di come lo immaginasse allora. Il passo citato, infatti, era stato spedito a Franz Hellens (direttore del “Disque vert”) assieme a una lettera in cui si legge: “Il finale dell’articolo, qui allegato, dichiara quale sia la mia occupazione attuale, ossia uno studio. Con dimostrazioni poetiche, tutti gli autori e i casi che citerò esisteranno solo nella mia testa (pur concordando con i dati della scienza). Sono i personaggi che fanno seguito al caso di follia circolare, ci lavoravo già da 2 mesi, ma credevo si trattasse solo di poesia. Per quanto ristretto al massimo, non può essere meno di 150 pagine, che conto di finire per il mese di agosto, credo sarà un tour de force inusuale, poiché tutti i generi e tutti gli individui vi transitano uno dopo l’altro, ma con una tensione che non ricorda nessun individuo conosciuto”(6). Queste affermazioni sono così vaghe da permetterci di immaginare l’opera in termini assai diversi, e tuttavia appare significativo il fatto che Michaux si proponga di conciliare, nel progettato libro, l’invenzione poetica con un rigore quasi scientifico. In tal senso si potrebbe dire che, in certe delle sue opere successive, egli riuscirà a concretizzare questo programma giovanile.

9782070244461 Teatrini

Il fatto che i riferimenti al tema della follia non siano rari nei testi di Michaux ci obbliga a compiere una scelta, sia dei volumi che dei brani da considerare, e a costruire un percorso non soltanto soggettivo, ma anche piuttosto lacunoso e desultorio. A dimostrazione di ciò, passiamo ad un testo posteriore di diversi anni e assai differente per genere, Le drame des constructeurs, apparso sulla rivista “Bifur” nel 1930 e ripreso nel volume Un certain Plume. Si tratta di un breve lavoro teatrale, che verrà rappresentato una sola volta (a Parigi nel 1937) perché in seguito l’autore si opporrà alla sua messa in scena, considerandolo destinato unicamente alla lettura. I protagonisti di questo atto unico sono dei folli, indicati come tali nell’edizione del testo su rivista, ma non in quella in volume, dove si parla sempre di “costruttori”. Vengono designati con semplici lettere alfabetiche, con l’eccezione di uno di essi, detto “Dio Padre” perché appunto si ritiene tale. La didascalia iniziale presenta così lo scenario e gli atteggiamenti dei personaggi della pièce: “Questo atto si svolge durante il passeggio dei costruttori, nei viali del giardino che circonda il manicomio. Essi parlano in parte per se stessi e in parte per l’Universo. Il loro aspetto esteriore: adulti, pensierosi, perseguitati. In lontananza si scorgono i guardiani. Ogni volta che questi ultimi si avvicinano, i costruttori si disperdono”(7). Ciascuno dei folli sembra caratterizzato da una propria personale mania di grandezza, che – nel corso di brevi scambi di battute – contrappone, bonariamente o con furia, a quella dei suoi compagni. L’impiego del termine “costruttori” non è solo metaforico, visto che ognuno di essi progetta qualcosa: può trattarsi di intere, improbabili città (a seconda dei casi microscopiche o enormi), ma anche di razzi per andare sulla Luna, di mosche grandi come cavalli e di incantesimi per trasformare i guardiani in statue o in innocui elementi del paesaggio. I folli infatti, pur essendo in parte vincolati al loro mondo individuale, si mostrano solidali nel temere e detestare i guardiani che li sorvegliano. In questa breve serie di scenette, priva di sviluppi sul piano narrativo, Michaux sembra riprendere l’idea che abbiamo già incontrato, quella cioè che l’elemento caratterizzante delle alterazioni mentali sia da individuarsi nell’orgoglio, assai più che nel desiderio sessuale. Nel contempo egli sviluppa un’immagine – solo in parte scherzosa – dei malati come esseri dotati di una spiccata fantasia e di uno specifico decoro, certo superiore a quello degli impersonali guardiani del manicomio, visti invece come semplici strumenti di vigilanza e repressione.
     La tendenza a dar vita, nella scrittura, ad una sorta di teatro mentale, grazie alla capacità, tipica di Michaux, di dotare le immagini anche meno realistiche di un’insospettata plasticità visiva, così da imporle all’immaginazione del lettore, si ritrova anche in altri volumi di quegli anni, come ad esempio La nuit remue. Di questo libro, edito nel 1935 e composto in prevalenza di piccoli brani in prosa, occorre ricordare almeno – poiché inerente alla tematica che ci interessa – il testo che ha per titolo Le village de fous. Data la sua brevità, possiamo citarlo per intero: “Un tempo così allegro, adesso un villaggio deserto. Un uomo sotto una tettoia aspettava la fine della pioggia; orbene, si era in pieno gelo, non c’era pioggia in vista ancora per molto tempo. Un coltivatore cercava il suo cavallo fra le uova. Glielo avevano appena rubato. Era un giorno di mercato. Innumerevoli erano le uova in innumerevoli panieri. Certamente il ladro aveva pensato di scoraggiare così gli inseguitori. In una stanza della casa bianca, un uomo stava trascinando la moglie verso il letto. ‘La pianti o no? gli disse lei. E se venisse fuori che sono tuo padre? – Non puoi essere mio padre, rispose lui, dato che sei una donna, e poi nessun uomo ha due padri. – Lo vedi, nemmeno tu sei tranquillo’. Uscì accasciato; s’imbatté in un signore in abito da sera che gli disse: ‘Oggigiorno, non ci sono più regine. Inutile insistere, non ce n’è più’. E s’allontanò minacciando”(8). Il brano finisce qui, ma è evidente che potrebbe continuare a volontà, giacché il carattere incongruo delle situazioni illustrate impedisce di trovare per esse uno scioglimento logico. Testi del genere anticipano quella che diverrà in seguito una specialità della produzione di Michaux, ossia la descrizione di paesi immaginari, dei quali verranno esaminati, con straordinaria inventiva, la fauna, la flora, le leggi, gli usi e i costumi(9). L’idea sottesa a tali esperimenti è quella di utilizzare la scrittura letteraria come stimolo per riflettere sulla pluralità del possibile, e dunque sul carattere convenzionale e arbitrario delle varie certezze teoriche o abitudini pratiche su cui si regge la nostra, troppo spesso sonnambolica, esistenza quotidiana.

7872101208 Postfazioni

Non è ancora il momento di abbandonare La nuit remue. Se lo facessimo, ci lasceremmo sfuggire il fatto che il volume propone un originale discorso teorico sulla follia, e lo fa in un luogo periferico e imprevisto, ossia nella postfazione. Qui Michaux si giustifica del fatto di aver scritto il libro asserendo di essere stato mosso dalla considerazione della propria salute: non si tratta, a suo avviso, di un caso singolare, poiché tutti noi scriviamo, diciamo e pensiamo ciò che risponde ad un nostro bisogno psicologico. Tale tendenza non si riscontra solo nelle persone ritenute ragionevoli, ma anche in chi viene di norma escluso da tale categoria. Certi malati, rileva infatti Michaux, possono trovarsi a dover fronteggiare “una tale mancanza di euforia, un tale disadattamento alle pretese gioie della vita che, per non sprofondare, sono obbligati a far ricorso a idee del tutto nuove, giungendo al punto di riconoscersi e farsi riconoscere come Napoleone I o Dio Padre. Realizzano il loro personaggio sulla base della propria forza in declino, senza costruzione, senza il rilievo e la capacità di valorizzare che sono comuni nelle opere d’arte, ma con brandelli, pezzetti e raccordi di fortuna nei quali viene esibita con chiarezza solo la convinzione con cui essi si aggrappano a questa tavola di salvezza. Mentalmente, non pensano che a passare alla cassa. Tutto ciò che chiedono, è che li si riconosca finalmente come Napoleone. (Il resto è accessorio, prodotto soprattutto dai dinieghi del mondo circostante.) È per la loro salute, per guarire, che si sono trasformati in Napoleone. E anche una ragazzina, nella sua vita così cupa, ci tiene assolutamente ad essere stata violentata in un bosco; per la sua salute. E l’indomani, dimentica del giorno prima e sulla base dei suoi bisogni del momento, riferisce di aver visto una giraffa verde abbeverarsi al vicino lago, anche se si trova in una regione desertica, priva di laghi, di giraffe e di vegetazione. Questo film è per la sua salute. E muta a seconda dei bisogni”(10).
     Gli esempi forniti da Michaux ricordano (e non solo per l’accenno al folle che si crede Dio Padre) certe scene del Drame des constructeurs. Ma assai più rilevante è il fatto che l’autore prosegua dichiarando che la sua opera è nata in modo del tutto analogo rispetto a simili costruzioni deliranti. Non solo: egli aggiunge che il libro potrà rivelarsi socialmente utile proprio perché chiunque lo desideri potrà produrne altri alla stessa maniera. La ricetta che Michaux suggerisce, e che consiste nell’esteriorizzare le proprie fantasie traendone sollievo, gli sembra particolarmente adatta “ai deboli, ai malati e malaticci, ai bambini, agli oppressi e ai disadattati di ogni genere”(11). In queste persone egli sembra ravvisare i propri lettori ideali, quelli a cui si rivolge e con cui si dichiara solidale. Ovviamente sarebbe facile far notare che in realtà ben pochi di tali individui avranno modo di imbattersi nei suoi libri e trarne profitto. Ma ciò non toglie che le osservazioni citate non vadano assunte come semplicemente umoristiche o autoironiche; al contrario, esse evidenziano un’attitudine simpatetica nei riguardi dell’ampia e variegata categoria degli individui svantaggiati, di cui i malati di mente non costituiscono che una parte.
     Un significativo contributo alla comprensione dell’ottica con cui Michaux guarda alla follia può venirci da un’altra postfazione, quella che accompagna la riedizione ampliata di Plume, nel 1938. Anche se in essa non si affronta direttamente il tema, vi compare un’idea che può dirsi essenziale per il pensiero dell’autore, ossia quella del carattere molteplice della psiche umana. “IO è fatto di tutto. Un’inflessione in una frase, non è un altro io che tenta di apparire? Se è mio il SÌ, il NO è un secondo io? Io è pur sempre provvisorio (cangiante di fronte al tal dei tali, io ad hominem che muta in un’altra lingua, in un’altra arte) e gravido d’un nuovo personaggio, che un accidente, un’emozione, una botta sul cranio libererà escludendo il precedente e spesso, tra lo stupore generale, prendendo forma all’istante. Dunque, era già in tutto e per tutto costituito. Forse non si è fatti per un solo io. Il torto è di attenervisi. Pregiudizio dell’unità. (Sempre la volontà, che impoverisce e sacrifica.) In una duplice, triplice, quintupla vita, si starebbe più a proprio agio, meno rosi e paralizzati dal subconscio ostile al conscio (ostilità degli altri ‘io’ spodestati). La più grande fatica di una giornata e di una vita potrebbe essere dovuta allo sforzo, alla tensione necessaria per conservare uno stesso io malgrado le continue tentazioni di cambiarlo. Si vuole troppo essere qualcuno. Non c’è un io. Non ce ne sono dieci. Non c’è io. IO non è che una posizione d’equilibrio. (Una, tra mille altre continuamente possibili e sempre disponibili.)”(12).
     Questo passo richiederebbe un ampio commento, che consentisse ad esempio di evidenziare l’analogia tra le teorie di Michaux e quelle di altri autori, come Nietzsche o Valéry. Ai fini del nostro discorso, però, è più urgente notare che, tra i possibili io che sono sempre sul punto di emergere, ve ne sono alcuni che, se si manifestassero, verrebbero qualificati dagli osservatori esterni come folli. La follia non rappresenta dunque per Michaux l’opposto della coscienza, bensì una diversa coscienza, che è già presente in noi e che, coll’aiuto di circostanze favorevoli, può senz’altro prevalere. Così, in un testo molto posteriore, l’autore osserverà: “Basta che si tocchi leggermente un certo punto dell’ipotalamo per accelerare in modo spettacolare il tempo di un individuo che, senza alcuna predisposizione, per via dell’accelerazione incontrollabile del pensiero, delle impressioni, delle immagini, della parola e di molte funzioni mentali, diverrà come folle, presenterà tutti i segni della psicosi maniaca. Certe paure, o preoccupazioni prolungate, o cambiamenti ormonali, possono produrre un analogo mutamento”(13). Stando così le cose, ognuno di noi dovrà scegliere se sforzarsi di rimuovere o cancellare il più possibile l’idea di possedere al proprio interno un folle in potenza, oppure accettarla e farla diventare una parte del proprio sé cosciente.

ailleurs-voyage Esperienze

Uno dei maggiori motivi di rammarico, per Michaux, è dato dal fatto che noi conosciamo, nella nostra esistenza quotidiana, quasi solo gli stati medi o mediocri. Se per caso ci capitasse di trovarci in una condizione psicofisica non banale, subito scopriremmo che è difficile, anzi spesso impossibile, descriverla adeguatamente. E ciò non vale solo per chi dispone di limitate capacità espressive, ma anche per gli specialisti della parola. “Un certo livellamento, presso gli scrittori, sembra […] inevitabile. Non soltanto gli esseri eccezionali vengono eliminati, ma anche gli stati eccezionali. Uno scrittore che ha 42 gradi di febbre si trova in una condizione generale molto interessante, ma cosa potrà dircene? Quasi niente. Sotto l’azione dell’etere, egli si sente esaltato. Fa un salto improvviso. Ah, che salto meraviglioso! Ma scriverlo, impossibile. Oppiomane, assiste all’inaudito. Non lo scriverà. Non può. Ubriaco, non scrive. Folle? Il linguaggio che gli sfugge degraderà lo stato che avrebbe dovuto rendere. Al di là di una certa bizzarria, le parole non riferiscono nulla. In sogno, non si scrive. Il mistico in trance non scrive. Fuori di sé per la gioia, non si scrive. Se lo si fa dopo, è tutto eccetto quello. I moribondi non scrivono, eppure che momento un’agonia! E così per il resto. Perciò la letteratura appartiene agli individui e agli stati medi”(14).
     Tuttavia Michaux non vuol rassegnarsi a questa situazione: lo dimostrano in particolare le sue lunghe sperimentazioni con la droga (i più diversi tipi di droga, tra cui etere, oppio, canapa indiana, mescalina, psilocibina, LSD), condotte a scopo conoscitivo ed esposte in alcuni dei suoi libri. Sfidando l’impossibilità di scrivere sotto l’effetto delle sostanze assunte, egli ha cercato di annotare, con mano spesso decisamente malferma, alcune parole che potessero servirgli da promemoria, e in seguito di descrivere nel modo più preciso possibile le esperienze fatte. In queste opere, di straordinaria intensità, egli riesce a realizzare il sogno che, come abbiamo visto, coltivava fin dagli anni giovanili, quello cioè di unire un estremo, quasi scientifico, rigore ad una grande efficacia poetica nella resa delle sensazioni. L’insieme degli scritti dedicati alle droghe offre fra l’altro la migliore conferma di quanto l’autore fosse disposto a rischiare pur di entrare in contatto con realtà psichiche diverse da quella consueta, raggiungendo – sia pure entro certi limiti e con l’ausilio di mezzi esteriori – un’effettiva pluralizzazione dell’io.
     Alcuni testi ci interessano qui in modo particolare perché affrontano, da un’angolazione nuova, il problema delle alterazioni mentali. È il caso del primo dei libri sulla droga, Misérable miracle, in cui compare un capitolo che s’intitola appunto Expérience de la folie. Michaux vi spiega come, durante il suo quarto esperimento con la mescalina, avesse sbagliato le dosi, assumendone una quantità eccessiva (0,6 grammi). Non essendosi accorto dell’errore, si era posto in attesa delle consuete apparizioni di linee e colori, rivelatesi quasi subito più spettacolari del solito. Ma ben presto c’era stato un salto di livello, paragonabile a una brusca immersione. “Fu uno sprofondamento istantaneo. Chiusi gli occhi per ritrovare le visioni, ma era inutile, lo sapevo, era finita. Ero tagliato fuori da quel circuito. Perso in una profondità sorprendente, non mi muovevo più. Alcuni secondi trascorsero in quello stupore. E a un tratto, irrompendo su di me, le innumerevoli onde dell’oceano mescalinico incominciarono a travolgermi. Mi travolgevano, mi travolgevano, mi travolgevano, mi travolgevano, mi travolgevano. Non sarebbe finita più, mai più. Ero solo nella vibrazione dello sconvolgimento […]. Fino a che punto ciò possa essere atroce, atroce in essenza, non trovo nessun mezzo per dirlo e mi sento quasi un falsario a provarci. Là, dove non si è nient’altro che il proprio essere, là, era. Là, follemente veloci, centinaia di linee di forza pettinavano il mio essere, che non riusciva mai a ricostituirsi abbastanza in fretta, che, sul punto di ricostituirsi, veniva rastrellato da una nuova schiera di linee a rastrello, e poi da capo, e poi da capo. […] Ripensai in un lampo al singolare aspetto delle dementi scarmigliate, rese tali non solo dal vento o dalle mani divaganti o dall’incuria, ma dall’imperativa necessità interiore di tradurre, almeno a quella maniera, il rapido, l’infernale pettinamento-spettinamento del loro essere indefinitamente martirizzato, traversato, trafilato”(15).
     Qui il parallelismo con la condizione del folle, per quanto significativo, resta ancora esteriore, ma poco oltre si fa più stringente. In un breve momento di calma, Michaux pensa di telefonare al medico per spiegargli la situazione in cui si trova (ha ormai capito, a sue spese, di aver assunto una dose eccessiva di droga). Ma per far ciò deve accendere la luce: “La lampada accanto allo specchio mi mostrò una testa che non avevo mai visto, la testa di un pazzo furioso. Avrebbe fatto paura a un assassino. Lo avrebbe fatto indietreggiare. Fuori da me, completamente estroversa, spaventosamente fotogenica e decisa (mentre io, di solito, non lo sono), testa d’energumeno, benché né io né lui avessimo fatto un movimento, quella era la maschera paonazza di chi non ascolta più nessuno, terribile faccia del pazzo furioso, che è in realtà il terrorizzato furioso”(16). Lo scrittore comincia a temere che da un momento all’altro il suo comportamento si adeguerà a quella faccia, diverrà cioè incontrollabile e pericoloso. E in effetti i suoi pensieri sembrano volerlo spingere ad atti inconsulti: “Quei pensieri coincidono con me, con me più che consenziente, con me inseparabile da loro fin da quando sono apparsi. Nella follia tutto succede perché manca il distacco. Un’idea passa con voi per il sentiero unico. Niente panorami. Niente diversioni. Niente terze persone o confronti. E niente soste (così necessarie al giudicare). Lei e voi, a tutta velocità”(17). Mentre parla con un amico, e con il medico che nel frattempo è sopraggiunto, Michaux si sforza di mascherare il suo stato, di mostrarsi dotato di autocontrollo, anche se i suoi discorsi presentano delle lacune, dei mancamenti.
     Più tardi, poiché la crisi gli sembra nel complesso superata, si corica per la notte. Ma proprio allora i suggerimenti della pazzia si fanno più forti, più insistenti: “Un mucchio di idee folli, no, una fila di idee folli, poiché non venivano che una dopo l’altra, mi si presentavano e io mi mettevo a pensarci, senza conoscere ancora la frase di Jaspers in proposito, secondo cui ‘per il folle avere una follia è già quasi un riposo’. Significa che si è fissato. Io avrei avuto enormi difficoltà a fissarmi. Ero arrivato allo stadio del formicolio, della polivalenza. Potevo fare mille cose insensate, tagliarmi un dito, spaccare i vetri della finestra, dar fuoco alle sedie o alle tende, tagliarmi le vene col rasoio, fracassare gli specchi. Il contrario dell’atto normale mi appariva tentatore”(18). Nonostante ciò, anche una notte così tormentata finisce col passare. L’indomani lo scrittore riesce a uscire di casa e a recarsi in campagna, benché ogni tanto tornino ad affacciarsi alla sua mente idee deliranti, incubi e paure.
     Quello che gli è successo a causa della dose eccessiva di mescalina sembra a Michaux una sorta di tuffo, ancorché breve, nella follia. In certi punti del libro lo dichiara in modo perentorio: “La Mescalina è un’esperienza della follia”(19). In altri il suo discorso si fa più sfumato: “Io non vorrei vantarmi […] di una schizofrenia o di un’altra psicosi sperimentale perfetta. Vedo come si potrebbe completarla. La notevole esperienza fatta su se stesso dal dottor Morselli (‘Journal de psychologie normale et pathologique’, 1936), nella quale, avendo assunto 0,75 grammi di Mescalina, egli subì con tale forza l’assalto degli impulsi perversi da doversi rifugiare in clinica, e parecchie osservazioni condotte su malati o studenti, mostrano che la follia mescalinica non si integra granché. Dei malati in via di miglioramento, dopo una breve interruzione dovuta allo choc, ritrovano la via della guarigione. Non sarebbe così se, poco dopo o poco prima, dovessero subire un grave e personale trauma di natura psichica”(20). Come si vede Michaux ci tiene a non confondere del tutto l’ambito della droga e quello dello pazzia, ma è evidente che essi gli appaiono per molti versi assimilabili fra loro.
     Anche nel successivo volume dedicato alla droga, L’infini turbulent, Michaux torna più volte a riferirsi all’episodio che abbiamo ricordato, e nelle sue parole si ritrova la stessa oscillazione. Da un lato egli ritiene di aver attuato un effettivo sconfinamento nell’ambito della sragione, operazione pericolosa ma accessibile a chiunque, trattandosi di assumere una determinata quantità di mescalina: “La dose migliore che permette a un uomo di peso medio di ottenere effetti visuali notevoli sembra essere attorno a 0,1 grammi. Oltre 0,5 e fino a 0,9 grammi, tali effetti curiosamente scompaiono, per lasciar posto allo scompiglio psichico e alla follia, come un giorno ho potuto sperimentare. Mescolanza di mania acuta e schizofrenia”(21). D’altro canto, è evidente che l’impiego di espressioni tecniche di carattere clinico non gli sembra esente da problemi: “Dopo parecchi psichiatri, ho ripetuto in Misérable miracle, pur trovandola sospetta, l’espressione schizofrenia sperimentale per designare lo stato in cui mi ero trovato dopo aver assorbito una dose troppo forte di mescalina. Sembra che non si dovrebbe chiamarla altrimenti che follia mescalinica. Certi psichiatri americani hanno così proposto, per la psicosi che appare dopo l’assunzione di LSD 25, i termini di ‘experimental psychosis’ e ‘model psychosis’”(22).
     Non si tratta di mere questioni terminologiche: è in causa infatti un problema di grande rilievo, su cui Michaux, sia pure indirettamente, si interroga. L’alterazione mentale causata da dosi elevate di droga produce soltanto uno stato percepito soggettivamente come simile alla pazzia, oppure suscita davvero, con la regolarità di un esperimento da laboratorio, una follia in tutto analoga a quelle note agli psichiatri, e dunque definibile con il loro stesso linguaggio? Che specie di pazzia è quella che ognuno può procurarsi da sé e che, salvo incidenti, si esaurisce con la cessazione dell’effetto della droga: una semplice sensazione illusoria o un’incursione nel territorio della “vera” follia? La posta in gioco è chiara, poiché qualora quest’ultima ipotesi fosse confermata, cambierebbe del tutto il nostro modo di guardare alla sragione. Se infatti bastassero pochi decimi di grammo di una sostanza allucinogena a trasformare ognuno di noi in un pazzo, questo ci offrirebbe la possibilità di conoscere la follia dall’interno e non più (come nel caso degli psichiatri) solo dall’esterno. In tal modo l’opposizione tra ragione e follia, che costituisce da sempre uno dei cardini della nostra cultura, verrebbe attenuata o addirittura contestata(23). L’intera questione verte, come si vede, sul valore che va attribuito a una formula come “esperienza della follia”: l’alienato, secondo l’idea comune, subisce o soffre la propria malattia psichica, ma non può sceglierla né “sperimentarla” sul piano intellettuale, poiché ciò presupporrebbe una volontà e una coscienza intatte. Ma Michaux, evidentemente, nega o mette in dubbio questo modo di giudicare le cose.

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Se passiamo ad esaminare certe opere successive dell’autore, constatiamo che egli non recede da questa impostazione del problema, anzi si fa forte delle proprie esperienze con la droga per considerare le diverse psicosi in maniera personale. L’autopromozione di Michaux ad esperto della follia, non per la vasta gamma di letture da lui condotte in materia, ma per le rilevazioni effettuate su se stesso, è palese in un libro come Connaissance par les gouffres, del 1961. Qui si può leggere un passo che spicca per la sua chiarezza: “Chi è stato aggredito dalla mescalina, chi ha conosciuto dall’interno, allo stato nascente e quasi meteoricamente, l’alienazione mentale, chi, divenuto di colpo impotente in mille cose, ha assistito a quei colpi di scena della mente dopo i quali tutto è cambiato, chi, in modo privilegiato, si è trovato alle prese col proprio scompiglio, colle proprie dislocazioni e la propria dissoluzione, adesso sa… È come se fosse nato di nuovo. Quante volte, in quelle ore interminabili (benché brevi di fatto) dell’esperienza del terribile decentramento, quante volte ha pensato ai suoi fratelli, fratelli senza saperlo, fratelli di nessuno, il cui analogo disordine in forma più profonda, più disperata e tendente all’irreversibile, durerà per giorni e mesi che somigliano a secoli, battuti da contraddizioni, da tappe psichiche ignote e frantumazioni di un infinito assurdo da cui non possono cavar nulla. Egli adesso sa, essendo stato osservatore e preda, che esiste un funzionamento mentale diverso, tutto diverso da quello abituale, ma che resta nondimeno un funzionamento. Egli vede che la follia è un equilibrio, un prodigioso, prodigiosamente difficile tentativo di allearsi a uno stato dislocante, disperante, continuamente disastroso, col quale bisogna, bisogna pure che l’alienato conviva, orrenda e innominabile convivenza”(24).
     Partendo da tale premessa, ossia dall’idea che esista una precisa analogia tra gli stati estremi da lui sperimentati sotto l’effetto della droga e quelli a cui soggiacciono gli individui folli e che si trovano descritti nei testi psichiatrici, egli analizza in dettaglio le principali “situazioni-abisso”. Si tratta di situazioni assai diverse fra loro, ma quasi tutte allarmanti o angosciose, come quelle di chi si sente estraneo a se stesso e agli altri fino a non poter più riconoscere il proprio corpo o quello altrui, di chi è vittima di allucinazioni che interessano i vari sensi, di chi si crede in possesso della verità o in contatto diretto col divino, di chi vede volatilizzarsi i propri pensieri come se gli venissero sottratti da una forza ostile, di chi diviene preda di una furia distruttiva difficile da trattenere, di chi cade in uno stato di rallentamento o di inerzia dell’attività mentale e motoria, e così via. Non è casuale il fatto che Michaux cerchi di definire degli stati, a volte anche effimeri, anziché delle patologie precise, già descritte e rubricate nei testi clinici. A suo avviso, infatti, “una psicosi pura, un sintomo puro non esistono. Se non c’è un orgoglioso puro, a maggior ragione non esistono un megalomane o uno schizofrenico puro. In ogni follia, ci sono venti follie diverse”(25). Gli psichiatri, che non sanno scorgerle adeguatamente, hanno però imparato a smorzarle: “Le recenti tecniche mediche impediscono agli alienati di andare fino in fondo alla loro alienazione. A causa di tali tecniche, essi hanno perso la loro specifica ‘liberazione’. Anche quando non si può realmente guarirli, li si attutisce. Sono strani lividi esseri ‘in via di miglioramento’ quelli che si incontrano adesso, nei manicomi o fuori, folli spogliati della loro follia”(26).
     Gli accenni critici nei confronti degli psichiatri, così come il tentativo, da parte di Michaux, di inserirsi con le sue osservazioni nel campo a loro riservato, inducono a chiedersi come essi abbiano accolto i suoi pronunciamenti su questi temi. Crediamo di non sbagliare dicendo che li hanno sostanzialmente ignorati. Tra le rare eccezioni possiamo citare un amico dell’autore, il neurologo e psichiatra Julian de Ajuriaguerra, che ha dedicato un libriccino alle esperienze di Michaux con la droga(27). Nell’ambito scientifico in generale, va ricordato poi Stéphane Lupasco, fisico e filosofo chiamato in causa in Connaissance par les gouffres(28). Questi, nel 1966, accetta di partecipare al numero monografico de “L’Herne” dedicato allo scrittore e nel suo contributo giudica in modo positivo l’impresa, tentata da Michaux, di “diventare pazzo, per qualche ora, grazie alle droghe, allo scopo di conoscere il pazzo e, al tempo stesso, chi non lo è”. Anzi, Lupasco deplora che altri artisti non abbiano fatto la stessa cosa, poiché in tal modo avrebbero offerto “la loro preziosa collaborazione alla scienza della patologia mentale”(29). A Michaux, che gli aveva rimproverato di sottovalutare le spinte antagonistiche all’interno del processo della follia, risponde chiarendo e ribadendo le proprie posizioni. Elogia poi lo scrittore per l’efficacia delle descrizioni contenute in Connaissance par les gouffres, e anche per la scelta di non ricorrere quasi mai alla terminologia psichiatrica corrente, a suo dire imperfetta. Conclude infine l’intervento con un aperto elogio del volume di Michaux: “Quante freccette indicatrici (verso le zone del logico, […] del metafisico, del teologico, della rappresentazione, dell’affettività…), quanti problemi palpitano con discrezione nella tormenta psicologica di questo libro così concreto e così denso! Lo si legga, ci si lasci trasportare da questo grande poeta e sagace osservatore scientifico nel cuore stesso del mistero patetico della follia”(30). Lo scrittore avrà certo guardato con occhio malevolo a un’espressione come quella testé citata (“mistero patetico della follia”), ma possiamo immaginare che non gli sia dispiaciuto l’apprezzamento testimoniato dall’insieme dell’articolo.
     Del resto il 1966 è proprio l’anno in cui Michaux pubblica un altro libro che coinvolge il tema delle alterazioni mentali, Les grandes épreuves de l’esprit et les innombrables petites. Di impianto meno sistematico del precedente, ne mantiene però intatte le basi teoriche, considerando l’insieme dei fenomeni prodotti dalla droga (dal semplice spaesamento alla mancanza di controllo sulle idee e sui movimenti, fino alle allucinazioni e alla perdita di coscienza dei confini del proprio corpo) come strettamente apparentati ai sintomi delle malattie psichiche. Le sensazioni provate in modo diretto, assieme alle testimonianze sulle alterazioni mentali dei folli, dovrebbero essere assunte, secondo Michaux, come fonti di conoscenza privilegiate per comprendere le capacità di cui dispone, senza rendersene conto, l’uomo cosiddetto normale: “Oltre alla mia propria esperienza mi aiuteranno, punti d’appoggio e di comparazione costanti, quelli che hanno conosciuto la mente nel suo stato deplorevole, o più genericamente quelli che hanno avuto con essa gravi difficoltà […]. Come il corpo (i suoi organi e le sue funzioni) è stato principalmente fatto conoscere e rivelato non dalle prodezze dei forti, ma dai disturbi dei deboli, dei malati, degli infermi, dei feriti (poiché la salute è silenziosa e suscita l’impressione, immensamente erronea, che tutto vada da sé), così saranno le perturbazioni della mente, le sue disfunzioni a farmi da insegnanti”(31).
     Il libro, dunque, commenta esperienze personali provocate dalla droga, ma – specialmente negli ultimi capitoli – dà ampio spazio alle manifestazioni analoghe che si riscontrano nelle diverse patologie psichiche. Una parte significativa del volume ha per titolo Aliénations expérimentales, formula che varia e generalizza quelle usate in precedenza dall’autore: anche qui si tratta di confrontare certe sensazioni avvertite sotto l’effetto della droga con quelle che, a giudicare dai testi clinici, si ritrovano in varie psicosi. L’atteggiamento tipico di Michaux, ossia il bisogno di ampliare la sfera del possibile e l’ambito delle conoscenze, lo porta a concludere la sua indagine in una maniera paradossale, cioè auspicando la produzione sperimentale di inediti stati di alterazione e sofferenza: “Le malattie mentali osservate mostrano solo una piccola parte delle possibili turbe della mente. Di queste turbe se ne potranno inventare, e se ne inventeranno, altre che, introducendo dei danni precisi, circoscritti, senza trascurare disintegrazioni estensive, nuove, consentiranno un’osservazione fine. Esse faranno apparire, per comparazione, che le follie naturali finora esaminate sono degli insiemi logori, grossolani, confusi. Una disorganizzazione mentale dettagliata resta ancora da ottenere. Spetterà soprattutto alla chimica, a un’eccitazione cerebrale elettrica selettiva, il compito di provocare, scoprire, distinguere, isolare gli uni dagli altri quei multipli che danno l’illusione dell’uno e che, di fatto, sono ‘gruppo’. Si potrà così seguire una fonte di turbamento fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze, alla sua massima estensione”(32).
     Affermazioni del genere chiariscono meglio il motivo per cui le diverse forme di follia (e le droghe o sostanze chimiche che possono produrre artificialmente stati simili) appaiano così essenziali a Michaux. Ai suoi occhi l’uomo è quasi sconosciuto a se stesso: infatti, a causa della timidezza dell’indagine scientifica, ignora ancora gran parte delle proprie potenzialità fisiche e psichiche. Queste potenzialità non sono solo “positive”, tali da consentirgli di fare, percepire o pensare cose che finora gli sono state inaccessibili, ma anche “negative”, come ad esempio quella di trovarsi a soffrire in modi imprevisti, o a mancare di colpo di capacità di cui è abituato a disporre. Ma se occorre comprendere a qualunque costo cosa può fare o subire l’uomo, allora i folli diventano dei maestri insostituibili (e nel contempo delle cavie) che, senza averlo scelto, si sacrificano per consentire a noi, i cosiddetti sani di mente, di allargare le nostre possibilità di autoconoscenza. A questo punto, però, l’atteggiamento dell’autore rivela non pochi rischi e limiti: la sua ansia di sapere, il suo auspicio di una nuova scienza più audace e determinata di quella attuale finiscono con l’assumere un carattere sospetto e minaccioso. La fiducia nei progressi della chimica, applicata allo studio della mente umana, solo in apparenza si pone agli antipodi dell’ingenuità che porta lo stesso Michaux a giudicare la droga una possibile via di accesso ad esperienze di tipo metafisico-religioso o, altrove, a considerare con interesse i fenomeni paranormali: lo scientismo porta sempre con sé il suo rovescio, poiché si tratta, in realtà, di due facce della stessa medaglia.

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C’è un’ulteriore forma di approccio al tema della follia che occorre considerare. Diversa dalle precedenti, essa passa attraverso le immagini. La cosa non sorprende, visto che Michaux è noto e importante anche come pittore e disegnatore. Quest’attività artistica non ha mai assunto per lui un carattere alternativo o concorrenziale rispetto alla scrittura: si tratta piuttosto di aspetti diversi, ma paritari e concordanti, di un unico processo creativo. Ciò spiega il fatto che molti dei suoi libri coniughino parole e figure.
     Interessandosi da diverse angolazioni del problema della follia, Michaux non poteva certo ignorare il fatto che esiste un’ampia produzione grafica e pittorica dovuta a individui classificati come malati di mente. Sappiamo che già nel 1956, grazie ad un’amica che lavorava nella clinica psichiatrica di Colmar, Marie-Thérèse Wilhelm, ha potuto incontrare dei pazienti ed esaminare le loro realizzazioni, così come ha avuto frequenti contatti con Jean Dubuffet, che è stato uno dei maggiori teorici e promotori dell’“art brut”(33). Ma del resto non mancano, nelle sue opere, i riferimenti ai disegni dei folli(34). Anche nell’ambito delle esperienze condotte sulla droga – durante o dopo le quali Michaux si è sforzato di fornire, coi mezzi delle arti visive, un’idea delle immagini offerte dalle sostanze allucinogene – gli era capitato di chiedersi se vi fossero precise analogie tra i suoi lavori e quelli dovuti ai malati di mente. La risposta era stata dubbiosa: “La mescalina ha su di me, disegnatore, l’azione seguente. Durante l’esperienza: disegni dai tratti troppo disordinati e faticosi da tracciare, presto abbandonati. Alla fine, o subito dopo: disegni in cui appaiono molte rette parallele, che rivelano la tendenza a ripetere tratti identici. Dopo lo stato di trance ‘diabolica’ […], disegni dalle linee contorte, invaginate, a cordoni di frusta, che formano mostri o teste che fanno smorfie. Del tutto diversi sono i disegni degli schizofrenici, che da parte loro esprimono: rigidità. Inflessibilità. Immobilità. Sottomessi, e non solo disegnati. Fatti (senza per questo essere decorativi) di elementi decorativi, di ornamentazione monotona, stereotipata, di un ‘geometrismo morboso’. Linee diligenti, senza slancio, noiose, cupe, che suggeriscono una vita bloccata […]. Più vicini ai disegni eseguiti durante l’ebbrezza mescalinica (soprattutto nella prima fase di essa) possono sembrare quelli dei maniaci (nel periodo di eccitazione psicomotoria). Precipitazione dei movimenti, asprezza dei tratti, violenza dei colori attestano almeno un carattere comune: l’accelerazione del loro tempo”(35).
     Ma i prodotti più tipici dell’“art brut” sono disegni e quadri di carattere figurativo, spesso ricchi o stipati di immagini unite senza un nesso logico evidente. È alla descrizione di opere di questo genere che è dedicato un libriccino di Michaux edito nel 1976, Les ravagés(36). I “devastati” cui allude il titolo sono appunto i malati di mente, sondati qui attraverso le loro espressioni visive. L’autore, infatti, definisce così il proprio testo: “Pagine venute osservando pitture di alienati, uomini e donne in difficoltà, che non sono riusciti a sormontare l’insormontabile. Internati, per la maggior parte. Con il loro problema segreto, effuso, cento volte scoperto, e tuttavia celato, essi rivelano innanzitutto, e al primo sguardo, il loro enorme, indicibile malessere”(37). Occorre ricordare che non mancano, nell’opera letteraria di Michaux, scritti concepiti come brevi trasposizioni verbali di immagini: pensiamo ad esempio a Dessins commentés e Peintures, in cui l’autore descrive dei propri disegni o dipinti, oppure a Lecture de huit lithographies de Zao Wou-Ki e En rêvant à partir de peintures énigmatiques, che hanno rispettivamente per oggetto opere dei pittori Zao Wou-Ki e René Magritte(38).
     L’aver nominato un surrealista come Magritte ci offre il pretesto per dissipare un possibile equivoco. Sappiamo che anche Breton e i suoi seguaci apprezzavano l’“art brut”, e crediamo che se Michaux si fosse limitato, in Les ravagés, a tradurre in parole le immagini prodotte dagli alienati, a prima vista bizzarre e incongrue, avrebbe ottenuto dei testi facilmente confondibili con quelli surrealisti. La sua intenzione, però, è del tutto diversa: non si tratta per lui di celebrare le qualità artistiche di tali disegni(39), e neppure di ottenere dalla loro tentata verbalizzazione dei brani vagamente “onirici”. Egli ritiene (si è visto che un’idea analoga veniva enunciata, in rapporto alla scrittura, nella postfazione a La nuit remue) che le persone in difficoltà possano utilizzare il disegno per esprimere, e nel contempo attenuare e tenere a distanza, il proprio disagio mentale. Quindi i suoi commenti alle immagini, pur nella loro brevità, sono anche interpretativi: non in quanto mirino a diagnosticare una precisa patologia, ma in senso puramente umano e psicologico. È come se Michaux volesse identificarsi con il disegnatore, sforzandosi di capirne i problemi dall’interno.
     Per rendere meno vago il discorso, vediamo un primo esempio di questi testi: “La ragazza, che ha perso la verginità e su cui bramisce un cervo, se la porta via senza resistenza, lettuccio e tutto, un gigantesco caimano, che ben presto s’immerge e sprofonda nelle acque. Cadono fiori, frutti vengono strappati, terrose radici risalgono alla superficie. Così si rammemora lo stupro di tanto tempo fa, per sempre intollerabile. Nella povertà dei cenci, nell’indigenza del giaciglio, nel colore smorente dei fiori, nella piccolezza delle mani, nel torcersi beffardo della veste travolta, nel proliferare dietro di lei di vortici eccessivi, la malignità delle forze avverse parla. Chine là sopra, falsamente bonarie, delle figure estranee, teste con collane di limacce o di larve, facce di esseri distanti, che non offrono alcun appoggio, immutabili, ipocrite maschere sociali. A sinistra, in basso, ancora una volta il coccodrillo con la sua vittima sprofonda sotto le acque”(40). Come si può notare, alla descrizione si accompagna una decifrazione. In quest’opera Michaux non indica i nomi degli autori dei disegni né fornisce dati sulla loro effettiva biografia o storia clinica: gli importa solo esplicitare ciò che egli stesso vede nell’immagine, quali potrebbero essere le forze in lotta all’interno della psiche del disegnatore. Infatti gli elaborati dei folli sono sempre, a suo avviso, le descrizioni più o meno mascherate di una battaglia, e al tempo stesso un modo di combattere, di difendersi dalle “forze avverse”. Ecco un altro esempio, ancor più eloquente: “Un tavolino rotondo è vegliato da due cigni. Ogni cigno è vegliato da due gattopardi. Ogni gattopardo (o pantera o grosso gatto chiazzato) da due serpenti. Ogni serpente da sedici triangoli, che a loro volta sono sotto osservazione da parte di innumerevoli occhi, puntati, scrutatori. Nulla deve sfuggire alla molteplice polizia. Nulla può sottrarsi all’Ordinamento onnipresente. In tutto ciò si sente il pericolo che non si sia vegliato abbastanza, che vi sia una mancanza di vigilanza, poiché un istante di disattenzione basterebbe. Un istante di disattenzione potrebbe causare, nei secondi successivi, la disgregazione e poi la disintegrazione universale. Conseguenza remota di una Condanna. Forse. Quante disgiunzioni possibili nelle ‘corrispondenze’ della creazione, quando il mondo intero rischia di essere punito per la colpa di uomini inconsapevoli, mondo che, di fatto, pesa sulle spalle di uno solo, che non può più concedersi riposo, essendo divenuto un sorvegliante obbligato, l’unico che sappia, che vegli, che possa ancora ritardare l’illimitato disastro ormai imminente”(41).
     Nelle parole di Michaux si avverte la “compassione” (nel senso etimologico del termine) con cui, da sempre, egli guarda alla condizione del folle, in cui vede un altro se stesso potenziale, da osservare e studiare per capirne l’esperienza. Il malato psichico che disegna non è per lui un individuo che, nonostante la posizione svantaggiata in cui si trova, riesce bene o male a manifestarsi attraverso le immagini, come se fosse un artista sano di mente: tutto all’opposto, è quest’ultimo che, proprio come il malato, trova la via dell’espressione pittorica per cercare di supplire a qualche carenza o instabilità interiore. Michaux non intende ovviamente riproporre l’assurda equazione tra artista e folle, ma si sforza di non rimuovere dalla coscienza l’idea che queste due figure possano, nonostante tutto ciò che le differenzia, avere dei tratti in comune. Anzi, se per tutti è importante essere consapevoli che la malattia appartiene da sempre alle virtualità intrinseche alla psiche, sarebbe particolarmente grave ed esiziale per l’artista voler tenere celata la zona oscura della mente. È ciò che Michaux afferma in Tranches de savoir, con una formula memorabile, che in certo modo riassume tutto il suo discorso in materia: “Chi nasconde il proprio folle, muore senza voce”(42).

[Tratto da: Giuseppe Zuccarino, Percorsi anomali, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, “Le carte francesi”, 2002]

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NOTE

(1) In H. Michaux, Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1998-2001 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C. e seguito dal numero del volume), I, pp. 3-8.
(2) Cfr. Jean-Pierre Falret, Des maladies mentales et des asiles d’aliénés. Leçons cliniques et considérations générales, Paris, 1864 (uno dei capitoli, apparso originariamente nel 1854, si intitola appunto De la folie circulaire) e Théodule Ribot, Les maladies de la personnalité, Paris, Alcan, 1885.
(3) Cfr. le Notes et variantes di Raymond Bellour e Ysé Tran, in Œ. C., I, p. 1023.
(4) Les rêves et la jambe (1923), in Œ. C., I, p. 24.
(5) Réflexions qui ne sont pas étrangères à Freud (1924), in Œ. C., I, pp. 49-50.
(6) Lettera senza data (forse del giugno 1924), in H. Michaux, Sitôt lus. Lettres à Franz Hellens (1922-1952), Paris, Fayard, 1999, p. 70.
(7) Le drame des constructeurs, in Un certain Plume (1930), in Œ. C., I, p. 656 (tr. it. Il dramma dei costruttori, in H. Michaux, Un certo Piuma, tr. it. Milano, Bompiani, 1971, p. 187).
(8) Le village de fous, in La nuit remue, in Œ. C., I, p. 445 (tr. it. Il paese dei pazzi, in H. Michaux, Lo spazio interiore, Torino, Einaudi, 1968, p. 117). In una lettera a Claude Cahun spedita da Anversa il 10 gennaio 1931, lo scrittore annunciava: “È per il giardino zoologico che sono venuto ad Anversa… Andrò anche in un villaggio di folli non lontano da qui” (cit. nel catalogo Henri Michaux. Peindre, composer, écrire, a cura di Jean-Michel Maulpoix e Florence de Lussy, Paris, Bibliothèque nationale de France – Gallimard, 1999, p. 234). Dunque lo spunto iniziale per il pezzo citato potrebbe essere stato offerto da un’esperienza compiuta in prima persona.
(9) Ci riferiamo in particolare ai tre volumi Voyage en Grande Garabagne, Au pays de la magie e Ici, Poddema, apparsi fra il 1936 e il 1946 e riuniti poi in Ailleurs (1948); ora in Œ. C., II, pp. 1-131 (tr. it. Altrove, Milano, Rizzoli, 1966).
(10) Postface (datata 1934) a La nuit remue, in Œ. C., I, pp. 511-512.
(11) Ibid., p. 512.
(12) Postface a Plume précédé de Lointain intérieur (1938), in Œ. C., I, p. 663 (tr. it. Postilla a Un certo Piuma, cit., pp. 200-201). Su questo tema, cfr. R. Bellour, Henri Michaux, Paris, Gallimard, 1986 (specialmente il terzo capitolo, La question de l’être, pp. 37-166).
(13) Dessiner l’écoulement du temps (1957), in Passages (1963), in Œ. C., II, p. 373.
(14) Recensione di Absence di Alfredo Gangotena (1934), in Œ. C., I, pp. 960-961.
(15) Misérable miracle (1956), in Œ. C., II, pp. 735-737 (il passo è tradotto in H. Michaux, Brecce, Milano, Adelphi, 1984, pp. 115-117).
(16) Ibid., p. 741 (tr. it. p. 122).
(17) Ibid., p. 743 (tr. it. p. 124).
(18) Ibid., p. 748.
(19) Ibid., p. 692.
(20) Ibid., pp. 766-767. Il capitolo che, nella seconda edizione di Misérable miracle, diverrà Expérience de la folie, nella prima si chiamava Schizophrénie expérimentale, formula ripresa appunto dal titolo dell’articolo di G. E. Morselli cui Michaux rinvia: Contribution à la psychopatologie de l’intoxication par la mescaline. Le problème d’une schizophrénie expérimentale (cfr. le note a Œ. C., II, pp. 1273 e 1294-1295).
(21) L’infini turbulent (1957), in Œ. C., II, p. 828.
(22) Ibid., p. 912. Gli studiosi a cui si allude sono Max Rinkel e Harry C. Salomon, coautori con altri di un articolo dal titolo Experimental Psychiatry. II. Clinical and Physio-Chemical Observations in Experimental Psychosis (cfr. le note a Œ. C., II, p. 1347). Va detto per inciso che, nel passaggio dall’uno all’altro dei volumi di Michaux sulla droga, si infittisce il richiamo ai testi specialistici, relativi sia alle sostanze allucinogene sia alle patologie psichiche.
(23) Sui rapporti, storicamente costituitisi, tra ragione e follia, si rimanda al libro di Michel Foucault, Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Plon, 1961 (tr. it. Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1963).
(24) H. Michaux, Connaissance par les gouffres, Paris, Gallimard, 1961; 1988, pp. 177-178.
(25) Ibid., p. 264.
(26) Ibid., p. 265.
(27) Cfr. Julian de Ajuriaguerra – François Jaeggi, Contribution à la connaissance des psychoses toxiques. Expériences et découvertes du poète Henri Michaux, Bâle, Laboratoires Sandoz, 1963. Di Ajuriaguerra si parla – senza farne il nome, ma definendolo “il medico” – in Misérable miracle, ed è probabile che sia stato proprio lui a fornire la mescalina utilizzata nelle sedute descritte nel volume (cfr. le note in Œ. C., II, p. 1300).
(28) Cfr. Connaissance par les gouffres, cit., p. 29, dove si rinvia a due opere di Lupasco, Logique et contradiction, del 1947, e Les trois matières, del 1960.
(29) S. Lupasco, Michaux et la folie, in “L’Herne”, 8, 1966; ried. 1983, p. 96.
(30) Ibid., p. 99.
(31) H. Michaux, Les grandes épreuves de l’esprit et les innombrables petites, Paris, Gallimard, 1966; 1994, pp. 13-14.
(32) Ibid., p. 178.
(33) Cfr. la Chronologie di Bellour e Tran in Œ. C., II, pp. XLII-XLIII e, del solo Bellour, la Notice relativa a Plume, in Œ. C., I, p. 1248. Nel 1965 Michaux è entrato a far parte della Compagnie de l’Art brut fondata da Dubuffet.
(34) Oltre ad un testo scritto nel 1956, l’anno delle visite a Colmar, Leurs secrets en spectacle (poi ripreso in H. Michaux, Vents et poussières, Paris, Flinker, 1962), si vedano ad esempio Connaissance par les gouffres, cit., p. 181, Les grandes épreuves de l’esprit…, cit., pp. 156, 159-160 e H. Michaux, Émergences-Résurgences, Genève, Skira, 1972; 1993, p. 104-105 (tr. it. Emergenze-Risorgenze, in H. Michaux, Sulla via dei segni, Genova, Graphos, 1998, pp. 26-27).
(35) L’infini turbulent, in Œ. C., II, pp. 913-914.
(36) H. Michaux, Les ravagés, Montpellier, Fata Morgana, 1976 (tr. it. I devastati, in Brecce, cit.; la versione italiana offre solo alcuni passi scelti), poi ripreso in Chemins cherchés, chemins perdus, transgressions, Paris, Gallimard, 1982.
(37) Les ravagés (prima ed.), p. 7 (tr. it. p. 241).
(38) Cfr. Dessins commentés (1934), in La nuit remue, in Œ. C., I, pp. 436-440; Peintures (1939), in Œ. C., I, pp. 703-720; Lecture de huit lithographies de Zao Wou-Ki (1950), in Œ. C., II, pp. 261-279; H. Michaux, En rêvant à partir de peintures énigmatiques, Montpellier, Fata Morgana, 1972, poi ripreso in Affrontements, Paris, Gallimard, 1986, pp. 7-70.
(39) È questo il punto di vista espresso da André Breton nel saggio L’art des fous, la clé des champs, in La clé des champs, Paris, Éditions du Sagittaire, 1953 (ried. Paris, L.G.F., 1991, pp. 274-278), in cui l’autore rivendica con forza il valore estetico delle opere dei folli, contrapponendosi a tutti coloro (critici d’arte compresi) che le sottovalutano, o attribuiscono ad esse il ruolo di documenti di interesse meramente clinico.
(40) Les ravagés, cit., pp. 23-24 (tr. it. p. 244).
(41) Ibid., pp. 31-32.
(42) Tranches de savoir (1950), in Face aux verrous (1954), in Œ. C., II, p. 461 (tr. it. Spicchi di sapere, in Lo spazio interiore, cit., p. 265).

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3 pensieri riguardo “Scritti su Henri Michaux (III) – di Giuseppe Zuccarino”

  1. solo per dire che me li sto godendo e molto questi approdondimenti di Michaux, quasi introvabile nel nostro mercato editoriale, e che desidero quindi ringraziare Zuccarino e il lavoro paziente e tenace di FM, V.

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