Divagazioni stanziali – di Enrico De Vivo

DeVivo_DivagazioniStanziali_gDalla Premessa di Enrico De Vivo

“I testi raccolti in questo volume risalgono al tempo in cui – poco meno di dieci anni fa – me ne andavo in giro per i luoghi in cui sono nato e vivo, nei paraggi di Napoli, a prendere appunti su tutto: sulle insegne dei negozi, sui muri scrostati dei palazzi, sui cortili, sulle storie della mia famiglia, sui paesaggi e su altre cose che mi ispiravano. Avevo da poco fatto ritorno, dopo anni passati a studiare e lavorare fuori, e mi era sorto un interesse spontaneo per tutto quello che vedevo qui; ero attento alle minime apparenze del mondo esterno, perfino il modo in cui erano disposte le file degli alberi lungo una strada mi suscitava pensieri. In un certo senso, viaggiavo pur rimanendo sempre nello stesso posto, per questo ho messo come titolo Divagazioni stanziali, perché mi accorgo che l’intenzione (o l’illusione) era quella di ridare vita per iscritto, attraverso le divagazioni della scrittura, all’umore del personaggio locale che ero allora. Personaggio che non ha fatto viaggi o compiuto imprese in giro per il mondo, ma che, scrivendo, va accorgendosi pian piano di non essersi mai mosso veramente da dove si trovava e ancora si trova.”

 

Enrico De Vivo, Divagazioni stanziali, prefazione di Gianni Celati, Verona, QuiEdit, Collana Questo è quel mondo / 1, 2009.

 

Funzionari dell’esistenza

Seduti fuori al balcone tutto il tempo, io e Gaetano guardiamo il mare di Calabria e tutte le altre cose del mondo, ma soprattutto il mare. Mentre parliamo ci dondoliamo sulle sedie con le gambe allungate fino alla ringhiera, svariando con la mente lungo il corso di una settimana estiva.
Di fronte al nostro balcone, a portata immediata di sguardo, c’è un’altra casa. Una casetta bassa e quadrata, attaccata a un’altra della stessa forma ma grossa il doppio. Le due case così vicine sembrano due fratelli: uno più grande, uno più piccolo. A noi interessa la casa più piccola, perché è nella casa più piccola che abita il nostro uomo, del quale parlerò tra poco.
La casa più piccola è stata costruita per prima, ai tempi dell’orgoglio giovanile del nostro uomo, che ai bei tempi diceva all’abitante attuale della casa più grande, quando ancora questa non c’era: “Sono giovane, sono forte, andrò a costruire una casa sulla strada della ferrovia verso il mare”. E l’abitante attuale della casa più grande gli rispondeva: “Vedrai, io ne costruirò una più grande, son sempre stato più forte di te, dammi il tempo”.
Il nostro uomo ha i baffi e una faccia scura da turco, una pancia larga come se fosse stata gonfiata, simile a una camera d’aria. Esce di rado, e comunque nelle ore più improbabili, ma noi, dal balcone che dà sul mare, possiamo sapere tutto di lui, abbiamo sotto di noi la vista quasi completa della sua vita, mentre ci dondoliamo e svariamo. Il nostro uomo è sempre alquanto preoccupato, quando esce di casa: si preoccupa di chi lo guarda, di che cosa possa pensare la gente di lui, di che domande possa fargli un passante troppo curioso: “Conosce l’ora? Sa dov’è il centro? C’è un tabacchi qui vicino?”. Il nostro uomo è diffidente, e vive da solo nella piccola casa all’ombra della casa grande. Possiede un’antenna parabolica e guarda sempre documentari di tutti i generi, soprattutto documentari porno. Quando guarda questi documentari, di solito di pomeriggio, nel colmo del caldo, gli viene sempre voglia di pane e salsiccia, o di alici marinate, non sa spiegarsene il motivo, una volta ci ha pensato un pomeriggio intero a queste sue strane voglie mangerecce. Dopo aver mangiato salsicce o alici si gratta la pancia e scoreggia.
Intanto noi sempre a dondolarci sul balcone guardando il mare. Vorrei spiegare che mare è quello che noi guardiamo dal balcone, e come lo guardiamo, in che condizioni e con che animo e intenzioni, ma non è facile. Io e Gaetano elenchiamo ad esempio tutte le sfumature di azzurro che si vedono, le diverse strisce di cui è fatta la distesa d’acqua, e cose di questo genere.
Il nostro uomo, un pomeriggio verso le due, è uscito a fumare sull’ampio terrazzo della sua casetta, e si è fermato davanti al muro bianco alto della casa grande attaccata alla sua casa piccola. Guardava questo muro e vi lanciava contro boccate di fumo, assorto nell’osservazione come se guardasse la Cappella Sistina. Si è acceso anche un’altra sigaretta, ma non l’ha finita tutta, però l’ha fumata sempre guardando il muro alto e bianco della casa grande come se fosse qualcosa di eccezionale o meraviglioso. Noi ridiamo spesso per quello che combina questo turco solitario, e anche stavolta abbiamo riso per la fumata davanti al muro. Un’altra volta ridevamo perché passeggiava incerto davanti al cancelletto della sua casetta, come in preda a pensieri del tipo: “vado dentro oppure parto per l’India?”. Un’altra volta ancora abbiamo riso ascoltando con la mente le scoregge che faceva mangiando salsicce e alici, scoregge talmente forti da assordare il vicino della casa grossa che gli fa ombra. Ma non è un ridere alla sue spalle, questo, attenzione, è un ridere di salvezza, un ridere che ci salva tutti e tre dall’oblio che emana dalla chiarità del mare di Calabria.
Gaetano dice che la vita è un satanasso. Uscire tutti i giorni e stare attenti a chi ti guarda, a cosa può volere da te chi ti guarda, a cosa ti chiederà un passante qualsiasi. Cosa ti chiederà? Oggi una ragazzina chiede al nostro uomo: “Ha da accendere?”. Lui accigliato (dal balcone a volte guardiamo anche con un binocolo) estrae un accendino di plastica verde trasparente che non ha più gas. “Non c’è gas”, dice la ragazza, “però è un accendino molto bello, me lo regala?”. Mai nessuno aveva rivolto tante parole in una volta sola, e con tale intensità, al nostro uomo. Regala l’accendino alla ragazza e scappa via pensieroso. Al pomeriggio non guarda i documentari, trascorre tutto il tempo a pensare alla sua vita quasi da funzionario dell’esistenza, e anche ad altre cose che gli fanno venire pensieri profondissimi, come il contratto di locazione da rinnovare all’inquilino della casa grande.

*

L’inquilino – e proprietario – della casa grande, è proprietario in realtà anche della casa piccola, acquistata in tempi recenti perché il nostro uomo aveva problemi economici e aveva dovuto vendere tutto. Si era presentato un pomeriggio l’inquilino della casa grande e gli aveva intimato: “O me la vendi o schiatti”. Aveva detto questa frase in dialetto, e il nostro uomo aveva venduto, ma chiedendo in italiano: “Mi dai cento milioni?”. “D’accordo”, era stata la pronta risposta.
I soldi servivano al nostro uomo per curare la vecchia madre malata e il vecchio padre paralitico, era una ecatombe di cure e di spese a quei tempi. Ma appena venduta la casa per curare i due vecchi, i due vecchi erano morti, e il nostro uomo era rimasto con i soldi, ma senza casa, senza la sua casa frutto dell’orgoglio giovanile.
Il mare di Calabria visto dal balcone, così chiaro e sostanzioso, fa sembrare che tutto nella vita sia un bagliore passeggero, che tutto nella vita non serva ad altro che a farsi dimenticare, a svanire. Com’è che il mare faccia quest’effetto nessuno lo sa, ma è così. Tanta immensità, tanto colore azzurro, tanta acqua non possono suggerire altro che l’oblio. Bisogna dire che il nostro uomo non guarda mai il mare, lui guarda con interesse soltanto il muro alto bianco della casa che gli fa ombra, e ci siamo accorti che lo guarda soltanto quando fuma. Noi guardiamo lui, lui guarda il muro, il muro dà una bella luce bianca tra il mare e noi.
Tra rimbalzi di luci e di sguardi, ognuno si aiuta come può quando sogna.

*

Una sera siamo scesi dal balcone per fare una passeggiata. (Di sera, poiché il mare non si vede, di solito dormiamo.) Quella sera siamo scesi dal balcone per smaltire a piedi tutti i sogni della giornata. Siamo arrivati a un bar di nome “Copocabana” sulla strada statale 106. Le strade statali non finiscono mai di stupire, ma bisogna aver voglia di percorrerle. Il bar “Copocabana” ha un ampio spiazzo mattonellato all’aperto, al quale si accede direttamente dalla strada. Sulla soglia di questo spiazzo ci sono tre colonne in stile impero, con due archetti che le uniscono. Le co-lonne sono disposte non in linea, ma a triangolo: due più in fuori, quella centrale verso l’interno. Creano così un ingresso rituale e bislacco, che però nessuno che entri nello spiazzo del bar attra-versa mai: passano tutti ai lati, diciamo all’esterno dell’entrata, forse soggezionati da quella disposizione. Seduta a un tavolino c’è solo una coppia di ragazzi che parlano a scatti, appassionatamente, di qualcosa che deve turbarli molto, perché sono serissimi e lasciano trascorrere lunghi momenti di pausa assorti e in silenzio. Ci sediamo anche noi a un tavolo. Cerchiamo il mare con gli occhi, come al solito, prima di parlare, ma il mare, quando è buio, si riesce soltanto a intuire. Allora ci mettiamo subito a discorrere del nostro uomo: “è un funzionario dell’esistenza”, dice Gaetano, “ma siamo tutti come lui, facciamo soltanto quello che dobbiamo fare, quello che ci è stato ordinato di fare; a nessuno viene l’idea di una vera fuga, tutta la nostra vita la trascorriamo nelle quattro mura del mondo senza accorgerci di stare rinchiusi”. Io gli do ragione, come a volte, forse quasi sempre, si dà ragione a un amico, per inerzia affettiva.
Il bar “Copocabana” meriterebbe descrizioni accurate, ha una grazia sconclusionata notevole, si vede che nessun architetto si è preso la briga di inventarlo o progettarlo, nessuno ha studiato a tavolino per esso un look coerente. Questo posto è nato da sé, per caso, come una visione nel deserto o come una sterpaglia. Colonne stile impero messe di sghembo sul pavimento mattonellato, tavolini di plastica bianca, un filo di lampadine per l’albero di natale che corre tra gli archi delle colonne, i due ragazzi che si parlano in quell’angolo, il mare laggiù a pochi metri, invisibile, macchine che sfrecciano lungo la statale qua davanti, mentre ci arriva il rumore e un po’ di fumo. Ecco un paradiso senza significati e senza premi, ecco l’incanto della vita quando non ci si aspetta più nulla, alla fine di un giorno o alla fine del mondo.
Domani un’altra luminosa giornata dal balcone ci attende.

(Pag. 41-45)

 

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Libri per scarcerare l’immaginazione.

Presentazione della nuova collana della casa editrice QuiEdit, “Questo è quel mondo“, in una conversazione tra Gustavo Paradiso ed Enrico De Vivo.

[Escono in questi giorni i primi due volumi della collana Questo è quel mondo, diretta da Enrico De Vivo per la casa editrice QuiEdit di Verona. Si tratta di Divagazioni stanziali, dello stesso De Vivo, e di Nessuno ti può costringere, di Francesca Andreini. I due volumi sono presentati, rispettivamente, da Gianni Celati e da Marianne Schneider. Enrico De Vivo ha scritto Racconti impensati di ragazzini, edito da Feltrinelli nel 1999, e dirige da circa otto anni Zibaldoni e altre meraviglie (www.zibaldoni.it), una rivista di culto nel panorama della letteratura italiana “militante”, che vanta collaborazioni e recensioni nazionali e internazionali.]

 

“A volere che l’immaginazione faccia presentemente in noi quegli effetti che facea negli antichi, e fece un tempo in noi stessi, bisogna sottrarla dall’oppressione dell’intelletto, bisogna sferrarla e scarcerarla, bisogna rompere quei recinti”.
(Giacomo Leopardi, Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica)

 

GP
“Questo è quel mondo”: un riferimento esplicito a Leopardi, certamente non casuale.

EDV
Nella celebre poesia di Leopardi queste parole servono a introdurre una domanda cruciale al centro della riflessione del poeta recanatese: dove è finito “quel mondo” che avevamo sognato quando ancora eravamo capaci di immaginare tutto? Il riferimento è al mondo degli eroi, ovvero della conoscenza fondata sulla fantasia, con una critica, indiretta ma chiara, all’attualità e alla storia, dalle quali è bandito e rimosso qualsiasi pensiero non controllato. Con questa collana, applicando l’intuizione leopardiana alla letteratura italiana odierna, l’intenzione è scoprire libri, storie, versi, studi che sappiano ancora portarci in territori non programmati a tavolino, che saltino a pie’ pari le angosce dell’attualità, non per obliarle, bensì per renderle più comprensibili alla luce delle intuizioni mitiche e fantastiche.

GP
Il titolo del primo libro mi pare un bell’ossimoro per esemplificare una tale intenzione.

EDV
Sì, “Divagazioni stanziali” è innanzitutto l’indicazione di un metodo di scrittura e di ricerca, che predilige lo scarto dalla norma più delle cosiddette regole poetiche e creative di cui sono infarcite le mode letterarie e i modi di scrivere dominanti. “Divagazioni stanziali” è un libro di racconti, riscritture, narrazioni orali, perfino versi occasionali – qualcosa di molto lontano dalla spirito “romanzesco”, come dice Gianni Celati, che ossessiona la letteratura occidentale moderna.

GP
Però l’altro libro che presentate all’interno della vostra collana è un romanzo…

EDV
È un romanzo molto poco romanzesco. “Nessuno ti può costringere” lo abbiamo pubblicato in “Zibaldoni e altre meraviglie”, in una prima versione a puntate, perché era organizzato come una serie di avventure, leggibili ognuna quasi autonomamente, senza un plot asfissiante e senza suspence esagerate. Anche se poi la novità più bella di questo libro di Francesca Andreini è senz’altro la lingua in cui è scritto: una lingua affettiva e carezzevole, con in filigrana la parlata toscana che, come ha osservato Marianne Schneider, funziona come una musica che invaghisce e continua nell’orecchio incantando il lettore.

GP
Come mai la scelta dell’editore QuiEdit di Verona?

EDV
Non è stata una mia scelta, ovviamente, ma una proposta che ho valutato subito con grande interesse, perché con i piccoli editori sono ancora possibili dei discorsi che vanno al di là della vendita delle copie e della rinomanza dello scrittore. A QuiEdit avevano seguito il nostro lavoro di questi anni con “Zibaldoni e altre meraviglie” e hanno pensato di portare il mood della rivista all’interno di una collana di libri. Una cosa straordinaria, nel panorama delle lettere italiane contemporanee, cioè prestare attenzione a un discorso letterario che si è sviluppato nel corso degli anni in maniera assolutamente autonoma da cricche e conventicole. Per me sarebbe stato pressoché impossibile proporre a un grande editore una collana come questa, perché per chi fa i conti solo con le copie vendute nel giro di pochi mesi, tu funzioni non per quello che hai in testa o che scrivi, ma solo se fai qualcosa che va bene per il cosiddetto “dio mercato”, che però, come tutte le figure patriarcali, è sempre alquanto borioso e pretenzioso, quindi da evitare il più possibile se si vuole stare in pace.

GP
Lei ha già fatto cenno alle ascendenze leopardiane del suo lavoro. Ho visto che nella prima pagina di ciascun volume è presente anche una citazione da Leopardi piuttosto significativa.

EDV
Leopardi è un faro, o, come dice Gianni Celati, un compagno di strada, del quale non riesco a fare a meno da almeno una ventina d’anni, la sua scrittura riesce a darmi suggerimenti e aiuti su tutto. Anche quella citazione dal “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, che ho scelto come epigrafe della collana, mi è subito sembrata la cosa migliore per illustrare le nostre intenzioni: Leopardi parla di “sferrare” e “scarcerare” l’immaginazione, rendendola libera dal dominio dell’intelletto e, potremmo dire oggi, dalle razionalizzazioni incombenti perfino su romanzi e poesie. Un’immaginazione scarcerata e sferrata è un’immaginazione che io, con Vico, definirei ignorante, perché è un’immaginazione che sa muoversi con leggerezza, facendosi illuminare, non incendiare, dalla ragione.

GP
Avete già in programma altri libri?

EDV
Abbiamo tre progetti imminenti ai quali tengo molto. Il primo è una commedia di Gianni Celati, La recita del diluvio, un testo inedito del 1989 con una visione profetica sui disastri e le decadenze del mondo attuale. Un altro è un volume dedicato a Robert Walser, che riprende gli Atti di un convegno bolognese dedicato allo scrittore svizzero, con contributi inediti e originali di scrittori, traduttori e studiosi internazionali. Infine, entro quest’anno, dovremmo pubblicheremo un libro di racconti di Walter Nardon, Il ritardo, che propone una scrittura originalissima e concentrata, dai toni molto rarefatti. Poi ci saranno un altro mio libro di brevi saggi, ancora una raccolta di interviste a Gianni Celati, una ricerca di Stefania Conte su cinema e letteratura, e altri testi di autori che ruotano intorno alla nostra rivista, dei quali proporremo opere molto particolari e variegate – libri in versi, raccolte di racconti, epistolografie e autobiografie, etc.

GP
Celati, Walser… Presenterete dunque dei veri scrittori…

EDV
In effetti, vorremmo presentare quanti più scrittori… falsi è possibile. Uno scrittore falso, uno scrittore di sacrosante falsità, in mezzo a tutti questi colatori d’oro fino e calibrate verità, darebbe un poco d’aria al mondo in cui viviamo, fondato sui dogmi quotidiani delle gazzette, come direbbe un Leopardi postmoderno. Oggi il valore del falso, ossia della finzione e della fantasia, è solo in apparenza venerato, in realtà è stravolto e manipolato a fini mercantili per impedire di vedere le cose come stanno.

GP
E come stanno?

EDV
Stanno come nel castello di Atlante, o come in quelle egroche (ecloghe) del Cunto de li cunti di Basile, dove si racconta di aggeggi fantastici grazie ai quali vengono smascherate le “finzioni false”, quelle in cui quotidianamente siamo immersi e che ci ammorbano la vita, a cominciare da tutta la cosiddetta società dello spettacolo, fino alle esibizioni dei potenti che comprano tutto, anche l’anima della gente, o dei guerrafondai, sempre pronti ad armarsi e a farci partire. Queste “finzioni false”, come ci fa intuire Basile, vanno smascherate – a maggior ragione nel mondo del tempo reale e delle verità globalmente propagate – cantando e fingendo un nuovo mondo, che sappia dare il giusto peso alle apparenze e non confonda i ruoli. Se oggi le cose vanno come vanno, è anche perché l’immaginazione è incarcerata e messa ai ferri da tendenze menzognere e ipocrite, dalle quali non è facile venir fuori, ma neanche impossibile. Io spero che i libri di “Questo è quel mondo” riescano a dare un piccolo contributo in questo senso – un po’ di sollievo a chi ha ancora necessità di fantasticare per capire in che mondo viviamo.

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Enrico De Vivo (Nocera Inferiore, 1963) ha pubblicato nel 1999 Racconti impensati di ragazzini (Feltrinelli) e nel 2004 ha curato l’antologia Il fior fiore di Zibaldoni e altre meraviglie (Edit Santoro). Nel 2001 ha ideato la rivista letteraria Zibaldoni e altre meraviglie (www.zibaldoni.it), che dirige tuttora. Vive e lavora ad Angri, in provincia di Salerno.

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20 pensieri su “Divagazioni stanziali – di Enrico De Vivo”

  1. ho letto questo libro, ed è straordinario, finalmente qualcuno che recupera la cultura altissima napoletana in maniera non pedante e con lingua nuova, esplorante. prefazione di celati stupefacente, che dice quello che è vero: cioè che questo è un libro davvero contro lo spirito filisteo di questi tempi che sanno solo onorare l’attualità. l’imbarazzo di chi ha presentato questo libro su nazione indiana era palpabile: era l’imbarazzo di chi non sa vedere oltre il savianismo, e allora resta spiazzato da questo modo di scrivere e di guaradre il mondo, che è un modo assolutamnte rivoluzionario, non autorizzato da nessuno a dire quello che bisogna dire. de vivo “non scriverà mai sodoma1 e gomorra2”, dice ironico e profondo come sempre, celati, e io mi aggiungo a lui dicendo: PER FORTUNA!

  2. cara carla x
    non mi pare il caso che per parlare bene di de vivo, come merita, lei tiri in gioco saviano che non c’entra niente. è bello che la scrittura in campania abbia tante voci e così diverse tra loro.

  3. arminio carissimo, lei evidentemente ha letto male, o non ha letto affatto, la prefazione di celati (che non mi pare uno che parli mai a caso o per cerimonia). celati, dal punto di vista dello scrivere e della letteratura, parla chiaro: chi scrive roba come quella di saviano è un soldato del mercato, allineato e coerto; chi scrive un libro come quello di de vivo, sta da un’altra parte, dove ci vuole davvero coraggio per stare perché si è fuori dal coro. le tante voci sono legittime, ci mancherebbe, ma la loro diversità va sottolineata, non annullata, come ad esempio ha tentato di fare qualcuno anche in nazione indiana (senza riuscirci, perché quello di de vivo è un libro che dura molto di più di quello di tutti i savianisti messi assieme).

  4. Egregia Carla, fermo restando che lei, qui, può scrivere, sempre, tutto quello che le pare, mi preme dirle, a titolo strettamente personale, che trovo la sua polemica nei confronti di NI abbastanza pretestuosa: in primo luogo perché poteva lasciare lì il suo pensiero, quando il post di Forlani fu pubblicato; in secondo luogo perché non ho trovato in nessuno degli undici commenti (in particolare Chiatti, Zangrando e lo stesso Forlani, che sono intervenuti più nello specifico) “imbarazzo”, “savianismo” o altro a cui lei fa riferimento; in terzo luogo perché la sua interpretazione della prefazione di Gianni Celati è esattamente quella che è, cioè la *sua*.

    Se le interessa, la mia posizione è questa:

    1) stimo grandemente Enrico De Vivo (questo blog è, sotto molti aspetti, “gemellato” con “Zibaldoni”): lo stimo come uomo, come scrittore e come magnifico divulgatore di cultura, per il lavoro che svolge con la sua rivista;

    2) stimo grandemente Roberto Saviano, come uomo (per tutto quello che rappresenta: questo blog, antifascista e antimafia, è da sempre schierato con la sua battaglia di denuncia della criminalità che sta divorando come un cancro le nostre terre e il futuro delle nostre terre) e come scrittore (ritengo “Gomorra”, al di là di *tutto quanto*, anche nel senso della “sovraesposizione”, una grande opera letteraria);

    3) Celati, per quel che mi riguarda, ha stigmatizzato, da par suo, il “savianismo”, come lei lo chiama, non certo Saviano e la sua opera: quindi, quando lei scrive che “saviano è un soldato del mercato, allineato e coperto”, si commenta da sola (o è in malafede, o conosce di persona Celati, tanto da vicino che le avrebbe svelato il senso preciso, recondito, delle sue parole: un senso che esiste solo nella sua testa).

    Se poi l’intenzione era quella di discutere dei rapporti di *quella* opera col mercato, le strategie del potere editoriale e la baraonda mediatica che ne è seguita, si può sempre farlo, ma, come ha già detto Arminio, non vedo cosa c’entri tutto ciò col libro di De Vivo.

    La saluto.

    fm

  5. mi interessa la sua posizione, marotta, certo, e la rispetto, ma vorrei anche che si distinguesse il grano dal loglio. e il loglio, qui, nelle mie parole, è il savianismo, prima di tutto, e poi, ma per altri aspetti, anche saviano, o meglio, per evitare equivoci, la sua opera. il savianismo è come il sinistrismo (che non è la sinistra), è come tutti gli ismi che fanno solo il verso o tengono bordone a quello che è l’originale. e questo aspetto, nella moderna società dell’accumulo e dell’abbondanza, ha un risvolto assai perverso riguardo alle faccende della cosiddetta cultura: trasforma in serialità e standard tutto ciò “che va”, che “tira”, eccetera. saviano ha inaugurato un modus scribendi che per il mercato funziona innanzitutto perché ne asseconda tutte le più segrete, e anche subdole, aspirazioni, in particolare quella di controllare il pensiero della gente con la sua specifica ideologia, consistente nell’immergerla e sommergerla (la gente) di attualità e tempo (ir)reale. ma soprattutto, al libero e santo mercato (della cultura), saviano è stato utile perché quello che è un voluminoso (e onestissimo, riuscitissimo) reportage, fa comodo a molti che sia ANCHE un libro di letteratura, e anzi che la letteratura sia, alla fine, solo questo: così non dà fastidio a nessuno, non dice niente e non aggiunge niente al già noto (perché il presente è già noto da sempre), infine è anodina. mi sembra che celati (e de vivo con lui) colga tutto questo, a ben leggerlo (non serve conoscerlo, serve leggerlo fino in fondo), e io solo questo volevo sottolineare, perché nessuno mi sembra che lo abbia colto, tantomeno su nazione indiana, dove non sono intervenuta perché ho letto solo da poco quel post. non si può, concludo, scrivere senza porsi il problema della ricezione e dell’uso sociale della scrittura. se scrivo, oggi, un reportage come quello di saviano, devo sapere che faccio un certo gioco, altrimenti, marotta, scusi se glielo faccio notare, si finisce per essere un po’ fuori dal mondo, a dispetto di tutti i più impegnati proclami, ovverosia succubi delle forze peggiori di questo mondo, capaci di fare di tutta l’erba un fascio… basta che si venda.

  6. Mi associo, e non di certo per partito preso, al pensiero di Arminio e di Marotta. Sono anch’io andato a rileggermi il post apparso su NI e relativi commenti, e, francamente, non mi pare di aver rilevato alcun ‘imbarazzo’ da parte di NI (chi le parla non ha lì amici nè confidenti, dunque, cara Carla, anch’io non scrivo per difendere qualcuno a priori). E non mi sembra il caso, anzi, francamente, lo trovo di dubbio gusto, mettere a confronto De Vivo e Saviano, per esaltarne uno e denigrarne l’altro. Sono due grandi ricchezze per il sud, e lo sono per tutta la penisola (io sarei del centro-nord).

    Quanto a Saviano, troverà illuminante leggere quanto dice l’editor Mondadori, Stefanie Gorlish, che si è occupata di Gomorra…lo trova in un recentissimo post di NI in cui si parla di Editing: ‘Oggi ‘va’…e domani?’ di s.Baldrati.

    Infine, permettetemi di esprimere la mia solidarietà a un ragazzo che si è ritrovato sotto i riflettori… ma soprattutto, sotto scorta…. se quella è vita in un paese civile, mi dica, cara Carla, se Saviano non merita tutto il nostro rispetto. Se vive in quela condizione, è anche per noi, per causa nostra.

  7. Sono in una postazione di fortuna, ci sentiamo più tardi.

    Correggo solo una ‘svista’ di Manuel: trattasi di Helena Janeczek.

    fm

  8. grazie cohen, ho letto la jan., ma per me la questione non è lì, mi dispiace. quelle chiacchiere semiprofessionali che fanno in nazione indiana sono proprio quello che è la sostanza dell’obiettivo polemico del mio discorso: fissazione sul presente e sul mercato, mettendo in secondo piano la scrittura, che è sempre debordante, se è davvero tale. a me non me ne frega niente degli editor e delle loro mene, invece mi preme uscire fuori dalle frasi fatte come la sua, che ormai ci bombardano dalla mattina alla sera: “se quella è vita in un paese civile, mi dica, cara Carla, se Saviano non merita tutto il nostro rispetto”. avevo parlato appositamente dell’opera di saviano, e non di saviano, perché sapevo il ricatto al quale poi son sottoposte le minime critiche alla sua opera. e questo è un segno di libertà di espressione? è segno della civiltà, come la chiama lei, di un paese? secondo me, è segno dell’esatto contrario, ovverosia del regime nel quale siamo immersi. e allora partiamo da questo, e dal modo di scrivere di de vivo, che non mi pare voglia ricattare nessuno, essendo scevro da presunzioni di palingenesi e da borie letterarie, ma anche con una visione chiara dello stato attuale dell’arte: stato penoso perché, come dice celati, “oggi le cose vanno così”.

  9. Carla, le contesto solo, in questo frangente, l’insistenza sulla “politica editoriale” di NI, argomento del quale può anche non fregarmene niente, visto che, qualora avessi delle critiche da muovere, lo farei nei luoghi “deputati” e mai per interposta persona.

    Quello che non accetto, di tutto il suo discorso, è l’idea che Saviano abbia volutamente scritto per il mercato e abbia “venduto” il suo libro alle logiche e all’apparato di potere di cui è espressione: è totalmente falso, per quanto mi riguarda. Il che non significa che io condivida la spettacolarizzazione mediatica di un “fenomeno” di cui Saviano è vittima, non responsabile. Il libro poi (che a me piace anche come opera “letteraria”) si può criticare sempre, e in mille modi, ed è stato fatto da più parti. Solo gli imbecilli possono pensare che una critica all’opera sia, ipso facto, una svalutazione – autoriale, etica e politica – dell’autore.

    Detto questo, e chiusa la parentesi Saviano, che qui provoca solo una contrapposizione con De Vivo assolutamente ridicola, perché inesistente, mi preme farle notare – e se ha avuto la bontà di sfogliare le pagine del blog l’avrà verificato di persona – che chi le scrive è da sempre nemico (nei fatti concreti della vita di tutti i giorni, nelle scelte etiche e politiche, nelle opzioni di scrittura) di tutto ciò che è regime, omologazione, espropriazione delle coscienze e del pensiero: a maggior ragione, *contro* quello in cui siamo immersi.

    E si è contro – e si fa politica di opposizione, *resistenza* attiva – anche valorizzando, per quello che un minuscolo blog può fare, quelle “scritture altre” e tutti quegli autori e quelle microscopiche realtà editoriali di qualità la cui esistenza è un ulteriore segnale, inequivocabile, di resistenza al regime imperante e alla sua politica di azzeramento della memoria e di ogni ipotesi di futuro.

    Se De Vivo, tanto per fare un esempio, si ritrovasse un giorno a vedere un suo libro pubblicato da una casa editrice che ne fa un successo di vaste proporzioni, l’ultima cosa che direi è che è passato al nemico, si è venduto: e questo, dal momento che *so* “perché e per chi scrive”: esattamente come so “perché e per chi scrive” Saviano.

    Nel primo caso, penserei immediatamente al bicchiere mezzo pieno: che un pubblico più vasto ha la possibilità di confrontarsi con scritture di qualità, di scoprirne l’esistenza; nel secondo, che c’è qualcuno che non si arrende all’idea che metà del territorio nazionale sia controllato dalle mafie e dalle loro connivenze politiche. E non è poco, soprattutto oggi, nell’uno come nell’altro caso.

    fm

  10. guardi, marotta, qui io non biasimo la spettacolarizzazione (dell’opera) di saviano, che, se vogliamo, dal punto di vista del civilismo e della legalità dal quale lei si pone, è l’unica cosa buona di tutta l’operazione editoriale. quello che invece mi preme mettere in luce (e deduco questa cosa da celati, ripeto) è un modo di scrivere divenuto emblema letterario pressoché totalitario, con tutti gli annessi e connessi. questo modo di scrivere è quello che è: un cronachismo letteraturizzato, che può piacere o meno, non discuto di questo, ma che quello che lei chiama “apparato di potere” ha semplicemente utilizzato, e continua a utilizzare, per far passare la sua (dell’”apparato”) idea di letteratura, che esponevo più sopra. idea forte e chiara, con scopi ben precisi, altro che vecchie ideologie! saviano non ha scritto “volutamente” per l’apparato, ma l’”apparato” si è appropriato della sua scrittura, e questo è potuto accadere perché la sua scrittura aveva e ha delle precise caratteristiche. far finta di non capire tutto questo, è molto grave, secondo me. il libro qua sopra di de vivo non vedrà mai la luce con mondadori et similia perché della sua scrittura, l’”apparato” non saprebbe cosa farsene, e questo lo capisce innanzitutto celati, ma credo lo capisca bene anche de vivo quando scrive. altrimenti non scriverebbe così, non le pare?

  11. Cara Carla, non intendo abboccare alle sue esche polemiche. Quanto ai suoi toni, è ovviamente libera di pensarla come vuole (visto che stiamo sotto regime….) ma non sia offensiva. Non sono un editor e non difendo nessuna categoria. Dico solo, e confuto il fatto che lei lo neghi, che Gomorra è a tutti gli effetti un’opera di narrativa. Quale ricatto morale? quale luogo comune?…. Un libro non solo appiattito sul presente, ma un libro che resta: ha presente ad esempio le grandi inchieste di Sciascia? Ebbene, sono vive e vere, e altamente letterarie. La letteratura non le interessa, i libri che analizzano o denunciano situazioni presenti non la toccano. Viva dunque nel suo bel giardino di Armida, ma abbia rispetto per chi non conosce. Mi sembra di capire che questo eccellente libro di De Vivo, come pure la prefazione di Celati, siano per lei solo pretesti per dare sfogo al suo malessere… e poi, mi scusi, ma se lei delegittima tutto e tutti, per principio, perché si dovrebbe prendere per oro colato quanto detto da lei, o da Celati? Personalmente adoro la sua prosa, ma non mi sentirei così ingenuo da dire che è uno che se ne sta tutto solo sull’Himalaya (Università, Feltrinelli…).

  12. dove sono stata offensiva, me lo spieghi, cohen. la dimostrazione del regime, ahimé, sta appunto nel constatare che appena ci si mette in una posizione di critica radicale, tutti ti danno addosso, cioè la maggioranza dittatoriale ti dà addosso, simulando false provocazioni o accusandoti di “star male” (!). invece di prendersela per offese che non esistono o di pensare alla mia salute, che è ottima, provi a rispondere ai miei argomenti, così la diatriba può andare avanti, altrimenti io non ho altro da aggiungere, a parte una postilla a quanto ho detto sopra: in quella paginetta introduttiva al libro di de vivo il buon celati, con la sua proverbiale leggerezza e nonchalance, ne inanella non poche, tra cui la considerazione che scrivere avendo le “carte in regola” è l’opposto che scrivere senza avercele, che scrivere “libri sbagliati”, come quello di de vivo. rilegga il mio discorso alla luce di questa idea e forse capirà meglio quello che intendo. rinchiuso in un giardino, secondo me, c’è piuttosto che lei, che io.

  13. Non credo di dover continuare a darle corda per una polemica inutile e tutto sommato fuori luogo. Continua a offendere e neppure se ne rende conto. non posso aiutarla. sappia solo che non credo in 42 anni di vita di essermi mai sentito parte di una qualche maggioranza, e non per snobismo, mi creda… figuriamoci poi di una ‘maggioranza dittatoriale… vede ovunque luoghi comuni… ma non legge i suoi, troppo comuni.

    p.s. ‘Libri sbagliati’. ‘Carte in regola’, …è forse un’Accademica della Crusca?

  14. Sì Manuel, forse è meglio…

    Un segno in tal senso l’ho già avuto: avevo impiegato un’ora a scrivere un commento articolato ed è bastato un clic sbagliato a cancellare irrimediabilmente tutto.

    Intanto il post di De Vivo è ancora lì che attende…

    fm

  15. de vivo e saviano: 2 stili diversi, che fanno di uno uno scrittore scrittore, dell’altro un reporter scrittore. innegabile la deriva di NI, anche rispetto a se stessa.

  16. “libri sbagliati” e “carte in regola” non sono definizioni mie, tanto per dire. e io resto sempre in attesa non tanto delgi argomenti, che, a quanto vedo, latitano, ma, almeno, delle presunte offese che avrei ammannito.
    con qp concordo in pieno, s’intende, anche perché il discorso andrebbe spostato sul senso della letteratura nel mondo in cui viviamo (a cosa serve, etc.), discussione che forse non interessa molto.
    a marotta dico che questo post e relativi commenti mi sembrano il più adeguato e giusto e riuscito commento al libro di de vivo, che dunque non ha da attendere un bel niente: parlano gl interventi di tutti noi benissimo.

  17. “Discutere” e “confrontarsi” significano, per me, saper mettere sul tavolo dubbi, domande, ipotesi, non affermazioni apodittiche, certezze e verità al cui confronto il granito è materiale altamente malleabile e friabile. E, soprattutto, partire dal presupposto che l’interlocutore è portatore della stessa quantità di onestà intellettuale che concediamo a noi stessi: in parole povere, riconoscerlo come tale, come l’altro capace di aggiungere sguardi e squarci imprevisti alla nostra visione, non come il nemico da abbattere per affermare una presunta verginità di intenzioni e di prassi.

    La gara a chi è più puro, a chi è portatore delle istanze e degli strumenti più adeguati a leggere e dare conto del reale (in tutti i campi, letteratura compresa), è il gioco osceno che ha isterilito la sinistra e le ha impedito, in particolare negli ultimi vent’anni, di accorgersi che, alle sue spalle, e fidando sulle sue contrapposizioni, frutto soltanto di cecità coatta e di onanismo etico-politico, si costruiva un regime che in poco tempo ha fatto piazza pulita di democrazia, libertà, diritti, dignità, solidarietà, compattando e trasformando in sistema le istanze più becere di una visione di classe che si presenta in forme subdole, apparentemente concilianti, col supporto di fascismi vecchi e nuovi, omofobia, xenofobia, razzismo, clericalismo miracolistico, mafie locali e nazionali.

    E’ un gioco che non mi interessa. Vado alla ricerca di compagni di strada capaci di aggiungere nuove tonalità, nuove profondità e nuove sfumature al suono dei miei passi: refrattari per scelta, di vita prima ancora che estetica, ad ogni forma di resa. E che lo facciano perseguendo un ideale di scrittura fuori quadro e fuori formato, sghemba e irriducibile, in movimento perenne (nel mio piccolo, si parva licet, ciò avviene da trentacinque anni), oppure modalità che, sia pure “compromesse” con gli strumenti della comunicazione di massa, mantengono intatto il nucleo di denuncia da cui derivano e la capacità di incidere anche solo un frammento di pelle del potere, delle sue secolari incrostazioni o delle sue più recenti epifanie, dei suoi mascheramenti epocali – ebbene, in ogni caso, io resto in ascolto. E il giudizio non può prescindere da quell’ascolto e dalla ricaduta, in termini di cambiamento e di proiezione utopica, di quelle operazioni. Farne un ante rem, un apriori teorico mai vagliato al fuoco delle contraddizioni, è un insulto alla propria intelligenza, un’esaltazione aberrante della propria incapacità di creare ipotesi di futuro altro.

    Io chiudo qui. Alla prossima.

    fm

  18. non capisco cosa c’entri questa tirata in politichese con quello che stavamo discutendo, caro marotta, ma se a lei sta bene così, io mi adeguo, non nel senso che le replico alla stessa maniera – per me irripetibile – ma tacendo. un abbraccio affettuoso.

  19. Divagazioni stanziali di De Vivo è un bellissimo libro della divagazione. Saviano divaga molto meno ma la sua è una buona opera letteraria. Occorre contrapporre questi due libri? Non credo. Il lettore è libero di leggerli entrambi. Un particolare augurio ad Enrico per una collana neonata che a me fa pensare ad antiche, bellissime iniziative (come “Hestia”, a Milano, o “Sestante”, a Ripatransone). Lunga vita a queste luci dell’intelligenza. Zibaldoni e La dimora del tempo sospeso onorano il web. Marco

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