Il muratore interiore – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

Il muratore interiore

     Guarda quanti chiodi sono stati abbandonati nel muro, ribattuti e infissi come scorie da nascondere, per risparmiare tempo e fatica ad estirparli e a pareggiare poi la parete… mi tocca tirarli fuori ma non è semplice: devo scalpellare un po’ l’intonaco, che ovviamente se ne viene giù come ricotta, trovare il punto più debole sul quale forzare col cacciavite la resistenza del chiodo che, ormai arrugginito, fa corpo unico col muro, sfruttare un appiglio per la tenaglia, afferrare il moncone di chiodo nell’incavo che il suo ancoraggio non protegge più ed estrarre un pezzo di ferro che si è attorcigliato su se stesso come per difendersi, come una preda senza scampo.
     Non è più un chiodo, è la traccia che hanno lasciato i muratori di trenta o quarant’anni fa quando per negligenza, trovando quegli intoppi nella rifinitura delle pareti di una stanza, preferivano ricacciarli nella pietra di tufo, passandovi sopra cazzuolate di scagliola o di gesso, che hanno creato nel tempo protuberanze, dossi, altipiani, pianori, un paesaggio collinare in verticale, come i rigonfiamenti dei tagli di Lucio Fontana: è una parete piena di pance con gli ombelichi neri, densa di foruncoli come piccoli vesuvi dal tappo scuro che l’inerzia non farà mai eruttare, niente si incunea e niente viene espulso, resta tutto sotto traccia, visibile ma imprendibile se non sfigurando il muro, deformandolo ancora di più, bucandolo dappertutto e ritrovandosi davanti agli occhi crateri lunari che dovrai necessariamente ricolmare per uniformare la parete, per rivestirla poi con la carta da parato… si pensa quando si lavora, soprattutto quando ti impegni in un lavoro che non è il tuo ma che vuoi svolgere con sapienza e dedizione perché non potresti pagare un imbianchino o un muratore e allora il muratore sei tu, sei tu che hai deciso di risparmiare, come quelli di trenta o quarant’anni fa, usando accortezza e abilità, per fare bella figura con te stesso, per ottenere un risultato decoroso, per compiere una piccola impresa che ti gratifichi come un imbianchino solitario, come un muratore “interiore”. Non le aveva già dette, le stesse cose, Levi-Strauss sul bricoleur?
     Quando sei solo a lavorare, occupato in un’attività di precisione e di maestrìa non hai nessuno col quale scambiare un’idea o una soluzione, non puoi far altro che guardare quello che stai facendo, giudicarti e ascoltare i tuoi pensieri. Sai benissimo che i pensieri si presenteranno solo se troveranno un pretesto esaltante e se non si presentano, staranno comunque lì a seguire quello che fai, giudicandoti in silenzio. Quando ti dedichi ad un’attività manuale, che non rientra nelle tue occupazioni abituali, avverti che non basta la voglia di fare per dimostrare che sei capace anche di incollare della carta da parati: quello che occorre è lavorare come lavorano i pensieri: pronti a intervenire quando inevitabilmente commetti qualche errore e attenti a non farne altri, come se quello fosse il mestiere che ti dà da vivere. E qual è il mestiere che ti dà da vivere? Quello che sai fare o quello che non sei riuscito a fare? Quello che ti ha illuso o quello che hai realizzato con ostinazione?
     Quando sono così aride le domande che ti saltano in mente, non ti rispondi, tergiversi. Ti puoi appigliare ai ricordi, con la tenaglia della memoria, per sradicare i chiodi malevoli del rimpianto ma non serve: certi chiodi è meglio lasciarli dove sono, impediscono che tutto collassi e si sfracelli. In fondo, le parole o le immagini che rievochi, per quanto a doppio taglio, ti fanno sconfinare nella dolce lusinga delle “belle giornate”, come le ha chiamate Raffaele La Capria (“La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa…”) e quando ci sei dentro, nel piccolo sdilinquimento proustiano, vuoi restarci e guardare quello che i tuoi occhi, allora, venti o trent’anni fa, videro… Teatro Mediterraneo, conferenza di Fernanda Pivano sui poeti americani, noi (Franco, Giorgio) a metà sala, in attesa dell’evento e l’evento si compie: avverto una presenza alle mie spalle, un respiro grave, una voce stridula che mi chiede “Do you want light… please”… mi fai accendere… ma non si può fumare, sto per dire “You can not smoke, Sir” ma non lo dico: accanto a me, con un giaccone di lana che ricopre una sagoma grassa e nera, con una barba folta e nera che gli incornicia il viso pallido e gli occhi aguzzi c’è Allen Ginsberg… Allen Ginsberg… lui… come se me l’avesse chiesto Dante o Montale, di accendergli il sigaro… (“4 tirate e sono Acceso, / A letto in mutande, / cotone bianco nella mano sinistra, / archetipo degenerato…”) o quando andammo a sentire Gassman che ci sciabolava di Ginsberg “A un vecchio poeta del Perù”: “Poiché ci incontrammo al crepuscolo / all’ombra dell’orologio della / stazione / mentre il mio spettro visitava Lima…” e ripetevamo all’infinito il “Poiché ci incontrammo” col timbro sordo e cupo della voce del nostro Vittorio Gassman con quel “Poiché” chiuso ed esplosivo insieme… altre immagini si sovrappongono mentre ripulisco i fossi dei chiodi estratti come gli alvei dei denti perduti: ecco Alberto Moravia con una giacca di velluto blu, ecco Dacia Maraini, Enzo Siciliano… ma che anno era e che libro era?… Ecco Gadamer che parla con brevi intermezzi in italiano di “Verità e metodo” e Gerardo Marotta che si rinfocola nel cappotto tenendo il cappello ben stretto tra le mani, alla fine di un’estate; ora siamo in treno, en passant, in seconda classe, con una famigliola distinta, allegra, che guarda la litoranea da Portici a Torre del Greco: il padre è Michele Prisco de “La provincia addormentata” e ora al Teatro San Ferdinando per un incontro con Eduardo che ci riceve in camerino, ci offre il caffè e ci dice che prima di scrivere per il teatro bisogna conoscere il teatro, nell’androne incrociamo (con Alfredo) Geppino Anatrelli che ha scordato di prendere le sigarette, gliel’offriamo noi un pacchetto ma dice che comunque deve comprarle e ci ringrazia col suo sorriso smagliante… e poi le lettere, quante, qualcuna persa ma resistono ancora oggi quelle di Bruno Schacherl da Roma, di Giorgio Formiggini da Palermo, di Franco Fortini da Milano, le telefonate di Ghigo De Chiara e di Aggeo Savioli, gli incontri davanti all’Argentina con Roberto Mazzucco…
     Il muro non ha più chiodi, è deturpato, è frastagliato ma comincia a respirare nella friabilità della calcina che lo riveste a chiazze: questo vuol dire che è pronto per l’intonaco.
     Jolanda dice che è da apprezzare un’attività estemporanea come questa che mi sono assegnata, non sono molti quelli che sanno cambiare un flessibile del lavandino, montare un mobile, ripristinare un corto circuito: è vero, non sono molti, non siamo molti ma nemmeno cerchiamo di essere numerosi e siamo sicuramente taciturni: lavoriamo in sordina, su una scena da consolidare, davanti a una platea vuota, autori attori registi e spettatori di noi stessi, cioè gregari di noi stessi. Devo sistemare due stanze, ripulire il bagno, rendere affidabile questa casa che è rimasta vuota e abbandonata fino a quando il condominio non si è deciso a rifare il soffitto pericolante della cucina.
     Michele è già pronto per venirmi in aiuto, mi ha telefonato, partirà per Parigi tra due mesi, quindi c’è tempo e se c’è tempo dovrà aspettare che io ripristini la parete prima di incollare i parati, tanto a Parigi non l’hanno chiamato né alla Sorbona né all’Eliseo ma solo per quei lavori occasionali che gli procura il suo amico Italò. Anche Vincenzo si è offerto ma al ritorno dalla sua odissea: sta girando tra Spagna e Inghilterra per trovare un lavoro che sia il più confacente possibile alle sue aspirazioni, il più duraturo, il più semplice ma sono le sue aspirazioni che non hanno ancora trovato una proiezione semplice, duratura e confacente. E la cazzuola scivola sul muro stridendo, scintillando sulle capocchie dei chiodi che ancora affiorano come mine anti-uomo, infine pericolose perché sparano minutissime scaglie di ferro che rimbalzano sgranate sulle lenti degli occhiali che coprono per sicurezza i tuoi occhiali da presbite. È come se il muro, pur martoriato da questi chiodi, reagisse dispettoso alla tua bonifica, come se volesse restare nell’abbandono che ti si è rivelato, armato di questi cavicchi di ferro che non puntellano e non legano niente, mostrando semmai la debolezza dell’intonaco e la povertà della rifinitura. E’ la pietra di tufo che palpita, ti fa sentire la sua millenaria compostezza: fresca d’estate e calda d’inverno, molto più forte di quanto t’aspetti e molto più fragile di quello che temi.
     Tutto, qui nel centro storico, si eleva e sprofonda con la pietra di tufo: i palazzi, le chiese, gli archi, i piedistalli dei monumenti, i sotterranei, le cave che ospitano le fondamenta degli edifici. Ed è grazie alle spelonche di tufo che la città antica assorbe e propaga le onde sismiche, sminuendone l’energia nel vuoto delle caverne, come un enorme mantice senza sbocco che placa e spompa il vento d’urto di una scossa.
     Cemento, pilastri, laterizi, calcestruzzo, tavelloni, putrelle d’acciaio sono comparsi negli anni, nel tempo: hanno senz’altro rinforzato solai e tramezzi ma hanno pure devastato (a proposito, Sebastiano Devastato che recitava con Leo De Berardinis dov’è andato a finire?) le case, i pianerottoli, le edificazioni abusive, i ballatoi, balconi e terrazzi schermati come bovindo: ma la pietra di tufo rimane, resta, resiste, si ingrossa con l’umidità e diventa ancora più giallognola come se s’infuriasse (e si dice infatti “intufato” per indicare qualcuno che non trattiene l’ira) oppure si ammorbidisce senza sfaldarsi col calore, riacquistando la sua tinta originaria di ocra paglierino. Anche le pareti venivano tinteggiate così: giallo paglierino per la cucina, verde salvia per la camera da letto, rosso pompeiano per la camera da pranzo. Chi non poteva permettersi i parati ripiegava necessariamente sugli smalti, che fissandosi brillavano come la stagnola dei cioccolatini.
     Faccio scorrere la cazzuola di taglio per scalfire e rimuovere gli artigli dei fossi che ho creato estraendo i chiodi: il rumore freddo e sinistro della cazzuola mentre attraversa la parete come una puleggia si fa grave come se avesse incontrato una bolla d’aria e infatti casca giù un bel pezzo di intonaco, scoprendo un telaio di legno nella pietra di tufo… Le chiamano “beneventane” ed erano impalcature interne al muro per reggere un tramezzo o sopportare una piattabanda per consentire un vano in una stanza. L’asse di legno – sicuramente di betulla, che serviva anche per intrecciare le travi di sostegno ai solai – si dipana nel tufo come un’anima di rinforzo e, a distanza di anni, ancora mantiene l’intera parete. Questo grande buco si ricolma con il pre-miscelato, impastato con poca acqua giacché il legno, pur se vetusto, non tollera l’umidità e allora preparo la malta e con vigore, come fa il tennista col rovescio ad una sola mano, la spiattello sul muro, curando di spalmarla uniformemente, con sobrietà, a regola d’arte – “…que el arte es largo y, además, no importa…”. Quante volte abbiamo seguìto i consejos di Antonio Machado? “De toda la memoria, sólo vale / el don preclaro de evocar los sueños”. E dunque si continua: là in cima, al soffitto, quella putrella scoperta e grassa di ruggine, bisogna spennellarla con la cementina prima di ricoprirla con lo stucco e lo stucco lo devi impastare, tre parti di composto e una d’acqua per due metri quadri circa, lo stucco già confezionato, quello in barattolo, è da muratore improvvisato, da muratore esteriore, si solidifica subito al contatto con l’aria e ti risolve solo le piccole fessure a serpentina, “lucertoline” le chiamano i muratori di mestiere – impastare, stendere, tirare, ripulire, maneggiare la cazzuola con garbo e prontezza: se non ci riesci, ti toccherà scrostare velocemente i grumi di intonaco che si spiaccicano sul pavimento, schiacciandosi come pomodori avariati. E sul pavimento c’è da sistemare una piastrella spaccata: la rimuovo e scopro che anche qui, come all’Aquila, la sabbia utilizzata da supporto era quella di mare e non quella granulosa di fiume: trovo persino la valva di una tellina. Quanto c’è di spagnolo, di francese o d’inglese in questa città? Muchísimo, énormément, a lot… Dalla finestra di fronte (“Rear Window”) due studentesse mi osservano acide come zitelle mentre sullo scaletto ricopro con la cementina la putrella arrugginita: non sono sbilenco ma devo essere accorto perché soffro di vertigini.
     Jolanda mi ha chiesto se c’è qualcuno ad aiutarmi, le ho detto di Michele ma ho aggiunto che per fare il muratore “interiore” basto e avanzo a me stesso (come Joyce, “Introibo ad altare Dei…”). Alla fine, imbiancata la trave di ferro, scendo dallo scaletto e guardo le studentesse per tentarne le smanie: si ritirano grifagne e inviolate, non sono più interessate, forse s’aspettavano che cadessi. Stamattina, per le scale, un imbianchino che lavora al primo piano in casa di uno degli ultimi indultati di camorra, vedendomi con la tuta della fatica – pantaloni smessi, maglietta azzurro elettrico cinese “Niche”, cappelletto da vacanziere – si è proposto per fare quello che già sto facendo “Perché – ha aggiunto – mi prendo poco”, io prendo ancora di meno, gli ho risposto e ce ne siamo andati ognuno per la sua strada. Paul Valéry sovviene: “Plus que seul au bord de la mer, / Je me livre comme une vague / A la trasmutation monotone / De l’eau en eau / Et de moi en moi…”. Ho letto i versi di Jolanda e ho lasciato anche un commento, ho letto quelli di Natàlia e anche altri che ora mi sfuggono: leggo di notte, per lo più, come tutti quelli che visitano i blog letterari e, parafrasando Pascoli, dico che “la notte era piena di carmi”. C’è da chiedersi se tutti questi versi colmino davvero la voglia di poesia che è spuntata, o si presume fiorita, negli ultimi quarant’anni: assenti i grandi maestri – e con i fratelli muratori è quanto meno sconcio parlare di grandi maestri – c’è indubbiamente una ricerca spasmodica del dire e del togliere, anche se poi qualcuno esagera, non toglie e dice di sé. Tutti leggono, pochi commentano e molti si contentano (dovrò scriverne crudelmente, la severità non fa poi così male, checché ne dica il mio amico Mario il cartolaio). C’è sangue e sfinimento nei versi che ho letto, ritorni e presagi di sventure, tenui struggimenti, accorte cautele, non sempre si raggiunge la grazia ma si circumnaviga il dolore e l’ansia: nel ’53 Pasolini aveva già scritto: “Quando è più duro vivere / la vita è più assoluta?”. E quella volta che, dall’autobus al Rettifilo, scorsi per strada Giovanni Raboni che se ne andava placido e leggero col suo abito bianco tra negozi e passanti frettolosi come una figura d’altri tempi, un altro Dumas-père, un René Char segaligno, un Paul Eluard più compiacente. Stavo per scaraventarmi giù dall’autobus, il 106 che non c’è più, travolgendo gli altri passeggeri ma mi trattenni, mi contentai di vedere tra la folla, sul marciapiede di fronte, Giovanni Raboni che se ne andava placido e leggero. Ecco, l’intonaco è stato spalmato a dovere, dovrà solo asciugarsi ed essere lasciato in pace; mi occupo di un buco che si è aperto in un angolo, era il foro d’accesso ad un antico camino, che serviva, come mi raccontava mia madre, per attrezzare una stufa in mattoni e disperdere il fumo nel comignolo centrale che sbucava sul terrazzo. Era questo il sistema di riscaldamento degli inizi dell’ultimo secolo: povero e funzionale e non me la sento di otturare questo reperto tecnologico di cent’anni fa. Impasto alla svelta del cemento, scontorno una piastrella bianca di quelle che si usavano nelle cucine, otto per otto, e sigillo quel foro con questa mattonella rimasta scompagna, avrebbe detto Pirandello, dalla provvista di riserva come si usava allora. Il foro è stato richiuso e continuerà a trasmettere l’aria residua che dal cortile si inalerà capricciosa e volatile fino al terrazzo. Anche oggi si accantonano piastrelle e listelli per esigenze future ma ci si dimentica dove siano stati riposti.
     Non potrò fare molto per la parete opposta alla finestra; c’è un dislivello tra il tufo del muro portante e il piperno che faceva e fa tuttora da cornice alla porta: la porta infatti, in origine, era l’arco di un portico che si affacciava su una terrazza, quella terrazza è diventata la stanza dove sto lavorando ma l’abuso edilizio del primo ’900 non suscitò, né allora né oggi, proteste o condoni; l’unico proprietario del palazzo, un marchese squattrinato, edificava tutto l’edificabile pur di vendere o affittare e pagarsi i debiti di gioco. Non potrò fare molto per la cornice della porta che in origine era l’arco di un portico, non posso pareggiare nulla e quindi lascio le spalle della porta ondulate, rientranti, come quinte ricurve di uno spettacolo beckettiano. Magari tinteggiate d’azzurro, avrebbe detto Clelio, come le nuvole di Magritte. Si resta sempre interdetti quando si comincia una descrizione. Descrivere un oggetto, vero o immaginato, diventa per ogni volta più complesso e complicato: non è l’occhio che descrive, anche se è il primo a percepire, è quel cumulo di aggregazioni mentali, emozionali e culturali che lanciano in orbita, come un missile, la narrazione: come avrebbe fatto Borges, altrimenti? Si narra anche girando a vuoto, molti lo fanno e i lettori apprezzano, si perde di vista un obiettivo e si acquista un modulo che tiene tutti a galla, finché si trova un capro espiatorio, un gabbiere di parrocchetto, un Billy Budd predestinato a soccombere per volontà altrui, per altrui viltà. Quando vedi che tutto intorno a te è stato completato, per la parte muraria, e devi solo aspettare che l’intonaco asciughi per stendere poi quella che chiamano la “camicia di stucco”, ti liberi anche tu delle camicie dispettose, quelle che devi stracciare perché non ti si confanno, e le laceri, le abbandoni. Anche tu giri a vuoto, muratore interiore, ma ti fermi prima che tutto si decanti e si disperda. Quella telefonata a Gassman, per esempio, o quando andammo a Roma per ascoltare Alain Robbe-Grillet o quando presi cappello, come si dice, con Stefano Satta Flores a Benevento: ritorna la beneventana. Quante litigate, quanti contrasti, quanta terra bruciata: chi va a seminare su una terra riarsa? Semplice: tutti quelli che l’hanno vista bruciare. Chiamammo Luciano Lucignani per un progetto, ci disse che potevano essere interessati, che Vittorio poteva essere interessato: richiamammo dopo una ventina di giorni, la voce cavernosa di Gassman che commentò con un accenno di disappunto, di delusione: “Stiamo aspettando”. Quel progetto non fu mai presentato, non fu mai concluso eppure, incompiuto, è tuttora vivo e pertinente, grandioso e allettante, ricco di una forza tronfia che manifesta però la sua lungimirante destinazione, il suo traguardo avvenire. Non fu Gassman a scrivere “Un grande avvenire dietro le spalle”? Yeats, Leopardi, Machado, tutti poeti tristi, tutti respinti dall’Ufficio Persone Smarrite, tutti considerati prima del tempo dispersi o indesiderati, morti presunti in pratica, e non sono stati certo allegri Caproni o Luzi, Neruda o Frost, Nelo Risi o Giudici né scavezzacolli o frombolieri i narratori: Volponi e Leonetti, Ermanno Rea e Goffredo Parise, Del Buono e Del Giudice, neppure Henry Miller, nemmeno Juan Goytisolo. Gassman concludeva: “Che metaforico premio ricava / il poeta dalla sua pena canora! / Che sordità in tutti gli altri; / che vergogna non essere poeti!”. E’ come quando si entra in un romanzo di Anna Maria Ortese, un ambiente che ti strapazza già dall’inizio, uno stile che ti afferra per la collottola come un cucciolo e ti tira da tutte le parti, poi si ferma, ti pone al centro del mondo che per te ha ricreato e continua a spiazzarti facendoti dolcemente trasalire ad ogni giro della giostra, che si muove intorno a te con lentezza, nello sfavillìo di luci che pulsano come le perseidi ad agosto. E la stanza davvero brilla, il sole calando trafigge le stecche della veneziana, le macchie di colore di tinteggiature antiche si rianimano e persino i buchi dei chiodi, ormai otturati dall’intonaco che cambia la sua tonalità di grigio, sembrano toppe di ricambio alle maniche e ai pantaloni di una volta, quando si strappavano per una partita di pallone, quando i jeans erano ancora i calzoni della domenica. Potrei usare il rasante ma in questo caso sarebbe sprecato: il rasante rende uniforme una parete già abbastanza omogenea, qui invece bisogna rifare la tonaca e solo in seguito imprimerla di tonachina: quando si dice “solo in seguito” vuol dire che il lavoro è giunto alla fine, manca l’epilogo ma è formalmente concluso. Guardarsi intorno, controllare a vista le spalmate di intonaco e di stucco, le pennellate di cementina, il foro del camino otturato, i grumi di cemento rimossi, la mattonella ricomposta sulla sabbia di mare, qualche inevitabile graffio o contusione alle dita, i capelli impregnati di polvere, il cappelletto da vacanziere ormai afflosciato dal sudore, le scarpe imbiancate, i pantaloni dismessi rattrapiti dagli schizzi, l’azzurro elettrico cinese incupito e tutto ritorna quello che era: un muro, una parete, un soffitto, una porta, un arco. Qui, o forse in quell’angolo, parlavo con i miei, ascoltavo le loro ultime parole, attonito davanti ai loro sguardi, ma ora non c’è più niente, c’è solo una stanza che dovrà essere rivestita con un parato che arieggia lo stucco veneziano, di un ocra un po’ più carico, più volitivo. Citare se stessi attraverso le parole di quelli che hanno viaggiato con te non è la stantìa “Antologia di Spoon River” che ognuno si porta dietro per stupire, non è spleen, non è work in progress: prima di risultare improponibile, citarsi significa riconoscersi negli altri, omettendo per principio l’io, l’identità. Ne Il tuo volto domani Javier Marías fa dire a un suo personaggio: “Le persone portano le loro probabilità future scritte nel sangue: è solo questione di tempo, tentazioni e circostanze, perché esse siano portate a compimento” e a compimento aspetterò che l’intonaco e lo stucco diffondano sulla parete una patina di freschezza, un impalpabile velo di consapevolezza: era questo, in fondo, l’obiettivo del “muratore interiore”.

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Immagine:
Opera di Tano Russo, scultura su pietra lavica di Stromboli.
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12 pensieri riguardo “Il muratore interiore – di Antonio Scavone”

  1. Antonio,
    intanto ti dico bentornato, questo tuo muratore interiore merita tutta l’attenzione possibile, dunque a più tardi carissimo.

    Francesco, quella scultura è davvero bella.
    a più tardi anche a te.

    jolanda

  2. Quando i pensieri vanno, vanno, non importa in quale direzione o in quale tempo riescono a collocarsi. Vanno, e nel loro andare riportano alla luce segmenti di vita, volti, storie passate e presenti, si infiltrano nell’anima come quei chiodi nella terra di tufo dal passato millenario.

    Sembra un racconto giusto per dire una situazione temporanea che vede l’autore-protagonista impegnato in un lavoro mamuale, dunque fuori dai suoi soliti impegni letterari.
    E invece no, non è così. A ogni accenno, dietro ogni gobba delle pareti da levigare, si nasconde e riemerge un passato che ci si presenta come un film, una sorta di documentario dell’anima tracciato con voce ferma, con immagini ancora nitide perchè la pellicola non si è sciupata col tempo, anzi, ne ravviva i colori e i suoni, a volte smozzicati, arrivano alle nostre orecchie in tutte le tonalità delle persone cui si riferiscono e i gesti, le movenze, rivivono nella sapiente mescolanza che l’autore compie tra stucchi, cemento, chiodi, cazzuole, parati.
    Ciascuno di questi elementi fondamentali per la ristrutturazione di una casa sembra assumere un’autonomia nel fare, mentre l’autore-muratore intento alla sua meditata e solitaria rielaborazione del suo mondo interiore, ricco, per fortuna ancora ricco di un passato da ricordare, ci conduce, attraverso una crepa nella parete, a capire e “sentire ” l’umido della pietra di tufo, a scoprire con lui le mille gallerie sotterranee della sua Napoli a noi sconosciuta.

    E man mano che i lavori manuali procedono, ecco aprirsi ancora un varco nel passato, un’altra crepa, un chiodo arrugginito, quella volta che… quelle telefonate che… quelle lettere…
    E tutto senza ombra di rimpianto, una rivisitazione assorta e solitaria mentre le mani accarezzano il tufo, estraggono un chiodo, levigano con lo stucco. Uno sguardo intimo alle pareti, ricordi… quanti ricordi… e poi, tra una pausa e l’altra, i pensieri trovano la via anche del presente.
    Due studentesse, qualcuno che si offre come aiuto, ma il muratore interiore basta a se stesso.
    Ogni tanto riemerge dalla frescura delle gallerie di tufo e, ” a ruota libera ” trova spazio nei pensieri anche per un presente che ce lo fa intravedere impegnato, e forse anche divertito, con un commento su un blog di letteratura, un ottimo blog, con la lettura di versi di jolanda o di natàlia, per chiedersi e chiederci e invitarci a riflettere sul significato della poesia oggi, ma, in genere della letteratura tutta.

    Ecco cosa sa fare questo inedito muratore.
    E la contrapposizione tra la ristrutturazione della casa, tra le cose da tenere o buttare, e la letteratura, dove non tutto è passabile e moto ancora c’è da levigare, sembra essere una tra le motivazioni più evidenti di questo racconto.
    E alla fine, a lavoro ultimato, è visibile la traccia di bellezza lasciata sulle pareti e una nuova e più consapevole patina di coscienza dentro di noi.

    Con mille e più abbracci ad Antonio e Francesco

    jolanda

  3. ODE AL MURATORE TRANQUILLO

    Il muratore
    dispose
    i mattoni.
    Mescolò la calce, lavorò
    con la sabbia.

    Senza fretta, senza parole,
    fece i suoi movimenti
    erigendo la scala,
    livellando
    il cemento.

    Spalle rotonde, sopracciglia
    su due occhi
    severi.

    Lento andava e veniva
    nel suo lavoro
    e dalla sua mano
    la materia
    cresceva.

    La calce coprì i muri,
    un pilastro
    levò in alto
    la sua nobiltà,
    e il tetto
    frenò la furia
    del sole esasperato.

    Da un punto all’altro
    andava
    con mani tranquille
    il muratore
    rimovendo
    materiali.

    E alla fine
    della
    settimana,
    i pilastri,
    l’arco,
    figli
    della calce,della sabbia,
    della saggezza e delle mani,
    inaugurarono
    la semplice saldezza
    e la frescura.

    Oh che lezione
    m’ha dato col suo lavoro
    il muratore tranquillo!

    Pablo Neruda

    Ecco Antonio, uno tra i nomi illustri da te citati.
    E’ dedicata a te ma anche a mio padre che ha lavorato da muratore e, un po’ interiore lo era.

    ancora ciao
    jolanda

  4. “Documentario dell’anima”… questo è stato il tratto che più mi ha colpito del commento, lungo e profondo, di Jolanda, peraltro citata in questa sorta di monologo interiore di un “muratore interiore”. E’ vero, questo pezzo era anche un documentario dell’anima, quando si è soli con se stessi e quando non si scrive, ma, alla fine, per uno scrittore, non si può fare a meno di scrivere, sia pure di se stessi impegnati in un lavoro o un’occupazione insolita. Jolanda, impareggiabile, ha centrato il nucleo di chi – sempre e comunque – si riscopre “muratore”, sia perché l’ha fatto sul serio con sacrifici e rinunce, sia perché ha vissuto sacrifici e rinunce ma tutto poi non è mai rimpianto o rammarico (“Meglio svegliarsi con un rammarico e non con un rimpianto” mi sembra dicesse Giulio Verne). Ma c’è la letteratura, c’è questo mestiere che ti spinge a scrivere o descrivere anche qualcosa che non è immediatamente letterario, e che tuttavia può diventarlo, o deve diventarlo. La solitudine, certo, il pensiero di sé o i propri pensieri, ciò che si è fatto e ciò che si vuole ancora fare: e tutto, in un blog letterario come questo di Francesco, acquista un valore indiscusso, un significato pregnante e non solo per i pochi o molti che leggono ma per le tracce che si depositano, che diventano patrimonio altrui. I riferimenti letterari (nobili) sono infiniti: dalla “Solitudine del maratoneta” dai racconti di Alan Sillitoe – ricordate il film “Gioventù amore e rabbia” che ne trasse Tony Richardson? – ai “Cent’anni di solitudine” di Gabo, ma i riferimenti sono soprattutto quelli che scopriamo – quelli che gli scrittori scoprono – nel proprio materiale poetico e narrativo: si scrive “anche” per testimoniare in prima persona, sfrondandosi. E questo l’ha capito benissimo Jolanda, non solo citando Neruda o il padre muratore, ma sviscerando quello che questo testo voleva che venisse fuori: siamo tutti – tutti quelli che affidano a un testo l’espressività della propria coscienza civile e letteraria – siamo tutti “muratori”, costruiamo, ripariamo, bonifichiamo qualcosa che ci è appartenuto, qualcosa che forse abbiamo perduto, qualcosa che vogliamo continuare a essere.

    Grazie, Jolanda, per il tuo commento e grazie a Francesco perché fa emergere e presenta quella letterarietà oggi così insolita, quella che non fa sconti e non copre infingimenti e vanità.

    Antonio

  5. leggendo anche io come Jolanda ho pensato al muratore di Neruda ed a quella necessità di accostare lentamente le parole, con paziente cura e sudore, per far crescere un muro che sia casa, dimora ospitale, come lo è questa che qui Francesco costruisce con i suoi mattoni e con quelli dei poeti e degli scrittori come Antonio e come tanti, tutti, mentre fuori tutto corre seguendo le leggi del tempo e del denaro, che non lasciano spazio alla poesia, alla lettura ed al pensiero.
    La scrittura ha un suo senso sacro da custodire con la spontaneità e la naturalezza della parola stessa, che è arte del vivere e del tramandare vita e conoscenza e – perché no? – quel sano e folle pizzico di amara dolcezza che la poesia incarna affinché non muoia l’uomo con la sua stessa anima.

    grazie Antonio, scusami, deliro di stanchezza e gioia, qui.

  6. “Quel pizzico di amara dolcezza” che tu giustamente, Natàlia, definisci sano e folle, scuote da sempre la necessità di comunicare ciò che abbiamo dentro e che si esprime, viene espresso per fortuna non sempre con i canoni o le regole o gli stilemi del fare letteratura dall’esterno, da una postazione consolidata di virtuosismo. Accordare le parole e il senso a tutto ciò che ci riguarda da vicino ci rende ancora più coscienti, di una consapevolezza profetica forse, di una trasparenza che inevitabilmente ci migliora: ovviamente, per fare questo, dobbiamo mostrare una tempra diversa da quella solita quando facciamo letteratura, dobbiamo necessariamente andare ai confini e superarli, tracciare una linea vistosa e valicabile (ma vistosa) tra ciò che riteniamo sia letteratura tout court e ciò che è il nostro approccio alla vita letteraria, all’esigenza di ricostruirsi volta per volta. Non è una questione di critica o di ruolo, è semplicemente la ragione essenziale di chi vuole affondare un colpo, sgombrare un terreno. Finquando il “muratore interiore” sarà scontroso anche con se stesso, sarà possibile vivere dentro i “muri” da bonificare.

    Grazie, Natàlia.

    Antonio

  7. Caro Antonio,
    leggendo il tuo racconto, a mano a mano che andavo avanti nella lettura, non ho potuto fare a meno di pensare a Proust.
    In ognuno di noi, credo, a volte si risvegli un muratore interiore, un abile oppure a tratti titubante artigiano, che si sforza di riordinare le stanze del nostro cuore e della nostra anima.
    Proust, dicevo, operava tutto ciò e riusciva a riproporre alla mente “l’edificio immenso della memoria” gustando semplicemente una madeleine immersa a metà nella sua tisana di tiglio, nel senso che quel gesto e quel gusto avevano un enorme potere di riscostituzione delle maglie di una vita su cui tutti tentiamo di fare prima o poi un bilancio.
    Antonio, lo vedo a lavoro in questa sua casa antica e colma di ricordi, in cui sembra che ad ogni estrazione di un chiodo si apra una porta della mente da cui furiescono pensieri, dolci e dotti incontri con persone importanti per la sua esistenza e la presenza di una cara amica che timida lo porta a riflettere anche sulla bellezza di lavori manuali che molti oggi non sanno più eseguire.
    Bisogna saper manegiare anche i pensieri sia che siano in prosa o in versi, rifinirli, intonacarli e lasciare che si sedimentino e poi alla fine forgiarli negli stampi della scrittura che spesso è fatica per chi compone e che deve spronare all'”azione interiore” e cioè ad un’evoluzione verso un’umana comprensione rivolta verso l’esterno.
    Tutto ciò rappresenta questo racconto per me, Antonio: uno stimolo a potenziare le capacità di duttilità del pensiero e della sua espressione, cioè della parola.

    un forte abbraccio

    Domenico

  8. Siamo tutti proustiani, e non ce lo vogliamo dire, quasi fosse un limite o un vezzo da nascondere o superare, da tenere per sé e condividere solo con alcuni, con gli amici fidati o con gli amici che, per esempio con te, caro Domenico, il blog riscopre. In realtà, siamo figli e fratelli di Proust, di Joyce, di Musil, di quelli che hanno vissuto sulla nostra terra d’origine (Raffaele La Capria o Corrado Alvaro), di quelli che vivono in terre lontane (magiche, sognate, irraggiungibili) e che ci fanno tutti sentire il valore e lo stimolo di profumi, colori, volti, pesone. Una casa, poi, “antica e colma di ricordi”, è il nostro micro e macrocosmo centrifugo e centripeto: la lasciamo in un’età e la riprendiamo in un’altra e siamo noi a essere cresciuti o invecchiati, la casa è rimasta quella che era e custodisce i suoi segreti in attesa di un muratore che sappia rispettare lo spazio e il tempo. Non toglieremo tutti i chiodi che troveremo perché non tutti i chiodi deturpano e non saremo sbadati: nel “Tempo ritrovato” – come arguisco dalla tua passione per la letteratura francese – Proust sostiene e teorizza con leggerezza che il lavoro dell’artista – “cercar di scorgere sotto la materia, sotto l’esperienza, sotto le parole, qualcosa di diverso ” – è un’arte complicata, la sola arte viva. Tutto ciò che la letteratura costruisce intorno alla vita, ai ricordi, alla memoria, agli oggetti, agli amori, ai desideri, all’indignazione… è semplicemente la traccia dei nostri sentieri: c’è chi li segue e chi indugia nel seguirli, è più facile aspettare, è “complicato” ricostruire e recuperare eppure, per chi scrive e chi legge, bisogna farlo. Tu già lo fai con discrezione e acutezza.

    Ti ringrazio e ti abbraccio

    Antonio

  9. Leggere questo testo è stato un piacere, ma è stato anche un percorso compiuto insieme all’autore, al suo fianco, lì, in silenzio, ad ascoltare quel suo andare a ritroso tra i ricordi e, nello stesso tempo, avanti con un lavoro che più concreto non può essere.
    Avanti e indietro, ma con un’urgenza comune, quella di costruire, o meglio, ricostruire, fuori e, soprattutto, dentro di sè.
    Interessantissimi i riferimenti letterari, ma anche gli incontri con persone che hanno lasciato il segno, e non poteva essere diversamente.
    Un racconto particolare che comprende anche gli affetti verso chi è partito da tempo, che pure ha lasciato ampie tracce di sè in una casa che continuerà a vivere di presente e di passato.
    Mi fermo, ma vorrei dire ancora e ancora.
    Bella l’immagine e la realtà del “muratore interiore”, ma perché c’è spessore e sensibilità nell’autore.
    Un cordiale saluto. Piera

  10. Ciò che ci costringe a essere ben disposti con noi stessi, sembra strano e paradossale, non è la volontà, la determinazione ossessiva che fa di noi dei burattini o, peggio, dei cloni: sono gli oggetti che ci stanno intorno ma che hanno perso nel tempo persino la patina del cattivo gusto o del gusto rétro. Nel caso del “muratore interiore” (chi di noi non aspira ad esserlo almeno per una volta o a non ripetere questa fredda e lucida esperienza?) tutto viene ripreso e ricaricato, con leggerezza o disincanto, con uno sguardo alla memoria e uno sguardo a se stessi e tutto viene, poi, inevitabilmente, raccontato: è un materiale biografico che ci tenta sempre di meno ma che, in fondo, senza che ce ne accorgiamo, ci ispira. Già, si vorrebbe dire e dire ancora: in questa “dimosra” fatta di eclettici “muratori interiori” si può dire. Grazie, Piera, e ricambio il cordiale saluto.

    Antonio

  11. Devo correggere il refuso: non ‘dimosra’, è chiaro, ma “dimora”. Si sarà capito che anche questa “Dimora del tempo sospeso” è una casa.

    Antonio

  12. Sì, Antonio, questa Dimora è una casa molto accogliente e anche quando il padrone è fuori per i suoi impegni, la porta rimane aperta cosicchè gli ospiti-lettori possono entrare e godere degli arredi, tutti, sedersi, idealmente, su poltrone comode e intessere, a volte, un bel dialogo.

    Capita anche che si sviluppi una affinità particolare tra alcuni ospiti tanto da essere citati in un racconto.
    Desidero ringraziarti ora, pubblicamente, per essere tra le pagine del tuo racconto tra stucchi, ricordi importanti e sentieri letterari.
    Credimi, mi sento davvero onorata.

    Il mio grazie va anche a francesco che, pubblicando i tuoi lavori, mi ha consentito di conoscere una persona davvero straordinaria.

    un abbraccio di cuore a entrambi
    jolanda

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