Amorose strategie – di Maria Grazia Lenisa

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Amorose strategie” è l’ultimo libro di versi di Maria Grazia Lenisa, pubblicato nel 2008 a cura del Centro Culturale Rhegium Julii di Reggio Calabria, con una bella prefazione di Pino Bova.

E’ un’opera di grande maturità espressiva, nella quale la perizia sapiente e il rigoroso controllo tecnico della materia poematica agiscono in funzione di uno sguardo obliquo e trasversale che scava e disarticola la “convenzione” letteraria (anche sul piano tematico) e produce, all’interno di strutture consolidate e di una versificazione classicamente impostata, lo scarto e la soffusa ambiguità gnoseologica che sempre accompagnano chi non si nega all’inesplorato e a tutto ciò che fa cenni scomposti di luce ai margini del percorso consueto della parola. Con esiti di sensuale e profonda fascinazione, che promana da strutture multiple di senso capaci di rovesciare la statica evidenza dei simboli in un movimento che è passaggio oltre le apparenze e le stratificazioni, in un ascolto del mondo che sfida la morte e la costringe, nell’ultima battaglia dei giorni, a deporre le armi: con la forza primigenia, alata e fetale, di un eros che è la linfa vitale di tutto ciò che vive.

E’ uno dei punti più alti di un canzoniere che ha attraversato gli ultimi cinquanta anni di storia culturale, suscitando nel corso del tempo l’interesse e l’ammirazione di artisti e poeti di provenienza e orientamento diversi: un’opera complessa, ricca di echi e di anticipazioni, che meriterebbe di essere conosciuta e studiata criticamente per l’intrinseco, indubitabile valore che contiene, esprime e trasmette. (fm)

 

Maria Grazia LenisaAmorose strategie (2008)

 

Il dalmata

Ardono tutte le stelle, le stelle morte
hanno una luce vivente.
               Anche la luna piena porta
l’alone di una corona immensa.
               Tu vieni a curarmi
con fialette di mare e tutti mi dicono: “come sei
               giovane e bella”.
Sei splendido dalmata di razza pura,
ogni macchia è uno spettacolo di piacere
che tu ed io godiamo per sempre. Pareva il tuo
un giardino abbandonato, senza padrone,
quando ti dissi: “Giò” e fosti tra le mie braccia,
come me lieto con occhi di fuoco.

La donna di versi è conquistata dai tuoi
colori, si sente la tua pupilla ch’attinge
petrolio dal suo profondo per diventare
               biscia tra le tue mani.

 

*

 

L’incertezza

Diciamolo…

Ti piaccio perché lontana e sono tutte
              e nessuna.
Poi entro in un buco nero con le mie
parole misteriose a creare il pianeta poesia,
               in che dimensione?
Entro nella quinta dimensione, nuovo
               Big Bang,
sono Dia, costruisco il mondo ora è
               terra di nessuno.
Sono piena di semi: acqua, erba, mare
e il vento sopra a cantare.
               Ti uccide
la mia vicinanza, anche il pesce più fresco
ha un odore di marcio, solo i piedi nella polvere
divengono inodori, cenere che raramente fiorisce
               in un cactus.

Ahh,
che sollievo! La terra finalmente
               è morta,
               ti dono l’ultimo, raro fiore.

 

*

 

Allergia

Vivo allergica al mio corpo,
eldorado di Dei diversi che mi rapirono il siero.
In me c’è un’ombra come se il seno dovesse
spuntare, luttuosa pubertà.

L’anima si pasce anche del suo sangue.
Poi viene chi scombina
tutte le mie caste, vuol rimettere il corpo al suo posto.

Sono di un’altra razza allora, rotonda femmina
pre-colombiana a cui mancano le proporzioni.

 

*

 

La stanza al buio

La stanza al buio fitto… una persiana sola
pungeva in un punto di luce, né l’occhio
scuro s’adattava al buio.
               Tolse gli occhiali,
dette un grido come quando si nasce…
               di paura.
L’attesa non fu lunga, spalancata
sul nero corridoio era la porta e chiusa
               con rumore
               erano in due!
S’udì una voce dolce di creatura
quasi violino che parlasse: “Amore,
io sono nuda, il nero mi nasconde
e mi consola del corpo perso
della giovinezza.”
                Lui ricordava
il giardino segreto, il suonatore,
Venere distesa nel ventre ampio.
Cosa accadde, non so, la luce nera
scomparve e rise il sole,
                rise del suo peccato,
di quegli occhi di noce delicati
che niente era accaduto od era stato.

 

*

 

Amorose strategie

Qualche morso prima…
              Ha paura che resti il segno,
il risucchio viola.
               Prolunga la follia.
Sadico in tanta bellezza, mi dice parole dolci
               come risacca
con tracce d’oro segna nell’aria: “Una ragazza
               come lei nel mondo…”

Lascia che veda cosa hai dentro: i coralli della spina
dorsale, le cisti, l’utero universale, la rete nelle vene,
la figura d’un continente: poca terra e mare,
                qualche pesce.
Ti sono figlio e amante, ti bevo, ti mangio (am),
                mia galassia immortale.
Sorride tutto con il pelo del petto color
                girasole.

 

*

 

L’amicizia di una donna

Considerami il tuo amico migliore,
                la rivoluzione
contro tutte le leggi di natura.
Prendimi per il mio verso, tu
                conosci
la metrica d’amore, la danza
di fidanzamento tra gli aironi.

Fa’ l’impossibile per essere amato,
spandi la voce che hai scelto
                la più rara,
forse aliena. Cosa cambia?
Prezzo e disprezzo è la
                moneta valida
nella realtà che conosci.

Io vivo nelle pagine: pensa
che la poesia è vita come
se bevi o mangi. Sarà così.
                Vivrai
nell’icore delle tue vene
immortali.

 

*

 

Visitation

Nel salotto arabo pare l’arazzo più grande del muro:
due pavoni si corteggiano immobili.
                Come
liberarmi degli amori? C’è dentro il calore del filo
sulla saliva e un mondo da “Mille e una notte”
in una casa povera.
                Davanti alla breve finestra
il piccolo tappeto delle preghiere.

Lei ha una gonna arricciata e una sopragonna bianca,
è senza velo il viso tondo di luna oscura. Poesia
che mi sfiori con un corpo estraneo, passo le dita
sui fili intrecciati.
                Com’è bella, amore, la tua ruota
per sedurre e come sono dimessa io, non fremono
dentro i carillons degli ormoni, ma il mio cervello è
                ventre
complicato e raro, tutto ossicini musicali.
Vi scorre una linfa di pensieri-immagini.

 

*

 

L’atteso parto

Rimasi in senilità gravida
                nel sogno,
i seni d’anatra distanziati, le ossa
cave per i voli pindarici.
                E’ figlia mia
                la Morte,
mi piscerà addosso, strana con quegli
occhi fondi che sembrano cavi.
                Nata
per il dolore, morrà senza latte.

 

*

 

Il guardiano dell’harem

Fossi tu la morte d’atelier che scivola tra stoffe orientali,
veli trasparenti su toni di corallo, sorriso che vende
                il niente:
collane false, ninnoli, occhiali da sole…
                Fossi tu
                la Vita.
Pare che voli, cantando, e brilla un orecchino
con il diamante. 
                Il tuo culo è alto come un oblò
sul mare.
                Adonai, quanto sono belle le creature
tutte, l’acqua che sale in sù, è naturale. Sesso
                del Cristo
infinito, senza malizia, sperma su un occhio
di farfalla, polipo alla vita
                che ti abbraccia.
E’ tutto amore, tutto odio invece con la divisa.

 

*

 

In un’ora senz’ora

In un’ora sen’ora, nel buio la luna tonda
come un gettone d’oro,
                ho ballato
in pubblico.
                Presi la bionda compagna, più bella
di tutte, e in mezzo al palcoscenico d’aria
                si formò il pubblico.
Un albanese dai capelli mossi, giovani,
color albino, mi chiese un ballo.
                Non so, non ho imparato mai,
ero un’altra, figura di un vaso con le maniglie
                sui fianchi.
Al mio no rispose: Ci conosciamo?
                Ricordai allora un tempo
da non dire. Corsi via per non abbracciarlo.

 

*

 

Quattro canzoni orali
di un’anonima poetessa mussulmana

La fuga

O male del deserto, leggo su quattro sassi
                il mio destino,
                uno straccio m’insacca.
Sento l’odore ferino del maschio, del cammello.
                Tradisce
un lampo d’occhi: la fuga è convenuta,
mi rapisce stanotte e muoio di paura, intrido
                dell’urina la sabbia.
Che non fossi mai nata se non cammella
                con provvide gobbe.

 

*

 

La danza

Siamo al mercato con i piedi secchi e gli occhi
                tutti nudi e svergognati.
E ballano gli uccelli dei Wogabi, le labbra nere.
Simula la copula il più truccato e osceno
                cavaliere.
Sbatto le ciglia a uno che mi tocca senza
                toccarmi
e sembra effeminato l’uomo che danza,
                facendo la ruota.

 

*

 

Allontanamento del maschio

Ecco la vecchia… dopo nove mesi: dischiude
la conchiglia alla neonata per controllare
                le piccole labbra,
la madre con sua madre è esiliata finché
                allatta.
E dopo ritorna al mercato, la figlia sulla
                groppa piegata.
                O mi rapisse, sceicco la Morte!

 

*

 

Il fuggitivo

Mistero di chi passa al galoppo con il viso
                coperto,
non c’è speranza che nel tradimento:
un maschio vale l’altro, la femmina è scambio.
Io scrivo sulla sabbia, l’indice appicca il fuoco!
                deserto senza scampo.
Con quattro pietre predico il futuro alle ragazze,
ai maschi di passaggio ai cammelli, le bocche
                sdentate.
Mi dicono che non esiste altro che il paradiso
di Allah e mi fingo un’urì, coi begli occhi
truccati, forse… un dio vale l’altro.

 

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Immagine:
Turi Volanti, Eros e Thanatos, 1968.
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***

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14 pensieri su “Amorose strategie – di Maria Grazia Lenisa”

  1. Una scelta molto bella di testi Francesco.

    “E’ uno dei punti più alti di un canzoniere che ha attraversato gli ultimi cinquanta anni di storia culturale, suscitando nel corso del tempo l’interesse e l’ammirazione di artisti e poeti di provenienza e orientamento diversi: un’opera complessa, ricca di echi e di anticipazioni, che meriterebbe di essere conosciuta e studiata criticamente per l’intrinseco, indubitabile valore che contiene, esprime e trasmette.”

    Maria Grazia Lenisa merita davvero più attenzione.
    Un saluto

  2. E’ emozionante leggere questi versi sapendo che sono tra gli ultimi che la Lenisa ha scritto. Originale e deciso il linguaggio che la poetessa utilizza per forgiare il suo mondo poetico. Attuale e realistico non cede ai sentimentalismi, ma delinea con forza imperitura l’immagine e l’abbozzo del sogno di cui la poesia, inevitabilmente, si nutre. Sono caratteri di fuoco quelli che vengono a delineare l’universo-vita-donna dell’autrice che dichiara di “vivere nelle pagine” in modo incondizionato ed integralmente: consapevole di plasmare galassie di significato, la Lenisa si espande nella parola che vince la Morte ed affida al sonoro crosciare dei vocaboli il Futuro dei suoi versi.

    Rosaria Di Donato

  3. Sì, Francesco, c’ero anch’io quella sera. Quando fecero il suo nome, la vidi alzarsi un po’ a fatica per andare a ricevere la targa del primo premio e apprestarsi alla lettura dei suoi versi. A dire il vero, non ricordo se li abbia letti lei o qualcuno del circolo. Poi si sa, a fine serata ognuno va via, si salutano i conoscenti, ci si complimenta con i vincitori. Non sapevo chi fosse, avrei scambiato volentieri due parole con lei.

    un grande abbraccio a te, un altro a Nadia
    jolanda

  4. Un testo tipico dell’ultima maniera poetica della Lenisa: da un lato punte di un lirismo purissimo e luminoso (“Ardono tutte le stelle, le stelle morte / hanno una luce vivente. / Anche la luna piena porta /
    l’alone di una corona immensa”), degno dell’antica discepola di Aldo Capasso, dall’altro momenti di una corporeità, di una carnalità esasperata, forse eccessiva. Del resto, entrambi i risvolti sono forse necessari all’essenza di questo discorso poetico.

    E quel cervello-ventre in cui “scorre una linfa di pensieri-immagini” sembra molto vicino ad un certo modo di concepire l’identità femminile nella civiiltà postmoderna: una stretta fusione fra pensiero e sensibilità, riflessione ed istinto, meditazione e sfera emozionale, senso estetico e carnalità (penso, ad esempio, all'”erotica della lettura” di Susan Sontag).

  5. Non pensavo a niente di preciso..così.. che ero stata davvero colpita dalla
    bellezza dei versi della Lenisa.Che mi rammaricavo per non averla conosciuta prima.Che ho provato contrarietà a vedere che il commento non è stato pubblicato.E dunque non ha scavalcato la sbarra moderatrice.
    Che Francesco Marotta è uno scrittore a me interessante.Che la sua personalità è prismatica, ai miei occhi inesperti.
    Che mi chiedo ora come saranno gli alberi in autunno.La Sardegna è simile alla tundra ora..E non potremo raccogliere i frutti e fare la marmellata. Nell’ orto ci sono ancora dei cespugli di ribes nero, però.Forse non tutto è perduto.UN saluto ed un grazie.Marlene la rivoltosa

  6. Ho conosciuto Maria Grazia Lenisa in lontananza, ma in forte presenza dei suoi versi, del suo essere “poesia”, essendo il nostro un rapporto prevalentemente “scritto”, epistolare “da maestra a discepola”. Meravigliata per la luminosità della sua opera, per la modalità con cui sino all’ultimo la poesia si è infusa in lei, perché al suo trionfo lei ha partecipato anche nel dolore.
    Davvero grazie, Maria Grazia! Umilmente la tua figlia spirituale conserva i tuoi fogli e ancora sente la tua voce risonarle sulla pelle e nel cuore.
    Maria Rosaria Lasio (Isola, Bastogi 1991 – prefazione di M.Grazia Lenisa)

  7. a distanza di tanto tempo lascio qui il mio profondo apprezzamento simile al profondo rimpianto di una poetessa tanto significativa per la poesia femminle e per la poesia “tout court”.
    Grazie e un abbraccio a Grazia Alunni
    lucetta frisa

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