Essere qui per dare un volto – Ivan Crico

inizio
(Elio Copetti, Inizio, 2009)

Nel vento, come
me, metti radici
lunghe, un vento
di luce che non è di qui.

Ivan Crico, Essere qui per dare un volto (inedito)

Oltre il cielo

Mattini in cui risvegliarsi nel grido
ripetuto dei verdoni sulle antenne inclinate
dalla bora, il chiarore che allontanava oltre
gli argini la notte fredda d’aprile, le immagini

suscitate dal buio. Adesso non so cosa sei
oltre la luce riflessa sul lago, queste distese
d’acqua immaginata. Da dove prende la forza
il vento per risalire, incanalarsi fra le case

in mezzo alle doline di pietre ruggini, raccontarne
la memoria. Confusa alle traiettorie delle rondini
in alto. In un cerchio di vento ti inscrivi, di linee
che finiscono per continuare oltre
il cielo ultimo del pensarti.

 

Sul Carso

Ciò che è stato e resta fra le crete
ha la voce arrossata delle piante
di sommacco sul bordo
frastagliato delle scarpate. Il sole
sul bianco delle tovaglie stese
tra le trincee diventate un greto
di polvere ed erbe, intrichi

impenetrabili di spine. Tra altri
che non sanno cosa vuol dire
il tuo voltarti, l’onda
che parla delle notti dei neri
capelli increspati. Il respiro
calmo, in cui prende forma l’oro
bruciato della radura
deserta, in un silenzio dove
ci siamo fermati per sempre.

 

D’estate

Come il mare che accoglie
tra le sabbie nere, fangose i resti
degli alberi strappati nell’ora
senza vita racconti, nella lama
immobile del sole tra le gradinate
polverose e i condomini di chi eri
quando passavi qui le tue
giornate, le tue vacanze

in un tempo senza fine. Rami
di pioppo che lentamente
sparivano sul fondo, tra i granchi
morti, bianche dighe
filamentose di frammenti
di borse come alghe
di plastica mosse dalla corrente.
Nella sabbia premuta il respiro

di un sogno si alzava
contro il blu sbiancato del mare:
passavo senza vederti se la polvere
che velava i passi era il tempo
che ti divide da chi eri
per essere la pioggia che piega
le ortiche, il dolore chiaro
delle montagne nel mattino.

 

Nella luce

Sei come ieri la terra bruciata che si fonde
nel verde, dove il verde del prato dietro la casa
si incammina fino ai recinti che appena
vediamo, lontani con il mondo che rimane
di fuori. Verranno pensieri pieni del cielo

strappato, arsi dal vento come radici
nel chiarore nudo del giorno. Dove
vedi qualcosa che non c’è più, i sassi
del fiume, bianchi nella luce
ferma che pensavo. Il vaso

dei tulipani che cadendo si è fermato nell’aria.

 

Dopo i fiori

Dopo i fiori
falciati del tarassaco
tornavi con l’acqua alzata
dalla luna, la fatica nelle mani

che riempiva
di giallo acceso
il polline, quella polvere
amara di primavere
nell’aria che ha preso il tuo posto.

L’ombra della sera
dilatata, dei morti, nelle tue parole.

 

Rintocchi

Si apre coi vetri la stanza al grido
radente dei gabbiani nell’aria
piovosa. Una cenere
di pace profuma
i giardini avanzando nel bianco
del fumo che s’incurva
fino a sfiorare la terra. Terra
indurita dal gelo dove il rumore

dei passi scorre senza lasciare
orme. Giorni di dicembre.
Sulle acque un opaco splendore
sembra cogliere insieme all’ombra
di un corvo l’ombra delle ore
in fuga. I rintocchi
si dissolvono nell’aria
umida e densa, recisi
come li sentivi tra gli alti

argini dell’estate, contro
l’argilla nascosta di una parete
scomparsa. Foglie di gelo ora
sulle pietre mentre spoglia
di te rimane un guado
la voce alla luce, negata
dal cielo, che soffia lontana
dai canneti frustati.

 

Stazione

L’azzurro in alto ancora.

Si fa
spazio (tra sguardi incrociati e l’ombra
nel bianco anonimo dei visi
sul muro piastrellato) verso di te
e rimane in fondo, nel fondo
del verde lago
carsico degli occhi, un vuoto
dolore d’alba…

Fuori – nel sole
maturo d’ottobre – la lenta
lucente nebbia degli alberi, l’oro
ultimo delle ultime
foglie libere

di andare, librarsi
ormai. A lasciare ogni
cosa – sempre lo sai – insegnano
i giorni.

 

Gelso

Gelso nel silenzio
profondo, nel bianco
silenzio d’aprile
come da un altro
mondo arrivato solo

per me che senza respiro
ti guardo. Fiamma
increspata, di secoli

fiamma e di visi
con la tua ombra
perduti in estati

fatte, ormai, di ricordo.
Nel vento, come
me, metti radici
lunghe, un vento
di luce che non è di qui.

 

Con il buio

Di parole rimaste
sul fondo le ore, poche imbrunite
come le foglie del fico sui rami
spogliati. Appreso nella distanza
il mese dai lineamenti
di nebbia preme

sulle case, dettati
di gelo rigano i vetri. Rientro
con il buio, l’odore di legni
umidi sulle mani. Sono così ferme
le nuvole. Sul nero

bagnato, più fondo, delle strade
fuse al respiro scomparso delle
corse di ieri. Le foglie dei visi
lontane indietreggiano nel vento.

 

______________________________
Qui altri testi inediti di Ivan Crico in lingua italiana.
______________________________

 

***

28 pensieri riguardo “Essere qui per dare un volto – Ivan Crico”

  1. Mi approprio dello spazio per i commenti per ringraziare così, pubblicamente, Francesco. Un incontro, che è anche una delle cose che mi hanno reso più felice quest’anno, in un luogo che è continua testimonianza di fiducia nella possibilità – attraverso la luce della poesia – di essere uomini e donne degni di questo nome, di tenere distanti le tenebre, di essere ogni giorno un po’ migliori di ciò che siamo stati e siamo. Si spera, si spera sempre. Grazie mille!

  2. Poesie presenti al nostro tempo, di una tenue e sommessa leggibilità.
    Elementi della natura, il vento, gli alberi, il mare, la sabbia, il cielo, e poi ancora il vento…che evocano e si coniugano dolcemente con pensieri intimi, di un vissuto dolce-doloroso. E ancora il vento…che allontana o restituisce o lascia sospeso per aria un vaso di tulipani.
    “…in un silenzio dove/ci siamo fermati per sempre ”
    Forse, Ivan, o forse la forza della parola saprà bene insinuarsi nel sonno.

    Complimenti davvero per questi tuoi testi e per il commento che hai lasciato più su.

    un caro saluto a te e al padrone di casa

    jolanda

  3. Ogni tanto l’enigma delle zone bianche è evidente.Comunque si denomini e percepisca, il buio ingresso di una grotta incuriosisce, è l’entrata ad un mondo sconosciuto, promette tesori, misteri, un territorio estraneo.
    Varcando la soglia se ne ha conferma, è davvero l’Inframondo, il luogo dell’eternità, dove i segni durano, dove tutto è immutabile.Dove, chi vi entra ne esce mutato, ed è sempre il luogo dell’ iniziazione.
    Il mondo della Poesia di Ivan Crico evoca in me questa immagine per poi darmi la misura che quello spazio inizialmente oscuro si illumina come per magia e ci fa ritrovare anche la splendida sensazione delle similitudini dello spirito.Grazie Ivan, grazie Francesco.Marle

  4. Dire che Ivan Crico sia molto bravo, potrebbe apparire un’ovvietà. Affermare che egli sia uno dei nostri migliori neodialettali, non è scontato, e va comunque detto. Aggiungere poi, che raramente accade di leggere un autore che con grande naturalezza possa passare da una lingua, la sua, di Bisiach, a un’altra, l’italiana, in maniera quasi indolore e con la strumentazione adeguata, non è parimenti scontato. Molto spesso, proprio un limite (a detta di certa critica) dei dialettali, è nelle difficoltà di tradurre con testo a fronte la lingua madre…

    Per Crico, come per i più avveduti della sua generazione, Zuccato, Santi, Villalta, Gabellini, Franzin,(ma pure Nadiani, Bàino e Cecchinel, della generazione immediatamente precedente) la questione sembra superata sul campo. La realtà interlinguistica e translinguistica della recente neodialettalità, permette a questi autori di poter ricorrere ora all’una ora all’altra lingua, con competenza e congruità.

    – C’è, che colpisce in queste poesie, come in altri testi di Ivan letti qua e là negli ultimi tempi, una dimensione del paesaggio che è dolore del paesaggio, ed è dolore profondo, o comunque un sentire molto alto, che è nel paesaggio… proprio come un fiume carsico, scava e scava penetrando in profondità nella terra e nella roccia acuminata. Penso un po’ a queste poesie, come scritte anche con un fondo di pudore, credo, e a una qualche reticenza. Mi appaiono come poesie ‘petrose’, e, se posso indicare un nome, di paradigma o padre, direi pure Ungaretti: profondità e acuminatezza, e pure dolcezza della pena, pietas creaturale. E, al contempo, c’è nei tratti di questa parola, quasi uno stigma, una grazia e una levità nei toni, negli accenti e negli accenni descrittivi (le splendide nominazioni floreali), figurativi, e pure astratti, ‘greto/ di polvere e verde’, che costantemente intersecano sequenze e piani fisici e metafisici: fisica del paesaggio, e ontologia del paesaggio.
    Se una dimensione di stasi, di moto interrotto, una vicissitudine sopesa(‘il vaso che cadendo si è fermato nell’aria’) a un’ora (non detta, e, a tratti irrelata) presente, proprio là dove tutto farebbe presagire una qualche paralisi del canto, la presenza degli infiniti, un po’ in ogni testo, suggerisce un ri-avvio, a indicarci una dimensione prosodico ritmica distesa, e a dirci quasi in un gioco di parole, un raro bisticcio per Crico, non so quanto ingenuo o avveduto, di: ‘linee/ che finiscono per continuare’…

    Leggere questi versi belli, profondi, sinceri e sicuri, è la conferma che non tutto è perduto. E che ci sono voci autentiche a cui dedicare il nostro ascolto, la nostra condivisione. Grazie Ivan, Buona Estate a te, e a presto.

    Grazie di cuore a Francesco Marotta, per il suo fiuto e per la sua sensibilità, per questa dimora molto umana e molto raffinata.

  5. Grazie, Manuel, credo che questo commento illustri, come meglio non si potrebbe, non solo questi testi ma parecchi aspetti dell’intero progetto poetico di Ivan Crico.
    Penso anche, senza voler aggiungere niente di nuovo a quanto da te felicemente scritto, che il “dolore del paesaggio” sia proprio il “collante allegorico” che unifica “fisica” e “ontologia”, trovando il suo corrispettivo, sul piano formale, nell’alternanza e nell’intersecazione ritmica (tra distensione e contrazione) dei piani descrittivi con gli inserti dove la simbolica dello sguardo depone i suoi accenti naturalistici e si risolve in pura, ab-soluta, visione memoriale.

    Grazie a Jolanda e Marlene per le loro precise note.

    fm

  6. A Jolanda, Marlene, Manuel: sono parole, le vostre, su cui rifletterò a lungo. Specchi che mi rimandano un’immagine di me spesso impensata e necessaria come l’acqua, il pane puro e semplice sulla mia tavola.

  7. A IVAN: il pane puro e semplice alla tua tavola nasce come tu insegni, e disegni dalla farina che è grano,impastata con acqua e arricchita di sale.Tutti elementi che la natura ci regala, anche se noi, spesso, non le siamo riconoscenti. L’ amour-passion per la Musica che pratico, malata di eredità felici, non è disgiunto da quello per la Poesia che si fa casa ed a cui dò le mie ombre ed i riflessi. Ma la mia inquietudine mi ha portato ad amare anche la speleologia e dunque le Grotte.Nel caso della tua rappresentazione in versi ho esplorato.Inserendo il corpo in ogni vacuo che ho incontrato e insistendo nell’avanzata,scalando pareti sotterranee, comparando interno ed esterno, cercando di riempire gli spazi bianchi dei rilievi, puntando a ricostruire pazientemente le forme interne nella loro interezza.
    Il territorio sotterraneo si è di conseguenza dilatato sino ad esplodermi in faccia e mi ha fatto felice.
    Ma c’è anche il lato oscuro: i confini del territorio da esplorare si sono allontanati..aldilà della mia portata. Troppa ricchezza? Sono solo una piccola artigiana e vado d’ istinto..Ora esco, a respirare il buio delle genti e prenderò il tuo ombrello, solo in prestito! Grazie.Marlene

  8. A Marlene.
    A pochi chilometri da casa mia c’è uno dei fiumi più misteriosi del mondo, il Timavo. Si inabissa a poca distanza della sorgente nel Carso e riaffiora dopo molti chilometri a Duino, sfociando nel golfo di Trieste. Un fiume circondato da un’aura sacra: qui già navigatori fenici costruirono, si dice, un tempio e qui ancora, nei primi secoli del medioevo si innalzò una bellissima chiesa bagnata da queste acque forti e sconosciute. Nessun studioso, nonostante i molti tentativi, è mai riuscito a capire quale sia il suo percorso. Immaginiamo queste acque incanalarsi tra fenditure, nella notte abissale delle grotte, per poi ritornare nella luce abbagliante del mare. Le nostre voci, le nostre parole, si specchiano in questo mistero, lo sentono vicino, fraterno. La nostra vita, fatta di cose che scompaiono non si sa dove ed altre che appaiono non si sa dove. Cerco allora di parlare di questo, lasciando che il vuoto, il non detto abiti ogni mia parola, una parola in cammino, che non ha traguardi ma è fatta solo di continue partenze. Grazie per la tua attenzione, ancora.

  9. /Le nostre voci e le parole si specchiano i questo mistero! / Che bella espressione! Eancora :/ vicino, fraterno/ .Quanto amore riesci a infondere in ogni lettera di queste parole e quanta “sospensione,” come su un crepaccio, o se preferisci un canyon, nella parola in cammino vestita di scarponi robusti su e giù per i sentieri.Senza traguardi, come in” the Woodie Guthrie song” e che tremenda nostalgia della tua stupenda terra.Io animale marino della terra del divino poeta Sergio Atzeni, in perenne conflitto tra mare,montagna e..cielo. Quanta musica in quelle montagne…le tue. E’ stato un piacere. Ciao. Marlene

  10. PS. Sentirei veramente ingiusto non aggiungere che L’INIZIO è di una commovente, dolce, deliziosa, silenziosa BELLEZZA. Somiglia ad una piantina che da noi si chiama PRENSA, “SU CORO MEU TI PENSADA”. In lingua logudorese, sarda dunque.Avevo dedicato questa pianta nella chiusa di un racconto per mio zio Francesco Masala.Lui era il cantore di “Quelli dalle labbra bianche”.Ti ringrazio per avermelo ricordato ed avermi permesso di eprimere a mio modo, una preghiera in suo ricordo. Marlene

  11. A Marisa, di nuovo. Grande figura, quella di Masala… Da piccolo, perché io ed i miei amici non conoscevamo l’italiano, ci prendevano in giro. Figli di contadini, operai (che però di notte leggevano i grandi classici a differenza dei benestanti e magari laureati contemporanei…) abbiamo patito anche noi la discriminazione di non essere abbastanza italiani. Lo eravamo per cultura ma, pensa, i miei bisnonni erano di fatto cittadini austriaci ( con sangue veneto, friulano, tedesco, slavo: insomma una meravigliosa Babele di lingue e culture !). Poi la lettura di Pasolini mi ha fatto capire quanto fosse importante battersi per salvaguardare la diversità, le differenze, questi linguaggi che sono la voce diretta dei luoghi in cui sono nate. Per anni persone come Masala sono state viste come dei fanatici e, forse, il modo con cui sono stati considerati li ha portati, a volte, ad adottare toni forti, parole dure. Ma in fondo loro avevano solo capito, con largo anticipo, i rischi di un pensiero omologante, dove l’unità non è data, come in natura, dalla somma di infinite particolarità, ma piuttosto dal triste tentativo di racchiudere l’abissale complessità del mondo entro i limiti altrettanto abissali del nostro pensiero. Mi piacerebbe leggere il tuo racconto. Se ti fa piacere puoi inviarlo a: ericabenfatto@gmail.com
    Grazie ancora!

  12. A Marlene: perdonami ma prima ho sbagliato di scrivere il tuo nome! Ho scritto la nota troppo di fretta… mai avere troppa fretta.

  13. “una parola in cammino,…. fatta solo di continue partenze” credo sia il presupposto per qualsiasi poesia degna di tale nome.

    E come potrebbe essere altrimenti, se:

    “Nel vento, come/me, metti radici/lunghe, un vento/di luce che non è di qui”

    Poesie molto belle.
    liliana

  14. PERDONATO IVAN; PERDONATO.Chiamami anche mari-sa che se lo scomponiamo diventa un gioco con le pietre.Una accanto all’altra.Quanto mi piacciono SAS PEDRAS DE SA TERRA TUA E MIA E DE TOTTUS! MARI come i nostri mari, SA è sale abbreviato.Anche SA- LI- TA se lo si vuole.Ascensionali noi siamo che cadiamo rovinosamente.E ci rialziamo ammaccati d’ entusiasmo verso una vetta o forse un dirupo..Ti sono immensamente grata per le parole che rivolgi a mio zio CICITO Masala.Un caratteraccio, come il mio, un rivoltoso, come me, un vero amante appassionato della nostra terra, un fanatico come giustamente sostieni.Ma sei proprio sicuro di voler leggere il mio racconto che non ha alcuna pretesa letteraria? Solo una lettera d’amore voleva essere..a lui che desiderava essere ricordato per la POESIA. E poi, aggiungo, il racconto è.. irriverente ed ironico come lui, come è nella sardità.Grazie comunque.Concordo per la fretta, anzi per la calma.Ma c’è sempre una ragione sottile nei lapsus..Ciao e A NOS INTENDER LUEGO! Marle

  15. A Marlene: certo che mi piacerebbe leggere il tuo racconto. Mandalo pure. Fianlmente mi fermo per qualche giorno e mi farà piacere leggerlo.

  16. Molto bella questa tua sezione in lingua, caro Ivan (mi ricorda, per i paesaggi, il Kosovel lirico del Carso, che sto leggendo in questi giorni, nell’apprestarmi a soggiornare a Topolò per il progetto Koderjana), i versi sono naturali come quelli in dialetto che conosco, ha ragione M. Cohen, e le immagini sono quelle di chi vuol dare un volto alla sua terra, cantarla con devozione. Ti ringrazio, di cuore, per avermeli segnalati.
    Un caro abbraccio. Fabio F.

  17. I testi di Ivan rimandano irrevocabilmente ai suoi luoghi, luoghi dove è ancora possibile vivere il sentimento universale delle cose, lì, adesso, per sempre. La modestia di Ivan fa il resto, poesia vera perché ha le radici ficcate nel fare concreto delle “arti minori”, il territorio dove la pazienza abita da millenni. Guai a farsi ingannare dai testi di Ivan, specie da quelli in lingua. Altrove le sue cose avrebbero il fiato rotto dell’artificio, dell’ingenua predisposizione al lirismo descrittivo. Tra l’Isonzo e il Tagliamento si agitano i fantasmi del ’15-18, e il Carso tiene viva per loro la fiamma misteriosa del segreto più umano della terra. Grazie, Ivan, la poesia funziona così, parla da sé se la lasci filtrare dai luoghi – oppure niente (restano i poeti, i loro insopportabili tormenti…)

  18. Un caro saluto a Ivan. Ho avuto in regalo di leggere molti di questi testi ed avrò in regalo, prima o poi, di parlarne con Ivan davanti a un bicchiere. Per ora dico solo che ha trovato, scavato la propria voce fino a renderla riconoscibile, al di là della lingua usata. E’ privilegio di pochi.

    francesco t

  19. Caro Ivan, leggerti è ogni volta un nuovo viaggio attraverso il senso della terra e del sangue della sua storia che si fa memoria intima nei tuoi versi.
    tornerò a leggerli ancora e con maggiore calma stasera.
    per ora un abbraccio.
    natàlia

  20. Caro Ivan,
    il tuo canto è un “gorgo di fedeltà” al Luogo, affidato alla poesia e, tramite essa, a tutti noi.
    In questo tuo modo originale di dare vita a un cosmo (ciò che è conveniente alla bellezza, multiforme e corale, più che a un universo, ordinato a un unico principio) svolgendolo, questo sì, come da un unico filo ininterrotto, risiede anche una profonda saggezza.
    In dialogo con te, ti ricordo questi miei antichi versi:

    Là tea me tera che no cresse
    sirà jassà i canai
    co tute ’e so erbe e i so pesse
    che se puoe caminarghe
    dessora, russi e zai
    o grisi co fa i morti.

    Torno ze verto fin do’ che se ’ede,
    le case va i’ s-ciapo co i crocai:
    el tenpo lima e tira fin el vento.

    Cussi se fassarémo anche noantri,
    i oci schicià so ’n fìà ’e colore,
    a l’acua che no bagna e che no cede.

    Là nella mia terra che non cresce saranno gelati i canali con tutte le loro erbe e i loro pesci
    che si può camminarci sopra, rossi e gialli o grigi come i morti. Intorno è aperto fin dove si vede,
    le case vanno a stormo con i gabbiani: il tempo lima e tira a lucido il vento. Così ci affacceremo anche noialtri,
    gli occhi schiacciati su un po’ di colore, all’acqua che non bagna e che non cede.

    Qui si dice di una perdita, ma si perde soltanto ciò che si vuole. Così ritrovo tutto e di più nella perseveranza della tua voce. Come e quanto io riesca a farla mia forse adesso ti è più chiaro.
    Se poi vogliamo isolare il fatto della lingua, già le tue traduzioni in calce hanno sempre goduto in realtà di autonomia poetica. Queste tue nuove poesie ne sono un’ulteriore conferma.
    “Ma il fatto è d’altra forma che non stanzi”: nel lungo dibattito che ha accompagnato e seguito l’affermazione dei cosiddetti neo-dialettali, non tutto l’essenziale sembra sia stato detto, o recepito.
    I dialetti d’Italia così vitali, complessi, rustici o urbani, raffinati, hanno sempre avuto in realtà forza di lingue, quando non anche proprie letterature. Troppo spesso si è cercato di far loro indossare la camicia stretta – comoda per il critico – di una civiltà contadina, che certo è stata, in mezzo a un abitato di parlate miste, di dialetti urbani, rivieraschi, lingue franche, gerghi e così via.
    Un pregiudizio verso questo mondo vocale e il suo emergere alla scrittura non morirà mai.
    Ai dialetti ci si rivolge ancora spesso con atteggiamento dall’alto, adorante e protettivo, a patto che stiano “iuxta propria principia” (formula priva di contenuto); con progetti di tutela (riservati ai minores, col rischio di comprimere questi e i minimi) sempre molto equivoci.
    La salvaguardia può arrivare soltanto dal basso, dalla poesia. Ogni italiano è bilingue, almeno potenzialmente; la sua incomparabile ricchezza consiste nel poter scrivere nella lingua di Dante, intimamente sostanziata, nutrita, corroborata di dialetto; oppure in questo suo volgare materno.
    La terza via è Petrarca, la vocazione di una lingua pura.
    Ma il dialetto può rifare il verso perfino a essa.

    SONETO

    Ndaséa sercando i ténari culuri
    ma ecu ’1 zalo che me sconde ’1 troso
    inseiàndome al sole d’on caveio.
    E, come ’1 sole, el pare su da on moro,
    che ghe da banpa sensa mai fenirse,
    passaia fissa do’ che ’1 russignolo
    mira cantando fin che ’1 se sturdisse.
    A tasère del rosso, cubiadore
    no so se dai oci o da altra vita,
    ben ca sia ’e pelo bianco: el me buta
    so ’na riva ’e torminti e lì ’1 me assa.

    Sonetto // Andavo cercando i teneri colori / ma ecco il giallo che mi nasconde il sentiero / abbagliandomi al sole d’un capello . / E, come il sole, sembra emanare da un nero, / che alimenta la sua fiamma senza mai esaurirsi, / siepaia folta dove l’usignolo / mira cantando fino a stordirsi. / A tacere del rosso, accoppiatore / non so se dagli occhi o da altra vita, / benché io sia di pelo bianco: mi getta / su una riva di tormenti e lì m’abbandona.

    Scusa se mi sono citato due volte – del resto invitato anche ad approfittare dell’ospitalità – Non lo farò più, ma è questo tuo nuovo modo che mi ha comunicato voglia di dire: come sai, non mi accade spesso. E ho detto come mi torna, soprattutto con l’intenzione, che mi auguro non elusa, di sottolineare l’esemplarità del tuo intimo dittare. Con tutto il cuore. Gigi Bressan

  21. ho sempre nutrito un’invidia ammirosa verso la poesia neodialettale, verso i suoni che poteva usare, gli universi che quelle fonie potevano evocare, una sorta di cortocircuito sonoro temporale di straordinario spessore. Ivan mi sembra quasi senza interuzzioni, abbia voglia, come in un lavoro di trasposizione fra diverse tonalità musicali rifare nella lingua nazionale questa poesia dei luoghi.
    Ora qui potremmo anche stupirci, ma i luoghi sono assolutamente gli stessi, una natura popolata solamente da un soggetto in cui avviene, vorremmo dire, ogni volta un difficile riconoscimento, che qualcuno ha chiamato doloroso. Qui l’operazione è di natura esclusiva, nel senso che la natura è sempre oggi ciò che rimane della natura il 2, l’uno per mille del tutto che è spazio antropico. Si potrebbe dire che qui c’è il nesso fra il poeta e il pittore in uno sguardo che è ricostruzione mentale e non reale, rarefatto lugo di smarrimento temporale. In cui l’unico scorrere del tempo è il calendario delle stagioni, non quello degli anni e delle traformazioni. Si capisce con queste premesse solo Crico potesse scrivere una raccolta di poesie in una lingu amorta come il tergestino…e su questo potremmo continuare molto a lungo.
    Dove ci piacerebbe vederlo rischiare di più è proprio nella lingua, che in Crico sembra sempre aspirazione ad una sorta di purismo sia esso dialetto o lingua nazionale, aspirazione del tutta consona, appunto, alla sua metafisica del paesaggio, ma la ricerca è sicera, il mestiere sicuro e chissà che il futuro non ci riservi anche nuove sorprese

  22. Caro Ivan,
    penso che tu sia in assoluto il poeta con cui ho più affinità.
    E’ importante il fatto che ti stia a cuore la conservazione della natura.
    Natura che tu tratti molto bene nei tuoi versi.

    Maurizio Benedetti

  23. mi piace rileggere più volte le tue poesie, ogni volta è scoprire qualcosa di nuovo; parole che profumano della tua terra, dei luoghi che rivivi dentro, che del luogo lasciano un segno nell’anima.
    le tue poesie sono come acquerelli…
    i miei complimenti, sempre!

  24. Bressan, spero che la “voglia di dire” ti venga sempre più spesso, sperabilmente da queste parti.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

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