Stammtisch – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

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(Arturo Martini, L’attesa, 1931)

Stammtisch

     È un rituale, una liturgia laica, un’abitudine indifferibile. Anche stasera ci ritroviamo in questa riunione conviviale per celebrare l’appuntamento mensile che, ormai da anni, Carlo Schollmeier ha instaurato e rinnova secondo l’usanza tedesca della sua famiglia di riunirsi intorno a un tavolo di una trattoria per mangiare con gli amici, almanaccare, svagarsi.
     Stasera, dopo gli spaghetti al pomodoro e delle scaloppine al limone, sorseggiando un’agile Falanghina e piluccando dal contorno di spinaci all’olio, Carlo se n’è uscito con una questione essenziale per non dire esiziale, molesta e capziosa e tuttavia compatibile per noi tre che ci avviciniamo ormai ai sessant’anni: la fine prematura che prima o poi toccherà a uno di noi. Cioè, per dirla con finezza, cosa scatenerà nell’animo dei sopravvissuti la perdita di un amico e, per dirla invece brutalmente, chi fra di noi sarà il primo a tirare le cuoia, sarà accompagnato al cimitero, sarà commemorato negli anni avvenire.
     “Non crediate – ha aggiunto Carlo, lepido come sempre – che sia stanco di vivere o che voglia vedervi trapassati.  Dico solo che dovremmo prepararci con qualche avvedutezza anche a questo evento, a questo distacco, che lascerà i superstiti probabilmente un po’ affranti e un po’ soli”.
     È inutile negarlo: ci aspettano sempre delle lunghe e ampollose argomentazioni quando Carlo profetizza, allude e ammonisce sui grandi temi filosofici dell’esistenza, ma stavolta, obiettivamente, tutto ciò che si può contrapporre ai suoi abituali paradossi, alle sue bizzarre malìe, è di un’ovvietà sconcertante, senza appigli. Ci ha sorpresi e spiazzati, ci ha chiusi in un angolo raggelando le nostre risorse, come se dovessimo essere o dovremo essere soltanto io e Luciano le vittime predestinate di questo fato ineluttabile, di questo infame destino, semplicemente perché non abbiamo ancora ipotizzato una dipartita prossima e improvvisa.
     “Ne dovremo parlare”: gli occhi globosi, lo sguardo dritto e con una luce infìda, la testa che annuisce con una lentezza esasperante che rende ancor più sgradevole l’evento preconizzato mentre, intorno a noi, nella spaghetteria a ridosso di Piazzetta Nilo, gli altri avventori si scambiano battute, ridono, sorseggiano il vino, si preparano a gustare il menu invitante della serata, distinto in due primi, due secondi, due contorni.
     “Ma come ti vengono in mente certe cazzate?”, chiede con stizza Luciano, “Che cosa ti riproponi? A che serve?” e poi “Gaetano, tu l’hai capito?!” ma non rispondo alla domanda di Luciano, chiedo all’oste un’altra bottiglia di Falanghina e raduno le briciole di pane nel piatto degli spinaci. “Mi rispondi o no?” insiste Luciano ma Carlo non replica, continua a fissarci con quei suoi occhi da camaleonte, sporgenti oltre le orbite, che si spostano a scatti, sfuggenti, come i riflessi della luna nel mare quieto sotto costa.
     Carlo non replica mai quando sentenzia, con quel suo modo pacato e oracolare, di una nuova circostanza che fa da supporto nobile ai nostri incontri mensili. E dire che lo “stammtisch” (questo è il nome tedesco di quest’usanza) non è come potrebbe sembrare una patetica rimpatriata, un appuntamento assurdo e futile, metaforico e sopra le righe: in verità non abbiamo mai ecceduto né nell’enfasi consolatoria né, tanto meno, in quella nostalgia serpeggiante che si affaccia quando vecchi amici si riuniscono davanti a una tavolata. Ci incontriamo per mangiare, per bere, per chiacchierare e nient’altro: sono banditi ricordi e malinconie, rammarichi e rimpianti: tutto si svolge e si attesta sul nostro presente, che non è molto diverso dai nostri coetanei più fortunati. Stavolta, però, è il nostro presente, o l’immediato futuro, a non essere fausto e fecondo come solitamente ciascuno se lo configura: stavolta si discute su un calendario che non avrà più mesi, un orologio che non avrà più ore, un’esistenza che non avrà più vita. Che si debba, prima o poi, sparire dalla faccia della terra è nell’ordine delle cose: quello che non torna, o non convince, è che l’ordine degli scomparsi sia stato preannunciato come l’esito di una lotteria estrema che assegnerà un premio difficile da accettare, come una lista di attesa per una partenza che non si ha più voglia di confermare. Ma perché? Che senso ha anticipare un avvenimento che per definizione cosmica è immodificabile, che si sottrae per la sua stessa naturalezza a qualsiasi calcolo, sia benigno che maligno? Avvertire come irrimediabile e imminente la fine di uno di noi risolverà forse la serenità o l’angoscia? Diminuirà il peso che incombe sui nostri destini il parlarne amenamente, come se dovessimo scegliere una pietanza più che un’altra, un vino bianco o un vino rosso?
     – Bene, paghiamo e andiamo via.
     Luciano si alza, raccoglie le nostre quote di prezzo, paga l’oste ed esce sulla strada, chiedendomi una sigaretta: “Voglio fumare! Così il cancro mi viene prima!”. Carlo ci segue per il vicolo con cautela, scaccia col piede qualche pietra dal selciato, sospira appena ma non parla, mi guarda come per chiedermi dove andremo a prendere il caffè o l’amaro. Un caffè ci rinfrancherebbe, senz’altro, ma un amaro, in questo momento, aggiungerebbe enfaticamente solo fiele al raccapriccio che abbiamo provato.
     Luciano intuisce e infatti respinge l’ipotesi dell’amaro, poi si ferma accanto a una panchina di Piazzetta Nilo, vi si siede e guarda più o meno il vuoto, imprecando sommessamente alla sortita funerea di Carlo. Toccherebbe a me, come sempre, far decantare quest’atmosfera di abbandono e di smarrimento ma stavolta non ho voglia di essere disponibile e benevolo, stavolta voglio pensare ad altro. “Che fai, Gaetano?” mi chiede Luciano, gli dico che tornerò a casa e faccio qualche passo verso San Biagio dei Librai; Luciano spegne la sigaretta, monta sulla moto, l’accende e si prepara a partire. Carlo ci guarda come se l’avessimo scaraventato in un pozzo senza fondo, è deluso, quasi offeso dalla nostra reazione e infatti se ne sta zitto come un Socrate ingiustamente accusato. Alla fine ci separiamo, ognuno per la sua strada, ognuno a casa.
     “Ti telefono!” ma non ho risposto perché non mi sono preoccupato di riconoscere la voce che mi aveva parlato, mi sono preoccupato di tornare a casa lentamente perché quando si medita su quello che hai visto e sentito, e che ti ha spoetizzato, tutto si allarga e si allunga, c’è, esiste ma non occupa spazio, non richiede tempo. Mi sento attratto e impegnato da un timore per quella ipotesi finale che ogni essere umano comincia a razionalizzare quando, per contrappunto, la ragione non gli basta più e deve reinventarsi un convincimento, una soluzione, una risposta. Che sia questa la premura che Carlo intendeva sollecitarci?
     A casa trovo Gianna che corregge in cucina i compiti che hanno svolto i suoi alunni e Cristina che si è addormentata in salotto davanti al televisore acceso: non dico niente, non parlo ma vorrei comunque che qualcuno mi parlasse, mi aiutasse con dolcezza a liberarmi del piccolo tormento vissuto nella spaghetteria. So di chiedere troppo ma in realtà non saprei neppure che cosa potrebbe essere il meno, o il poco o niente. Gianna si accorge del mio ostinato silenzio, lascia la penna rossa sul tavolo, incrocia le braccia e mi chiede com’è andato lo stammtisch di marzo, di che si è parlato.
     – Della morte.
     – Della morte di chi?
     – Di uno di noi, quando succederà.
     – Ovviamente è stato Carlo a parlarne?
     – Sì, è stato Carlo.
     So già cosa sta pensando mia moglie e come giudica questi appuntamenti mensili: li ritiene evasivi e gratuiti ma stasera mi sorprende, ripone i compiti dei suoi alunni nella cartella, incappuccia la penna, sgombera il tavolo e conclude con uno sguardo tenero, affettuoso, come invitando un bambino capriccioso a sentirsi semplicemente un bambino. No, non era questo che volevo; il tarlo che mi sta navigando in testa pretende garbo e fiducia ma anche fermezza e decisione. Non ti liberi di un pensiero girando a vuoto su altre idee, devi restare dove sei, macinare quello che ti arrovella e cercare di uscirne come fa un uomo, non un bambino, non quel bambino che Gianna sta vedendo in me adesso. “Tu che hai detto?” ma non so cosa risponderle, l’uomo che dovrebbe suggerirmi di essere fermo e deciso non mi è di aiuto: dico che non ho commentato la sortita di Carlo, che mi ha dato fastidio, che forse è giunta l’ora di porre fine a queste tavolate tedesche ma non dico quello che mi ha sul serio colpito e anche se Gianna l’ha intuìto, proprio non ci riesco a definire, a comunicare il mio stato d’animo.
     – Avete già deciso quando succederà e a chi?
     Neanche questa mi aspettavo e lascio capire che non sopporterò altre ironie ma Gianna si alza, raccoglie le sue cose e mi dice che porterà Cristina a letto, che andrà poi a coricarsi e che mi aspetterà quando avrò finito di macerarmi sullo stammtisch funeralizio di questo mese. La osservo quando va in salotto, quando convince Cristina a dormire nel letto, quando scompare in camera lasciando la porta socchiusa. Che mi sta succedendo? Perché è calato questo sipario nero su questa giornata che, come tante altre, era trascorsa limpida, leggera, smaniosa addirittura quando si avvicina e si realizza la scadenza mensile della cena con Luciano e Carlo? Stamattina, in cartoleria, ho fatto il mio lavoro di sempre: con i ragazzi che comprano quaderni e penne, con gli avvocati che chiedono fotocopie, con vecchie signore che cercano biglietti d’auguri, con me stesso che faccio il cartolaio da una vita. Dunque, che cos’è? Paura o sbigottimento? Avvisaglia o sconforto?
     Squilla il telefono, è Luciano.
     – Gaetano, che stai facendo?
     – Niente.
     – Stai pensando alla sciocchezza che ha detto Carlo?
     – Un po’.
     – Che ne dici se ce ne andiamo in giro? Passo a prenderti.
     Sto per scrivere su un foglio di carta un messaggio per Gianna ma lei è già alle mie spalle, mi abbraccia, mi stringe a sé, poi mi fa girare e mi guarda negli occhi e, senza parlare, mi sta chiedendo cosa mi succede, perché sono preoccupato e se non sarebbe meglio andare a letto.
     Le dico che perderò un po’ di tempo con Luciano, che non tarderò, che devo farmi passare questa piccola sensazione di vuoto. Gianna mi passa una mano tra i capelli come per sciogliere e disperdere la nebbia improvvisa che ha offuscato i miei pensieri, mi aggiusta il colletto della camicia e mi dice di non prendere freddo.
     Quando esco dal portone Luciano è già lì, mi porge il casco, aspetta che io monti sulla moto e partiamo. Il traffico della serata è, come al solito, veloce e fluido: gente che rincasa tardi, che scorrazza per divertirsi, che cerca come noi una mèta, un punto d’arrivo o un punto di svolta. Forse anche gli altri sono reduci da altri stammtisch depressivi e deprimenti oppure hanno già risolto la molestia provata e stanno festeggiando il pericolo scampato. I pensieri che metto insieme non mi aiutano, lo so, e forse non sono neppure pensieri: sono pezzi sparsi di un discorso senza capo né coda, tracce di un percorso misterioso e fatuo, pretesti insignificanti di una consapevolezza altrettanto velleitaria. E poi quando sei sulla moto non pensi, soprattutto se stai dietro il pilota. Guardi la strada, le saracinesche dei negozi, le persone a piedi, quelle sulle altre moto, gli autobus del giro notturno ma non ti impegoli in nessuna riflessione, ti senti libero, portato dal vento e dai rumori, completamente immerso nella velocità del movimento, dolcemente sorretto dalla sensazione di poter dominare tutto ciò che ti scappa rapidamente ai lati, in un guizzo di spensierata irrealtà. E fai corpo unico con la moto, assecondi la postura al suo equilibrio precario che si raddrizza però inarcando appena le spalle, coricandoti un po’ sui fianchi e ne anticipi il cambio delle marce perché anche dentro di te, nello stomaco e nei polmoni, avverti il fuori-giri del motore che è uguale al tuo, dev’essere recuperato, ripreso, rinforzato. Il rombo della marmitta, i sobbalzi sul sellino, l’inclinazione della moto stanno fugando quell’insidia inopportuna dello stammtisch di stasera accelerandone per assurdo l’esito infausto, come se dovessimo crepare tra poco, più o meno eroicamente: preferisco dire “crepare” perché morire è troppo realistico.
     Luciano si inerpica sul declivio collinare della città come in una corsa contro il tempo, per arrivare chissà dove prima di tutti gli altri. Svicola, frena, riparte, sorpassa, evita una macchia d’olio, slitta appena su un cumulo di rifiuti, fa impennare la moto, la fa ricadere, balza sul marciapiede, ridiscende, rincorre un motorino, si ferma a un semaforo ma non aspetta il verde, troppo lunga la scansione, il giallo gli ha dato già via libera, la strada dev’essere sopraffatta: si è sfogato, Luciano, ha bruciato ansie, emozioni, argomenti e scaricandosi raggiunge da vincitore ma senza trionfo il traguardo della corsa, la Certosa di San Martino che si erge maestosa nel cielo, nello splendore notturno che ammanta la città.
     Luciano parcheggia la moto al marciapiede che costeggia il belvedere, poi la spegne, la inarca sul cavalletto e si ferma a guardare il panorama che ci fronteggia e che ci dà l’idea, per la languida mollezza che lo degrada verso il mare, di averci aspettato, di aver preparato con cura e solo per noi le sue luci e le sue ombre nella sua incomparabile bellezza. Smontiamo dalla moto e ci avviciniamo al parapetto di questa immensa terrazza che si sposa e si confonde con le case e le strade che giacciono nel suo strapiombo ma non sono lontane, quasi si prendono con una mano e ti illudi di poterle modificare: spostare un palazzo, allargare una piazza, dilatare la mappa della città come quando si stende una tovaglia sul tavolo.
     C’è un’aria fresca intorno a noi, ci accarezza e ci inebria, ci sostiene come se avessimo ali per volteggiare dalla Certosa al parapetto e da qui laggiù, dove tutto è vicino e illuminato, grande e piccolo, nostro e altrui. Non ci guardiamo, io e Luciano, perché sappiamo già cosa potremmo dirci, cosa potremmo sentire: che neppure con la nuova compagna le cose sono tranquille, che il figlio sta per laurearsi e non gliel’ha fatto sapere, che la cassa-integrazione all’Alenia non gli permetterà, a cinquantaquattro anni, le spese e le libertà di una volta. A che serve guardarsi quando gli occhi hanno già riempito di immagini i nostri album personali di memorie?
     Continuiamo a fissare la città distesa tra le sue luci, con la flebile lusinga di esserne anche noi una parte – persone tra persone, ombre tra ombre -, o di essere semplicemente un nodo di quell’immenso tappeto, anche se incapaci di rappresentarne compiutamente l’ordito.
     Perché siamo reticenti e restii? Lo eravamo anche prima di stasera? No, ci dev’essere qualcosa di allettante nei silenzi che ti imponi e nelle parole che snoccioli a raffica solo nei tuoi incoraggianti soliloqui, che ti stimolano al momento dell’avvìo e ti abbandonano quando vorresti concludere. Sì, ci dev’essere qualcosa ma dove e cosa? Forse sarei dovuto restare a casa, andare a letto, abbracciare Gianna dopo aver controllato il sonno placido di Cristina, addormentarmi fissando le cifre verdi della sveglia che scattano quando meno te l’aspetti al nuovo minuto che comincia. Se resti senza desideri sei finito ma un desiderio non comincia mai con una rinuncia.
     Luciano si scuote, monta sulla moto, la accende e mi dice che ha capito.
     – Che cosa, hai capito?
     – Andiamo da Carlo. Ci ha messo lui in questo casino e sarà lui a tirarci fuori!
     Ripartiamo. La moto risale per la piazza e mi accorgo che anche il panorama della città distesa oltre il parapetto s’è messo in movimento, ondeggiando, oscurando i punti di luce ed esaltando le facciate livide degli edifici. Tutto riprende a scappare, forse per venirci dietro, per raggiungerci oppure per lasciarci andare, andare incontro a una resa dei conti, alla battaglia finale dove i giusti reclameranno le loro ragioni di lesa modestia e il cinico, il professore filosofo, il profeta di sventure soccomberà sotto le nostre argomentate rimostranze, le nostre lamentose aspettative.  Quanto si dev’essere tedeschi per stare dignitosamente a questo mondo?
     Eccoci davanti al portone dove abita Carlo, nel posto dove solo lui poteva abitare: il Largo Ecce Homo. Ma non c’è lui, c’è Norma, la moglie, più frastornata del solito dopo l’esaurimento nervoso che l’ha colpita un anno fa. Stavolta, però, ha ragione di essere in ansia, si rincuora nel vederci e si rassicura abbracciandoci, poi prorompe in un pianto soffocato da sospiri e pause e ci dice che Carlo sta in ospedale, al Pellegrini.
     – In ospedale?! Che gli è successo? Si è sentito male?
     No, non si è sentito male, Carlo, si è sentito sparare: stava per aprire il portone di casa e si è trovato in mezzo al consueto regolamento di conti tra killer della camorra che sparano nel mucchio, che sparano solo perché hanno le pistole e che sparano sbagliando persone e vittime. Quella che viene definita “una pallottola vagante” si è conficcata nella spalla di Carlo accasciandolo a terra, facendogli perdere le forze. Carlo ha avuto il tempo di citofonare alla moglie, di chiamare il 118 e poi è svenuto; l’hanno chiamata dall’ospedale, le hanno chiesto di essere presente, di far presto.
     – Sì, ma come sta?! Che dicono i medici?
     Norma non sa o non vuole rispondere: è arrivato il suo taxi e non può perdere altro tempo. Montiamo in moto e raggiungiamo anche noi l’ospedale dei Pellegrini. Più che entrare e scoprire l’ambiente che ci circonda, siamo risucchiati dalla sala del Pronto soccorso, dalle guardie giurate che ci istradano come vigili, da medici che si incrociano con infermieri, da ricoverati che si trascinano il trespolo della flebo come visitando un parco o una fiera che non attira il loro interesse. Non riusciamo a scorgere Norma, siamo sballottati da parenti e amici dei degenti che provano a forzare il debole cordone dei vigilantes; sopraggiungono poliziotti e carabinieri, cronisti e cine-operatori; la sala si riempie di voci, grida, bestemmie; si presentano anche i familiari della vittima prescelta della sparatoria: uomini tatuati con orologi luccicanti e donne grasse dai capelli stinti chiedono del figlio o del nipote colpito e rifiutano il ricovero se le condizioni del ferito lo consentono.
     Luciano mi tira per un braccio, ci inoltriamo in un corridoio dove chirurghi si apprestano a varcare il blocco operatorio e finalmente, in una saletta d’attesa, troviamo Norma che, seduta in un angolo, pettina e divide con le dita le frange della sua sciarpa guardando distrattamente davanti a sé. Ci vede, ci viene incontro ma prima di parlare resta interdetta da altri visitatori, da persone che neppure noi pensavamo di ritrovare: Gianna, Cristina, la compagna di Luciano e il figlio che sta per laurearsi. Restiamo senza parole, sopraffatti da un prodigio o semplicemente dalla realtà che si propone nella sua elementare casualità. Non riusciamo a capire se quest’adunanza, questa sorta di stammtisch in piedi, sia di buon auspicio o esprima invece una sommessa tristezza. I nuovi arrivati non si curano della nostra sorpresa, corrono da Norma, si informano, la incoraggiano e, per puro caso, come degli estranei indesiderati, veniamo a sapere che la pallottola non ha leso il cuore o i polmoni e si è incuneata in una costola.
     Chiedo a Gianna come abbia saputo e lei mi dice che l’ha sentito alla radio, perché non ce la faceva a dormire e che anche Cristina si era svegliata. La compagna di Luciano non sa che dire e sorride appena mentre il figlio lo rassicura:   “Vedrai, andrà tutto per il meglio”.
     Ci guardiamo negli occhi, io e Luciano, e ci poniamo le stesse domande: “Che ne sanno, loro, che andrà tutto per il meglio? E che significa questo quadretto sentimentale, comparso dal nulla e smanioso di arrivare a un significato, di ripristinare una continuità come se niente fosse stato mai detto o ipotizzato?” ma anche adesso non abbiamo risposte.
     Si presenta un medico, annuisce e conferma che la pallottola è stata rimossa ma bisognerà proteggere il torace di Carlo con un busto, per rinsaldare la costola. C’è un sospiro di sollievo, trattenuto e intenso, che conforta tutti tranne noi. Continuiamo a tenerci le parole dentro i pensieri e i pensieri tra i desideri e non esprimiamo né gli uni né gli altri, bloccati da questa serata che era cominciata irritante e odiosa e che si sta rivelando sconvolgente e profetica.
     La buona notizia data dal medico ha diviso tutti noi in due gruppi: da una parte chi si è tranquillizzato e dall’altra chi, come me e Luciano, non sa perché dovrebbe essere tranquillo. Ci lasciano soli nella saletta, forse perché sembriamo quelli più provati oppure per darci modo e tempo di realizzare quello che è successo, di non considerarlo più come un punto di crisi e la sensazione di estraneità aumenta quando Norma, prima di uscire, ci dice che Carlo si era raccomandato di farci pervenire questo messaggio, una sola parola, anche questa in tedesco: “Schadenfreude”.
     Luciano mi chiede il significato di quella parola e Norma la traduce press’a poco come una sorta di gioia maligna, quando godiamo di una macabra allegria per una disavventura, un problema o un accidente qualsiasi che càpita agli altri, aspettandone, impietosamente, il compimento. Ecco, stavamo per perdere Carlo, il professore filosofo, non solo perché ci aveva chiesto di prepararci alla fine di uno di noi ma perché, oltraggiati dalla sua saggezza volatile, ne avevamo auspicato e tacitamente decretato la morte per non dover essere noi a soccombere, per non essere vittime di un’avvedutezza che ci era apparsa insostenibile e tragica. Lo stammtisch stava per diventare una veglia funebre ma, col silenzio e la freddezza di una fuga come la pallottola vagante che ha colpito Carlo, avevamo accarezzato, inconsapevolmente, l’ipotesi della nostra dissoluzione, che sarebbe stata inevitabilmente gloriosa.
     Una lusinga, nient’altro, oppure una comoda e calcolata sentenza di riparazione: era questo il piccolo e senile segreto che non abbiamo inteso svelare, come se bastasse questa illusione per morire davvero, per finire prima degli altri o per capire che una frase non chiude un discorso e che un discorso non prelude necessariamente a una condanna. Il segreto è emerso da sé, sfiorando il cunicolo sotterraneo delle omissioni blandite dal pregiudizio e da un fiacco amor proprio, rasentando le rocce appuntite dell’infingimento, mostrandosi poi nella sua innocente fatalità, come quando tre amici, tre compagni d’armi in gioventù, si ritrovano ad una tavolata e non decidono del loro destino ma si preoccupano, semmai, di trasmetterlo, di incarnarlo. Carlo è vivo, è salvo: toccherà a me e a Luciano recuperare una disincantata lucidità. Ci vorrà ancora del tempo per stabilire, dentro di noi, la fugacità del tempo che corre e di quello che si ferma.

***

12 pensieri riguardo “Stammtisch – di Antonio Scavone”

  1. Molto bello, il racconto! Di quelli rari da leggere, degni di qualche autore praghese di lingua tedesca. Complimenti ad Antonio e a Francesco, per l’ospitalità. Marco

  2. Triste questo racconto nella consapevolezza di dover abbandonare questo mondo e questa vita contando involontariamente i giorni che ci separano dall’addio definitivo. Triste nella sua bellezza…
    Forse quello di ieri sera, una cena fra amici, potrebbe ricordare uno Stammtisch.
    Nessuno di noi, forse per l’età, si è messo a profetizzare la propria morte. Ci si è abbuffati, per poi sedersi e parlare intorno ai massimi sistemi. Si parlava di malattie, di diagnosi incomprensibili e sintomi riconducibili a una serie di patologie preoccupanti.

    Forse, a differenza dei protagonisti di questo racconto, abbiamo ancora un po’ di tempo da passare su questa terra. Il pensiero della morte, nonostante faccia ormai parte della nostra forma mentis, non è poi così vicino. Naturalmente il tutto potrebbe essere sconvolto da una banalità incontrollabile dai sottoscritti, come un proiettile vagante…
    A differenza dei protagonisti ci siamo lasciati andare alla malinconia e ai rimpianti per le occasioni perse. Prese nella loro singolarità il rimorso compare, prese nella totalità, nel contesto della propria vita ci si rassegna al paesaggio circostante e a quel che si ha e che è meglio tener stretto. Quel che si è seminato si è raccolto, anche se qualche parassita o qualche intemperia hanno reso vani alcuni sforzi…
    – Rimbaud a 23 anni era arrivato all’apice, noi? Siamo qui ancora fermi…
    – Hai ragione, ma noi non siamo Rimbaud e i tempi sono diversi e pure il contesto…Però è meglio darsi una mossa…

    Da tanto che non passavo da queste parti…
    Un saluto a Francesco, agli scrittori e ai lettori di questo spazio, pieno di doni e chicche…

  3. “Stammtisch” è un crocevia di suggestioni che ci sobillano dall’interno, è quel punto del viaggio che riusciamo a sublimare con nobile e professorale distacco, è l’altra faccia rigorosamente oscura del nostro essere-nel-mondo ma, infine e in fondo, è anche un racconto, una storia che può essere variamente e positivamente letta e interpretata (con le atmosfere mitteleuropee di cui parla Marco o le nostalgìe cui allude Antão), ma è una storia inevitabilmente riferibile a quella “discesa agli inferi” (quanti riferimenti e quanti omaggi letterari…) che ognuno di noi compie, medita o rivanga. Nel caso di “Stammtisch” alla discesa è contrapposta una risalita, ad una disanima lenta una fuga veloce, alla tentazione di una “gioia maligna” una lucidità sofferta ma rigenerante. La tristezza del tema, forse, è meno rilevante rispetto alla ritrovata consapevolezza dei protagonisti: una consapevolezza asciutta e vigile, né anodina né codina, in quella mittel-Italia dove le pallottole vagano. A questo punto è doveroso ringraziare i lettori di questo racconto per le aggregazioni di significato che hanno fatto lievitare. Quanti di noi resisteremmo all’argomento e alla vicenda di “Stammtisch” restando con i piedi a terra, la coscienza a posto e la certezza che il tempo continuerà a girare dentro di noi? Francesco, sicuramente, e poi tanti altri.

    Un caro saluto a tutti voi

    Antonio

  4. Perchè è così difficile parlare della morte? eppure fa parte della vita.
    Di solito quando, in una conversazione, viene anche solo vagheggiata una simile ipotesi, si assiste a gesti scaramantici oppure al rifiuto di continuare la conversazione nella speranza di allontanare, quanto più possibile, l’evento ultimo che prima o poi spazzerà via anche la nostra faticata e faticosa esistenza. Il rifiuto, dunque, sembra essere, a volte, più forte della certezza. I motivi sono molteplici.

    Antonio Scavone, ci parla della morte, ma, lo fa in un modo particolare, o meglio, ci presenta la raffigurazione dei moti interiori che tale argomento potrebbe suscitare.
    Una spaghettata tra amici, un rituale che dura da moltissimi anni, la cui tradizione viene da lontano.
    Ma l’atmosfera si fa pesante quando Carlo comincia a ventilare l’ipotesi di una eventuale scomparsa di uno di loro. Svicerarne le motivazioni del dolore o del sollievo dei due rimasti in vita.
    Ma perchè Gaetano e Luciano si sentono quasi offesi e disturbati dalla sortita di carlo? infondo Carlo stava facendo un’ipotesi sulla quale si sarebbe potuto ricamare parecchio, perchè no, anche davanti a un piatto di spaghetti. Non è forse a tavola che spesso vengono fuori argomenti più disparati di conversazione? perchè non l’ipotesi della morte di uno di loro?

    I sentimenti però, spesso seguono un loro percorso che non ha niente a vedere con la consapevolezza, con la necessità di sviscerare anche un argomento così tragico nella sua naturalezza.

    Antonio Scavone, ci racconta uno spaccato di vita, ma ci parla anche della difficoltà umana, umanissima, di potere accettare di essere in preda, nell’eventualità posta da Carlo, oltre che di un sofferto dolore, anche, purtroppo, di una “gioia maligna” che fa tirare un sospiro di sollievo a coloro che restano, come dire : questa volta l’ho scampata, non è toccato a me.
    E forse con questi sentimenti, taciuti, per lo più, che il racconto segue il suo iter e accompagna il lettore fino alla fine, quando la risposta di Carlo ai due amici, apre uno squarcio nella loro anima e fa comprendere i motivi del loro iniziale disagio.

    Un tono narrativo sempre alla sua altezza, con una morbidezza particolare quando i pensieri di luciano e Gaetano in moto, sono accompagnati dalla parola che si fonde con il loro incurvarsi o raddrizzarsi mentre i tornanti attraversano una natura geografica e sentieri dell’anima.

    Davvero complimenti, carissimo Antonio e mille abbracci a te e Francesco.
    Questa è una Dimora speciale.

    jolanda

  5. E’ vero, cara Jolanda: la moto mette “in moto” i pensieri che Luciano e Gaetano stentano a comporre e presentare ma alla fine vengono “rappresentati” con la città che li accompagna, caracollando con loro tra luci e ombre, con la città che li ferisce nella sua ormai ovvia brutalità, con la città che fa trasalire il loro segreto – piccolo e senile o pre-senile -, che scompagina stavolta il viatico, il percorso, il traguardo dove nessuno vince niente anche se arriva prima di tutti gli altri. E difatti arrivano primi e soli, unici con il loro sgomento e la loro inconfessabile piccola angoscia. La morbidezza di cui parli è quella della storia che scivola come in un cerchio su se stessa: sono gli altri che ci sorprendono, per fortuna (come Gianna, Cristina, la compagna e il figlio di Luciano, Norma), quando ubbidiamo diligentemente alle nostre paure, alle nostre fobie.

    Un abbraccio

    Antonio

  6. Caro Antonio, come sempre ribadisco che è un piacere leggere i tuopi racconti anche quando si tratta di argomenti non proprio piacevoli o problematici come in questo caso.
    Devo confessare che io non amo,in genere, questi incontri conviviali in cui per esempio ci si vede con gli ex compagni di scuola ( mi riferisco s9olo a questo evento perchè a 38 anni forse ho meno cose da raccontare rispetto al protagonista del racconto); io li ho sempre vissuti con tensione e per fortuna sono stati pochi; poi anche perchè si comincia a parlare iniziando dal “cosa hai realizzato nella vita?” e tu se non hai concluso granchè, ti senti morire di rabbia e di risentimento verso chi ha scelto questo soggetto di discussione. Non parliamo di un argomento come la morte o le malattie: io già nonn sopporto guardare Medicina 33 su rai due, programma che detesto, seguitissimo da mia madre giusto giusto alla fine di un bel pranzo e così giù con accese discussione che a volte si protraggono per troppo tempo.

  7. Il tema dela morte è un qualcosa di sfuggente e difficilmente definibile a volte a parole. Per quanto mi riguarda preferisco non parlarne; la ritengo una questione quasi privata che non amo che altri me la sollevino improvvisamente. Penso che, tra l’altro essendo un momento che tutti, dico tutti prikma o poi dovremo affrontare, credo sia auspicabileporsi in un atteggiamento di composta accettazione cercando invece di rendere l’esistenza più piena possibile e di assaporarla fino in fondo con tutti gli eventi gradevoli e sgradevoli che questa possa risevarci.

    Un forte abbraccio

    da Domenico

  8. Ogni lettore proietta se stesso in quello che legge (nel bene o nel male, nelle paure o nelle esaltazioni) ma intanto lo fa, caro Domenico, perché è stato preso, catturato dalla struttura (stile, incanto, storia, etc. etc.) che lo scrittore ha preparato e ordito. A 38 anni ci sono tante cose da raccontare – alte e nobili, basse e quotidiane – ma il problema è a chi le raccontiamo e poi come le raccontiamo. Dici che il problema della morte, affrontato in “Stammtisch”, non ti attira se non per la molestia che produce come suggestione o come avvisaglia: succede la stessa cosa ai protagonisti del racconto. Siamo portati a distinguere tra la morte e il morire, come dire tra la vita e il vivere e riteniamo giustamente come tu puntualizzi che la morte sia e debba restare una questione privata: anche Luciano e Gaetano lo ritengono, anche il luciferino Carlo, anche loro intendono assaporare la vita fino in fondo ed è forse per questo che sono diventati personaggi di un racconto, mostrando un coraggio ramingo e temerario e aspettandosi una lucidità difficile da esprimere.

    Ti abbraccio

    Antonio

  9. Ciao amico mio
    Grazie per il commento. Eh beh ti do ragione nel fatto che a 38 anni ce ne sarebbero cose da raccontare ed io ho solo da confessare che forse non ho strumenti sufficienti sempre per esprimermi su un tema così importante che spesso richiedono una preparazione filosofica o psicologica che io non possiedo. Però ho sentito il calore che comunque ha accomunato nell’amicizia i tre personaggi, e questo è un sentimento nobile che deve essere di volta in volta coltivato con tutta la pazienza possibile. Ecco un’altra qualità che apprezzo molto in alcune persone la pazienza.
    Ti abbraccio ancora forte
    e grazie ancora

    Domenico

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