Il mondo da riprodurre balbettando (I) – di Dieter Schlesak

Il mondo da riprodurre balbettando.
La follia di Paul Celan

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DIE NACHZUSTOTTERNDE WELT,
bei der ich zu Gast
gewesen sein werde, ein Name,
herabgesschwitzt von der Mauer,
an der eine Wunde hochleckt.

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IL MONDO DA RIPRODURRE BALBETTANDO,
nel quale io come ospite
avrò soggiornato: un nome
che cola, trasudato dal muro
su cui s’alza lambente
la lingua di una piaga.

Dolore e conoscenza di una millenaria frattura del tempo

     Il non-ancora blochiano, il non-ancora-ripercorribile che però è QUI, esige tempo. Per lo più siamo incapaci di viverlo effettivamente, di collegarlo a esperienze fin qui vissute; capaci al massimo di percepirlo stupiti, mentre balena «puntuale»: «avviene» nel pulsare di attimi vitali, o piuttosto in attimi mortali, anche nella morte del «tempo». E, forse, avvenne balenando nel 1989.
     In Paul Celan troviamo questo vissuto fulmineo, che anche Walter Benjamin ha descritto con la categoria dello schock. Anticipare ciò che nella quotidianità non è ancora esperibile e, agendo nel linguaggio, FARE così qualcosa di impossibile. Questa poesia attende ancora di essere raggiunta e recuperata dalla storia.
     La creatività poetica precorre: è una sorta di telescopio, di cannocchiale, di microscopio elettronico per luoghi del TEMPO, per situarci in spazi temporali che, esattamente come quegli apparati, mostrano – scoperte – realtà che a occhio nudo, o con un vissuto non-linguistico, non esistono e non sono realizzabili, appaiono anzi assurde; come, per esempio, il capoverso che dà il titolo a questo saggio: «Il mondo da riprodurre balbettando/ nel quale io come ospite/ avrò soggiornato, un nome».
     Questo «nome» non è un concetto: è il luogo del soggetto in cui accade più di quanto il linguaggio concettuale sia in grado di esprimere. Per Celan questo «nome» è esperibile nell’attimo ininterpretato, nell’aperto, nell’essere disponibile, nella «preghiera dell’attenzione». «Si possono apporre accenti differenti – dice Celan ne Il Meridiano, il discorso pronunciato in occasione del premio Büchner nel 1960 – l’accento acuto del presente; il grave della storia (anche quella letteraria), il circonflesso – un segno estensivo – dell’eterno. Io appongo, perché non mi resta altra scelta, l’accento acuto(1)».
     Da questo hic et nunc la poesia è dedicata a un «assolutamente Altro»

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1.

IL MONDO DA RIPRODURRE BALBETTANDO,
nel quale io come ospite
avrò soggiornato: un nome
che cola, trasudato dal muro
su cui s’alza lambente
la lingua di una piaga(2).

     Questi cinque versi sono tratti da Schneepart (Parte di neve), l’ultima raccolta poetica elaborata da Celan, e suonano come un testamento. Con Giuseppe Bevilacqua, il traduttore e germanista fiorentino, si può dire che Celan ha consapevolmente scritto un’«opera postuma pubblicata in vita». Celan si annoverava tra i morti: solo per caso era un sopravissuto, fu comunque un testimone. Aveva perduto i genitori nei blocchi della morte di un lager nazista. Fin dall’inizio la sua opera è stata un dialogo con i morti. La ferita era così reale che andò in collera, allorché gli domandarono a quali modelli letterari si fosse ispirato, per esempio, in Todesfuge (Fuga della morte). Incomparabile, indescrivibile, ciò che era accaduto. Nel bel mezzo del paesaggio culturale d’Europa:

Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania
grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria… (65)

Noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto…
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi… (63)

     Una poesia, o fatti veri ? Una poesia di fatti? «La tomba nell’aria… in questa poesia, lo sa Dio, non è né un prestito né una metafora» scrisse Celan, nel 1961, quasi infuriato a Walter Jens, che gli chiedeva di eventuali modelli letterari. E’ questo l’inimmaginabile, l’incomparabile – questa «banalità» perfetta, come fosse stato «dimostrato» che l’uomo è niente, pura materialità, da rottamare, annientare, milioni da «riciclare» in montagne di capelli, in montagne di ossa, anzitutto in cenere; annientabile la stessa morte, l’uomo un numero, un esemplare senza destino, e nient’altro. Nient’altro? Sì, proprio da questo «niente» esordiscono i versi di Celan, dal «nome» perduto.
     E la speranza? Non è assurdo ritenere che essa guadagni terreno attraverso questa radicalità paradossale: l’impensabile nella morte si è fatto ormai universale, anzi storia?
     Alcuni sopravvissuti, tra cui Jean Améry, ma anche Peter Weiss, si sono domandati se davvero fosse ancora possibile continuare a vivere. Drastica colpa dello scampato, survivor guilt. Celan non ne era esentato. Egli, oltretutto, si sentì direttamente responsabile della morte dei genitori, poiché la sua fuga aveva propiziato la loro deportazione.
     Ma la «vita» va avanti, ha «ragione», soprattutto l’oblio. Celan volle non dimenticare, considerò – e noi oggi vediamo che ha ragione – mancanza di coscienza morale l’oblio.
     Per quanto riguarda questi «sensi di colpa» e le loro cause circolano molte leggende. János Szász, lo scrittore ebreo-ungherese di Bucarest, che visitò Celan a Parigi nel 1968, parla addirittura di una sua «fuga dal campo di concentramento» come se «attraverso questo passo» avesse «lui stesso mandato a morte i suoi familiari(3)». Celan non fu mai in un campo di concentramento.
     Ma quale fu la storia della sua ferita personale, che in lui suscitò quello stato d’animo “dopo-Auschwitz”, che non lo abbandonò più, di sentirsi morto pur restando in vita? Moses Rosenkranz, il poeta della Bucovina, che insieme a Celan era stato nel campo di lavoro rumeno di Tăbărăşti, sostiene di conoscere «il segreto di Celan». Cito qui, compendiandole, le dichiarazioni di Moses Rosenkranz che ho registrato nel corso di un incontro avuto con lui nella Foresta Nera il 5 dicembre 1992. In una «ordonanţa regalǎ» del 1941, come riferito da Rosenkranz, veniva disposto che «non deve essere perseguitato nessun ebreo che si arruoli nelle cosiddette brigate del lavoro. Si perseguitino invece coloro che rifiutano l’arruolamento e se ne deportino le famiglie. Il signor Antschel (il nome Celan è uno pseudonimo) ha nascosto la cartolina-precetto che l’arruolava… Non ne ha parlato, neppure ai genitori… E Celan dice loro: andiamocene, scappiamo. E loro replicano, perché mai dovremmo scappare? Celan non ha detto loro il motivo per cui dovevano fuggire. Più tardi corre via e si nasconde. Un paio d’ore dopo che se n’era andato via, i suoi genitori furono arrestati, trascinati via, la madre s’impicca… venendo a sapere che suo marito, il padre di Celan, era stato fucilato. Questo è quanto sapeva anche Immanuel Weissglas (un altro poeta della Bucovina, amico di Celan) che venne deportato nella stessa occasione. Io ho saputo la cosa. E quando Celan mi ha detto che i suoi genitori erano stati trascinati via, gli ho chiesto: sai perché? E allora lui mi ha raccontato questa storia. Mentre Weissglas, quando i genitori furono deportati, andò con loro. E i suoi genitori sono sopravissuti(4)».
     Questa vicenda ovviamente ha intensificato in modo smisurato il senso di colpa di Celan.
     Continuare a vivere? Anche oggi l’annientamento prosegue quasi indisturbato e cieco in altre forme meno radicali e visibili. Celan ha più intensamente di altri sofferto di questa «continuità». Alla fine della sua vita, verso il 1967, egli sapeva che poteva esserci un ritorno ai morti, non ai vivi «perché loro sono i veri morti». Su questo nuovo mondo di morti scrisse le raccolte di poesie postume: il suo Day after. In versi dal famoso ciclo Atemwende (Svolta del respiro) del 1967 si legge:

Un orecchio, mozzato, ascolta.

Un occhio, tagliato a strisce
di tutto questo
ben si rende conto» (527)

     Come se solo chi è mutilato potesse ancora percepire la realtà. Mentre i normali:

Sopra andava fluttuando
la ciurmaglia/delle anti-creature… (546)

     Gli unici paesaggi che ancora vede sono paesaggi di rovine e la poesia consiste spesso solo di macerie, tutto è gelido, ormai postumo. Visione radicale del mondo infero della civilizzazione: «Il mondo da riprodurre balbettando, /nel quale io come ospite /avrò soggiornato, …». Una forma del futuro raramente usata, il futuro anteriore, ad esprimere questa difficoltà di esserci da parte di uno che si vede già morto, a cui in futuro infine sarà dato di essere ciò che già è.

     Celan che aveva lasciato la Romania, la sua patria orientale verso la fine del 1947, visse a Parigi in esilio. Ennesima ulteriore acutizzazione dell’irrealtà soggettiva. L’esule non ha più nessuna realtà riproducibile, non ha altro che… l’assenza.

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2.

     Fino al 1968 la germanistica della Repubblica Federale tedesca conosceva Celan solo come “mormorante metafisico” e vi furono critici che della morte dei suoi genitori parlarono come di una «leggenda». Arte della rimozione dell’era adenaueriana. Così, colui che viveva a Parigi e non ha mai vissuto in Germania dove immaginava gli assassini di sua madre, scriveva in una lettera al vecchio amico Alfred Margul-Sperber a Bucarest: «Una volta che sono stato “tolto” (aufgehoben) come persona, dunque come soggetto, pervertito in oggetto posso sopravvivere come “tema”: per lo più come «lupo della steppa senza radici», con tratti ebrei anche troppo riconoscibili. Non dico di più.  Lei si ricorda di Will Vespers – l’anonima Loreley. In ogni caso io sono – letteralmente, caro Alfred Margul-Sperber! – colui che non esiste. Del resto si dà per acclarato il mio “crollo”, il mio “Wahn-Sinn” (de-lirio) (anche il trattino è davvero presente nei signori Apologeti – perché un minimo di cautela è pur sempre necessario – tra virgolette…) Io La prego di non dare a nessuno che venga da questo Occidente così dorato i miei manoscritti. Forse un giorno dovrebbero essere affidati all’Accademia Romena(5)».
     Là egli aveva lasciato stare se stesso. Al trauma vissuto con i nazisti, come se oggi ricevesse nuovo alimento, se ne aggiunge un altro che gli europei occidentali, anche i tedeschi occidentali non conoscono e negano risolutamente: è l’esperienza dell’est e poi l’esperienza del passaggio dal mondo dell’est a quello dell’ovest, lo «schock culturale», la perdita della percezione e la spaventosa sensazione di essere un cadavere vagante. Anche questo appartiene al «mondo da riprodurre balbettando, / nel quale io come ospite, / avrò soggiornato, …». Celan avvertiva di nuovo «puzzo di gas» in questa civiltà occidentale, gli occhi tagliati a strisce. I campi di sterminio sembrano solo la stazione finale della tecnologia disumanizzata del mondo amministrato dai soldi, in cui l’uomo diventa una nullità, scambiabile, sostituibile. Dall’anno lancinante, dal 1945, esiste questa condizione generale, di non poter più essere a casa da nessuna parte. Dopo vent’anni di esperienza del freddo, nella poesia la paroletta «come» venne consapevolmente cancellata. Perché anche questi nuovi dolori erano effettivamente nuovi, in modo incomparabile.
     Nel suo libro Sprachgitter (Grata di parole) uscito nel 1959, Celan quasi per congedarsene, aveva impiegato ancora un’ultima volta, il «come» comparativo, nella lirica « «Fossi io come te. Tu come me. / Non sottostammo forse / al medesimo vento? /Siamo estranei» (p. 281).
     Verosimilmente questa poesia come molte in Celan è esemplarmente rivolta a una precisa persona, qui a sua moglie Gisèle, che proveniva dall’alta nobiltà francese e, per di più, si chiamava Lestrange, ovvero l’estranea. Che infatti non poté mai capire le sue esperienze. Già in precedenza egli si era fatto beffe di Hans Werner Richter che in un incontro del Gruppo 47 lo aveva presentato a un giornalista: «E questo è il signor Celan, che scrive come… come… beh, lo dica  Lei come scrive». E Celan: «Boh, sperabilmente come me!».
     Bastava che tutto fosse comparabile e «normale». Lì erano le grate, le “grate di parole” tra lui e gli altri.
     A Hugo Huppert, il collega austriaco, diceva: «Quanto al mio lettore, io sto su un altro piano spazio-temporale; solo da lontano può capirmi… ciò che afferra sono sempre solo i ferri della grata che ci separa(6)».

     Oblio come colpa? Attenzione, come preghiera dell’anima? In modo simile a Kafka, Celan era sopraffatto da una collera vetero-testamentaria per via di questa abborracciatura dell’umanità. Un simile rigore è «malato»? patologico? Si deve lodare la grazia dell’oblio, come anche quella della «tarda nascita», con la scempiaggine indescrivibilmente banale, che la «vita» si regge sul dimenticare? Di contro stava la certezza di Celan di una coscienza del limite riapertasi, di fronte ai campi di sterminio e della civiltà occidentale con Hiroshima.
     Già in una poesia giovanile si dice:

Lo sappiamo da gran tempo. Ma che importa?
Voi macinate nei mulini della morte la bianca farina della promessa,
la imbandite ai nostri fratelli e sorelle. (55)

     Con le camere a gas, il lampo abbagliante delle bombe e i Gulag, l’inimmaginabile si era fatto storia e noi, come testimoni al limite della nostra immaginazione, non potevamo ritrarci nel consueto. Se ci deve essere un senso nella morte di milioni di vittime, deve avere una chance la speranza assolutamente folle che tra vita e morte il confine si sia riaperto, come si dice in una lirica del primo periodo:

l’aspra ventata del ritorno,
il giorno di mezzanotte,
venga ciò che ancora non fu mai!

Venga dal sepolcro un uomo. (57)

     Già nel 1960 cominciano per Celan i ricoveri in clinica psichiatrica. Da quest’epoca, dopo il 1960, molti termini clinici fanno ingresso nella sua poesia. Ma anche parole composte a partire da Wahn (follia) come Wahnfahrt (folle viaggio), Wahnbrot (il pane della follia), Wahngang (folle andatura). In una lirica d’amore dedicata alla moglie, a cui lo unì un complicatissimo rapporto fatto di intimità e separazione, leggiamo:

(TI CONOSCO, sei colei che sta ricurva
io, il trafitto, ti sono soggetto.
Dove divampa un verbo, che sia d’entrambi
testimonianza? Tu – interamente,
interamente vera. Io – pura follia). (549)

     La poesia – tutta tra parentesi. Gisèle Lestrange-Celan fu una donna disinteressata, lo aiutò; disegnatrice, preparava le incisioni per le sue poesie.

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3.

     Non è un caso che così tanti ebrei appartenenti alla modernità – sempre segnati a dito, respinti – abbiano trovato la loro verità in questi abissi:

SMORTO SUONO, scorticato
dal profondo:
non parola, non cosa,
ma di entrambe unico nome. (1055)

     Ovvero paesaggio testuale, nomi, nessun dato di realtà che possa essere nominato, perché la parola, il nome vive della perdita, dell’assenza.

IL MONDO DA RIPRODURRE BALBETTANDO,
nel quale io come ospite
avrò soggiornato: un nome
che cola, trasudato dal muro
su cui s’alza lambente
la lingua di una piaga.

     Di che nome si tratta? di che muro? Erano muri veri. Le ferite, vere ferite. E non vi si sentono solo spari; si pensa ai muri di una camera a gas, travestita da locale per docce. E’ lecito anche solo parlarne, o perfino fare di questo poesia? E’ risibile ogni ponte concettuale che provi ad afferrare l’attimo inimmaginabile da parte di noi viventi, l’attimo infernale del soffocamento, pretesa supponente, la sicurezza del concetto – puro scherno. Morale, parole, versi? Bestemmie.  Per non parlare dell’inconsapevole, ricca e ingenua quotidianità occidentale che di tutto questo non sa nulla. Celan non ha certo solo la letteratura in mente quando scrive:

«CORROSA E CANCELLATA, dal vento radiante della tua lingua
la chiacchiera versicolore
dei fatti vissuti

e più oltre:

Dal
turbine
aperto
il passo attraverso le umane forme
di neve…» (551)

     Solo l’assurdo, l’inafferrabile rispecchia nei nostri mezzi qualcosa di quella verità, di quel «Mondo da riprodurre balbettando» che fa parte del nostro mondo. Il passato non passa, non è mai passato. La vita e la scrittura non sono forse eticamente possibili solo così, a partire da questo punto, da quella FERITA che, al contempo, è al di là della nostra immaginazione? Tutto converge nei cinque versi di questa poesia sul «Mondo da riprodurre balbettando», l’elemento storico annichilente con lo sguardo retrospettivo sul presente è tolto (aufgehoben) nel metalinguistico. Il verso capitale dove la testa è chiamata NOME, nomina se stesso, e dice: «…io come ospite/ avrò soggiornato: un nome».
     E’ l’ebraico, dunque, il nome indicibile, irrappresentabile di Dio, dietro cui l’io lirico, fatto a immagine e somiglianza, emerge solo per dileguare, in quanto «ospite», straniero e spietatamente senza patria: niente conta, proprio per questo resta nel nome, che certo è sconosciuto e, in ebraico, neppure è consentito pronunciare. Corrisponde dunque compiutamente all’irrappresentabile. Tedesco ed ebraico, l’ebreo e il tedesco qui, in questa lirica, sono dunque inseparabili e, al contempo, anche linguisticamente, invalicabilmente, contrapposti, delimitati e al contempo medianti, come vita e morte non possono essere mediati e tuttavia coappartengono – al tempo.
     Al «Nome» si contrappone il tempo, in tedesco espresso anche nel procedimento verbale assurdamente come «gewesen sein werde» (letteralmente: sarò essere stato); questo «futuro anteriore» usato raramente, che suona anche come un passato del tutto trascorso, scosso dunque ogni tempo, come (secondo la formulazione di Hegel) se fosse «Dio la morte»; in ebraico il nome è il «Niente», nel senso dell’assenza del mondo, della conditio sine qua non della presenza del nome di Dio, chiamato anche NIENTE(7). E, nondimeno, questi abissi non conducono a nessuna disperazione, benché siano radicali come l’accadere stesso: un annientamento, e il compiuto rovesciamento di ciò che nella stupida abitudine si intende come esistenza, ovvero «vita» in quelle forme rigidamente «passate» soltanto visibili, che hanno condotto a questo inferno, impensate, non messe in discussione fino a oggi! E oggi è in modo particolare acutamente nuovo il vecchio, il falso vecchio, persino il falso vecchio come esempio di adattamento. Benché quel balbettamento, talora un ciangottìo, talora un semplice brusio da molto tempo continui a essere bruciante e attuale, come già l’esigenza hölderliniana di un «rivolgimento patrio» quale rivolgimento «di tutte le forme e le rappresentazioni ».
     La lirica di Celan dedicata a Hölderlin s’intitola Tübingen, Jänner (Tubinga, Gennaio), e i versi finali recitano:

Venisse,
venisse un uomo
venisse al mondo un uomo, oggi
con la barba di luce che fu
dei patriarchi: potrebbe,
se parlasse di questo tempo, solamente
bal-balbettare
conti-, conti-
nuamente, mente. (381)

     Qui nel tartagliare è presente il balbettio che riproduce il mondo, qui è il poeta che si accosta a quella ferita, si avvicina al tempo e testimonia per i morti:

… io ti perdo in tuo favore, è questo
che mi consola della neve,

dì che Gerusalemme e s i s t e,

dillo, come se io fossi
questo tuo biancore
come se tu fossi
il mio

e potessimo esser noi senza di noi… (1325)

     Il poeta vuole restare «irriconoscibile». E come TU c’è un tu misterioso, un partner assente, come vedremo. Il solo pensato, persino l’escogitato, il linguaggio già pronto, bell’e fatto, la lingua di tutti i giorni non è in grado di cogliere qualcosa di tutto questo.

NEI SOLCHI di quella moneta
celeste tra stipite e porta
tu pressi il Verbo, da cui
mi srotolai…» (515)

     Nel cosmo poetico di Celan esiste un’invisibile rete di rimandi: i solchi cosmici della memoria e dei salmi sono presenti carichi di speranza anche nel ciclo lirico Engführung (Stretta):

… nel-
l’estremo ripudio,
al di sopra
del vallo antiproiettile
presso il muro interrato:

nuovamente
visibili: i
solchi, i

cori, in quel tempo, i
salmi. O, o-
sanna. … Nulla
nulla è perduto». (343)

     I «muri interrati» ricordano i muri della lirica «il mondo da riprodurre balbettando» citati inizialmente, il mondo che ci rende postumi, mondo in cui noi tutti una volta avremo soggiornato, una frase così ovvia che suona pazzesca e ci trasforma tutti in morti: l’impensabile è reale, già adesso, ma perché il confine oggi è aperto in modo del tutto diverso da come s’intende e si pensa; di fronte a questa frase il tempo si mostra molto accondiscendente. Già nel 1945 accadde qualcosa di incredibile – no, avrebbe potuto accadere! La catastrofe, l’apocalisse avrebbe potuto diventare redenzione, riflessione e cambiamento nel senso antico della salvezza. Accadde il ritorno del vecchio, come anche ora dopo il 1989. Il linguaggio concettuale come la quotidianità sono il sempre-uguale in abiti diversi, aiutano solo a dimenticare, ad assicurarsi. E consapevole è il linguaggio per Celan – per esempio nella poesia «Von Ungeträumtem»: / Roso da sogni / non compiuti» (513) – in insonnie tormentose e trascorse interamente svegli, allora la lingua diventa «il paese del pane», fa montare «un monte della vita»,

dalla sua briciola impasti
i nostri nomi un’altra volta

e questo rimanda alla grandiosa poesia Psalm (Salmo), salmo del Nulla, un anti-salmo della resurrezione più paradossale; u-topia, speranza a partire dalla disperazione più profonda? (Nel senso di Hölderlin: «Là, dove è il pericolo, cresce anche la salvezza?). Le vittime come testimoni:

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango…
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te…

la rosa del Nulla
la rosa di Nessuno. (379)

     Marie Luise Kaschnitz concludeva la laudatio pronunciata in occasione del conferimento del premio Büchner con il verso di Celan: «Noi eravamo morti e potevamo respirare». Respiro, questo è il soffio che viene occupato dall’inganno, dall’idolatria illustrata. La verità è presente solo dove mozza il respiro e il linguaggio, perché il discorso è un «di troppo» di fronte all’ormai Indicibile: cocente/ udibile in bocca (315), allorché il fiato viene a mancare, come nella poesia dedicata a Rosa Luxemburg, poesia sulla sua morte: NULLA – scritto in maiuscolo – ristà (1101): l’evento irrompe nella menzogna vitale quotidiana di una coscienza annebbiata.

[…]

______________________________

Tratto da: Dieter Schlesak, Poesia, malattia pericolosa, a cura di Marco Ercolani e Antonio Staude, introduzione di Marco Ercolani, traduzioni di Marta Ricci, Tomaso Cavallo, Antonio Staude, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, Collana “I libri dell’Arca”, 2008.

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Note

(1) P. Celan, Gesammelte Werke, Frankfurt am Main, 1983, GW III, p. 197 (tr. it. Il meridiano, in La verità della poesia, a cura di G. Bevilacqua, Torino, Einaudi 1993, pp. 6-7).
(2) P. Celan, Poesie, a cura e con un saggio introduttivo di G. Bevilacqua, Milano, Mondadori, 1998, p. 1127 [a questa edizione si riferisce il numero di pagina citato tra parentesi tonde nel testo].
(3) János Szász, «Es ist nicht so einfach». Erinnerungen an Paul Celan. Seiten aus einem amerikanischen Tagebuch, in Neue Literatur. 26. Jahrgang. Bukarest. Heft 11, 1975, pp. 22-34; e in Paul Celan, a cura di von W. Hamacher –W. Menninghaus, Frankfurt am Main, 1988, pp. 325 e ss.
(4) Protocollo della registrazione, Archivio personale.
(5) Briefe an Alfred Margul-Sperber, in Neue Literatur. Bukarest. 26. Jahrgang. Heft. 7, Juli 1975, p. 57.
(6) H. Huppert, Spirituell. Ein Gespräch mit Paul Celan, in Paul Celan, op.cit., p. 319.
(7) Cfr. Klaus Reichert, Hebräische Züge in der Sprache Paul Celans, in Paul Celan, op. cit. pp.156 e ss., e il mio saggio Die verborgene Partitur, in Die Bukowina. Studien zu einer versunkenen Literaturlandschaft. Hg. Dietmar Goltschnigg und Anton Schwob, Tübingen, 1990, pp.333 e ss.

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L’autore

Dieter Schlesak, poeta tedesco, saggista, romanziere, traduttore e pubblicista, nasce nel 1934 in Romania, a Schäßburg (Sighişoara) nel Siebenbürgen (Transilvania). Dopo gli studi universitari a Bucarest e oltre dieci anni di attività come redattore letterario nella capitale rumena, si è trasferito in Germania, a Stoccarda, nel 1969, e dal 1973 si è stabilito in Toscana, sopra Camaiore (Lucca).
Membro del centro P.E.N. ha ottenuto numerosi riconoscimenti e premi letterari, fra cui da ultimo: Ehrengabe der Schillerstiftung, Weimar, 2001; Dr. h.c. dell’Università di Bucarest, 2005; Maria-Ensle-Preis alla carriera, 2007. Tra le opere più recenti: Bandiere bucate: viaggio dentro una rivoluzione, Bergamo, Moretti&Vitali, 1997 (si tratta del primo libro italiano di Schlesak); Zeugen an der Grenze unserer Vorstellung. Studien. Essays. Portraits. IKGS der Universität München, 2005; Settanta volte sete. Oltrelimite. Poesie, a cura di Stefano Busellato, Edizioni ETS, Pisa, 2006; Capesius, der Auschwitzapotheker, Bonn, 2006 (Capesius, farmacista di Auschwitz, traduzione italiana in corso di pubblicazione per Garzanti); Namen Los, Liebes-und Todesgedichte, Ludwigsburg, 2007; VLAD. Die Dracula-Korrektur, Ludwigsburg, 2007.

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4 pensieri su “Il mondo da riprodurre balbettando (I) – di Dieter Schlesak”

  1. Grazie per questo importante contributo. Sono cresciuto leggendo Celan. L’ho scoperto nella tarda adolescenza e da allora i suoi testi mi hanno sempre accompagnato. Dirò qualcosa che potrà sembrare un’eresia, quasi, ma per me non è così. Si tratta di un autore di straordinaria levatura ma, con l’andare degli anni, ho la percezione che la sua sia, comunque, una visione parziale della vita, dove alla fine il dolore inonda ogni fibra del pensabile e dell’impensabile senza lasciare spazio ad altro. Mi chiedo, allora, ma il mondo è questo, soltanto questo? Celan dice certamente verità profonde ma, forse, non tutta la verità. E il rischio di diventare il disperato cantore di un tempo che non è più il nostro lo fa, per me, meno attuale di Char, che ha toccato anch’esso con mano i muri di follia innalzati dalla malvagità dell’uomo ma ha avuto anche la forza di oltrepassarli, scorgere al di là della tenebra altri non ancora immaginati orizzonti. Comunque Celan rimane nel cuore, come potrebbe essere diversamente?

  2. Caro Francesco, è con profonda gioia che vedo, riprodotto ne “La dimora”, il saggio su Celan di Dieter Schlesak, poeta tedesco di origine rumena, che per caso ho conosciuto un giorno a Lerici e con cui abbiamo concordato insieme, per “I libri del’Arca”, questo libretto composto di saggi dedicati a Kleist, Holderlin, Michaelstaedter, e appunto Celan. Si tratta di saggi in forma di racconto o racconti in forma di saggio – qualcosa di anomalo e di eccellente che la miope critica italiana vedrà con molto sospetto, qualora – e lo dubito – vedesse questo libro.
    Piccolo spot. Invito gli eventuali lettori a contattare online le Edizioni Joker per l’acquisto di questo piccolo gioiello.
    Grazie ancora.

  3. Spero anch’io che qualcuno si procuri questo libro: è l’unico modo per permettere alla piccola editoria di continuare a pubblicare libri di qualità.

    Di Schlesak, prima di questo libro, avevo letto qualcosa sulle pagine della rivista Matrix. Mi aveva colpito molto, tra l’altro, questa sua vocazione a scardinare i canoni consueti (in questo caso, il “saggio” assume forme veramente impreviste): assolutamente fuori quadro e fuori schema, votato all’ibridazione e al meticciato dei generi, proprio come piace a me.

    Stasera uscirà anche la seconda parte, così chi vuole ha la possibilità di leggere il lavoro nella sua interezza.

    fm

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