Il mondo da riprodurre balbettando (II) – di Dieter Schlesak

Il mondo da riprodurre balbettando.
La follia di Paul Celan

shoah
DIE NACHZUSTOTTERNDE WELT,
bei der ich zu Gast
gewesen sein werde, ein Name,
herabgesschwitzt von der Mauer,
an der eine Wunde hochleckt.

shoah-a0c9d
IL MONDO DA RIPRODURRE BALBETTANDO,
nel quale io come ospite
avrò soggiornato: un nome
che cola, trasudato dal muro
su cui s’alza lambente
la lingua di una piaga.

41583

4.

     Il trattamento che Celan ha riservato al linguaggio si contrappone alla lingua consueta, nutrito com’è dall’esperienza di chi autenticamente è già morto, di un sopravvissuto; esperienza acuita dall’essere esposto in esilio e dall’angoscia della persecuzione propria dell’ebreo. Per il normale lettore (occidentale) l’effetto che produce è pazzesco, anche l’attesa del lettore consapevolmente annientata arriva fino alla bestemmia.
Secondo Otto Pöggeler la parola più importante in Celan è la parola assente, la parola da riprodurre balbettando; la parola di chi è silente anche nella poesia dedicata a Martin Heidegger, Todtnauberg, in cui Celan un po’ ingenuamente, nel corso di una visita, si aspetta che questa parola taciuta possa svegliare il cuore del filosofo. Anzi, che di fronte al poeta, Heidegger dica la parola redentrice in ogni molteplice strato del suo senso: dall’ammissione della colpa sino alla «salvezza».

     Todtnauberg è il frutto di una visita a Heidegger(8), durante la quale colui che continuava senza alcuna discontinuità a vivere e a pensare legato al suolo natio, come se non fosse accaduto nulla, deluse, doveva deludere Celan, l’emigrante senza una sua terra, ferito da tutti i traumi dell’epoca, pieno di disturbi e iperteso: «parole crude» intorno a lui, solo mondo esteriore. Ma Celan cerca un altro TU che (nella poesia che segue Todtnauberg) potesse dire:

porta con te quest’Unico
battito,

nasconditi in esso,
fuori» (965)

e anche:

COME VAI morendo in me. (973)

     «Tu», la parola rivolta all’altro, che percorre l’opera di Celan, la pronuncia della propria lingua che mancava all’emigrante non solo a Parigi, chi è questo TU? e di chi è questo UNICO battito? (Unico scritto in maiuscolo!). Per tutta la vita Celan ha cercato questo tu e questo «Uno» che è più l’inafferrabile della massima connessione che non una persona o un nome. Anche nella sua poetica rientra questo TU, che nel lampo e nel sentimento felice del trovarsi l’uno con l’altro sarebbe lì, il destinatario, la direzione della poesia, che è vicina, è lontanissima, vede in un apparentemente assente, in nessuno, il lettore, il destinatario e il partner; molti pensano che questo tu sia riferito anche alla madre scomparsa di Celan. Un intero libro è intitolato a questo Nessuno: Die Niemandsrose (La rosa di nessuno), rosa nel senso della rosa mistica, Nessuno anche nel senso di Niente, di Assenza, che nella Cabbala ebraica sta per la presenza di Dio. E, attraverso i libri di Gersholm Scholem, Celan conosceva bene la Cabbala. Vi si discorre dell’Altro, anzi, dell’ «assolutamente Altro» e ivi Celan, ne «Il Meridiano», il discorso pronunciato per il premio Büchner, scorge «direzione e destino», come qualcosa che proviene «da lontano o da una terra straniera». Ne «Il Meridiano» a testimoniare in tal senso è la Lucile dalla «Morte di Danton» büchneriana che ai piedi della ghigliottina dei rivoluzionari grida «Viva il re!» e, mettendo a repentaglio la sua vita, «strappa il filo», anticipando gli eventi si giustizia così da sola, e diventa testimone in favore della «maestà dell’assurdo». Come la situazione in una storia di spettri che rende reale qualcosa di incredibile, di impensabile, di assolutamente assurdo: quell’«estraneo», «altro», «perturbante». E dall’angoscia in una simile situazione verrebbe meno a chiunque la parola. Presagio, paura e tremore, una sorta di mysterium tremendum.
Sì, Paul Celan aveva capito, vissuto, esperito qualcosa che altri, nel loro incosciente idillio, non potevano capire.  Queste cose «perturbanti» sono esperienze-limite nella frattura del tempo che anche oggi si mostra sempre più chiaramente. Si tratta di un sottrarsi al linguaggio delle cose, ma questo sottrarsi è al contempo un «punto nevralgico della malattia schizofrenica», è il vissuto che per gli ovviamente “normali”, indisturbati nel loro idillio, è soltanto la quotidianità che si ripete, mentre per i non normali è il vissuto di cose «spaventosamente nuove». Come scrive lo psichiatra svizzero Gaetano Benedetti nel suo libro Psychiatrische Aspekte des Schöpferischen(9) (Aspetti psichiatrici della creatività), rappresentando una conoscenza di fatto insopportabile della realtà non velata, che anche collettivamente fu vissuta in modo spaventoso nei campi di sterminio. Quando si lacera il consueto, il familiare, a irrompere è «qualcosa non solo completamente nuovo, ma anche del tutto inafferrabile dal pensiero». Benedetti cita in proposito David Hume, che ha smascherato come abitudine la causalità. Il flusso temporale diventa nudo, si blocca, come nella morte. Citazione dal «Meridiano»: «Forse alla poesia riesce di distinguere «tra estraneità ed estraneità… Forse qui con l’io, con questo io affrancatosi qui e in tale modo, forse qui si libera ancora qualcos’altro?(10)» E questo «altro» ciò di cui si tratta. Non basta passare in rassegna i topoi della letteratura psicopatologica, bensì, in base a questa analisi andrebbe elaborata anche la censura ontologica del normale e della sua polizia dell’anima, più pericolosa della censura politica. Quegli abissi storici, che Celan aveva nella memoria, che non lo abbandonavano, conducevano proprio lì, e disturbavano; perché, cito Benedetti: «Questo nuovo è talmente nuovo che deve fondarsi nell’inspiegabile», la causalità diventa sinistra, perturbante perché fa sperimentare direttamente «che non è più in grado di spiegare le cose(11)». Tutto pare semplice, ma proprio questa semplicità fa impazzire, e incute orrore e questo orrore mostra la differenza tra ciò che è reale nel tempo e la nuova così assurda «normalità» che dobbiamo chiamare nostra nuova menzogna vitale: come se oggi noi non dovessimo più opporre alcuna resistenza. No, è necessario soltanto che sia diverso da come si è pensato finora: va opposta resistenza contro la nuova censura della nuova sconfinata «normalità». E questo mira nel centro dell’arte: il nascosto, il non-familiare, l’inatteso che smaschera e il sorprendente non-normale.

41140

5.

     Ma il doppiogioco con il «re», il grido pericoloso ai piedi della ghigliottina (ma in ogni tempo) contro ciò che sarebbe stato l’opportuno e il conforme alla realtà non è casuale: il re nell’ebraico della Cabbala è sinonimo dell’indicibile, sta al posto di «Dio».

Nel nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

La poesia trascorre poi sorprendentemente all’«occhio»:

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
… Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

Ricciolo d’uomo tu grigio non diventi.
Vuota mandorla, blu regale».
Ma la poesia comincia con i versi:
Nella mandorla- cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla. (415).

     Il Nulla in ebraico si dice ayin; ma ayin è anche il nome per una lettera «muta», il tacere di questa lettera dunque è identico al «nulla», ma come ogni lettera anche ayin ha un significato e vuol dire OCCHIO(12). (Nella poesia Dove mi cadde la parola… ci sono questi versi «…l’occhio uno schiavo delle immagini – / e tuttavia un silenzio impavido…» (p. 469). Tutti questi significativi intrecci semantici che, al contempo, vanno a formare un dialogo in profondità del tedesco con l’ebraico, o meglio, all’opposto sono una ritraduzione dall’enorme intreccio di senso e connessioni del linguaggio originario della Bibbia nel «povero» tedesco, trascendono ampiamente il doloroso significato storico, ma ne restano prigionieri in una retroazione che ne causa l’estrema dissoluzione e inafferrabilità, nonostante costanti tentativi di liberazione poetica.
Ma l’influsso dell’ebraico non si esaurisce in questi paralleli e in queste associazioni, penetra anche nelle forme strutturali, ovvero nel procedimento paratattico, seriale, che non giudica, tanto meno condanna, ma «com-pone». Nel suo saggio su Hölderlin, Theodor W. Adorno ha messo in evidenza la capacità della paratassi di esprimere, nonostante tutto, l’indescrivibile. Klaus Reichert più di tutti ha studiato lo stile paratattico di Celan. Accanto a «strutturazioni libere» in cui è possibile incuneare ancor sempre altre parole, vi è la possibilità della «immutatio verborum» come trasformare il pronome «io» (Ich) nel verbo «ichilire» (ichten), o raggiungere il superlativo con il raddoppiamento di parola (Immerimmer / sempre-sempre) o attraverso ripetizioni intensificanti: «parola e parola» (Wort und Wort), «a ogni bisogno, ogni bisogno» (zu jeder Not, jeder Not) – possibilità formali che Celan ricava dalla struttura linguistica dell’ebraico. A ciò bisogna aggiungere molte forme appellative e imperative… Ma la possibilità più importante, la più poetica dell’ebraico, è che si scrivano solo le consonanti, mentre le vocali debbono essere «pensate» in aggiunta, traendole dal contesto, a seconda del significato, del significato doppio e anche triplice, e così lo spazio di gioco associativo della corte di una parola diventa amplissimo, il pensato, l’inteso associativamente, l’intera estensione di dispersione che collabora al senso, Celan l’ha impegnato per l’espressione del «silenzio» inesprimibile: così divengono dicibili cose altrimenti logicamente incompatibili, cose che in base al senso si escludono.
Diventa possibile il controsenso, il paradosso nella stessa parola, per esempio nella poesia sull’assassinio di Rosa Luxemburg:

Il canale della Landwehr non mormorerà.
Nulla
ristà. (1101)

41190

6.

     Nel linguaggio orale quotidiano e nella sua evidenza volgare tutto questo non è comunicabile. La lingua di tutti i giorni ha anche deformato le teste e i sentimenti, adattandoli al «passato», a ciò che appare in primo piano ed è irreale così da rendere evidente e credibile unicamente l’irrealtà che ci circonda. Tutto ciò che Celan scrisse si pone obliquamente proprio nei confronti di tale irrealtà che si presenta come l’unica realtà: Celan lo scrisse nella consapevolezza di quel futuro anteriore dell’essere stati, di quella virtualità sicura della morte in cui il tramonto del mondo visibile dell’apparenza che non voleva finire e non vuole finire, noi oggi lo vediamo meglio di come Celan lo potesse vedere nel 1970, fornendoci un aiuto per aprire gli occhi (il termine Apocalisse non dice altro). «Il mondo da riprodurre balbettando, nel quale io come ospite / avrò soggiornato… Ma Chi / dice che tutto ci svanì, / quando l’occhio ci si infranse? / Tutto si destò, e prese inizio». (p. 371). L’autentico già «morto» Celan l’ha vissuto solo da quando è morto? «Per la morte! Io vivo». L’allieva di Lukács, Agnes Heller, considera importante un privilegio: sull’olocausto (e dobbiamo annoverare ugualmente i Gulag sovietici) avrebbero il diritto di esprimersi solo le vittime, non gli «spettatori», solo testimoni, coinvolti per così dire al limite della nostra immaginazione; dunque solo gli assassinati stessi avrebbero questo diritto; un’esigenza assurda degna di Celan (che la Heller non nomina)?!(13)
E questo dovrebbe accadere solo in forma poetica. Tutto questo si riferirebbe anche a Celan. (Per l’esperienza dei Gulag manca, per quanto ne sappiamo, un altro Celan). Celan si esprime certo come «luogotenente», in rappresentanza, il suo dialogo in versi è spesso un dialogo con i morti. «Nelle camere a gas», dice la Heller, «non si scrissero poesie». Solo il silenzio potrebbe accostarvisi. La studiosa distingue quattro tipi di silenzio. Il quarto, «il silenzio più profondo», è quello dell’insensatezza. E proprio questo Celan ha tentato di «aggirare», di trasformare. Per Agnes Heller l’olocausto è «l’irrazionale assoluto».  Senza scopo e non integrabile nella storia: né in quella ebraica, né in quella tedesca. In questa impotente linearità delle conclusioni si rivela solo l’autoconfutazione dei tentativi di dire, interpretando razionalmente qualcosa su un evento che sta al di là della nostra immaginazione e delle nostra logica, cioè dire qualcosa mantenendosi nella vecchia tradizione del concetto e dell’illuminismo in cui si muove il pensiero della Heller. Il cliché dell’assoluta insensatezza non spiega nulla, e che cosa significa «normale decorso degli eventi»? Non è proprio attraverso Auschwitz, la Siberia e Hiroshima (i tre «punti zero» della nostra storia), e poi dopo il 1989, che nuovamente siamo giunti a un limite del nostro attuale spiegare e comprendere? Non significa questo che gli strumenti di questa comprensione sono insufficienti e che un rivolgimento è più che mai necessario? Agnes Heller si avvicina quindi a ciò che non è dicibile attraverso la metafora della «assenza assolutamente negativa di Dio», e sostenendo che la frattura divenne evidente solo attraverso lo sterminio di massa – un prodotto di storia, organizzazione, tecnologia, burocrazia, e una massa indifferente e livellata, risultato della dissoluzione della comunità e dell’individuo in Europa e in America, qualcosa che resta senz’altro descrivibile. Ma l’olocausto, con le sue conseguenze sempre meno inafferrabili nel tempo, è indescrivibile: traspare una separazione mostruosa (nella storia) che nel negativo della sua impensabilità è talmente al di là della nostra immaginazione da avvicinarsi a quel «Nulla» di Celan. Heller vede questi due poli, ma non li riunisce: persistendo nella separazione di storia e trascendenza: ma proprio qui interviene la poesia di Celan e va oltre, molto oltre, e libera così esperienze e deviazioni delle immagini profondamente commoventi e sonde nel linguaggio.

I POLI
sono in noi
insuperabili
nella veglia
noi trapassiamo, dormendo, alla grande
porta della misericordia» (1325)

     La ricerca della metafora assoluta, come sostiene Agnes Heller, andrebbe evitata, perché esige non solo un’imitazione artistica, ma anche una «imitazione reale»? Perché il «sur-istorico» – das Sur-Historische – può trasformarsi in storico, invitando così a una sorta di ricorso? Lo vediamo emergere ovunque, sotto forma di tendenze di destra, neofasciste e talvolta armate. Sarebbe importante non lasciare questa «trascendenza» a se stessa, ma piuttosto costruire dei ponti dall’impensabile all’esperibile.

41290

7.

     E la speranza davvero paradossale di Celan? Parlare parlando per superare il confine superato, rivolgimento nello shock, dove «viene a mancare il respiro e la parola» (Il meridiano), dove nel respiro bloccato manca il linguaggio, solo qui vi sarebbe «presenza dell’umano»? Forse che oggi non ci manca? Eppure non è udibile nessuna antiparola à la Lucile di Büchner. Nessuno lacera il filo dell’insopportabile immorale consuetudine quotidiana, come avvenne ancora nel 1989. Il più forte dei tre punti zero ha vinto. La «normalità», la vecchia menzogna vitale. E’ facile in una condizione eccezionale lacerare il filo, come Lucile, che mise a repentaglio la vita e che, all’epoca della rivoluzione, fu invero giustiziata.
Ciò che essa fa è straniante (per l’uomo mediocre il suo gesto è incauto, non conforme alla realtà, folle, assurdo). «Qui l’omaggio è reso, come dice Celan, a quella maestà che testimonia della presenza dell’umano, alla maestà dell’assurdo». Ma secondo Celan una tale evocazione è anche una pausa «che si ostina», «che continua a sperare», dove può accadere qualcosa di interamente nuovo nell’inesorabile successione del sempre-uguale di dominio e oppressione, dove accade realmente una forma di resistenza.
In una lirica di Celan su Hölderlin si dice che «andava zappettando / intorno alla cesura regale». Celan “zappettava” «come quel tale / fece con Pindaro»: con quel tale si intende ovviamente Hölderlin. Uno dei suoi frammenti da Pindaro recita: «La legge / di tutti il re, dei mortali e degli immortali; questo regge / perciò con potere il diritto più giusto con mano suprema». Il re, nel commento di Hölderlin, è la «rigorosa mediatezza della legge». «La legge» è il luogo dell’incontro tra Dio e uomo. Ma ciò di cui si tratta è la separazione; è questa forse la «cesura regale». Dio, il sacro, l’uomo, la conoscenza sono separati. E il tragico consiste, certo, nell’annientamento dove «sconfinatamente la potenza della natura e il più intimo dell’uomo divengono una cosa sola nell’ira, comprendendo così che lo sconfinato divenire una cosa sola si purifica mediante una sconfinata separazione»(14). Si può istituire, mediante rivoluzione e catastrofe, un nesso tra cesura regale, «Niente» e «arresto messianico» (Walter Benjamin)? La tragedia greca diventava attraverso il veggente «anti-ritmica» -in quanto egli immetteva nella realtà, interrotta come cesura, la sfera completamente altra della Provvidenza. In Celan a svolgere un ruolo di luogotenenza per ciò che deve essere la poesia è il grido di Lucile: arresto della storia attraverso il suo fondamento e il suo abisso nel nome dei morti, attraverso un’«antiparola» che lacera il filo della normalità. A essere ripreso è il singolo dimenticato, quasi cancellato dal corso della civiltà, la profondità del soggetto, in quanto testimone più importante e via di accesso al confine dove diventa visibile, salva la dignità della poesia come il più importante strumento di indagine della storia.
Un passo pericoloso, che porta con sé pazzia e morte, che rischia entrambe, anzi impegna se stesso al punto da pagare con la vita ciò che non può essere pensato ma è qui. Questo «in nome della catastrofe (in nome della conversione abissale, e più esattamente, in nome della rivolta) vale a dire in nome dell’esserci, è legittimato o giustificato per una sola causa: per la speranza di ciò che Celan chiama l’incontro»(15). E oserei dire che il nuovo impegno del singolo nella storia è attualissimo: anche nel 1989 a fare la storia è stata la rivolta di milioni di singoli individui(16).  Nell’apertura del muro si trivializza storicamente lo shock, il lampo nell’istantaneo colpo d’occhio sull’APERTURA. Ma proprio l’apertura, la sorpresa del non-saperne-niente-prima è presente anche nella poesia e questo parla, come Celan dice nel suo discorso in occasione del Büchnerpreis: «chissà, parla per conto di un Completamente Altro.  Questo “chissà” a cui ora mi vedo approdare, è l’unica cosa che […] io possa aggiungere alle antiche speranze». (Il meridiano, tr. cit. p. 14). Il mai atteso che, sorprendentemente diventa reale, è un’irruzione da una zona non ancora conosciuta, che però esisteva da tantissimo nella psiche di milioni di individui, attendendo in disparte, forse come nostalgia rimossa, desiderio, presagio di verità. Sostanza della poesia. «Apriorità dell’individuale» nel senso di Hölderlin, nuova adesso in una SVOLTA enigmatica – ovvero trasformazione dei tropi che «interseca» certo il senso-«meridiano», in direzione di ciò che dopo l’annientamento di quanto Hegel chiama «spirito comune» era e resta unicamente l’io singolare: conosciuto già allora, sullo scorcio del 1800, come vuoto e abisso, in quanto luogo della poesia: il soggetto. Attraverso Auschwitz (e anche le altre catastrofi) questo soggetto, presente nei milioni di morti come vittima, è «rimpatriato / nell’angosciante raggio d’ostracismo / che raduna i Dispersi» (p. 504). Irraggiungibile dagli storici, sociologi o giuristi, questa zona di confine è accessibile solo alla teologia negativa e alla poesia assoluta. Ma le vittime debbono restare fuori, di nuovo anche oggi; i sopravvissuti, prima di chiunque altro, vogliono diventare essi stessi vincitori. Così paradossalmente procedono le cose. Ma in questa «svolta» non si tratta dei viventi, bensì dei morti dimenticati nei viventi. Nel Salmo prima citato da quell’Anti-Bibbia celaniana che è la raccolta La rosa di nessuno, «fioriscono» incontro a «Nessuno» e a «Niente» gli anonimi assassinati nella loro nullità, quelli che, cancellati senza nome e insepolti, il non-ricordo fece morire due volte. E as essi vanno aggiunti i milioni di vittime dei Gulag.
Il tacere del senso, il tacere del vecchio Dio – così Georg Steiner nel suo Saggio sulla Shoa(17), dove considera Celan come il testimone più importante dell’olocausto – solo alle vittime assassinate concede il diritto di salvare proprio il vecchio Dio colpevole per il suo silenzio di fronte a simile annientamento delle creature fatte a sua immagine e somiglianza, salvandolo dall’impotenza e dall’assenza. E ci fa anche riflettere sul fatto che nel «discorso occidentale» (Steiner) ogni sorta di Shoa, anche queste poesie dedicate alla Shoa, ci sono inaccessibili, perché giustamente la Shoa avrebbe distrutto questo discorso e il senso di questa civiltà; l’ammonimento, il risveglio non può dunque raggiungerci!? Ma il comandamento del dialogo con il Dio silenzioso, secondo Steiner, continuerebbe a valere all’interno del giudaismo (e forse dopo il 1989, anche nell’Europa orientale). No, invece si è rovesciato nel piacere della vendetta, in traumi che hanno condotto a guerre. Da nessuna parte l’ebraismo (e l’Est europeo) ha realmente assunto su di sé questo dialogo, al contrario. Qui non può esservi alcuna speranza.
Niente e Nessuno, l’abbiamo visto, sono il nome divino innominabile. Ma se rileggiamo Hölderlin o Hegel fino a Walter Benjamin, troviamo il Niente e Nessuno anche proprio in questo senso: che Dio (o l’Essere) è la morte (per esempio nella Fenomenologia dello spirito di Hegel e similmente in Heidegger). E di ciò Celan era perfettamente a conoscenza, come conosceva la Cabbala. Apertura? Antiideologia?
Nella conoscenza scientifica moderna (Heisenberg, Weizsäcker) da molto tempo il principio del soggetto è il punto di partenza e la via d’accesso della conoscenza. Parimenti, l’apriori, il sapere che invenzione e poesia germinano dalla stessa fonte, attraverso la tecnica e la storia, si «realizza», così che queste determinano la realtà prodotta. (Si pensi solo all’ambiente tecnicamente prodotto, ma reale che ci circonda, dall’atomo alla falsificatrice della coscienza: la televisione). E a questa «fonte» di ogni evento storico e reale, che è antica, merita far ritorno attraverso l’unico ponte che vi accede: l’intuizione e la forza virtuale del singolo. Celan scrive:

Dio, così leggemmo, è
una parte ed una seconda, più dispersa:
nella morte di quelli
tutti, che furono fucilati,
è lì che si rimargina

Laggiù
ci guida lo sguardo
noi con quella
metà
abbiamo a che fare (365)

E subito dopo:

Lo
Stesso
ci ha
perduti, lo
Stesso
ci ha
dimenticati, lo
Stesso
ci ha – – (367)

     Ma il poema è presenza, un «adesso» fiorito, dedizione, lasciar fluire la voce che, ispiratrice, connettendosi a quella «fonte» parla in noi anche attraverso i morti, dialogo nell’attimo, che commuove il cuore, Innigkeit, «intimo fervore», nessun excursus storico, bensì evento immediato.

41006

8.

     La costruzione di questo ponte deve sormontare un abisso, perché oggi dovrebbe collegare la morte modificata dalla storia con l’immagine del mondo della fisica che, applicata in modo omicida, ha condizionato quella morte. Nel grandioso ciclo celaniano Engführung (Stretta) questo nuovo tono risuona fin dal 1959. Celan appronta strumenti linguistici per osservare il non-ancora-presente per la percezione irretita nell’abituale.

Uragani.
Uragani, da sempre,
turbinio di particelle, il resto,
tu
lo sai bene, no
lo leggemmo nel Libro, ed era
opinione.

Come/ ci afferrammi
l’un l’altro
con
queste mani?

     Sapendo dall’atomo che il «fuori», il «saldo mondo» è solo follia, Celan cercava , tramite il soggetto, una «spettroanalisi delle cose». Nel suo contributo «Lirica dopo Auschwitz» al Colloquio su Celan, svoltosi a Haifa, Tuwia Rübner ha descritto molto giustamente lo sconvolgente stato d’animo vitale e l’arte linguistica del poeta che istituisce «da un libro all’altro una testualità sempre più atomica»; l’ha descritto con una citazione dall’«Immagine del mondo della fisica» di Eddington: noi stiamo sulla soglia di una porta, «uscir fuori significa mettere il piede su uno sciame di mosche. Non cadrò sprofondando?(18

NON PIU’ ARTE-SABBIA
né libro-sabbia, non più maestri.

…La tua domanda – la tua risposta.
Il tuo canto che ne sa?
Infondoallaneve
dolneve
o-e-e». (563)

Così scrive Celan, e ancora:

UN FRAGORE: è
la Verità in persona
entrata
tra gli uomini
nel mezzo del
turbine delle metafore». (657)

     L’annientamento di ciò che coloro di cui si parla, gli uomini, concepiscono come mondo, il visibile ben misurato, la banale illusione dell’empirìa, pare essere l’unica salvezza:

UNA VOLTA
m’accadde d’udirlo,
lavava il mondo,
non visto, per tutta la Notte,
inconfutabile.

Uno ed Infinito,
annichilito,
ichilire.

E fu luce. Salvezza. (687)

______________________________

Note

(8) Sull’incontro Celan-Heidegger vedi G. Baumann (n. 330) p. 58 e ss.
(9) G. Benedetti, Psychiatrische Aspekte des Schöpferischen und schöpferische Aspekte der Psychiatrie, Göttingen 1975, p. 60. Cfr. anche W.Kudszus, Sprachprozesse in moderner Lyrik, in Anstöße. Evangelische Akademie Hofgeismar, Jg.31, 1984, pp. 137-143; e Literatur und Schizophrenie, a cura di W. Kudszus, Tübingen 1977, p.1 e ss.
(10) Paul Celan, Der Meridian, GW III, 187, tr. it. cit., p. 13.
(11) G. Benedetti, op. cit., n. 410, p. 58.
(12) Cfr. D. Schlesak, Die verborgene Partitur, cit., n. 290, p. 333 e ss.
(13) In Die Zeit, 7.5.1993.
(14) F. Hölderlin, Werke und Briefe, a cura di F. Beißner – J. Schmidt, Band 2. Der Tod des Empedokles. Aufsätze. Übersetzungen. Briefe, Frankfurt am Main, 1969, p. 730, tr. it., Edipo il tiranno, Milano, Feltrinelli 1991, p. 200.
(15) Ph. Lacoue-Labarthe, Katastrophe, in Paul Celan, op. cit., n. 339, pp. 31 e ss.
(16) Nelle dimostrazioni del lunedì a Lipsia nel 1989 vi erano anche cartelli con citazioni da Celan. Per esempio: «Es wird Zeit, dass es Zeit wird, / dass sich der Stein zu blühen bequemt» (E’ tempo che sia tempo. / E’ tempo che la pietra accetti di fiorire, p. 59). Cfr. anche la mia ricerca sul 1989, Wenn die Dinge aus dem Namen fallen, Reinbek, 1991.
(17) G. Steiner, Versuch über die Shoa, in Akzente, 1987, p. 194.
(18) T. Rübner in «Datum und Zitat bei Paul Celan». Akten des Internationalen Paul Celan-Colloqiums, Haifa 1986, a cura di Ch. Shoham – B. Witte, Frankfurt am Main, New York, Paris, pp.11 e ss.

______________________________

***

4 pensieri riguardo “Il mondo da riprodurre balbettando (II) – di Dieter Schlesak”

  1. L’assurdo attesta di una verità che la chiacchiera, la disattenzione del mondo rivestono di agevole oblio? Presenza – continua – di qualcosa che non è esperibile, leggibile secondo coordinate, categorie, concetti improntati alla logica, alla razionalità? Qui, certo, ma fuori di qui. Come dirne? Come testimoniarne senza essere folli?
    Il testo che si legge ne “La Dimora” cerca, a partire da un poema cui Celan stesso conferiva valore programmatico – apertura della seconda sezione di Schneepart -, di offrire l’occasione di un pensiero che si cali nella storia, l’opportunità di una riflessione al presente intorno a simile difficoltà. Potrei definirla epistemica, in quanto costituita dialetticamente intorno alla relazione (problematica) tra rappresentazione segnica ed irrappresentabile.
    Il lettore italiano, tuttavia, si trova a fare i conti con una traduzione poetica – quella di Bevilacqua, cui vanno sempre infiniti meriti – che sembra improntare oltremisura la versione dello scritto di Schlesak, condizionandone il traduttore – e favorendone altresì, attraverso opzioni semantiche, certe conclusioni: il motivo della “riproduzione”, nell’originale tedesco, non è così immediato – effetto, forse, di un eccesso di interpretazione che finisce per dire troppo. Questo mondo di Celan è da “balbettare poi”, dopo e nel dopo; piuttosto che da riprodurre balbettando – nei termini del “Meridiano”, la riproduzione è artistik. Il verbo nachstottern indica ripetizione e balbettio nella vicenda dell’impedimento e della fatica, dello sforzo … di dire. Con buona approssimazione, si tratterebbe di un funzionamento a strappi dello stesso motore linguistico che il poema sta mettendo a punto. Mondo da balbettare a fatica … Da ridire è lo stesso balbettio, un frammento già frammentato – sorta di frammentazione originaria, traccia: non tanto per riprodurla, quanto per produrne la lingua, mettendola in funzione nella pronuncia.
    Mondo in pezzi – annientato, sminuzzato – presso il quale qualcosa come un io ha trovato ospitalità – il soggiorno, mi pare altra cosa. Un io che è un nome. In tedesco, un inciso, non seguito dai due punti. Un io, non il mondo, essudato da un muro – in una versione precedente Celan aveva scritto aus dem Nicht, dal Nulla – che una lingua, tanto organo quanto discorso, si affaccenda penosamente a raccogliere, leccando, lambendo all’insù, nella direzione inversa al trasudamento che cola. È in questo movimento che si costituisce un soggetto, nel risalire da una bocca slabbrata, da una lingua ferita ad un brandello d’identità segnica – pronome personale – che quella compita nel balbettio del poi. Evento del dopo, del poi già qui, che si dà mirabilmente solo nella parola dell’ultimo a parlare. Solo il futuro anteriore può proferirla: quando tutto è trascorso, quando la finitezza si è compiuta, ultimata nella parola, resta un’aureola di cenere … quella chiarezza, sia pure intirizzita, che, testimoniandone, l’indetermina ed apre all’ospitalità dell’esilio: “in te bilancia /della lingua, bilancia della parola, bilancia / della patria esilio”.
    Affermare che non resta che niente, e che questo, come espressione dell’assenza del mondo, vale come assoluta presenza di Dio, è il tentativo di legare l’evento inaudito della fioritura di una Rosadinulla al codice precostituito della Cabbala, di una mistica cui Celan si è indubitabilmente interessato, senza, credo, affidarle del tutto la chiave dell’enigma, la soluzione spendibile del mistero – miracolo, insostenibile bellezza di una fioritura senza causa e destinazione. Vuoto, infondatezza che diviene, nell’interpretazione, nulla ricco e pieno: assenza quale sovrabbondante pienezza. Accecante sì, ma nella medesima accezione in cui Celan si è accostato a Char, traducendo “une extrême chance compacte” come “un ultimo addensato favore”, occasione terminale (non soltanto postuma) del dopo in una “agglomerata benevolenza” …

  2. Grazie per questo articolato e prezioso commento, che mi ha dato, oltretutto, la possibilità di scoprire altri suoi contributi sull’argomento e una serie di traduzioni che ho molto apprezzato (tutti testi, critici e creativi, sui quali tornerò con piacere e una lettura più attenta).

    Un caro saluto.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.