Ritorno alla spiaggia – di Lucetta Frisa

[LUCETTA FRISA]


copertina ritorno
Sotto le palpebre
linee lampi
e l’ombra delle ciglia:
il giallo il cupo rosso il verde
squillano
dardeggia il cerchio viola
del sole capovolto.
Sono distesa a riva appena nata
o appena prima di una bella morte
su sfondo azzurro.

 

 

Un’isola

Ischia, luglio 2001.

La notte sbarcare sull’isola è prendersi le mani
per tenersi in equilibrio il porto dondola al buio
sotto le raffiche l’occhio acuto di Donatella la risata
di René le voci forti e nuove e l’ala di Mercurio
ci spinge avanti eccovi sani e salvi stasera non si vede niente
è tutto allagato non c’è luce attenti dove mettete i piedi.

Le terrazze si sporgono sul mare e la stanza
è una tana fresca
d’ora in poi tutto ci attende
siamo sospesi
in una cartolina da spedire a nessuno.

Entra nell’acqua come la prima volta
se sei giovane o vecchia non importa forse
certe cose possono ancora sorprenderti:
un gatto giallo sulla spiaggia e le sue fusa
i piedi di Marco che dormono seguendo il sole
gli orrori del castello Aragonese
le suore che contemplano i cadaveri
e un mare dionisiaco a strapiombo.
Vedo questo luogo per la prima volta
e sarà anche l’ultima. D’ora in poi
non c’è più tempo per ritornare.
Non c’è più tempo devo
isolare lo sguardo in un unico punto arrotolare
il lunghissimo filo che mi ha portato fin qui
in una veloce matassa
si confonde il film gli spezzoni le scene tagliate
le sequenze da riordinare o disperdere.
Qui su quest’isola nessun canto addormenta
la viaggiatrice che dormiva prima di raggiungerla
ora è tornata al mare
le narici sentono il sale
e lei ha fretta.

Siamo caduti fuori centro, amici,
per questa settimana di vacanza
o siamo per caso
al centro di noi stessi
pronti alla consunzione
e al naufragio.

Osserva il profilo del monte Epomeo
è lo stesso profilo all’alba
il profilo di tutto quanto abbiamo visto
se conoscere un luogo è essere quel luogo
e se il nostro senso di un luogo singolo
è quel che sappiamo dell’universo
dimenticare
è la nostra sapienza.

Improvviso l’angolo di una terrazza
il brusìo di voci e bicchieri
il vaso dipinto nel museo
il vecchio don Felìpe
le luci della pasticceria Calise:
quante nuove parole dovremo aggiungere
all’energia dei sogni?
Per la strada incontriamo i pìcari
le miserie girano dietro l’angolo
hanno pulito tutto con l’azzurro e la calce
eppure non recitiamo al Truman Show.

Non sai vedere la storia mentre cammina
ci vai insieme da sonnambula
per svegliarti quando è passata a un soffio da te
e chiacchierare dopo
della sua inafferrabile sostanza con ironia
e farne un fantasma da salotto.

Il mare
si riflette sopra e sotto
tanti specchi nella nostra stanza specchi
nella pasticceria
tra questi specchi il mio pensiero rimbalza
si è fatto piccolo e innocuo – un moscerino
che vola via dalla scena e lascia
un grande vuoto ustorio.

Il mare
intorno al mio corpo in festa
mi riconduce in un’altra isola
dove so che andrò a morire
perché da sempre ho abitato lì.

Qual’è il segreto? Mantenere il segreto?
E la bellezza è movimento o isola?
E la parola di che cosa parla?

Prendi il tuo corpo e làncialo lontano
pesce o alga o altra creatura marina
ti guardano mentre sai
di conquistare una salute difficile:
guarire o annegare.

Una scossa invisibile
che avvertono solo gli uccelli marini e i pesci
unisce la costa all’isola
e ai loro mutamenti.
Oh la bellezza
nessuna macchia
siamo belli e chiari anche noi
accecati da lei
che ci punge le pupille
con un bruscolo nero.

Abbiamo superato le notti
vegliandoci pelle a pelle
per non sparirci dagli occhi
tornando di giorno alla fermezza del mare
a patire il suo canto a non fare
né ombra né luce sulla spiaggia.

Per vedere la costa bisogna
prendere il largo e poi voltarsi in tempo
prima che l’isola fugga.
Per conoscere altre isole
viaggiamo tra i promontori
le visioni ruotano e una differenza c’è
se un orizzonte solo non ci basta.
Qualcuno ha ricordato Apollo
la sua testa sul mare che affiora
mascherata per parlare alla notte.
Se vedi Ischia nella tua stanza
mentre la scrivi ora
non è come tornare da lei non è
sentirsi più felici o rimpiangerla
è un’altra cosa ancora e ti sorprende, confèssalo.

In un certo attimo dicono che tra sera e notte
si vedano di colpo tutte le isole
tutti gli arcipelaghi e le sponde della terra
ma senza luci e velature
una massa informe dietro l’orizzonte
o davanti.

 

Ritorno alla spiaggia

Genova-Quarto, settembre 2003.

 

Oggi il mare è indeciso.
Viene dalla Libia il vento
o dalla Siria?
Sulla riva
in linee trasversali si trattiene sospeso poi
si abbandona.

*

Qui non arrivano voci
il bàttito marino
impone il suo silenzio.
Ora a mezzogiorno si sta bene
il caldo ipnotico
è strappato da un lieve brivido e chiudo
occhi e taccuino.

*

Dicono che il bambino nuoti felice
nel grembo e rida e pianga
– ma piano –
come velato.

*

Sotto le palpebre
stringo i colori visti la prima volta quando fluttuavo
e la loro luce
tiepida mi raggiungeva da un ombelico
– il sole.
(È lì che si vuole tornare
protetti e smemorati
i pugni stretti
sulle cose perse.)

*

Cerchi gialli intorno a un centro nero
rivelano dentro gli occhi
un’altra mappa.

*

A mezzogiorno Ignazio
dall’alto del suo trespolo
si accende un sigaro lo fuma davanti al sole
a tu per tu
spalanca l’ombrellone
disegna il suo profilo nell’azzurro –
lui che ha 65 anni.

*

Continuerò a scrivere
– è un patto tra sabbia e mare un patto
meridiano –
finché la notte mi strapperà la penna
le mie piccole ebbrezze
e la tempia posata sul braccio della sedia a sdraio.

*

Qui non si affittano barche per fare un giro al largo
nessuno ci va più.
Hanno gozzi, vele, fuoribordo, navi per lunghe crociere.
Mi accontenterei di una remata
su una barca di legno
che odora d’alghe e pittura fresca.

*

La palpebra dei bambini è sottile.
La nostra ha strati di necropoli
induriti dal peso della luce.

*

Guarda, questo è l’Atlantico – mi avevano detto
non ci puoi entrare, neppure avvicinare,
le onde enormi sempre in tempesta.
Appena oltre Lisbona, si spalanca l’America.
Presto tornerò a rivederlo: lui uguale, io…

*

Sull’estremo
indietro non si torna:
si danza
con stile di guscio.

*

Sole a picco
ventre a terra
scheletro in preghiera.
Sento il mio udito scendere dentro i granelli
tranquillo in attesa eppure
comincio io a chiedere
e mi scivola in bocca il sale di una lacrima.
Perché è di sale anche il mare?
Quanto mare c’è dentro di me?
Affondare
vorrebbe il corpo entrato nei sussurri della sabbia.

*

Mi rigiro supina
e la schiena è protetta.
Mimo il futuro
e l’abbandono fiducioso?
Ma non so fino a quando
resisterò così.

*

Cammino sul filo teso della riva e la brezza
mi passa addosso da tutte le direzioni.
Affronto eretta
il deserto mosso del mare: è tutto mio
(oggi avverto il nodo dell’appartenenza).

*

Lentamente in punta di piedi mi immergo
chiudo gli occhi nuoto
puntando a caso un punto all’orizzonte.
L’acqua è tenera lo slancio
presto lo freno alla boa riprendo fiato
girandole intorno.
Con il sole alle spalle torno indietro.
Anche stavolta non ho rischiato il largo:
eppure sono felice
per così poco.

*

Passi sulla sabbia si avvicinano
nel mio orecchio sinistro il mare insiste
nel destro bisbiglia con voci infantili.
Scricchiolano si allontanano
torna la polifonia
si stacca una pagina dal giornale
qualcuno vicino telefona.

*

Sotto le palpebre
linee lampi
e l’ombra delle ciglia:
il giallo il cupo rosso il verde
squillano
dardeggia il cerchio viola
del sole capovolto.
Sono distesa a riva appena nata
o appena prima di una bella morte
su sfondo azzurro.

*

Sotto il sole
evaporo il mio freddo
entrano i colori sottopelle
fiammeggiando nel sonno.

*

Forse questo è l’ultimo capitolo
del viaggio degli anziani abbandonati
alle soglie del deserto o del mare.

*

Sento in me molte voci.
Un brusìo allacciato al vuoto.
Siamo in tanti a pregare e a piangere.
Basta fermare il respiro nell’orecchio.

*

Nell’estasi dell’inerte
nulla mi tocca e fa male
sto qui vicino a me – puro animale.

*

Copro l’orizzonte col palmo della mano
il suo dorso cieco mi protegge.
L’occhio ha molto da studiare
tra i diaframmi può confondersi.

*

Così Aurelio indaga sulla luce
prima delle immagini.
Tra le pieghe dell’ombra
c’è una struttura preesistente – dice –
dello sguardo senza di noi
tessitura fluente
di un mare buio.

*

I sassi bagnati sfavillano
variano forma e colore
spiccano i rossi i verdi pallidi
i neri differenti.
Se l’onda li abbandona
tutti tornano grigi.

*

C’è chi dice che i sassi soffrono:
se tutto soffre può, per rivolta, gioire.
Siamo in tanti a cantare e a piangere.
Ascoltarci è dolce e terribile.
Forse più terribile tacere.

*

Una ventata di voci
strilli chiacchiere rumori umani.
È girato il vento?
Poi un treno dietro di noi – lunghissimo –
tutto si porta via.

*

Un signore in abito bianco
fischia dalla strada.
È papà che ci saluta – dice mia madre.
Ma è già sparito
e lei con lui.

*

La spiaggia sembra ferma
ma si muove: agita
l’iridescente intreccio d’acqua e luce.
Nella rétina vedo e non vedo
sono tra giorno e notte
l’inquieta lente
di una materia ignota.

*

Se nel corpo c’è limite e sconfinamento
arriverà il momento d’incontrarci e sparire
nel fiato
che esita
poco più avanti a noi.

*

Si è
quel capriccio che ci ha afferrato.
Respiriamo una nota
prima e dopo un suono grande.
La partitura è questa:
il cuore nel bàttito ha una regola –
tutto il resto è impromptu.

*

Queste mattine restituite
le fermerò negli occhi.
Settembre sulla sabbia e su di me
lento avanza verso il suo nulla e il mio
ma ci accarezza prima.

*

Tutte le cose le capisco nel tardo pomeriggio
o sotto lo scirocco che interra l’aria.
Ma in questi giorni lo scirocco non c’è
e neppure verrà – dicono – è più probabile
il folle maestrale dalla Francia
che può cambiare ancora direzione.

*

Al tramonto
la luce scurisce i suoi strati
ma nessuno pensa alla morte
nel fruscìo di un mare domestico:
non c’è dramma neppure alla sera.

*

Taciturne le giocatrici
sulla riva con ventagli di carte
giocano e fumano tutto il giorno
al basso continuo del mare.

*

Lui, intorpidito
dopo la rabbia della libecciata
ha divorato la spiaggia
e noi spalle al muro senza scampo.
Ancora un po’diffidenti
riprendiamo ad andargli incontro
con stuoie e asciugamani.

*

Un’onda alta e lunga
spinta da un’interna corrente
esplode sugli scogli
senza suono.

*

Sono rimasta qui col sole fermo
adeguandomi al passo della terra
spostando poco a poco la sedia a sdraio
da est a ovest.

*

L’Atlantico Lisbona e il Tago
li ho rivisti da lontano.
Se ora sono cambiati non lo so.
La loro aria la respiro adesso.
So di essere eterna come loro.

*

L’ombra è viola ha detto Delacroix
la vedo allungarsi
confondere i miei occhi al mare.
È il rovescio
o dei colori la sfumatura?
o è nata così?
e quanta notte c’è dentro di me?
Quante e diverse le ombre
dall’alba al tramonto?

*

Una bambina mi porge una palla
scappa via.
Resto con quel dono nelle mani.
Oh se così fosse tutto
in questo orizzonte chiaro come la visione
prima e dopo la parola.

*

Versi fatti dal mare
metrica ininterrotta
fluida
stupita
lasciata andare
dal largo a riva
e dalla riva al largo.

*

Anche settembre è finito
e lo stabilimento chiude.
Ma il mare lo lascia aperto
l’Ignazio che ripone le sdraio
e non ascolta nessuno
si è infilato un maglione
guardato l’orologio
spento, tranquillo, il sigaro.

 

***

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18 pensieri su “Ritorno alla spiaggia – di Lucetta Frisa”

  1. Verso molto belli, immagine e parola che si incontrano e permettono di evocare con i ricordi un mondo, la bellezza quieta e certa dei luoghi per cui si prova amore.

    “Ritorno alla spiaggia” mi incanta.

    ” C’è chi dice che i sassi soffrono:
    se tutto soffre può, per rivolta, gioire.
    Siamo in tanti a cantare e a piangere.
    Ascoltarci è dolce e terribile.
    Forse più terribile tacere.”

    Se posso fare i complimenti …
    Un caro saluto.

  2. “Se nel corpo c’è limite e sconfinamento
    arriverà il momento d’incontrarci e sparire
    nel fiato
    che esita
    poco più avanti a noi.”

    belle tutte!!!

    una riconciliazione con la poesia per me, oggi, qui.

    p.s.: questa è un piccolo quadro:

    “Taciturne le giocatrici
    sulla riva con ventagli di carte
    giocano e fumano tutto il giorno
    al basso continuo del mare.”

  3. E’ un tuffo nelle isole e nei mari veri e interiori o solo immaginati. I versi puliti e musicali si succedono donandoci quadri di rara bellezza.
    Incantata, ti invio cari saluti Lucetta.
    Sandra

  4. un grande Grazie a chi lascia dei commenti-anche se non fossero così acuti e lusinghieri come questi di Nadia Agustoni, di Natàlia Castaldi, di Marina Raccanelli e Sandra Palombo- tutte poetesse che apprezzo molto.
    E GRAZIE a Francesco che ha riaperto il suo bellissimo blog dopo averci rattristato con la notizia della sua chiusura. E Grazie ancora a lui per avermi dato l’occasione di farvi leggere qualche verso del mio libro più intimo, forse.
    lucetta

  5. continua a scrivere Lucetta, ormai hai fatto un patto, un patto meridiano, tra sabbia e mare.

    Continuerò a scrivere
    – è un patto tra sabbia e mare un patto
    meridiano –

    è una dichiarazione d’amore, una dichiarazione che si fa all’amato, t’amerò sempre, fino alla morte,

    finché la notte mi strapperà la penna
    le mie piccole ebbrezze
    e la tempia posata sul braccio della sedia a sdraio.

    ciao antonella

  6. Una poesia che cresce anche stando ferma, che ha la capacità di levitare e lievitare; affascinante poesia sulla quale mi impegnerò a scrivere quel poco che posso, mossa però da una grande emozione. Cristina

  7. Ciao Cristina, bentornata.

    Ciò che mi “emoziona”, tra tante altre cose, leggendo Lucetta, è la sua capacità naturale, direi di matrice “zambraniana”, di disegnare delle strutture verbali polisemiche, anche utilizzando un numero minimo di parole. E’ capace di dar luogo a dei “congegni” che sono, nella loro manifestazione ultima sulla pagina, la risonanza profonda di ciò che esiste prima e dopo la lettura, prima e dopo il testo.

    Un esempio è in questa autentica gemma:

    Una bambina mi porge una palla
    scappa via.
    Resto con quel dono nelle mani.
    Oh se così fosse tutto
    in questo orizzonte chiaro come la visione
    prima e dopo la parola.

    Provate a decantare ogni verso alla luce di quella “visione”, ne emerge un ventaglio di echi, e di sensi, impressionante.

    “scappa via” come la visione
    prima e dopo la parola

    “quel dono nelle mani” come la visione
    prima e dopo la parola

    “così fosse tutto” come la visione
    prima e dopo la parola

    Grande.

    fm

  8. Verissimo quelo che dici, caro Francesco, e molto acuto, un suggerimento di cui terrò conto, in questa poesia che si può rovesciare sotto-sopra, di lato, su e giù e cavarne un mare di “cose”.
    Ciao, Francesco! grande anche tu, oltre che come poeta, nel mantenere sempre alto il livello delle presenze poetiche nel tuo blog. Cristina.

  9. Ringrazio ancora moltissimo Antonella Pizzo, sarà anche grazie alle sue parole se continuerò a mantenere il mio patto…
    e a quelle di Cristina e di Francesco che mi hanno profondamente emozionato, per non dire “scosso”… confermandomi,in un certo senso, di essermi avvicinata a certe mie ambiziose e (nascoste) “intenzioni”…
    un abbraccio marino
    lucetta

  10. Passione e competenza sono le parole che, a tutto tondo, mi sono venute in mente leggendo i testi di Lucetta Frisa proposti da Francesco Marotta ne “La dimora del tempo sospeso”: coinvolgono in primis l’autrice, Lucetta, ma anche Gabriela Fantato, curatrice della collana de “La Vita Felice” in cui è apparso “Ritorno alla spiaggia”, ed anche, non ultimo, Francesco Marotta, per la cura e l’attenzione con cui sceglie testi da inserire nel suo blog. E’ stato un nuovo incontro fortunato, quello con i versi di Lucetta, quelli stessi che lei definisce i suoi più intimi e personali, e non è cosa da poco. La spiaggia, come opportunamente rileva Gabriela Fantato nella nota introduttiva al volume, non è luogo reale ma “luogo ancestrale dell’immaginario”. La capacità di Lucetta è stata quella di dare a questo luogo ideale tutta la concreta, vivida, incisiva e ridente concretezza della vita che esplode ad un passo dal mare, con la sua tipica volontà di ricerca mai disgiunta dalla volontà di esplorare il mistero dell’esistere, senza mai pretendere di “colonizzare” quella terra ignota, ma, allo stesso tempo, senza mai abbandonare la gioia umanissima di camminarvi dentro, essendone parte. Un caro saluto a Lucetta, a Francesco, e a tutte le lettrici e i lettori de “La dimora del tempo sospeso”. Ivano

  11. e torna sempre a ancora nella tua spiaggia di memorie, d’affetti, dei ricordi che affiorano mentre scrivi e racconti , con la tua, anche la vita degli altri .
    con affetto
    Blumy

  12. devo riprendere, con gioia e gratitudine, la serie dei ringraziamenti personali:
    a Luisa Pianzola, Ivano Mugnaini e Blumy.
    Ovviamente sempre a Francesco che mi dà preziose occasioni di comunicazione.
    In particolare desidero precisare-anche se sarà superfluo- che il mio libro prende spunto da avvenimenti e spiagge REALI (pur concordando pienamente con le parole di Gabriela Fantato) Non riesco a scrivere nulla che non prenda spunto dalla realtà personale, dalle sensazioni corporee, dai minimi eventi interni ed esterni del mio quotidiano. Ma, come dice la cara Blumy,mi interessa, con questo, parlare anche a -degli altri ; ciò che scriviamo non ha nessuna importanza e valore se non ha l’ambizione di spingersi oltre questi limiti circoscritti e comunicare con l’altro, l’aperto di tutti noi. (Anche le storie mitiche hanno sempre rapporto con elementi del reale).
    Un abbraccio molto sentito a tutti Voi
    lucetta

  13. Leggo nelle tue poesie un centro terreno, qualche volta episodico, talvolta localizzato ma sempre costruito con equilibrio. E’ una storia personale che si svolge. Poi, quando lasci le radici e sali, ti apri alle impressioni e ti lasci portare dalle suggestioni raggiungi gli apici della tua bellezza.

    “Cerchi gialli intorno a un centro nero
    rivelano dentro gli occhi
    un’altra mappa.”
    *
    “La palpebra dei bambini è sottile.
    La nostra ha strati di necropoli
    induriti dal peso della luce.”

    Quando l’astrazione si colora della tua personale sensibilità per me va oltre il momento ed evoca una bellezza che rimane oltre l’ora.

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