In nome dell’alterità – Antonella Bukovaz

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(Rachel Gibson, Finis Terrae, 2008)

Caro Francesco,

ti ringrazio di tutta questa ospitalità e ne approfitto per raccontare della terra nella quale vivo e su cui scrivo. La mia poesia, e soprattutto questa, nasce da lei. I suoi frammenti sono le armi di Gladio nascoste nei sagrati delle chiese, la malattia dei castagni arrivata dal cielo, precipitata dagli aerei americani durante la guerra, sono un fascismo fondamentalista e anacronistico che incita una difesa eterna che lascia senz’aria, un presente girato al passato… È terra di confine. Fine del mondo latino, da difendere, e inizio del mondo slavo, da cui difendersi. Questo confine è uno dei peggiori precipizi di quel senso d’onnipotenza di cui solo la mediocrità umana è capace.

Qui le manovre di annientamento, perpetrate soprattutto dopo la seconda guerra mondiale hanno avuto grande successo: paesi abbandonati, montagne inselvatichite, schizofrenia culturale, problemi d’identità… Essere cresciuta su un confine così massacrato dalla storia e all’interno di una minoranza linguistica (quella slovena) sempre impegnata a difendere i propri diritti, e viverci ancora oggi è per me fonte inesauribile di sentimenti contrapposti. Con la mia lingua madre, per esempio, ho una relazione complessa. Isolata per secoli da montagne arrotondate dal tempo, meticciata con il friulano e il tedesco, addolcita con sovrabbondanza di vocali dall’uso familiare e dai canti, l’ho recuperata che avevo già 20 anni. Ne ho una padronanza parziale, troppo poco per farne lingua del corpo. Così scrivo in italiano con un lieve peso sui bordi. Dalle mie parti la trattano come un tempio, ma io la penso come erranza e dimora insieme.

“Appartenere “ a una minoranza significa risolvere la propria ricerca di senso, rimuovendo le tensioni interne alla comunità per riferirle a un oggetto esterno percepito solitamente come persecutore o comunque peggiore di noi. Si sprangano le porte, ci si chiude a difesa, non si diviene mai dei curiosi. La tradizione viene intesa solo nell’atto di conservazione e trasmissione senza quella componente che prevede un tradimento e permette crescita al mondo. Situazioni così complesse formano però un bacino di energie potenti sempre in movimento, capitale per una possibile e reale cultura della diversità, elemento corroborante per chiunque viva o voglia passare da queste parti. Andrea Zanzotto, sul Piccolo di Trieste tempo fa scriveva: “La memoria è minacciata non solo dalle spinte globali, per cui si fanno sparire migliaia di piante e migliaia di lingue minori o dialetti, ma anche dalla falsa difesa delle radici, dell’identità basata sul fraintendimento e dall’ignoranza che generano per contrapposizione i fondamentalismi localistici.” E questa è proprio la mia attenzione e se qualcuno mi chiede della mia identità dirò che mi identifico con il mio corpo e basta. L’identità è un’invenzione della modernità per ottenere un controllo politico e dividere gli individui, non voglio far parte di questo gioco. E in ogni caso sono d’accordo con chi diceva che è il mondo lo spazio in cui giochiamo la nostra identità.

(Antonella Bukovaz)

Dall’opera in fieri Identiquà/Identilà (2009)

 

IDENTIQUA’/IDENTILA’

Permanere pur variando
               spostando resta

incastrata tra le dita di un nido

la casa bestemmia e fuma

acrezza asprigna esala

medesimezza e accresce

lo slancio         prepara più in là
l’atterraggio       a fondo pista.

A uso di corpo mediatore – ne esce

– conoscenza incorporata(1) e scienza

abusata da intreccio meticcio

in composto-miccia appollaiata

sulla ringhiera dei balconi e indisposta
alla          modificazione        cristallina.

Ci tiene al caldo tra la coda e l’ano

trasuda minutissima trasparenza
                che mi pensa
prima io pensi lei     nei     miei     vaneggii     invano .

Vantaggi – espunti perché spuri

– da traballanti leggii sui quali

si spalancano spartiti musicali

di canti e pruriti lodevolmente antichi.

Rovescia e lascia rotolare giù

scompare e riappare nello sgomento

di un mio incomprensibile tradimento.

È qua –

in questo gioco tra le lenzuola

stese ad asciugare tra il fiato corto

di chi soffia e spinge e piange il tempo

e chi tende il filo come la corda

di un arco – bavaglio al bersaglio.

È là –

comparsa/scomparsa immune

hai richiami della ragionevolezza

che ci vorrebbe piuttosto carne da macello.

 

[(1) Il corpo è il mediatore tra noi e il mondo, una conoscenza incorporata, un “Habitus” (Pierre Bourdieu).]

 

ALTERATA – IN TUO NOME

Merde(2)

Mi fai scrivere per come mi penso

mai mi diramerò se sarà così!

non mi resta che buttarti all’aria

e ridere delle tue gambe sguaiate

dell’inutile uso della tua conoscenza.

Mi altero e in me si esalta alterità

perché l’identità la si ha ogni tanto(3) soltanto

e mai che siano chiare le istruzioni

d’abuso e mai pronto un riparo

dopo l’uso o che ti dia una mano

a parcheggiare tra i platani quieti.

 

(Incarna nuova presenza il corpo

al quale altro corpo appoggia

e non si tratta di identificarsi

ma lasciarsi bere o assetarsi.

È necessario    …     lasciarsi

in balia del riavvolgimento

che fa dire al vortice: torno!

e mettere un sasso sotto la ruota

aspettando il prossimo valzer

del contatto.)

 

Sono a un passo da me

ma è chiaro ormai che sarà per sempre.

E’ spietato il respiro della nausea

nel mio corpo che si può toccare tutto

ma fallisce nel prendere forma precisa

in tutto questo disordine

sei una dea irresistibile e barbara

a cui chiedere requie. Hai bisogno

di molte vite incatenate e spente

per far brillare te sola a illuminare

specchiato il tuo stesso riflesso fedele

vetrificato

fondamentalismo

locale.

 

Ho sbagliato a non prenderti prima di petto

e risolvere da aperte nemiche

la guerra stellare: delle radici

je naše… – ni naše…(4)

dei cani che mercanteggiano interiora proprie

barattandole con estremità appropriate

del richiamo al ricamo del corredo

(unica buona abbandonata pratica

delle giovani inutili figlie della lipa)

del vomito sui riti divenuti folclore

eccetera eccetera.

Basterà un canto a vincermi e farmi trascurare

gli impegni presi recentemente

davanti alla fonte ammutolita(5)

del nulla come sola culla di vita.

 

[(2) in francese
(3) “L’anima la si ha ogni tanto,” incipit di una poesia di W..Szymborska
(4) è nostro…- non è nostro (tipica espressione locale per suddividere il mondo))
(5) da Francesco Marotta.]

 

IL DELITTO

Cercare un riparo dalla polvere

in scavo di trincea concepita

per falsi tempi di pace

                  stare

nella scia mimetizzata

come nel riavvolgersi delle indagini.

Resta stupita la trama

nell’imprevista piega della storia

seguendo tracce scavate con le unghie

lunghe nelle radici

si arriva al corpo corrotto

                  del delitto.

Arrotolati nella trasfigurazione

avvolti nell’imprigionato

                  sentire

                  del non poter dire

                  non fino in fondo

                  che il fondo

non è la fine!

Duole su tutti l’arto amputato

e sarà così per sempre

dove tutto il nostro cercardire

sarà stato detto e lasciato riverso

sul bordo del palmo.

Ci ha lasciato le penne la Troppa Realtà

– era insopportabile!

si dava arie di essere ciò che esiste

come non sapessimo il suo soccombere

                  alla Necessità.

Di lei rimane una sagoma di gesso

tracciata a terra per essere confine

                  perfetto movente

di un crimine contro l’umanità.

 

______________________________
Tratto da VDBD, numero 4, luglio 2009.
______________________________

 

***

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16 pensieri su “In nome dell’alterità – Antonella Bukovaz”

  1. sono poesie splendide come atrettanto splendida e profonda è la lettera che ne anticipa la lettura ed il senso.
    sono commossa e condivido il valore profondo di ogni sua singola parola, laddove la poesia non è solo verso:

    “Appartenere “ a una minoranza significa risolvere la propria ricerca di senso, rimuovendo le tensioni interne alla comunità per riferirle a un oggetto esterno percepito solitamente come persecutore o comunque peggiore di noi. Si sprangano le porte, ci si chiude a difesa, non si diviene mai dei curiosi. La tradizione viene intesa solo nell’atto di conservazione e trasmissione senza quella componente che prevede un tradimento e permette crescita al mondo.

    L’identità è un’invenzione della modernità per ottenere un controllo politico e dividere gli individui, non voglio far parte di questo gioco. E in ogni caso sono d’accordo con chi diceva che è il mondo lo spazio in cui giochiamo la nostra identità.
    (Antonella Bukovaz)

    _________

    Grazie di cuore!

  2. Un post da incorniciare, Francesco, forse in un nuovo quaderno?
    sarebbe proprio bello.
    Quello che ho letto mi ha confermato che quando la parola è alta, è in grado di allargare i miseri orizzonti del nostro io e i confini, non più circoscritti geograficamente, si dissolvono nel verso sapiente e circolare di questa poeta che, anche nella lettera, non smentisce la sua grandezza.

    grazie
    jolanda

  3. ehilà!…. siete una sorpresa di fine estate….. un saluto a tutti dalla Val Trenta in Slovenija…. alle sorgenti dell’Isonzo…. questi testi arano le mie crepe e mi fanno sentire sempre un po’ più esposta….. ma va bene così….
    vi abbraccio….
    un bacio a francesco…. l’infaticabile!

  4. Sarebbe bello poter fare altre gite come questa.
    Con Antonella Bukovaz.
    In questo ambiente le persone si conoscono davvero.Si condividono stesse gioie e dolori.
    <>W.Shakespeare diceva.
    Grazie ad Antonella ed al suo ospite . Marlene

  5. Marlene, prova a usare per le citazioni queste virgolette: “…”

    Quelle che usi di solito, rappresentano, nel linguaggio di wordpress, dei codici particolari, ragion per cui ti cancella, automaticamente, il contenuto.

    fm

  6. Sono a un passo da me

    ma è chiaro ormai che sarà per sempre.

    Cara Antonella, ci siamo visti domenica, là, nel tuo nido di pietra, dove l’identità trova la sua, vera o falsa, origine, e solo ora trovo il tempo per leggerti, davvero, come si fa, si dovrebbe sempre fare, con tutto il corpo, quel corpo che è statua e anima, gioia e dolore, verità o menzogna, per chiunque. Intanto ti ringrazio, davvero col cuore, per la citazione di Zanzotto, così importante, per me, ora, qui, in questo Veneto sempre più ottuso e volgare, che crede di poter riacciuffare un qualche suo misero brandello di identità usando il dialetto, usandolo a casaccio, come sempre, dimenticando che i valori insiti nel dialetto sono ormai persi, irrimediabilmente, e non sono né in vendita, o svendita, né più “insegnabili” in qualche aula che riecheggi delle frasi insulse e violente di Gentilini, per esempio. No, hai ragione tu, l’identità è sempre e solo il “se stesso” che abbiamo, che cerchiamo di tenerci stretto con le braccia a circondare il costato come se avessimo freddo, come se fossimo, ed è ciò che siamo, tutti più soli, tutti “ad un passo da noi stessi”, un solo passo, che vuol dire, che vuoi dire, lo so, un abisso.
    Ora, dopo decenni di fedeltà alla lingua della mia terra, alle parole franche e oneste di mio padre, dopo decenni in cui ho letto dappertutto fuorché qui, dove le mie parole hanno il loro nido, i leghisti, come avvoltoi, iniziano il loro corteggio circolare, che vorrebbe essere un abbraccio. Ho le mie, di braccia, ho detto a loro, mi sono sempre bastate.
    Abbiamo noi stessi e basta, hai ragione cara Antonella, abbiamo solo questo nostro corpo stanco, un pugnetto di parole.

    Ti abbraccio, tanto, felice che la tua poesia voli, su, su, oltre le vette di questo mondo piccolo. Fabio Franzin

  7. Ciao Fabio, ben tornato.

    Se posso permettermi, aggiungo che cedere a quell’abbraccio significa abdicare ad ogni forma di umanità e di dignità.

    fm

  8. Lo so, caro Francesco, lo so e, come ho sempre lottato in fabbrica per non abdicare alla mia libertà, alla mia dignità e onestà di uomo (retaggio di un esempio illuminante nella figura di mio padre che porto stretta con me sia quando vivo sia quando scrivo), non permetterò mai che la “mia” lingua sia usata per scopi altri che per quello per cui è germogliata fra le mie carte; in questo, stai tranquillo, io, per quel poco che vale, per quel poco che rende la mia immagine riflessa, desidero sempre poter continuare a guardarmi allo specchio, così come hanno fatto, con ben più coraggio di me, i poeti e i cantanti (De André su tutti) che amo, con cui ho percorso il sentiero dei sentimenti.

    Ti abbraccio. Fabio

  9. Non ho mai avuto dubbi.

    Non bisogna cedere nemmeno un millimetro a questa marea melmosa e putrescente di disumana arroganza: anche per rispetto di quella memoria e di quelle radici a cui fai riferimento, che sono le tue nella stessissima misura in cui sono le mie.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  10. mi sembra che la difesa di uno spazio quale è Rebstein, sia una bella prova di resistenza per tutti… proposte di voci inconsuete, irregistrate quasi dall’establishment, è un ottimo antidoto, crea anticorpi. Ho letto con vivo interesse i versi della Bukovaz, di cui mi aveva parlato Fabio Franzin, in termini entusiastici, per telefono… e poi c’è anche un altro fatto, è tutta una generazione che sta faticosamente uscendo allo scoperto, anche alla macchia, se vogliamo, una generazione perduta, come dice Elio Pecora, in realtà che non si è perduta affatto: semplicemente non ha avuto le occasioni o i corteggiamenti di editoria, università, stampa… cosa che accade per i più giovani, cercati come pepite d’oro per antologie a tema o di tendenza… i silenziosi nati negli anni ‘Sessanta, schiacciati da potenti fratelli maggiori, e da aggressivi fratelli più piccoli, mi pare che stiano emergendo alla distanza… e chissà se per loro varrà quanto detto per le tartarughe, e chi potrà dire se avranno più memoria di certi elefanti: La Alziati, la Bukovaz, Franzin, Crico, Ghignoli, Fedeli,Tomada, Calandrone,Gabellini…

  11. Manuel, spero che nessuno di quelli che hai citato ceda mai ai corteggiamenti e alle lusinghe delle “tendenze”: fatte salve una decina di eccezioni (che confermano la “regola”), le ultime annate della “bianca” e dello “specchio” non valgono, tutte insieme, una sola pagina di “A ogni cosa il suo nome”, così, tanto per citare un titolo.

    fm

  12. Ti ringrazio Francesco per la precisazione che,data la stanchezza,
    (sono giornate di duro lavoro sino a notte inoltrata ‘sti benedetti concerti.E le voci recitanti per le COPIELLE NAPOLETANE di domani e dopo!)
    mi aggrovigliano le falangi.
    Bien,il mio adorato Guglielmo diceva così: “GLI AMICI CHE HAI, DI PROVATA AFFILIAZIONE,AGGANCIALI AL TUO ANIMO CON ANELLI D’ACCIAIO”W.SHAKESPEARE.
    Ohhhhh.Finalmente ho partorito.Figli d’altri!
    Ti mando un abbraccio profumato alla pioggia che in questo momento è una bene/dizione.baci e baci.Marlene

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