La disfatta – Poesie inedite di Elio Tavilla

Magritte_l_heureux_donateurSono versi che possiedono la capacità, quasi eraclitea, di definire con esattezza il farsi di un pensiero, gli elementi naturali, la memoria nel suo sorgere e dissiparsi, senza mai imprigionare nulla entro gabbie concettuali, sempre rispettando l’inafferrabilità del loro mistero. Segni di una ricerca di una verità, secondo le parole dell’autore, “che è nel mondo ma non è verificabile nel mondo” e di cui “possiamo solo esperirne il mistero e la fatica di un avvicinamento. (I.C.)

Elio Tavilla – la disfatta

fare caso alla bocca quando
tocca cibo, allungarvi le dita
e restare in ascolto. Mica come
quella retta parallela che tagliava
il buono dal marcio senza il sentimento
che si deve in queste cose

*

il perché delle lacrime, diceva
lo sai? lo sai come distende le ali
l’autunno al primo dispiegarsi
dell’inverno?
Un punto d’ascolto prossimo
alle nevi, lo aveva visto sciogliersi
dal ghiaccio che covava dentro
un primo amen e basta, tu per te
sei la linea fratta di demarcazione
visiva, i polsi dentro l’acqua
convìnciti che è vero

*

ululavano le bestie, una
braccava la sua pena sotto ai neon
della metro. Le passa sopra il muso
un sogno, dice: questo sogno
è la presenza santa nella vita
vedi come macchiano di sangue
il pelo di astracane.

Quindici per cento dei dolori
vien da qui, dal centro inanimato
della schiena

*

niente più acquazzoni, un inverno
così non si era visto mai

alla lunga viene fuori il marcio
le cose sistemate alla men peggio sotto
al letto, ci si farebbe a pezzi
per uscir fuor di metafora: bugie.
Cotti dal gelo si prendeva a botte
l’autista fantasmatico che a volte
le tagliava strada

*

ora o mai più. Barchette
di stagnola come pegno
dell’amore.
Da qualcuno viene
un grido che ogni notte si alza
dai cuscini, la leggenda si disperde
sopra i fumi alti dei fornelli…
Ora sai che dire, mai più vorrai
sospendere le trame della sera all’apice
storielline di tormenti

*

cosa cosa cosa ma la cosa
non sei tu
hai deciso tutto in una notte
l’ultimo tram aveva il liquido tra i vetri
l’opaca trasparenza del languido travet
sui viali.

L’arte la rifanno in quattro
tratti di matita e carboncino, tira a sorte
la cristalleria dei sogni, sbatti
le cosce sul cuscino

*

la viva, l’innocente, la
disfatta, la pervenuta al fondo
del dilemma: prendere o
lasciare?
Te l’ho detto ieri sera
prima di dormire, la conserva
per la notte si distrugge
tu piangi per bene, la sfumata
la nera, la sempre più disparsa

______________________________

Nota critica di Ivan Crico

Ripartire dai greti. Dalla nudità bianca, arida che si offre allo sguardo. Intervallata da correnti rapide, di un verde profondo, fino a diventare uno specchio immobile in cui – negati e compenetrati a questo nulla impassibile e tenero al tempo stesso – riscoprire un punto diverso, più umano da cui incamminarsi alla ricerca di una nuova definizione di sé. Una nudità, un silenzio che si impone al di là delle presenze, fuori luogo, dei bagnanti immersi in una luce agitata da un cielo in continua metamorfosi. Gli alberi, grigioverdi arbusti polverosi, si dilatano – fra le sabbie e i ciottoli – con l’abbandono trascurato e senza speranza di chi sembra sapere che, con ogni probabilità, non reggerà all’urto delle prossime, immensamente violente, piene invernali. L’acqua, ora sfuggente, che sembra preferire oscuri percorsi sotteranei come per sottrarsi ad una luce troppo impietosa, allora, nel cuore piovoso di qualche novembre futuro, si ridesterà mostrando ad un tratto la sua forza tremenda, inarginabile, di fronte a cui ogni tentativo di opporsi sarà destinato, nella maggior parte dei casi, allo scacco totale.

Le grida degli uccelli, acute e soffocate, sono lontane.
Rimaniamo in piedi come per scrutare invisibilmente, oltre la scena presente, un mondo svuotato da tutto. Sedersi diventa, qui, un’azione che nulla ha a che fare con la semplice, quotidiana ricerca di un appoggio per opporsi, per un momento, alla spinta erosiva, trascinante verso il basso della gravità. Se ci si siede è, soltanto, per fare silenzio, attorno e dentro di sé. A partire dai nostri passi fino al flusso erratico dei pensieri. Non passa, quasi mai, per la mente di sedersi così, come spesso accade, tanto per farlo; e, difatti, di noi nessuno lo fa. Nonostante la stanchezza, la temperatura sempre più alta.

Non è possibile capire un luogo senza esservisi seduti ad ascoltarlo. Ma, se il tempo a disposizione è poco, allora è meglio accettare di essere ciò che si è: degli stranieri, qualcuno che passa senza veramente vedere, qualcuno che rimane confinato nella distanza. Capire questo, forse, mi sembra l’unico modo corretto di accostarsi a qualcosa senza tradirla, sovrapporvi ciò che già portiamo con noi, offuscandola entro un giudizio superficiale, frettoloso.
Portare, poi, qualcuno in un luogo fondante per la nostra formazione interiore mette sempre in uno stato di malcelata ansia. “Riusciranno mai a capire?”, ci si chiede, “e come potrebbero capire, perchè dovrebbero, messi di colpo di fronte ad un’immensa distesa sassosa, ad una radura anonima bruciata dal sole d’agosto?”. E di solito, quasi sempre, è proprio questo che accade, che il tentativo di condivisione si infrange miseramente andando ad ispessire le solitudini, tante, di cui si venano i giorni. Gli occhi di Elio parlano, però, al di là delle parole, poche e sempre misurate parole, che impiega per esprimere le sue prime immediate impressioni. Sento che capisce ma, come in ogni suo fare, questa comprensione non si palesa ma fa da fondo, un fondo limpido e inquieto, ad ogni suo gesto, ad ogni frase detta o scritta. Questa sua esigenza di ordine e chiarezza lo fa apparire – in questo presente roso dall’approssimazione – come una figura mossa da una dignità antica e quasi dimenticata. Eppure, i testi che scrive sono sorprendentemente attuali, antica è solo la sua volontà di non arrendersi al caos, d’individuarne le ragioni e contrastarle anche, ma non solo, attraverso una ricerca poetica rigorosa, profondamente meditata in ogni suo aspetto, come per ricostruire verso dopo verso un’immagine più umana, meno alienata di noi stessi. E questo senza ricercare false sicurezze, immaginari approdi, ma anzi rimettendo continuamente in discussione ogni provvisoria conquista. Stupisce accorgersi come, nei suoi lavori, egli non si sia mai rifatto a se stesso, come ogni parola nel suo nascere non sembri mai un arrivo ma sempre e soltanto una tappa lungo un cammino aperto verso mille altre, impreviste e imprevedibili direzioni.

Scrittore dal verso nitido, depurato come da un’antichissima decantazione, il siciliano di nascita, ma modenese d’adozione, Elio Tavilla, è un autore appartato, sconosciuto ai più ma – al tempo stesso – sicuramente una delle voci più alte della poesia del nostro paese.
Nato a Messina, nel 1957, redattore della rivista “Frontiera”, dopo aver stampato alcuni libri, che lo hanno immediatamente segnalato alla critica più attenta come “24 Poesie”, “Il cubo e l’assenza” (Premio internazionale E. Montale per l’inedito) e “Concetti semplici”, ha preferito continuare a pubblicare i suoi versi raccogliendoli in piccole, preziose plaquettes stampate al computer. Le tirature, ovviamente, sono limitatissime, rivolte a pochi fortunati fruitori. Si tratta di poesie che nascono da una profonda concentrazione interna, in cui nulla, così sembra, è affidato al caso o all’improvvisazione. Sono versi che possiedono la capacità, quasi eraclitea, di definire con esattezza il farsi di un pensiero, gli elementi naturali, la memoria nel suo sorgere e dissiparsi, senza mai imprigionare nulla entro gabbie concettuali, sempre rispettando l’inafferrabilità del loro mistero. Segni di una ricerca di una verità, secondo le parole dell’autore, “che è nel mondo ma non è verificabile nel mondo” e di cui “possiamo solo esperirne il mistero e la fatica di un avvicinamento. La poesia può testimoniare questo mistero e questo avvicinamento…”.
Un mondo rigoroso, “ tra istanza religiosa e raccoglimento domestico, tra ansia dell’estremo e gusto dell’evento minimo” secondo le parole di Robaey e Bertoni, ma smosso dall’interno dall’ansia di una perenne, limpida e oscura al tempo stesso, metamorfosi:

Un velo di vapore – «E’ come se sfiorisse
nel suo stesso fiore…» – copre
le forme e le figure, il movimento delle mani
fatto lento e assomigliabile ad un certo
liberarsi degli uccelli dal canneto.

«…il ritardo della mente con cui segna
croce e segno irredimibile del volto
desertificato e forse salvatore…».

***

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12 pensieri riguardo “La disfatta – Poesie inedite di Elio Tavilla”

  1. Non conosco Elio Tavilla, ma poco importa. Ho letto qua e là negli anni suoi versi, intensi, torniti, sobri, di elegante naturalezza. Questa scelta mi offre la possibilità di un avvicinamento più certo. E molto centrata la lettura di Ivan Crico: limpidità del dettato e oscurità, alto tasso di allusività analogica, parola significante, e non provvisoria. spero che sarà possibile leggere una scelta più ampia, magari in un bel quaderno curato da Francesco Marotta….un caro saluto

  2. ed eraclitea mi sembra la concezione di questa “disfatta”, di questo versificare senza “capo” né “coda”, o quanto meno non visibili come non è visibile, chiusi dentro lo stomaco del fiume, vedere la sorgente e la foce…
    con tutta la mia ammirazione

  3. Ritrovo con gioia la poesia di Elio, che conosco fin dallo splendido “Concetti semplici”. Ottimi questi versi, lancinanti ed esatti. Un abbraccio ad Elio e un grazie a Ivan. Marco

  4. Ciao Lucetta, speriamo che Elio passi da queste parti e, soprattutto, che abbia voglia di metterci a disposizione altri testi, visto che sua ottima produzione è praticamente introvabile.

    fm

  5. conoscevo la poesia di Tavilla, mio conterraneo (Messina), e lui stesso, ma solo di vista, sin dagli anni di università

    la sua prima silloge, autoprodotta, degli anni Ottanta, “24 poesie” e la raccolta “Il cubo e l’assenza”, meriterebbero di essere (almeno online) riproposte –

    testi grandi potenti
    senza la vigente paura del sublime –

  6. Mi dispiace conoscere questo autore in rete e non per la doverosa attività di diffusione che – almeno – la sua città, con le varie “associazioni culturali” presenti, gli dovrebbero (e parlo della mia invertebrata Messina).
    Ringrazio Ivan Crico e Francesco per questo bellissimo post.
    n.

    p.s.: vedremo di “vertebrarla” ;-)

  7. grazie a francesco marotta per l’ospitalità, grazie a ivan crico per l’amicizia, grazie a tutti i lettori di rebstein

    malgrado abbia deciso da tempo di restare appartato, elio è vivo
    e lotta insieme a voi

  8. Grazie a te, Elio.

    Anche la “Dimora” è un luogo appartato, fatto di/da scrittori e lettori appartati. La strada ormai la conosci, e noi ci teniamo molto a vederti sempre più spesso qui con i tuoi testi.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

  9. Ciao,Elio!Forse ti ricorderai di una compagna del liceo “Maurolico”che si chiamava(e si chiama tuttora)Rosa Maria Cantatore:sono io ed ho appena letto le tue bellissime poesie.
    Anch’io scrivo,da non molto;anzi,ho pure pubblicato recentemente una raccolta(“Ai miei compagni di viaggio”,Armando Siciliano editore).Mi farebbe molto piacere che tu leggessi qualche mio componimento e mi dessi il tuo parere.
    Complimenti,comunque:è molto raro incontrare vera poesia e non parole infilate l’una dietro l’altra senza un senso,senza bellezza…

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