Sei sonetti di David Ramanzini

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David Ramanzini, Sonetti (2006-2009, inedito)

 

Per un Globo di ferro
posto ad ardere sulla piazza Vittorio Veneto
a Torino,
in occasione delle Universiadi MMVII.

   Consimbolo al contrario, un Mondo ardente
Le prodezze gelate qui compendia
D’un Mondo vero che altra Fiamma incendia,
Di roghi, e pesti, e guerre, e il rimanente.
   Il minore l’assedio eternamente
Reggerà, poiché il fuoco che l’incendia,
Oste che un re volatile stipendia,
Tutt’al più lo fa d’ira incandescente.
   Durevole così ai tuoi Roghi atroci
Fossi oh tu che t’incurvi in maggior tondo,
Che ti sfai, invece, e dài querule voci!
   Mentre ogni volta, ahitè, ai tuoi Incendi in fondo,
Lenti a estinguersi, ad ardere veloci,
Ritrovarti non sai, Mondo, nel Mondo.

 

*

 

Rappresenta la vita come una prigione
dalla quale è possibile evadere solo in un modo.

   Ci ergono gli anni intorno le invedute
Sbarre di due o tre ergastoli, e poi via:
Non cessa, prima, quella prigionia,
Mai, prima, quelle sbarre son cadute.
   Se assistono la sorte e la salute,
Pur non dànno speranza qualchessia,
Prolungando, anzi, a noi quell’agonia
Fatta di lunga noja e pene acute.
   S’inganna l’uomo quando mai ripone
Speranza nella grazia, o in un disegno
Ingegnoso, d’uscire di prigione:
   Solo giungendo in sull’estremo segno
Mette a segno davvero l’evasione:
Quando l’affranca un carcere di legno.

 

*

 

Unruhe

   Invano pensi che dai contrappesi
Che le ore per tuo tramite misurano,
Tratti i chiodi che sempre ti torturano,
Di libertà godrai gl’istanti attesi.
   Se mai ti vedrai sciolto dagli arresi
Ferri che tempo al tempo qui assicurano
(Ché le cose che durano non durano),
Peso morto cadrai coi morti pesi.
   Pari a te mi sembr’io, triste Inquietudine,
Che oscillando, agitandomi, un mai sorto
Mattino aspetto tra martello e incudine:
   Così aspetto, né requie ho, né conforto
(Ma immoto!), libertà: beatitudine
Che godere potrò solo da morto.

 

*

 

Memento

   Rendersi conto che a non tutti è dato
Lo stesso, e che non son pochi ventanni
Per sapere che, in sé, dolore e affanni
Mai la mediocrità hanno sollevato.
   Rendersi conto che il vigliacco agguato
E’ questione d’ogni angolo, e gl’inganni
Non scampa la mitezza; e molti danni
Subìti il tempo non ha mai curato.
   Rendersi conto che soltanto i panni
Si cambiano, ma è sempre uguale il fato,
Specie per quelli che scordato l’hanno.
   Rendersi conto che, scorrendo, gli anni
Certo molti imprevisti han comportato;
Ma il tuo passato non cancelleranno.

 

*

 

Descrizione

   Un’immagine ho visto, in cui ben terso
Neonato di trecentomila anni
Questo coacervo di violenze e affanni
Si vedeva ritratto, l’Universo.
   Dal centro ardente donde è poi emerso
Quanto è materia, vita, spasmi e danni
Deversava sui suoi fulminei vanni
In globi e filamenti il fuoco sperso.
   Non si vedeva che un’orizzontale
Banda di luce, in centro, ché di sfera
Aveva forma il cosmo originale;
   Questa più esterna luce la prima era
A giungere; & il resto del totale
Del Nulla genitore era ombra nera.

 

*

 

Passeggio

   Non fan per me quelle sagome dritte
Che sempre passano agli stessi orarj,
Ben ravviate, e coi vestiti cari,
Stirate e vacue, come in un Magritte.
   Composte a un modo, sia che stiano zitte,
Sia nei ridenti e vuoti conversari,
Non amo genti che a numeri pari
Passano, non felici, e non afflitte;
   Senza che in anni abbia mai posto mente
Che di quel di cui vivono, escludendo
Che non ne so, non me ne frega niente.
   Non rinvenire, in tanta massa, è orrendo
Nulla di non omologo, & saliente;
Salvo in chi è perso, o in chi si sta perdendo.

 

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Immagine:
Medardo Rosso, Carne altrui, 1883.
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***

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84 pensieri su “Sei sonetti di David Ramanzini”

  1. Viola, se passi più tardi avrai una sorpresa e potrai, con più testi e “soluzioni” a disposizione, vedere come l’*inciampo ritmico* si fa parte di un “sistema” e sottende e veicola un senso altro che è già fuori e oltre la gabbia metrica.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  2. Passeggio quello che preferisco:

    Composte a un modo, sia che stiano zitte,
    Sia nei ridenti e vuoti conversari,
    Non amo genti che a numeri pari
    Passano, non felici, e non afflitte;

    Grazie per la proposta, Francesco.
    Abele

  3. Sei una poeta vera, Natàlia, e soprattutto, quello che più conta, una grande persona. Cose che so da sempre e di cui non potrei mai dubitare.

    Ti abbraccio.

    fm

  4. @ Un grazie enorme a Francesco Marotta per la proposta, che mi lusinga, e per la pazienza (mi spiace averti fatto diventar matto ^_^). Grazie anche ad Andrea per aver fatto da intermediario, e, u.s., per la pazienza.

    @ Viola, sono stati spesso notati i miei ‘inciampi ritmici’, anche sotto il nome di ‘incertezze ritmiche’, &c. Il fatto è che non tutti gli endecasillabi sono o debbono essere identici, esiste un range di soluzioni ritmiche certo non infinito, ma abbastanza ampio. Io non sono un classicista, ma effettivamente nella tradizione non sono frequenti componimenti, se non minorissimi, con endecasillabi tutti d’un ritmo. Per dire, il sonetto del cagnuolo di Faustina e Giobatta Zappi è certamente di ritmo liscio e uguale, ma la stessa monotonia non si trova in Dante, o Campanella. Non sono né Dante né Campanella, ma credo che ogni verso abbia un suo carattere, e una sua propria musica. Una musica troppo uniforme renderebbe forse insensibile il significato; così il significato, invece, può essere inteso e valutato per quello che è (una stronzata, temo), senza rimanere sepolto sotto una bianca lapide di accenti troppo regolari.

    @ Natàlia ha un bel carattere.

  5. Dimenticavo: “cianciafruscole ammazzettate ” è molto bello, un novenario ben assortito e assonante tra l’altro ( e prima o poi te lo rubo e lo riciclo), ma, purtroppo per te!, non c’entra una beata fava con quello che scrivi. ;)

    fm

  6. Chiedo scusa a Natalia che è una Poeta,io solo una piccola artigiana che arranca.Ma sostengo che il Ritmo presenta una fenomenologia molto complessa ed ha subito una serie di sostanziali trasformazioni.Il ritmo poetico(come quello musicale) aveva nell’antichità il proprio fondamento risultante dall’organizzazione delle singole sillabe (distinte in brevi e lunghe)qualitativamente caratterizzate dal ricorrere di un accento melodico. Questa concezione fu completamente superata con la progressiva perdita della durata sillabica e con la trasformazione dell’accento da melodico in percussivo.Il titmo basato su valori su valori temporali multipli e-o sottomultipli è “organizzato” da David in modo eccellente. La sua scansione è ricca di esperienza di immagini che danno al suo ritmo una natura ..psicologica.Mi piace. Ma questa sono solo io… Marlene

  7. Marlene, grazie per il sostegno, sostenuto a sua volta su un’eccellente preparazione metricologica, a quel che sembra; ma la contestatrice dei ritmi era Viola, non Natàlia …

  8. Dan-nata connessione
    sparisce in men che non si dica-
    sento d’orecchio che la ragione è tua
    e mi spiace per la distr-azione.
    Viola profuma di classicita
    ma noi cantiamo:Viva Libertà.

    Marlene
    ps.Natalìa scusa two times.E concordo con il termine Poeta, usato per te, da Francesco. un bacio

  9. @David: un sonetto è un sonetto è un sonetto, in tutta la sua inesauribile poliedricità e le sue varianti , tanto da essere un *classico* da Iacopo da Lentini a Zanzotto..ma resta appunto un insieme di regole, come ogni forma “chiusa” altrimenti si può ricorrere come fa qualcuno al “para-sonetto”; confermo il talento -);
    @Marlene, grazie del ripasso metrico -);

    buona continuazione Francesco, lieta sempre delle tue proposte, V.

  10. Viola cara : sai come sono pedanti i musicisti che hanno pure la poesia nel sangue.Anche io non faccio eccezione alla regola.
    Ben lungi dalla perfezione e pronta ad apprendere.
    Con lo zaino sulle spalle e sempre in viaggio,non vorrei mai poter pronunciare la frase :”Sono arrivata,finalmente.” Sospesa..ho tanto da imparare.Un saluto affettuoso.Marle

  11. Viola, quello che stavo dicendo, pur ringraziandoti, è che le ‘regole’ io le ho rispettate – posto che questo abbia un valore – solamente, forse, tu hai un’idea un filo troppo schematica della regola stessa. L’endecasillaboè semplicemente un verso che ha l’accento sulla decima sillaba. Ci sono endecasillabi a majore e a minore, a seconda che possa, innanzitutto, essere cesurato, e che essa cesura divida il verso in un emistichio più lungo e uno più breve e viceversa, e non necessariamente un endecasillabo può essere diviso in due emistichj. Ci sono endecasillabi falecj, giambici, anapesti; ci sono endecasillabi rolliani, di cui riportai esempio in un vecchio mio post, ci sono endecasillabi di molti tipi e di molte specie. Non esiste nessuna regola che costringa ad usare un solo tipo di endecasillabo per tutti i quattordici versi di un sonetto. Basti dire che, in effetti, sono pochi i classici (Petrarca tra tutti, con evidente scelta estetica – ma è una scelta sua) che scelga un ritmo monotono per i suoi componimenti.

    Vedi Dante:

    O dolci rime che parlando andate
    De la donna gentil che l’altre onora,
    A voi verrà, se non è giunto ancora,
    Un che direte: «Questi è nostro frate».

    Io vi scongiuro che non l’ascoltiate,
    *Per quel signor che le donne innamora*,
    Ché ne la sua sentenzia non dimora
    Cosa che amica sia di veritate.

    E se voi foste per le sue parole
    Mosse a venire inver’ la donna vostra,
    Non v’arrestate, ma venite a lei.

    Dite: «Madonna, la venuta nostra
    È per raccomandarvi un che si dole,
    Dicendo: Ov’è ‘l disio de li occhi miei?».

    Ne ha numerosi esempj l’Alfieri, ovviamente.

    La stessa Laura Terracina, che è simpatica, ma che non può essere assolutamente considerata una grande poeta (per questo non direi che ‘resiste’ da 500 anni: è un vecchiume, che ogni tanto, come tutti i vecchiumi, è rispolverato da qualche non so se più curioso o pietoso), ne dà un esempio patente. Ci sono poeti dall’armonia franta ma non fantaisistes nel trattare l’endecasillabo; il citato Campanella scrive cose del genere:

    Venuto è ‘l tempo omai che si discuopra,
    Petrolo mio, l’industriosa fede
    che serbasti all’amico, e già si vede
    ch’a tutte l’altre questa tua va sopra.
    Mortifera, infedel, empia, ingrata opra
    far simolasti, ch’a lui vita diede,
    *deluso il sdegno di gente, che crede*
    *che tal sofisma di terra lo cuopra*.
    Prodigo del tuo onor e della vita
    per l’altrui vita, hai d’ognun più gran fama,
    che gli die’ aperta, ben pugnando, aita.
    Di cerberi e bilingui cupa brama
    *schernisci or saggio. E` sentenza finita*:
    va felice ogni cosa a chi ben ama.

    E così via. Sono consapevole di selezionare una dorsale caratteristica, di rimeria più aspra e inquieta, lontana spesso dall’esempio petrarchesco; ma è anche maggioritaria, quanto a personalità di rilievo. Il Marino, per esempio, non presenta molte variazioni ritmiche, che però si fanno frequentissime nel secondo marinismo – ed è lì, probabilmente, che dovrebbero essere cercati i motivi delle mie presunte incertezze ritmiche. Di fatto chi conosce, veramente, l’endecasillabo, non si trova così disturbato dalla presenza di interruzioni del ta-tà-ta-tà canonico, perché sa che altri ritmi sono altrettanto canonici.

    Non tutti gli endecasillabi sono ‘leciti’, ci mancherebbe. Ci sono endecasillabi che sono ‘decasillabi con una sillaba davanti’, di cui è ricco per esempio il Pulci, che probabilmente fece apposta, imitando i pitocchi di Firenze, o aveva, molto più semplicemente, di meglio cui pensare.

    Ma si tratta di endecasillabi che, più che presuntamente ‘scorretti’, devono essere considerati nel quadro della temperie, dell’estetica dell’autore, e come parte della sua musica. Sono detti tutt’al più atipici, o irregolari, non si possono considerare, sic et simpliciter, ‘sbagliati’.

    Discorso lungo e frustrante. In ogni caso, credo poco, più che altro, nel concetto di ‘regola’: di fatto è l’adesione sentimentale e ritmica ad un certo melos – l’origine di tutto è nel canto, cosa troppo spesso dimenticata – e la possibilità, perché no?, anche di complicarne gli assetti, o di dimenticarne per diversi rovelli la dubbia centralità, che si rinviene una continuità, una fedeltà, anche nel rovescio d’un tradimento, purché consapevole – ma non uno sterile ‘rigore’, o il fantasma incredibile di un’applicazione di regole.

    Così, almeno, penso io.

  12. “…perché sa che altri ritmi sono altrettanto canonici.”

    Non solo, come attestato da studi ormai secolari in materia, ma, dal mio punto di vista, permettono anche, all’interno della statica architettura formale consolidata dalla tradizione, di inserire, attraverso quella che è un’apparente “dissonanza”, dei movimenti sghembi, irregolari, delle “vie di fuga” che spingono la materia del canto ben oltre la formalizzazione di verità conchiuse, ben oltre l’assoluta e univoca rappresentabilità dell’universo, mentale o fisico, descritto.

    E’ quello che aveva capito, teorizzato e messo in pratica, sul versante francese, anche René Char, non estraneo alle influenze della tradizione petrarchesca, il quale parlava appunto della “imperfezione” (nel nostro caso di natura ritmica) come la tensione che spinge il poème verso l’alto, verso la “cima” (approssimativamente, l’estrema possibilità del dire): una “soglia” d’oltranza, in sostanza, che dinamizza (anche sul piano semantico), attraverso il suono, tanto la porzione di mondo rappresentato, quanto la inscindibile struttura che lo contiene.

    E’ quello che per anni, su un versante e con intenzioni completamente diversi, ha fatto Massimo Sannelli con le strutture metriche e ritmiche della tradizione, a partire dai provenzali e dai siciliani.

    David, grazie per questo interessante commento che, oltretutto, permette di inquadrare, con sempre minore approssimazione e sempre maggiore chiarezza, il tipo di lavoro che vai conducendo con la scrittura poetica.

    fm

  13. intrigante, calzante, talentuoso. Una bella sorpresa, da leggere con calma…inevitabile una discussione sulla metrica, trattandosi di un riuso. Complimenti, leggerò il quaderno con molta attenzione.

  14. Manuel, la sorpresa si tramuterà in ammutolito stupore quando, in uno dei prossimi Quaderni, David ci darà la possibilità di leggere uno dei suoi ultimi lavori, un’opera totalmente inedita alla quale vi rimando già da ora.

    Rileggendola stamattina per l’ennesima volta, non potevo fare a meno di riflettere sull’idiozia conclamata, elevata a sistema, del mondo letterario italiano, quello ufficiale, delle pubblicazioni “di rango” e dei premi, che oscenamente ignora, e se ne compiace, autori e opere di tale valore. E ciò vale anche per un altro splendido libro (per me un autentico capolavoro) che mi accompagna da un paio di mesi e che, fortunatamente, vedrà la luce editoriale in autunno: anche se, come è facile prevedere, non godrà di nessun’altra ribalta che non sia l’ammirazione di coloro che avranno la possibilità di leggerlo e apprezzarlo.

    Scrivo queste cose, tra l’altro, perché sono veramente nauseato. Qualche giorno fa, una cara amica mi ha fatto avere due libri che hanno vinto, in due distinti concorsi, premi in denaro per complessivi cinquemila euro (mica noccioline). Si tratta di due autentiche schifezze, di due concentrati di aria fritta laccata e patinata, e tu ti chiedi come è possibile che le “personalità” i cui nomi leggi tra i giurati possano umiliarsi al punto di mettere la loro firma sotto il verbale che premia questa merda. Poi ti fermi un attimo e capisci che il tuo stupore è assolutamente fuori luogo, soprattutto oggi: questo è *sempre* il paese nel quale anche gli insospettabili sono pronti a vendere la madre e il culo a un *nano* “per tremila lire” (cfr. De Andrè)…

    fm

  15. Francesco, sono in tutto e per tutto d’accordo con te, dalla prima parola all’ultima, per ogni tuo tipo di giudizio e commento.
    Dai sonetti di David Ramanzini-che confesso di non avere mai incontrato se non adesso e proprio grazie a te- imparo piacevolmente e piacevolmente ricevo conferme: le due cose mi sostengono e mi danno gioia. Capita raramente.
    Vi ringrazio e
    molti complimenti a entrambi!
    lucetta frisa
    (che ama le “imperfezioni” ritmiche quando è presente un’idea centrale e profonda di struttura ritmica e le si padroneggia- come in questo caso).

  16. Grazie Lucetta, mi conforta il fatto che esistano opere come quelle a cui ho accennato e delle quali vi innamorerete, ci scommetterei l’ultimo centesimo, quando vedranno la luce: una qui tra qualche giorno, e l’altra in carta tra un paio di mesi.

    fm

  17. Grazie della conferma, Isak: è un lavoro di una bellezza devastata e devastante. Fossi un editore lo pubblicherei domani mattina e lo ringrazierei di esistere.

    fm

  18. @ urza, sono io che plaudo a te, quella grappa un po’ tostata si accordava benissimo col caffè indiano. Posso venire da te anche domani? :-D

    @ Grazie, Manuel Cohen (ho visto peraltro nel curriculum un rimando alle poesie di Volponi – forse imprescindibili per un poeta urbinate; è un’altra rima implicita, per me, significativa di non so ancòra bene cosa). Ho centotrentacinque anni, per inciso.

    @ F.M. & isak, isak soprattutto sa che quella cosa, che avrebbe peraltro bisogno dell’innesto di alcune altre stanze [ci penso adesso, stavo dimenticandomene] è il frutto di due giorni e mezzo, non certo interamente impiegati, di scrittura praticamente di getto. Posso solo compiacermi, con molti sensi di colpa, per l’accoglienza; con un po’ di apprensione per l’accoglienza, sicuramente più equa, che spetterà alle altre cose similari che vado componendo alla stessa maniera, ossia disimpegnatamente.

    Noto, piuttosto, che quello che irregolare pareva a Viola è rimasto tale, nonostante le, non molte ma illustri, pezze d’appoggio portate al mio procedere. La cosa strana è che oggi, in attesa della chiusura della biblioteca, ho preso in mano la vecchia antologia crociana dei Lirici marinisti, per notare una cosa forse non involontaria: quasi tutti i componimenti avevano il loro bravo inciampo, ma questo già lo sapevo; quello che mi colpisce è che ne avevano uno solo, a testa; forse, almeno limitatamente alla produzione di un periodo, varrebbe la pena di fare qualche piccola statistica, per vedere se si può inferire un’intenzionalità, almeno in base alla regolarità con cui il fenomeno si presenta. Ecco come la notazione di un’attenta lettrice, anche se forse non in sé centrata, porta a nuovi interrogatìvi, e forse risposte. (Ammenoché tra oggi e domani non me ne passi completamente la voglia, nel qual caso la curiosità, scientifica o no che sia, è destinata a rimanere tale per sempre).

  19. David, a volte bastano anche meno di due giorni per condensare in una serie di stanze centotrentacinque anni.

    E poi, che tu aggiunga o meno altri testi, già così quel’opera scava dei salutari “vuoti” intorno. E in quei vuoti vedo sprofondare, con immenso piacere, quintali e quintali di cianciafruscole ammazzettate (queste sì davvero tali).

    Per la tua ricerca: non ho i miei libri con me e potrei solo in parte darti una mano; ma non lasciarla cadere, se vuoi/puoi, magari la riprendiamo più avanti (prima o poi sarò di nuovo “in compagnia”: almeno spero).

    fm

  20. Ti comunico che sono esattamente cento, fino a questo momento, le copie del tuo Quaderno che sono state scaricate…

    Fossi l’editore di cui sopra, con cento copie del tuo libro vendute avrei già coperto le spese.

    fm

    p.s.

    Forse non c’entra niente, o forse sì, con quanto detto finora, ma il “caso” opera secondo leggi incredibilmente ferree, anche se la logica ci sfugge e, nel caso, è possibile recuperarla solo a posteriori, e sempre soggettivamente.

    Questo per dire che non puoi immaginare nemmeno lontanamente chi sarà l’autore del post di domani: una vera sorpresa. E, che ci si creda o meno, solo da poche ore mi sono accorto dell’abbinamento, visto che i suoi testi erano già programmati da parecchio proprio per quella data…

    C’è più di una linea scritturale e poetica che vi accomuna. Ma questo, forse, sta solo nella mia capoccia.

  21. Cellule ritmiche.O metri.
    E’ la disciplina che ha per oggetto l’organizzazione delle durate.E’ probabile che l’accento non fosse intensivo o dinamico(l’aumento del’altezza vocale si rileva nella lingua cinese).Ma già nel medioevo,l’accento intensivo prevalse su quello melodico,e le sillabe persero la netta differenziazione qualitativa, ed ecco che alla fine del secolo XII la metrica in musica si identifica con il mensuralismo.
    La Poesia,la danza e la musica sono una triade per-fetta.
    Come nei quadri di David.Perdonami se insisto.Forse in modo non troppo pertinente, ma, appassionato. Ciao.Marlene

  22. manierismo allo stato puro, nell’accezione datagli da biswanger. il sublime dall’anfiosso lo aspetto in prosa (e con ciò non intendo certo il critico).

  23. @ Grazie, Marlene. Forse anche i latini avevano i toni? Secondo il Vico gli antichi cantavano la lingua, e la lingua attuale è un canto spento, come le parole sono tutte metafore spente (ai margini di terre di antica civiltà, specie in àmbito rurale, come in Toscana o nella Slesia, fioriscono i poeti estemporanei).

    Comunque torno a dire che è sufficiente, e necessaria, la lettura dei classici per rendersi conto che esistono varj tipi di endecasillabo. Primo. Secondo, che dato che esistono varj tipi di endecasillabo, occorre saperli léggere. Ho udito con queste mie orecchie, in un’aula universitaria, che anche nella lettura del verso italiano l’accento metrico non coincide necessariamente con quello grammaticale: è una verità che l’accademia non ignora. Posso solo concludere che qualcuno tenda a parlare senza ragion veduta, non essendo abituato alla lettura di quello su cui non ha ritegno ad esprimere giudizj anche taglienti. Mi sembra del tutto ovvio che chi non legge i classici non sia minimamente in grado di cogliere nemmeno il ritmo del mio verso, e questo senza andarsi a spulciare qualche manuale metricologico – che io certo non impiego, quando scrivo. Per quanto interessanti, altre notazioni in astratto rimangono senza conseguenze su una lettura dei miei versi – come anche di qualunque altra cosa, anche più meritevole delle mie, scritta in quei metri: l’astrazione, in questo caso, è dimostrazione di genuina ignoranza.

    @ db, su wikipedia trovo questo titolo di Biswanger: Tre forme di esistenza mancata : esaltazione fissata, stramberia, manierismo. Biswanger era uno psichiatra, a quello che ho visto. Già su questo ci sarebbe da ridire; ma ancòra più allarmante mi sembra l’affiorare della parolina “sublime” a proposito della prosa che ti auguri io scriva, per non parlare di quel “critico” che non so che cosa ci stia a fare. Temo seriamente che rimarrai sempre deluso (e non ho detto che la cosa mi dispiaccia).

    Trovo questo dialogare su questioni di accenti e sillabe quanto di più opprimente, subsecivo e nojoso possa darsi. Sono quasi certo che non prenderò più parte a discussioni del genere.

  24. da http://www.centrocontatto.org/Libri%20consigliati%20pdf/tre%20forme%20di%20esistenza%20mancata.pdf

    Il manierismo
    Anche per quanto concerne il manierismo Binswanger prende le mosse dall’analisi del linguaggio comune, prosegue poi con l’analisi critica del linguaggio della psicopatologia e della storia dell’arte nelle diverse forme di espressione dello stile manieristico (arti figurative, arti della parola, retorica).
    Vorrei qui riportare soltanto alcuni passaggi centrali dell’analisi condotta da
    Binswanger nel tentativo di individuare l’essenza del manierismo a partire dai contributi in precedenza elencati. Karl Scheffler, un critico d’arte, a proposito dello stile manieristico scrive: «Manieristica viene chiamata quella forma che è padroneggiata ma non sentita, che accumula gli accenti, ma dà l’impressione di un grande modello interpretato da nipotini». Si parla inoltre di opere d’arte che presentano forme forzate, un idealismo narcisistico, un superbo sforzo di originalità, ma che insieme ripetono senza libertà modelli estranei: «opere che appaiono allo spettatore calde ed insieme fredde, naturalistiche ed insieme speculative:
    frutti di un irritante interna scissione».
    Queste frasi ben introducono quello che è ritenuto da Binswanger l’essenza del manierismo: «un modo particolare e contraddistinto di caduta nell’infondatezza del Si proprio perché la pubblicità del Si non esprime ma mantiene la non-intimità». Nel manierismo la mobilità storica dell’esistenza si fissa nel senso del rispecchiamento di un’ipseità e perciò nel senso dell’auto-inganno.
    Heidegger, nella sua analisi, pone la distinzione fra autenticità e inaunteticità, tra la non consistenza a sé e la consistenza a sé del Sé nel senso del rinvenimento di una fondatezza. L’essere-nel-mondo manieristico, l’Esserci, non sta su un proprio fondamento,
    ma nell’infondatezza del Si stesso. Questo “terreno” è il modello precostituito dalla pubblicità del Si, dalla chiacchiera, dall’equivoco o dalla moda, sia in senso prettamente imitativo che contro-imitativo fondato lo stesso su un rapporto contro-speculare con la pubblicità del Si. In questo modello si perde l’esistenza. Si crea una “scissione” interna fra l’autenticità dell’essere e l’autenticità espressa.
    Le altezze raggiunte da un’esistenza manierata non sono altezze a cui si giunga per vie “naturali”, o per una maturazione autentica e centrata, bensì altezze artificiosamente elaborate. Quest’altezza è di fatto l’altezza di un Sé innaturale ed inautentico «la dove l’esistenza, staccandosi dal suo fondamento, e perciò mancando le proprie possibilità più autentiche, fallisce».
    Binswanger continua la sua analisi evidenziando le caratteristiche temporali e spaziali del manierismo. Individua, cioè, il mondo di temporalità del manierismo nell’”aspettarsi”. Ma il mondo del manierismo è limitato allo ”spazio” che gli viene assegnato dall’”aspettarsi”, allo spazio della vicinanza, della pressione e della spinta. Si tratta dello spazio ristretto dell’urgenza, dell’oppressione e della disperazione.
    Binswanger cerca di giungere ad una comprensione antropoanalitica del manierismo sulla base di quello che abbiamo chiamato scissione, o meglio ambivalenza o polivalenza dell’esistenza manierata e del manierismo. Da questo punto di vista ciò che la psicopatologia chiama dissociazione viene a significare la minaccia, incombente sulla ipseità
    e sull’autonomia dell’Esserci, di cadere in balia di un tipo generale estraneo all’ipseità e attinto alla pubblicità del Si. Al grado estremo di questa dissociazione corrisponde la completa rinuncia alla propria autonomia e un completo abbandono dell’esistenza dentro un simile tipo. Poiché esiste soltanto una sola possibilità d’esistenza autentica e di ipseità,
    ma mille possibilità di tipi generali, e quindi anche di maschere e ruolo corrispondenti, non dobbiamo meravigliarci che esistano mille possibilità di esistenza schizofrenica e di mondi schizofrenici.

  25. il riassuntino qui sopra è men che monco. basti pensare che l’exemplum instar omnium scelto da biswanger è la produzione tarda-issima di hölderlin. sublime, storicamente, è contrapposto a bello. reputo belli i sonetti ramanzini. prosa critica sublime è rara avis, di narrativa sublime ce n’è un’aviaria.

  26. Molto banalmente: non credo, in base a tutto quello che ho letto, che la poetica di David sia frutto di un’intuizione riconducibile primariamente a postulati antropologici o analitici.

    Lo “schema” di Binswanger potrebbe benissimo avere una sua funzionalità in chiave critica, ma lascerebbe fuori, comunque, tutto un complesso di articolazioni interne alla materia, di cui non potrebbe, a mio modo di vedere, dare in alcun modo conto, se non per concettualizzazioni generiche e generalizzanti.

    Amen.

    fm

  27. Cosa fai, mi prendi per i fondelli?

    Sto solo dando una mia lettura e non ho mai pensato di saper “leggere” meglio degli altri, o di saper leggere e basta.

    Le scelte stilistiche, metriche e ritmiche di Ramanzini non sono – per me!!! – delle strutture artificiali costruite al solo fine di inquadrare il mondo in una prospettiva che è la sua, scelta aprioristicamente. No. Sono proprio il frutto, *necessario*, di un corpo a corpo furibondo con il mondo, le sue ipocrisie, le sue contraddizioni palesi, anche se taciute, con le sue omissioni e compromissioni.

    Il Quaderno è proprio la summa, a tratti disarticolata e scomposta, mai pacificata, di un percorso in fieri, dove chi scrive sta, primariamente, cercando di riannodare i fili, di contare le ferite, di mettere il suo vissuto e il suo sapere al servizio di un’idea di scrittura. Quando tutti questi elementi si coagulano in sintesi, il risultato è *potente*, e non sono pochi i testi dove questa potenza si esprime.

    La sintesi, complessa e affascinante, si manifesta, in tutte le sue potenzialità disparate e molteplici, senza rinunciare a nessuno degli elementi che ingloba, nel prossimo Quaderno. un po’ di pazienza e, chi sa veramente leggere, vedrà.

    Sul fatto, poi, che può dare grandi cose anche nel campo della prosa, personalmente non nutro alcun dubbio.

    fm

  28. il mio misero punto di vista, condivide queste parole:

    “Sono proprio il frutto, *necessario*, di un corpo a corpo furibondo con il mondo, le sue ipocrisie, le sue contraddizioni palesi, anche se taciute, con le sue omissioni e compromissioni.”

  29. Ho scoperto che è proprio BiNswanger, coll’n in mezzo. Il prof. ha scritto due volte BiSWanger, senz’n in mezzo. Posso averlo stravolto a tal punto, dio mio? Sono avvilito.

  30. Buon dì e buondire David.TONO è nome generico delle varie formule esecutive:/ TONO DI RECITA- TONO DI PREGHIERA-TONO RESPONSORIALE-TONO SALMODICO,consistenti in tipi di recitazione gravitanti su una nota compresa in un sistema di otto modi chiamati a loro volta TONI. Questo,che piaccia o no.Che irriti o meno.
    Ti preoccupa?A me neanche un pò perchè tu, consciamente o no, ci sei e vai oltre.La forma é quasi nulla rispetto a ciò che tu hai liberato nel suo interno.
    Quello che a me interessa e piace.Ciao.Marlene
    ps.Da brava Scorpio novembrina so essere irritante anche io se mi ci provo…

  31. Il par. sotto la risposta a te non faceva parte della risposta a te, mi sa che non c’era abbastanza stacco: in effetti l’ho capìto che parlavi di toni, mentre le notazioni che facevo sotto erano, nuovamente, sugli accenti.
    Il fatto che gli otto modi siano chiamati a loro volta toni non mi irrita affatto, stai tranquilla. :-)

  32. *d’immensa dottrina, come sempre* era riferito a ramanza, e per comodità impiegavo parole sue rivolte a pinto su NI. salam el ek è appunto un caso topico che contraddistingue il manierista (höldy si scappellava a ogni studentucolo che andava a visitarlo in torre). la N ci vuole, confondevo con quello dei blugìn.

  33. Senti db, perché non vai a rispondere a Xavi nel “pezzullo” di Steger?

    Per la “dottrina”, scusami, ma avevo dimenticato che, non essendo mai andato al catechismo, non potevi certo rivolgerti a me.

    fm

  34. Graziosi e sapidi sonetti, in cui a dire il vero non ho trovato sensibili dismetrie (e l’unico “ehm” che potrei tossire è sulla ripetizione di «incendia» all’interno del primo). Ora, non ho fonda conoscenza del corpus ramanziniano, perciò mi sale un quesito e fa bolla sull’aequor del mio spirito: che valenza ha nella tua arte e filosofia, mio cordiale cordato, l’utilizzo in poesia del dolce stil retrò?

  35. Conosciuto e ammirato, Dottore.

    Chi è quel folle che potrebbe ignorare la colendissima Accademia Palasciania e il suo Artefice, uno dei pochi vanti delle patrie lettere?

    fm

  36. :) Ciò è lusinghiero, sebbene iperbolico (e sebbene io non abbia laurea né patria). Grazie ancora e, se d’ogni grazia giunger vuole al fondo, non Le resta, anima marottvigliosa, che correggendo «Palasciana» in «Palasciania» aggiungere alla lista dei link del Suo pregiato blog il link «accademia palasciania», http://palasciania.splinder.com/ – del quale gesto retroattivamente grato vado ora a far l’inverso.

  37. Sono io che La ringrazio, essendoLe debitore di una delle più belle letture degli ultimi anni.

    Ho corretto il re-fuso, dovuto alla macchina e non alla memoria, nella quale il nobile attributo “palascianio” è tutto circon-fuso del/nel suo splendore.

    E, a proposito di link, Le assicuro che quello del suo blog era qui già da un bel pezzo, ma mi accorgo che si è volatilizzato, insieme ad altri che pure c’erano, così come mi hanno fatto notare i detentori del rispettivo marchio giorni addietro.

    Provvedo subito.

    fm

  38. Fatto!

    Deve essere la longa manus di WP, non contenta di asportare, di tanto in tanto, dieci-quindicimila unità dal portfolio delle visite.

    Poco ci-cale, ad ogni modo: numerosa assàje è la famiglia.

    fm

  39. ecco, col palasciano biswrangler torna in auge! a parte gli scherzi, ho appena letto la recensione di canti del caos: perché non dare una rubrica fissa qui al permalosso?

  40. Nella mia distrazione, m’accorgo solo ora della plaquette in pdf; nella mia ignoranza, chi è Biswrangler?; nella mia défaillance investigativa, dov’è la recensione (di Ramanzini?) ai “Canti del caos”? (ne son curioso perché anch’io ne ho da scrivere una; mi sto sommovendo per presentare Moresco dal vivo in Campania quest’ottobre). Ossequi alati.

  41. parlo da lettore. mi piacerebbe vedere una rubrica fissa settimanale dell’anfiosso di recensioni. penso ai tarli di emilio cecchi (digitare su google *emilio cecchi i tarli*). gabbia per gabbia, si potrebbe dare la lunghezza massima della recensione: 14 righe a garamond 10 formato A4.

  42. David: quando vuoi, come vuoi, quanto vuoi: senza scadenze prefissate, ogni qualvolta ti senti di farlo. La mia mail sai dove trovarla.

    “I tarli di Anfiosso” non sarebbe male, come titolo della rubrica. Sono convinto che finirebbe, entro breve tempo, per oscurare il mitico “pezzullo” (e ce ne vuole!), la cui assenza sta provocando depressioni varie e violente crisi di astinenza.

    Ne approfitto per rassicurare i di(bbì)pendenti: torna, torna, state bbòni, torna in settimana con un Omero d’antan, scortato da due inimmaginabili paladini.

    Eh, le droghe, le droghe… come è difficile liberarsene.

    fm

  43. Ho guardato su google books, ci sono ampj estratti del Cecchi-tarlo, a parte il fatto che scrive anche lui “pajo” non noto grandi rassomiglianze. Cercherò di afflosciarmi un po’.
    Anche se l’idea del tarlo mi sembra un po’ stridente con l’anfiosso. Io proporrei “sabbia ad anfiosso”, suggerendo l’habitat ideale per l’animale, cioè me, che sto immerso in questa munnezza di libri raccolti anche al Balùn, rovistando in mezzo a cumuli di zozzerie, immergendomi con la testa, emergendo talora con uno sfasciume del ’45 nel branchiostoma. Poiché è bella l’idea delle recensioni di libri nuovi e usati – sono soprattutto questi ultimi interessanti, ci sono cose anche trashissime di quant’ha, alcune genuinamente orrende, come romanzi di vampiri scritti da esoteristi della domenica sotto pseudonimi inglesi (con tanto di ‘titolo originale’ [macaronico], e nome del traduttore, che equivale al vero nome dell’autore, nei credits); romanzi francesi à la dumas dei ’40 – ’50; vecchj testi di divulgazione scientifica, ottimi manuali di avviamento alla composizione letteraria e alla versificazione.

    Sto mettendo a punto l’ode; ho aggiunto strofe, altre ancòra mancano, ma soprattutto ho precisato nel titolo “Ritratto; dal vero”, così urza la smette di chiedermi quando ho cominciato a farmi le pere.

  44. David, ho provato a lasciare dei commenti nel tuo blog, ma si inceneriscono appena schiaccio il tasto di invio: molto probabilmente l’antispam mi ha scambiato per un componente della famiglia “santo”. Te ne lascio uno qui, a futura memoria.

    ***

    Non lo dico per consolarti (?!), ma leggendo tutto il thread su NI ho avuto netta la percezione della ragionevolezza e verità sostanziale di un vecchio detto: solo i grandi sono oggetto di invidia e di attacchi variamente connotati in senso scatologico, quando non proprio diffamatorio; e, più sono grandi, più il carico escrementizio si rivela immotivato, frutto soltanto del perverso piacere di colpire e fare del male.

    Non dartene pensiero e, soprattutto, continua a scrivere: non hai proprio idea di quanto amiamo (e non siamo in pochi) le tue “scarsissime letture”, la tua mancanza di “capacità critiche”, la tua “espressione involuta”, il tuo curricolo “privo di pubblicazioni” (!), di testi e di “saggi” che soli potrebbero darti “diritto di parola” (!), etc. etc. etc.

    Un carissimo saluto.

    fm

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