Tra anarchia e religione – di Federico Battistutta

Ferdinando Tartaglia (II)
Tra anarchia e religione

Prete, critico con la Chiesa, scomunicato, astensionista nel referendum istituzionale del ’46, collaboratore della stampa anarchica, poi un lungo silenzio fino alla riconciliazione con la Chiesa. La singolare vicenda di Ferdinando Tartaglia (1916-1988).

La strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza. Questo aforisma di William Blake viene alla mente pensando al personalissimo percorso di Ferdinando Tartaglia (1916-1988). Chi era questo personaggio sconosciuto ai più e non a caso definito da qualcuno come un maestro sconosciuto?
Nome da re cognome da buffone, diceva di sé Tartaglia in una poesia postuma. Ma questo indica poco, se non un’inclinazione alla burla. Collochiamoci allora nel periodo in cui si svolge la vicenda pubblica di questo personaggio: siamo nella metà del secolo trascorso, dunque in un periodo di tragedie e di ferite, ma contaminato da una speranza di trasformazione.

Con Aldo Capitini

Tartaglia era nato a Parma, nel 1916. A quanto si sa, erano emerse in lui precocemente la ricerca della solitudine e l’attrazione per la religione. Ancora bambino manifesta il desiderio di farsi frate, ma il padre si oppone. All’età di quindici anni riesce a entrare in seminario, dove viene ordinato sacerdote. Nel frattempo a Roma conosce e frequenta, fra gli altri, Ernesto Buonaiuti, il padre della corrente del modernismo cristiano, definita poi nei documenti vaticani “sintesi di tutte le eresie”.
Ai primi anni Quaranta risale l’incontro con l’editore Guanda, al quale propone di curare una collana di testi religiosi, da lui tradotti e commentati, fornendo i primissimi elementi di quel progetto di ‘tramutazione’ che approfondirà negli anni seguenti.
Trasferitosi a Firenze, prende parte alla rinata vita pubblica partecipando all’attività dei Centri di Orientamento Sociale (COS), fondati da Aldo Capitini. Nelle intenzioni di Capitini i COS dovevano costituire le cellule di una comunità aperta, luoghi di educazione al dialogo, in cui tutti potevano discutere in libertà i problemi sociali. Come ebbe a dire lo stesso Capitini: L’ingresso al COS era libero a tutti, senza distinzione di età, di razza, di nazionalità, di sesso, di condizione sociale o culturale, di iscrizione a partito: alla porta del COS, per principio, non c’era nessuno. Né c’erano posti obbligati: chi interveniva si collocava dove voleva. Per dovere di cronaca va aggiunto che i COS non ebbero vita facile: i democristiani li attaccarono duramente, i comunisti provarono a egemonizzarli, gli azionisti li accusarono di spontaneismo.
Com’è prevedibile, l’intervento delle autorità ecclesiastiche nei confronti di Tartaglia non tarda ad arrivare. Le sue omelie richiamano in chiesa un folto pubblico, attratto sia dalla sua erudizione come dall’originalità degli argomenti. Nel 1944 gli viene proibita la celebrazione della messa, nel ’45 segue l’interdizione dell’abito ecclesiastico, finché nel 1946 lo colpisce la più solenne delle scomuniche, il terzo e sommo grado della vitando (l’ultima comminata nella storia della Chiesa). Ciò avviene all’indomani della decisione da parte di Tartaglia di commemorare Ernesto Buonaiuti, padre del modernismo italiano, anch’egli prete scomunicato vitando. (Ricordiamo che la dizione vitando comporta l’estensione della scomunica a chiunque frequenti lo scomunicato). Riportiamo le parole usate da Tartaglia per l’occasione: Se Buonaiuti fu prete e credette nella missione e nel destino della Chiesa, anch’io. Se Buonaiuti cercò di trasmettere alla Chiesa la volontà del mutamento e aprire uno spiraglio in quell’abside morta, anch’io. Se Buonaiuti, deluso dalla mancata risposta della Chiesa, tentò di incrinare la grande cupola cattolica, anch’io. Se Buonaiuti fu respinto, allontanato dalla comunità dei fratelli, anch’io, presto. Tra le motivazioni della scomunica, il decreto del Sant’Uffizio annovera l’ostinata disobbedienza, la diffusione di dottrine false, l’eresia conclamata e l’intenzione di sovvertire i fondamenti della religione.

Nello stesso anno della scomunica Tartaglia approfondisce il sodalizio con Capitini, dando vita alla breve ma significativa esperienza del Movimento di Religione, a cui aderirono a vario titolo persone di diversa estrazione intellettuale, tra cui lo storico delle religioni R. Pettazzoni, lo psichiatra R. Assagioli, il poeta F. Fortini e lo storico dell’anarchismo P. C. Masini. Il Movimento di Religione terrà convegni in diverse città italiane e curerà pubblicazioni.
Negli interventi che in quegli anni Tartaglia elabora, troviamo innanzitutto un critica rivolta alle fondamenta stessa della Chiesa cattolica. Questa, per fare un esempio, è la prosa adoperata: “il cattolicesimo rappresenta il più diretto tradimento del cristianesimo e della verità della vita”. Ancora: “il Vaticano non è la millantata centrale spirituale del mondo, ma un modesto e aulico ridotto di timidità, inintelligenza, bassezze”. In quegli anni Tartaglia viene conosciuto proprio come ‘l’uomo della novità’, in quanto propone una novità estrema, in grado di coinvolgere ogni ambito della vita umana, una novità mai immaginata, mai vista.
Neppure la politica sarà estranea a questa spinta di radicale rinnovamento. Dopo aver esplicitamente denunciato il cattolicesimo ufficiale di essere stato, nella sua grande maggioranza, apertamente fascista (dopo aver detto che è poco utile denunciare il fascismo politico se non si fa altrettanto con il fascismo religioso), Tartaglia critica il sostegno dato dalla Chiesa a una Democrazia Cristiana che non è democratica né tanto meno cristiana, “bensì – sempre con le parole di Tartaglia – un moderato (e talora immoderato) conservatorismo, percorso da molte nostalgie sacrali, retto da una diffusa intenzione antilibertaria”. Sul versante propositivo, cercherà di elaborare ipotesi in grado di oltrepassare sia la prospettiva individualistico-capitalista, quanto quella collettivistico-comunista, proponendo la costruzione in Italia di una comunità aperta, all’interno di un insieme di comunità d’Europa, per la realizzazione di un sistema policentrico, dentro un contesto fondato da relazioni definite di ‘metalibertà’ (come soluzione inedita del rapporto tra libertà e necessità), con la costruzione di rapporti in campo economico di ‘metaproprietà’ (intesa come rapporto con le cose e il loro uso inverso e superiore ai rapporti di proprietà esistenti).

L’incontro con gli anarchici

Proprio negli anni del Movimento di Religione Tartaglia entra in contatto con il mondo libertario. Era nel naturale corso degli eventi che l’insoddisfazione nei confronti dell’esistente e la spinta a una tramutazione totale, a cui Tartaglia tendeva con tutto se stesso, finissero per incrociare alcuni percorsi libertari. Del resto, alle elezioni del ’46 per l’Assemblea Costituente aveva deposto nell’urna scheda bianca. In merito aveva scritto: “La Costituente ci darà delle leggi, ma l’uomo non può più vivere di leggi, è già troppo morto nella legge”. E nel ’48, quando pure Capitini pareva indirizzato ad appoggiare il Fronte come unica forza capace di contrapporsi alla Democrazia Cristiana, Tartaglia si oppose, organizzando incontri insieme alla FAI in cui invitava all’astensionismo attivo.
Negli anni compresi fra il 1947 e 1948 compaiono alcuni scritti di Tartaglia su “Umanità Nova”, “Volontà” e “Gioventù Anarchica”. Gli articoli riguardano interventi di occasione, composti in prossimità delle elezioni politiche, oppure volti a costruire un ponte fra l’anarchismo e il Movimento di Religione; ma sono rinvenibili anche scritti di più ampio respiro. C’è in particolare un lungo intervento intitolato “Anarchismo e postanarchismo”, apparso sulla “Gioventù Anarchica” di Carlo Doglio e Pier Carlo Masini, nel quale Tartaglia spinge la sua tensione al cambiamento radicale fin dentro all’anarchismo, invitando a “un’opzione decisiva di novità”, capace di condurre, fra l’altro, all’abbandono di ogni attaccamento a qualsivoglia tradizione. Per Tartaglia il parlare di una tradizione anarchica rivela una contraddizione intrinseca da oltrepassare. L’anarchia deve giungere all’“oblio del suo stesso nome”. Pur incontrando alcuni parziali e marginali consensi, questo genere di proposta, resterà allo stato di abbozzo, poco più di un diafano sogno, svaporato prima ancora di prender forma.
Nel ’49, in modo improvviso Tartaglia comunica a Capitini l’intenzione di ritirarsi dal Movimento di Religione, considerato alla stregua di uno strumento di lavoro iniziale e provvisorio. Comincerà un lungo periodo di silenzio, protratto fino alla morte, un silenzio di una grana tutta particolare, un ‘silenzio pubblico’, ebbe a definirlo chi frequentava Tartaglia. Questa scelta del silenzio sarà appena interrotta negli anni ’60, quando, sempre a Firenze, costituirà un “Centro per la Realtà Nuova”, ove si terranno conferenze e verranno pubblicati libri.
Nel 1976 redige il suo testamento e inizia a considerare la possibilità di una riconciliazione con la Chiesa, che avverrà comunque solo nel 1987, un anno prima di morire.

Voce solitaria

Questo, in breve, l’itinerario di Ferdinando Tartaglia. In massima parte ancora sconosciuta è l’opera lasciata. Si parla (o si favoleggia) di circa cinquantamila pagine per lo più inedite, con materiali che spaziano dalla poesia alla religione, dalla filosofia, alla politica e alla scienza.
Diversi sono gli elementi di riflessione che il percorso di Tartaglia sollecita. Si rimane perciò urtati dal fatto che un pensiero così particolare, che meriterebbe ben altra attenzione, sia stato frettolosamente archiviato o visitato riduttivamente.
Per essere davvero apprezzata l’opera di Tartaglia va collocata appieno dentro una rottura di orizzonti: la discontinuità, il salto, il limite estremo la caratterizzano, ne sono la cifra prima e ultima. Qui ci limitiamo ad evidenziare il significativo contributo lasciato da Tartaglia nell’esplorare le relazioni possibili tra religione (cristianesimo, in particolare) e anarchia; voce solitaria, in un dialogo a distanza con altre testimonianze presenti nel Novecento; ricordiamo qui S. Weil, D. Day, E. Mounier, J. Ellul, V. Eller. E diciamo questo non per alludere a una nuova ideologia più o meno sincretica, ma per ripartire dalla vita quotidiana, la nuda vita con le domande cruciali che ci pone. Proprio da questa prospettiva vale ancora continuare a parlare di religione, almeno finché i fatti ci consentiranno, una buona volta, di tacere.

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Il testo è tratto da Rivista Anarchica, anno XXXVII, n. 325, aprile 2007.

Per un eventuale approfondimento, si rinvia al volume: Federico Battistutta, Trittico eretico. Sentieri interrotti del Novecento religioso, Novara, Millenia, 2004, scritto dall’estensore di queste righe.
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3 pensieri riguardo “Tra anarchia e religione – di Federico Battistutta”

  1. Che ritratto splendido! Un uomo che merita enorme approfondimento,
    nella rilettura attenta di ogni suo percorso.
    Grande, misteriosa, lucida e caparbia figura.
    Come quelle che catturano la mia ammirazione e *desto* interesse.
    Ma basterà una vita? Grazie ai pittori. Marlene

  2. Una delle poche, grandi illuminate persone, con ampia apertura mentale e cervello incontaminato, combattiva, ma libera da bombardamenti mediatici ai quali noi ogni giorno siamo sottoposti in continuazione.

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