Trittico per Pasolini – di Mariella Bettarini

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Ho sempre sentito strettissimamente connessa la mia ricerca etico-estetica con il rovello, la ricerca, l’esperienza etico-culturale di altre persone (prima che poeti/scrittori), in una comunitaria, non competitiva passione insieme letteraria e sociale.

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Oggi continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/”naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio. (Mariella Bettarini)

 

Mariella Bettarini – “Trittico per Pasolini” (1975)
(da Almanacco dello Specchio n. 8, Milano, Modadori, 1979)

 

Pasolini-pensiero

 

I

(…)

la terza ruga è quella del «ciao». Sul monticciolo l’ho lasciato che riprendeva la via di Roma. Batteva frenetico Cecil Taylor il pianoforte avevo levato la coccarda. Gli passai un fascicolo di versi (pensai che potevo). Non avevo più dato così niente a nessuno da anni (stavo invece ricevendo avendo saluti versi). M’era venuto pudore di quel gesto però ti passai i fogli. Tutto il festival – a ripensarci – è già nel mito; l’Italia quotidiana è un’altra cosa: squallida malata senza ciabatte più – donna grassa per l’anemia mamma matrigna scarpa di vergogna.

                                   Eri uno dei nostri
tiepidi padri vestito da ragazzo? A ripensarti direi di sì. Sono rimasti qua zii astenici – limoni acidi – e servitori della menzogna: le comparse che beffeggiavi – parenti borghesi (asfittici) – teste coronate – i digiuni d’idee. Hai fatto il vuoto intorno. Ora hai un corpo da più di mille chilometri – che si ghiaccia.

                        Di te tutto il bene
tutto il male (molto onore se hai
nemici: aspetto oscuro dell’onore
dell’amicizia. Molto onore se hai
molti amici invece). Onore-amore non
mancano. Trovato il corpo, lo si ricopre
di gloria e parole anche per la (malcelata) gioia
di esserci levati di torno un chiacchieratore
                                                            gelosi
della tua bocca – dell’occhio-pirata
scarnificante.

                   Una Italia ha tirato
un sospiro grosso
                        l’altra
ha respirato piano ti ha guardato
e si è messa a piangere
                                quella
dei discoli dei caldarrostai
dei mescitori di vino degli emigranti
dei paria dei mancati papà per motivi
di calore.

               Vivo
che muore perché è vivo.

 

*

            Majorana sparito Fermi
volato via sparatosi Pavese trucidato
Pier Paolo: scema l’Italia
di tacchi a spillo di aspettazioni
di concessioni di falsi boom (vennero dopo
i veri)
         scema l’Italia
di mia nonna Debora aperta nel futuro
stranamente parente a lui per la faccia
di proletaria cattolica proveniente
dal buon humus terrestre di Galceti (circondario
di Prato).

              Avrei dato volentieri
diec’anni di questa vita
(«non dire baggianate. Diec’anni!»).
Ma che anni – cento o dieci – ci guardano
in faccia…
(…)

 

*

ma poi che dirò di te sparito a milioni di volts
all’ora
         che dirò
di un elenco d’oggetti di circostanza
assegni giubbotto anello ematoma fisico gomma
gli ha schiacciato il capo – perché
l’ha ammazzato? furto d’auto G.P. minore
cranio sfondato tavole di legno su testa
lungamente pensante ingrigita
nella rena dell’arenile – colluttazione ore
ventiquattro molto orrore ragazzi di borgata
lo scrittore fa lo scrittore – il bambino
fa il bambino – l’imbianchino fa l’imbianchino

… sì che ne restano fissati i giorni
passati e neri e tutti i presenti come stampati
a caldo o sottopressa di quel sei di settembre
a gol’aperta e ostinazione (arena Telefestival
già gremita: dibattito sui giovani e gioventù
a capannelli a crocchi) l’accostarmi il «ciao»
il perderlo il puntarlo ancora il «ciao» di nuovo
la confessione del dialetto
come di una dialisi per il rene malato (cure
mai ricevute)

                   un ghiaccio per i canali per i vasi
del futuro assassino non dietro te per i viali
del festival ma acquattato dentro le canne
giovane – l’altro – non da capannello o crocchio
ma da lunga sequenza nel bar e capace di tali
orrori da impietosire i benpensanti.

 

*

quei fumosi giorni in cui
tutto brucia e sopra tutto brucia
la riga delle foglie per terra
da per tutto il filo rosso la faccia
triste di Pier Paolo che dice «salvami!»
a me impotente affannata e spenta piena
di pensieri sulle sorti del comunismo
e sul consumismo che spenge anche lui
ora dantesco pallido

                            sui rami
ci sono i diosperi – penso di dirgli – e il bruciato
mi rode in gola.

                     Risponde
che non li vede – guarda un altro genere
di stagione con altri diosperi e specialmente
senza bandiere con nuvole alberi senza rami
vallette buie e un uomo
                                che insegna lo swaili

 

II

libro da libreria
o uomo vivo
                 carta
o carne – occhio marrone
o gorghi d’inchiostro
– da quale parte
te ne sei andato?

                        non è possibile
saperlo se qua restano
cestole
           che non parlano
o – se parlano – parlano
solo come stracchi pappagalli
e scimmie di te – nastri
copie – ripetizioni – ormai
solo oggetti – carte
dans la mer(de) de la mode

 

III

ossigeno in cuore
e mano manca.
                      il mese
delle pesche ricerca
il mese duro il mese
piccino.
           e ancora
risalgo a te ma da una parte
altra del mondo
                      questa volta
dal triangolo di un Sud
afoso
        da un triangolo australe
ma meno nero dell’Africa
da un triangolo americano
e – in questo caso – da un Brasile
magro e dolce.

                     chi sa perché
parlo a te
              ti penso
ti faccio domande
                        ti porto
nell’ossigeno
di questo muscolo.
                        (eri la mia parte
calma? la parte
dimenticata?)
(…)

                     eri l’Africa il Brasile
le musiche vecchie
del soul (già vecchie!)
senza niente estetismo
                                niente
esotismo ma duredure
come a me piace da rossa
e vergine comunista che fino a ier l’altro
parlava di patimenti.

                            chi sa perché
parlo a te ora
                   ti penso
                              ti prendo
da sotto quella terra
del rimorso e della vergogna
che è il Friuli
                  dopo il sei di maggio
(sei un Terzo Mondo sepolto?
un terzo sesso
                     vivo
un «terzo» da poker
un terzino da partite
scassate? Il Brasile è il paese
del calcio).
             mi pare di capire
così poco i perché ho messo la tua
faccia davanti
                      e ti guardo
spesso e tengo i tuoi libri

dalla parte destra
del letto
            dove dormo
sotto i miliardi di fuochi
e dentro la visione di un paese diverso
che non sta a me sola fare
ma che sta anche a me.

                                     è un’estate
dolce – inutile fare – dolce.
quando penso che a Roma
non ci stai più
                   non sto affatto
bene
        eppure non pensavo a te
quasi mai
              mai anzi
pensavo a te
                   al tuo triste capo
che andava invecchiando
in cerca d’Africa.
                        l’abbiamo qua
la nostra Africa
                      vedi
e il Terzo Mondo
non è lontano
                    e il così detto sottosviluppo
è un Sud di fame
                        e la CIA è la CIA
dappertutto
                 e il Po
è il Nilo e il Gange
                         il Friuli
è la terra affamata
dell’Amazzonia.
                     l’alternativa
l’abbiamo qua:
                    l’Africa
non serve — defunto Rimbaud
italiano con smanie
e rughe.

beh – si dirà che sono
tornato adolescente e che do
i numeri a parlare con un morto.
                                            ma se imparassimo
ad amare i nostri poeti
e se soprattutto l’America
non americanizzasse la nostra
gioventù (ormai quasi tutta

sfatta) e non tagliasse sul nascere
certi ardori e tutte quelle
speranze che ho visto gridare
in tanti anni da tante
bocche su tante piazze
                                forse il comunismo
sarebbe arrivato
e tu saresti qui a predicare e a rompere
le scatole come altri
e non avrei la tua foto
                               davanti
non penserei a te affatto
                                   (non perché sei
un poeta ma perché sei un poeta comunista.
e il binomio qui è quasi
impensabile) e non mi troverei
a parlare con un morto
                               in mancanza
di vivi perché – volere o no –
questo tipo di vita ci ha spenti
un po’ tutti e chi oggi regge
sono poche (o molte) fasce
di gente – alcune classi sociali
che se non le guardi non le vedi:
l’operaio la casalinga il malato
il vecchio il bambino l’analfabeta
il «deviato» sessuale l’emigrato
la commessa di magazzino l’uomo
che annoda tubi del gas
per terra.
             il resto
è silenzio (e accomodamenti)
                                        ucciso Rimbaud

italiano e questo
è il tempo degli assassini
e anche noi siamo gli assassini
                                          pur essendo
noi stessi vittime.

ora chiudo
               perché sono
stanca e perché
queste righe mi paiono
                               in fine
senza costrutto
                      ché non sta a me
sola costruire niente
                            semmai
ri-costruire incerta
quei gridi da quelle
piazze
         quelle speranze
                               e il rosso
di pochi papaveri

 

______________________________
Immagine: Roberto Agostini, Pasolini-pensiero.
______________________________
Intervista di Giorgio Di Costanzo a Mariella Bettarini.
______________________________

 

***

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15 pensieri su “Trittico per Pasolini – di Mariella Bettarini”

  1. “e dentro la visione di un paese diverso
    che non sta a me sola fare
    ma che sta anche a me.”

    Penso che potrei riassumere anche così quello che mi hai trasmesso negli anni che ho passato a Firenze. Ma è troppo facile e insieme inutile: c’è sempre di più, quel che si è stati e quel che siamo in continuità, ma anche il coraggio di muoversi sempre, di cambiare il proprio sguardo.
    E un piccolo nodo nel rileggere i versi per Pasolini, dove quel che appare è questo paese già imbruttito allora e peggio oggi.
    Forse bisognerebbe anche spiegare quell’amore ” per le cause perse” che ha attraversato gli anni (per alcuni i decenni) , ma non si spiega perchè non si può.

  2. Caro Francesco,
    come ringraziarti dell’accoglienza, della generosità, dell’attenzione, di tutto quanto? Questi miei “vecchi” testi poetici vedono, oggi, un’Italia ancora peggiore… E tu, Nadia cara, come hai ragione di scrivere di questo amore “per le cause perse”… Ma l’importante è che sia, ancora e sempre, AMORE.
    Grazie, amici cari, della vostra “calda” presenza, e a presto. Con gratitudine e affetto
    Mariella B.

  3. C’è forse ancora un po’ di speranza se ci siamo noi, qui, (in pochi, forse, ma cosa importa?) a celebrare questa tenace memoria di un’etica civile oggi così vilipesa, in questa parola (altissima e così sapientemente disadorna) che sa farsi carne, con questa dolente, stremata intransigenza di Mariella Bettarini, voce preziosa, in dono per questi anni sordi, (e sordidi), da cui forse un giorno “emergeremo”.
    Grazie a tutte voi, splendide, generose presenze di questa autentica Dimora per ogni superstite “baluardo” di Umanesimo.
    francesco.

  4. Ringrazio Nadia, Carmine e Francesco (ben tornato!) per le gran belle parole, che condivido pienamente, nei confronti di un’opera che ha incrociato e segnato, nel corso del tempo, il cammino di tanti, poeti e non.

    E ringrazio di tutto cuore Mariella Bettarini per essere qui con i suoi testi e con la sua “presenza”. Ho preferito riportare, in testa al post, le sue parole, “misteriosamente” semplici e profonde, che sono il manifesto di un’arte (e di un’esistenza) al servizio di un’idea alta di rigore e di coerenza etica, tenacemente protesa, quale che fosse la forma o il genere in cui ci è stata presentata e offerta negli anni, all’ascolto, all’apertura, all’incontro con l’altro.

    Scrivere, oggi, in particolar modo poesia, ignorando una “lezione” come la sua, equivale (parafrasando Nicola da Cusa) alla pretesa di spiegare i colori essendo totalmente ciechi dalla nascita.

    fm

  5. ho letto con amore e rabbia i tuoi testi e l’introduzione ad essi, una *lezione*, appunto, da ricordare.

    grazie.

    libro da libreria
    o uomo vivo
    carta
    o carne – occhio marrone
    o gorghi d’inchiostro
    – da quale parte
    te ne sei andato?

    non è possibile
    saperlo se qua restano
    cestole
    che non parlano
    o – se parlano – parlano
    solo come stracchi pappagalli
    e scimmie di te – nastri
    copie – ripetizioni – ormai
    solo oggetti – carte
    dans la mer(de) de la mode

  6. Molto belli questi testi, un chiaro spaccato di un’epoca, trent’anni in cui più che migliorare le cose sono implose nel peggio.

    grazie
    lisa

  7. Non ho mai incontrato Mariella Bettarini. Non ancora. Ci siamo scritti, ho avuto il privilegio di essere accolto sulle belle pagine dell’Area di Broca, curate con passione assieme a Gabriella Maleti e a un nugolo di amici, tra cui amo ricordare almeno Alessandro Ghignoli, che di lei mi parla come di una grandissima maestra e amica, maestra in ascolto. Ho avuto altresì il privilegio di ricevere i suoi libri, su cui spero di avere la degna occasione di intervenire. E’ sempre esistita. Se uno mi chiedesse: ‘la Bettarini?’. -‘eccola, qui, accanto a me, una dei nostri! lo confesso pubblicamente e non è per dire: ho sempre amato Mariella Bettarini, il suo lavoro, il suo rigore, la fluidità ospitale del suo verso, la disponibilità della voce. Mariella nella mia vita di giovane studente, dibattuto tra studi e rivolte, e di ragazzo ormai adulto, c’è sempre stata. Non come una icona, ma come una presenza viva, una voce altissima e amica. Mariella è nel dna della mia cultura, della mia formazione. Mariella rappresenta una prospettiva incodificabile di libertà stilistica e di rigore morale. La possibilità di dire e rinnovarsi senza mai venire meno, senza tradire. La sua poesia, è, pasolinianamente vissuta al cento per cento non come quella di pantofolai ‘limoni acidi’ ridotta al venti per cento. Sono rare, credo, le personalità nella nostra cultura che abbiano posto a fondamento del proprio percorso nozioni quali accoglienza, ospitalità, condivisione ascolto; in una parola, prodigalità. Quando penso a lei, me la vedo sempre in un ideale e concretissimo Panteon di umanità, con Danilo Dolci e Roberto Roversi, tre grandi in generosità.
    Si può tranquillamente affermare che Mariella Bettarini sia a pieno titolo tra le protagoniste più originali e fervide della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni. Come si può affermare che sia un punto di riferimento per molti, moltissimi, tra più generazioni.
    Ma quello che su ogni altra cosa va ribadito, è che Mariella Bettarini è certamente una voce poetica bellissima. Sia che scriva versi civili o, pasolinianamente, incivili, sia che attinga al proprio privato, sia che guardi, allegoricamente, al mondo creaturale, alla natura. La levità dei toni, l’armonia ricercata nelle morfologie espressive, l’attenzione e la cura prosodico-ritmica, la musica che è nelle sue parole, sono testimonianza di una pratica di pazienza e artigianato enormi. Ben oltre le mode, le consorterie e i mercantilismi, Mariella Bettarini va considerata per quella che effettivamente è: una delle più autentiche esperienze della nostra poesia. Grazie, di cuore, anche pasolinianamente, con rigore e con passione.

  8. Un abbraccio affettuoso a Mariella, amica fin dai tempi di “Salvo Imprevisti”.
    Il ‘Trittico per Pasolini” uscì sull’Almanacco dello Specchio n. 8 (1979) con introduzione di Roberto Roversi.
    Grazie, carissimo Francesco…
    Mariella interverrà nell’ultimo degli incontri del ciclo “Gli insetti preferiscono le ortiche – Donne in poesia”, su Radiotreccia, in dicembre.
    L’ho appena sentita per telefono e mi ha confermato la partecipazione.

  9. E’ stato un gran piacere conoscere più a fondo Mariella Bettarini.
    Rileggerò ancora e con cura ma nel frattempo penso che persone come lei ed i suoi amici dovrebbero essere ETERNE! Grazie e a presto. Marlene

  10. Carissimi amici/amiche tutti/e,

    che dire, dirvi? Sono profondamente commossa dei vostri “commenti” che, più che altro, sono vita, empatia, solidarietà, amicizia, comunanza, condivisione.
    Vi abbraccio tutti, con sincera, totale gratitudine, e spero di continuare – ma davvero TUTTI INSIEME – ad essere capace di proseguire il mio/nostro “dovere” di presenza, “resistenza”, scrittura-come-civile-artistico-impegno (e spero di non aver abusato di alcuna parola…).
    Un saluto gratissimo da parte di

    Mariella B.

  11. Esatto ciò che affermi: – TUTTI INSIEME- e quando la guida alla PRESENZA- RESISTENZA con la scrittura e l’ affermazione dei diritti nella PRATICA sei tu, in tanti dovrebbero stare al tuo fianco.
    Se n’ è andata una grande Donna come TERESA SARTI ed il nostro animo è addolorato. Capisci ora la mia affermazione sull’ ETERNITA’ del messaggio che le persone come lei e come te possono diffondere e difendere? Perchè se ne possano raccogliere i frutti. Non importa quando. Aspetteremo…. ma in viaggio. Un abbraccio. Marlene
    A Mariella B.

  12. come non essere d’accordo con tutti voi. su e per /soprattutto/ quando è Mariella Bettarini la protagonista, meglio: la co-protagonista, di quel ‘tutti insieme’.
    mi ricordo di un testo dal titolo “L’amicizia”, lì si apre anche ai più duri (di comprendonio, come me!!) e allora uno (io) si sente fortunato-issimo nel aver conosciuto, frequentato, condiviso (nei miei limitissimi) la poesia, le scelte, la ‘politica’ dell’essere e molto di più con lei, con Gabriella Maleti con tutti gli amici (presenti e andati) della redazione de ‘L’area di Broca’ (già Salvo imprevisti, detto niente!)

    un abbraccio (a quei tutti)

  13. Un abbraccio a tutti: un “tutti” con cui proseguire con fiducia, senza smettere mai di “andare”, quale che sia la forma delle orme che lasciano i passi.

    fm

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