Il tempo immobile e tremendo di Mario Benedetti – di Giuseppe Panella

[RETROGUARDIA]

giovan battista mazzucco

La gloria dell’uomo, allora, consiste nel resistere al tempo che vorrebbe “fiaccarne” le risorse esistenziali e comprendere che c’è qualcosa di più oltre la semplice e compiutamente raffigurabile espressione dell’esistenza che egli porta a compimento nel corso della sua via verso il futuro prossimo: anche l’eternità è fatta di giorni, di ore, di minuti e si ritrova dovunque, in qualsiasi luogo.

 

Il tempo immobile e tremendo di Mario Benedetti.

«Or, perché umana gloria ha tante corna,
non è mirabil cosa s’a fiaccarle
alquanto oltra l’usanza si soggiorna;
ma quantunque si pensi il vulgo o parle,
se ‘l viver vostro non fusse sì breve,
tosto vederesti in fumo ritornarle. –
Udito questo, perché al ver si deve
non contrastar ma dar perfetta fede,
vidi ogni nostra gloria al sol di neve;
e vidi il Tempo rimenar tal prede
de’ nostri nomi, ch’io gli ebbi per nulla,
benché la gente ciò non sa né crede:
cieca, che sempre al vento si trastulla»

(Francesco Petrarca, Triumphum Temporis)

Bartolo Cattafi muore nel 1979 (***) – risulta così un poeta interamente confitto nel mondo lirico e immaginale del Novecento. Mario Benedetti è, invece, poeta del secolo nuovo che, in parte, sembra riprenderne il modello stilistico in chiave di più rarefatta ambizione all’osservazione e al ricordo estremo di un mondo senza tempo e senza ambizioni di sogno.

«Le mani sulla mela, sole con il verde
le dita avvoltolate nelle bucce.

Le cassette dorate che Rina portava dal lavoro,
quelle cadute sul prato, mamma, che cosa mangi?

E il succo nella bocca della tua eternità
dove il mondo è stato unico e minuscolo.

Povera umana gloria
Quali parole abbiamo ancora per noi?» (1).

E’ questa la domanda fondamentale che la poesia aspra e semplice, limpida e sognante, di Mario Benedetti pone a tutti coloro i quali amano e perseguono l’ideale di una scrittura poetica assoluta.

E’ una richiesta quella che vale per ognuno – disperata e solare com’è al tempo stesso e come risulta, infatti, per chi la ascolta nel momento in cui viene pronunciata.

Quali parole, infatti, abbiamo ancora a disposizione per dire quello che sappiamo e quali parole possiamo utilizzare in maniera adeguata, dignitosa, perspicua per poter riuscire a farlo?

Certamente non ne abbiamo più molte a disposizione da utilizzare ancora per dire l’”umana gloria” in maniera tale da non doversi più vergognare di esse e non doverle abiurare con dolore e dispetto.

La lingua che si può ancora usare per rendere più nitido e preciso l’orizzonte di visibilità del presente è fatta di un lessico scabro come le pietre dei viottoli di montagna che il suo narratore poetico (e sempre nostalgico di essi) percorre ancora oggi almeno nel pensiero.

Nella scrittura e nel mondo poetico di Benedetti, gli uomini possono opporre alla morte soltanto un proprio gesto di accettazione finale, di presa di coscienza della conclusione del loro percorso vitale in un mondo che hanno sempre sentito come “unico e minuscolo”, come terribilmente limitato e, nello stesso tempo, enorme e senza limiti naturalmente intesi. E’ il mondo delle parole, infatti, che fronteggia quello delle cose viste: le mele (come si ritrovano, ad esempio, in un noto quadro di Cézanne), le mani che si perdono e non ritrovano se stesse nel vano gesto di raccoglierne le bucce, il pacato e misurato gesto di mondarle e di trarne il succo vitale per riprovare a vivere ancora.

La gloria dell’uomo, allora, consiste nel resistere al tempo che vorrebbe “fiaccarne” le risorse esistenziali e comprendere che c’è qualcosa di più oltre la semplice e compiutamente raffigurabile espressione dell’esistenza che egli porta a compimento nel corso della sua via verso il futuro prossimo: anche l’eternità è fatta di giorni, di ore, di minuti e si ritrova dovunque, in qualsiasi luogo. Non certo trionfalisticamente né al suono della grancassa dell’umanesimo becero e sornione che ritrova tutto nel tempo e solo ad esso si rivolge ma nell’accettazione del breve giro di valzer della vita che si consuma e, nello stesso tempo, si conserva proprio nel momento in cui scorre e permette così il suo ritrovarsi unitario e concorde in una totalità priva di enfasi e ricca del “succo” necessario a tenerla in piedi.

Mario Benedetti è poeta solo da poco giunto alla ribalta dei premi letterari e della grande editoria. Un poeta appartato anche se spesso assai attivo sotto il profilo critico. Umana gloria (da cui si è citato precedentemente uno dei testi più significativi) è la sua opera finora di maggior respiro e di maggiore maturità espressiva, un testo in certa misura conclusivo (anche se la sua collocazione così perentoria nella Collana mondadoriana dello “Specchio” non basta a farne un autore abbonato ai premi di poesia – come pure è stato definito un po’ troppo causticamente – né ad imbalsamarlo nella dimensione di nicchia di un classico forse troppo precoce). In realtà, il suo percorso è assai più complesso e frastagliato di quanto la compatta architettura del suo libro “maggiore” possa far pensare. Prima di questo Umana gloria, Benedetti aveva pubblicato quattro plaquettes di versi (I secoli della Primavera, 1992; Una terra che non sembra vera, 1997; Il Parco del Triglav, 1999 e Borgo con locanda, 2000). Alcuni dei testi de libri precedenti, comunque, sono confluiti in questo volume finale che ne rappresenta in certa misura una sintesi coerente. Ma va detto che nessuno dei suoi testi poetici, sia per la semplicità delle dichiarazioni tematiche che per la limpidezza del suono poetico che emanano, sembra il frutto di quello scavo e di quella elaborazione linguistica di lunga durata che, in effetti, è diventato.

E, in ogni modo, se lo stile di Benedetti può sembrare, in certa misura, “opaco” (come ha osservato anche Maurizio Cucchi in una sua breve nota recensoria su “La Stampa”), la sua natura piana e scandita, senza salti e senza eccessi di tono, conserva una pacata musicalità di fondo, quasi un basso profondo che non vibra mai troppo a lungo ma fa avvertire al lettore più attento la sua presenza e la sua intensità. Strutturati sull’onda di versi lunghi e ipermetropi nella maggioranza dei casi (come l’esempio citato in apertura facilmente dimostra), i suoi testi tendono quasi necessariamente alla prosa (e il libro ne contiene quattro dichiaratamente tali – in una sezione che va da p. 69 a p. 75) e all’estensione nella liricità narrativa.

Tutte le sue poesie, nonostante la frequente contrazione metaforica dei raccordi che contengono, tendono ad una narratività sobria e lieve che non permette l’esistenza di spazi dedicati alla retorica delle ideologie disperse nella memoria o al colore sbiancato dei rimpianti generazionali. Le sue immagini poetiche non sono ad alta densità rappresentativa (non sono “belle” da un punto di vista immaginifico, in sostanza) ma sono capaci di compiere cortocircuiti nella descrizione o nella narrazione di eventi apparentemente marginali o laterali rispetto alla Storia comune ad ognuno degli uomini o alle biografie più affollate di fatti e di avvenimenti.

Per Benedetti, infatti, la vita è sempre feriale, è intessuta cioè di vicende che non sono “gloriose” ma quotidiane e apparentemente irrilevanti per gli altri. Vicende, tuttavia, che vanno vissute “come una veglia”. I temi e gli ambienti dei suoi testi poetici sono modesti e silenziosi, intessuti di piccoli e scabri movimenti, esaltati dai momenti della vita di tutti i giorni, scardinati soltanto dall’eterno rincorrersi di nascite e di morti avvenute nell’ambito della cerchia familiare allargata e lasciati intatti anche dalla logica più “avventurosa” dei viaggi in luoghi e paesi che potrebbero far pensare ad una diversa collocazione della scrittura e del suo desiderio di accogliere l’Altro in se stessa.

La materia che affiora dalle sue sobrie leggere tessiture di parole è povera, fatta com’è di attese, di silenzi, di frammenti di discorso, di personaggi che sono poco più che ombre e poco meno che sussulti. La solitudine, ad esempio, è colta attraverso gli atteggiamenti della vita di tutti i giorni – tagliare la legna, cucinare, aspettare l’inverno, correre in bicicletta.

L’”umana gloria” del vivere si ritaglia, nell’azzardo legato alla sua inevitabile vicenda, lo spazio della poesia. E quelli che predominano sono gli affetti più semplici (l’amore per la madre, il ricordo del padre ammalato, l’ammirata attenzione al paesaggio della sua terra, il vagheggiamento un po’ trasognato di altre giornate da trascorrere che vengono vissute e insieme dimenticate, il lavoro e la pacata conversazione con i familiari). Il risultato che Benedetti raggiunge è quello di cogliere un livello di viva e sincera autenticità umana che la poesia da molto non coglieva più e che vive in una accorta e mite dimensione certo trascolorata e forse sbiadita ma mai volutamente crepuscolare e stinta. Il “vero verde” di Benedetti non è fatto delle parole piene della tradizione ermetica (come in Quasimodo – tanto per citarne uno di alto livello) quanto delle assenze, delle mancanze di epos, del prendere e riprendere sempre la stessa strada e rievocarla.

La fragilità del reale e della natura costituisce paradossalmente la verità della sua epica dimidiata e sommessa e la sostanza (questa sì granitica!) del suo ethos contadino e saldo nei propri principi.

La concretezza degli oggetti, la sicurezza che i luoghi in cui si è vissuto danno di saper durare e di perpetuarsi nel tempo infinito che li attende, la ripetizione delle situazioni descritte sostanziano una scrittura di grande intensità e di grande dolcezza sognata e soffusa.

Attraversando l’esistenza di ogni giorno, la malinconia che pervade questa traversata si fa forza di vivere e aspirazione ad accettare la bellezza non consueta della capacità umana a rendere praticabile ed accessibile qualsiasi percorso.

E’ per questo motivo che risulta difficile comprendere e giudicare se risponda a verità l’”accusa” che più frequentemente viene rivolta a Mario Benedetti e che è quella di essere un “neo-petrarchista”, accusa che condivide con uno dei suoi maestri più manifestamente “dichiarati” e cioè Andrea Zanzotto. Va detto però che se per il poeta di Pieve di Soligo il confronto con Petrarca (si pensi allo “sperimentalismo classicista” di raccolte come Galateo in bosco o La beltà) si fonda quasi esclusivamente sul recupero di una tradizione lirica di metri e di ritmi condivisi per poi sprofondare magnificamente nell’ascolto letterario dell’inconscio, per Benedetti c’è probabilmente una maggiore adesione a quei temi di fondo della poesia petrarchesca che vanno oltre la scansione della poesia d’amore e il recupero della dimensione autobiografica.

L’accenno più volte fatto da Giuseppe Genna nelle sue pagine dedicate al libro di Benedetti e irradiate direttamente sul web (nel suo blog intitolato a I Miserabili ad esempio) e che si rifanno alla lezione classica dei Trionfi che trova nel poeta toscano un iniziatore tanto più significativo quanto poco successivamente perseguito anche nella dimensione barocca che si intitola al petrarchismo è, a questo riguardo, assai significativo e culturalmente importante.

D’altronde, gli accenni polemici di alcuni poeti più legati all’avanguardia tardo-novecentesca italiana (come Lello Voce) trovano proprio nell’imputare un retaggio petrarchesco alla poesia di Benedetti il loro maggior punto d’appoggio per la loro critica forse eccessivamente severa.

Se il Canzoniere sembra escluso dall’orizzonte poetico di verifica della poesia di Benedetti, i Trionfi, invece, con la loro accorata e raziocinante rivendicazione del declino personale e comune e dell’impossibilità della vita terrena a farsi assoluta pietra di paragone del presente possono costituire un punto d’approdo di una ricerca a ritroso di convergenze e di anticipazioni tematiche.

«E’ stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.

Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.

Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono» (2).

L’ “umana gloria” è nel tempo che passa e appartiene al tempo che viene: si ritrova nello stupore di essere ancora vivi, nella meraviglia che il vivere consenta di passare attraverso la realtà delle cose e di continuare a ritrovare la verità profonda del mondo “tra le erbe, i mari, le città”. Il presente è tutto attraversato dalle trascorse scie d’amore di un passato che non è possibile far ritornare e riemergere ma che continua ad essere salvato perché recuperato dai gesti e dalle visioni della poesia. Una poesia che è fatta della materia più povera (quella di cui sono intrise le nostre vite non eccezionali e non definitive) ma che proprio quella povertà riscatta con la sua potenza espressiva e riflessiva. In questo modo, Benedetti coglie le ragioni e le radici della sofferenza e le riconnette alla dimensione del vivere per giustificarle e redimerle nei limiti di un possibile terreno creaturale. Questo processo emerge con chiarezza da poesie come quella che segue:

«Venerdì santo.

Il cielo sta su nel pensiero di piangere.
Sulla strada
gli uomini sono andati metà muro, metà fiume.
Sto qui molto lontano dai templi,
dalle processioni tra i lumini,
molto lontano dai romanzi
dove c’era la luce dei visi.

Sto con gli ultimi anni di un uomo a cui voglio bene,
vorrei perdonargli di morire, cosa fare.
A sapere bene forse potrei dire:
anche per noi una visione intera
con uno specchio sopra, con un cielo.
Mi tengo al suo sguardo perduto
così particolare, così solo,
senza romanzi, con il campo che non è un mondo.
Non so andare avanti» (3).

Come era accaduto anche nel caso di Cattafi, la poesia si arresta di fronte all’immagine che la contiene – e non va avanti. Le immagini che sprigionano da essa saranno capaci di farlo.

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(*) Il riferimento a Bartolo Cattafi, all’inizio e alla fine dello scritto, è in relazione al contenuto complessivo del saggio di Giuseppe Panella di cui il testo qui presentato è la seconda parte: LE IMMAGINI DELLA POESIA. Due modelli di descrizione lirica: Bartolo Cattafi e Mario Benedetti.
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Note

(1) Mario Benedetti, Umana gloria, Milano, Mondadori, 2004, p. 112. Mario Benedetti è soltanto omonimo del grande poeta e narratore uruguaiano di cui, casualmente, porta lo stesso nome e cognome. E, d’altronde, la potente ondata dell’emigrazione italiana nel mondo può comportare, profittevolmente e senza stupirsene più di tanto, la compresenza di due importanti scrittori di uguale origine sulle due sponde dell’Oceano.

(2) Mario Benedetti, Umana gloria cit., p. 35.

(3) Mario Benedetti, Umana gloria cit., p. 31.
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Già apparso su Retroguardia del 8 dicembre 2008.
Disponibile anche in formato pdf.
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Immagine fotografica di Giovan Battista Mazzucco.
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4 pensieri riguardo “Il tempo immobile e tremendo di Mario Benedetti – di Giuseppe Panella”

  1. per MARIO BENEDETTI:- Belle belle e poi belle ” immagini feriali” di una Poesia che non aspira all’ eternità ma all’ Umanità. Che, alla FINE, è ciò di cui l’ essere umano ha bisogno per muoversi su questa terra guardando avanti, e camminando, anche con fatica.
    Grazie a F. M. per le sue scoperte- ricerche dense di umanissima sensibilità e stile.

    ” Mordiamo la vita come un’ aspra mela,
    giocandoci insieme gioiosi, felici,

    tocchiamo l’ azzurro del cielo col dito
    ma che ci aspettiamo poi dall’ infinito?

    Nel crepuscolo di dèi ma alba affilata
    di pietre giallastre, di guerra strillata.”
    LOUIS MAC NEICE, Aubade

    Marlene

  2. Marlene, qui abbiamo un poeta di valore e uno studioso di rango (con cui si va sempre sul sicuro): la scelta diventa non solo facile, ma obbligata.

    fm

  3. Credo, nel mio piccolo, di averlo inteso. Leggo e rileggo ed ogni volta trovo spunti differenti.
    La figura e la sostanza di Mario Benedetti rimane sempre integra, ciononostante.
    G. Panella E’.
    Non oso altro.
    Grazie a lui, a Te, a questa accogliente Oasi di tormenti ri-flessi. Un bacio
    Marlene

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