Funambolismi – Poesie inedite di Michele Obit

405grande

Michele Obit – Funambolismi

     (Caicedo)

Ancora non tocco il fondo – e può essere
non ci sia fondo – ancora non è il fondo
questo alzarmi ora dal mio corpo-letto
e spogliarmi del mio corpo-cella

e guardare da una finestra a forma di spillo
il mondo che si avvolge come su un nastro
centoventi minuti o una vita – un attimo
prima che si spengano i riflettori.

Ancora non esco da questa prigione
che ha strade ed alberi ed altalene
l’immondizia calpestata dalle auto
ormai impressa dell’odore dell’asfalto.

Vivere più di venticinque anni
è un’insensatezza – o è un’insensatezza
questo vivere – e fosse sufficiente
infilarsi le scarpe la mattina

sorridersi allo specchio ed evitare
che i denti stringano troppo forte
e con che coraggio cercare le chiavi per uscire
e l’ombra dei platani e delle betoniere.

Come chi scrive vorrei non andare a dormire mai
e quando dormo mai svegliarmi – un’irriverenza
forse – come un dirsi: è un’altra vita
e non questa e nessun’altra

che risucchia e concede spasimi
s’inebria e quatta quatta ti fa sprofondare.
Io allora ti mostro le mie mani legate
e ti dico il mio vagare appresso

così che potrai solo riconoscermi
mentre scendo e salgo lo scavo dei marciapiedi
mentre la rumba ha inizio – si ripercuote
s’infervora diventa frastuono lamento silenzio.

Andres-Caicedo-09

[Andrés Caicedo, scrittore colombiano nativo di Cali (1951-1977). Ha scritto e pubblicato racconti e opere teatrali ed è stato critico cinematografico. È morto ingerendo una forte dose di barbiturici.]

 

*

 

     (i ponti levatoi)

Quanto è poco epico questo andare per parole
quasi un rotolare senza toccare
la terra che mai precipita e sprofonda

come l’appartenere a questo mondo
che è pandemonio di sole e di acque.
Qui i ponti levatoi non s’innalzano

sino a toccare il solido muro
(per noi che non siamo né passione
né memoria il muro non va a porre ostacolo

ma è onda schiumosa che incontra
altra onda) – stanno in quel punto sospeso
da cui si possono vedere le stanze ferite

ranjeje sobe, ki se jim okna odpirajo v zelenje,
zazidane v sneg
. (*) Là dove gli attimi
si svolgono senza l’attesa di un incedere

o di un temporale che bagni
le finestre e pregiudichi lo sguardo
su un corpo avvolto o su una pineta.

Perché qui tutti fuggono
lasciando impronte saltuarie e rami
spezzati – qui tutti hanno qualcosa

da dire o da fare ma intanto scrutano
la strada e sanno dove andare (o percepiscono
l’indifferenza che li accompagna).

Ed io a tenere aperta quella porta
solo per sentire un leggero alito di vento
quando si sollevano le tende e l’alba

racconta di un giorno nuovo – carico
di una felicità che presta coraggio
– di un fioco sapore sulle labbra.

[(*) Da un poema di Miklavž Komelj, poeta sloveno: stanze ferite, le cui finestre si aprono sul verde, / costruite nella neve.]

 

*

 

     (radon)

Terra che si scatena
sta al mio fianco ed io guido
dice: non più – dice: si accumula
tutto il male e la rabbia che
ho dentro – e quando le faglie
attivano il gas allora sì trova
una via di fuga e raggiunge
la superficie – perché alla fine
è vero che ti amo e non posso
però è anche vero che il tuo egoismo
fa crollare ogni piccola conquista
e lo dice a voce bassa – e tutto
si poteva esattamente prevedere
tranne l’andamento oscillante
del sismografo.

*

Ora che leggo di tuo padre mi chiedo
quali eserciti abbia visto il mio
e soprattutto quali abbia combattuto:
l’ho visto solo perdere un dito in fonderia.

Eppure se ne è andato da soldato
nella sua trincea personale di forni
a microonde e camicie ben stirate.
Quando ci ha lasciati ho pensato

che l’aveva fatto già molto tempo prima.
Ho un fiume che scorre davanti a me
più veloce di quanto pensassi – e con sé
porta via tutto – anche queste prime aurore di maggio.

 

*

 

     (canto per Eluana)

Mi piacerebbe pensare che questo corpo
non ha nulla a che fare con me. Eppure
qui attorno le ossa rotte singhiozzano
e la carta moschicida quasi non attacca –
si inchiodano al muro solo i ronzii.
Ma io non so tutto questo.

Fuori ai lati della strada gruppi
dimostrano con cartelli – ognuno
ha la sua parte – le antenne paraboliche
e l’etere che impregna. Aprono i portoni
ed una madre con il passeggino si volta.
Ma io non so tutto questo.

L’unica cosa che posso partorire sono
escrementi – mentre labbra occhi capelli
s’inaridiscono – la spina dorsale degli uomini
è fatta per sostenere troppe cose – e ben vive.
A me basta distendermi ogni sera
nel mio corpo – mentre l’aria odora di sambuco
ed un mare senza fondo s’impossessa delle cose.
Ma io non so tutto questo.

 

*

 

     (le piogge future)

Arriveranno e noi barricati
lo sguardo
a desiderare ampiezza

noi ed il senso
che diamo alle cose
alla famiglia
allo stare bene
al lavoro
a ciò che mangiamo

ma anche alla sopravvivenza
alla distruzione
al fascismo

noi non abituati
a percorrere vie nuove
ma garanti
di un potere vecchio
assoluto
nelle sue cancerogene
infinite forme

noi immemori
tutt’altro che solidali
il nero fa paura

senza preavviso arriveranno
chiuderemo le porte

distrattamente

le teniamo sempre chiuse.

 

______________________________

Michele Obit è nato a Ludwigsburg (Germania), nel 1966; vive a S. Pietro al Natisone (Udine). Ha pubblicato Notte delle radici (Vattori, 1988), Per certi versi (Kellermann, 1995), Epifania del profondo (Thanhauser, Austria, 2001), Leta na oknu (Editoriale stampa triestina, 2001), Mardeisargassi (Mobydick, 2004). Ha curato e tradotto l’antologia Nuova poesia slovena (Editoriale stampa triestina – ZTT Est, 1998). Dal 1996 organizza la sezione poetica Voci dalla sala d’aspetto di Stazione di Topolò. Nel 1999 ha co-fondato il laboratorio sulla traduzione poetica Linguaggi di-versi / Razlicni jeziki.

______________________________
Immagine: Emilio Tadini, Città, anni ’90.
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***

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25 pensieri su “Funambolismi – Poesie inedite di Michele Obit”

  1. La morte di un amore, quella di Eluana, la guerra nella trincea delle fonderie combattuta da tuo padre, il potere corroso da infinite forme cancerogene.
    Territori inquinati e devastati dai quali gli industriali fuggono.
    Ma c’è chi ha sputato i polmoni di amianto e chi rimane ad attendere in sospensione di decenni.
    Non fanno ciao ciao con la manina (come quegli industriali )i tuoi struggenti Versi, Michele. Ma trasudano amore e dolore autentico che entra nelle mie fibre. Marlene

  2. Sono felicissimo di leggere qui i testi di Michele, che trovo un poeta di grandissimo spessore. Di Michele Obit apprezzo molto la parsimonia, prima di tutto nelle parole, quasi volesse distillare nel corso del tempo ciò che veramente vale e resta. Una vita al setaccio che risalta anche da queste poesie, dove a me pare che non ci sia una parola che non sia voluta, cercata, caricata del suo significato.
    Un caro saluto a Michele, e a fm.

    francesco t

  3. straordinaria questa proposta sussurro resistente al cielo alle urla dal silenzio
    veramente ogni parolo non ha altro suono leggerezza importanza se non quella del forte significato
    onorato di aver potuto leggere
    e capire altre cose
    grazie
    c.

  4. Bellissime! Caicedo è un gioiello, l’ho letta e riletta, la rileggerò, perchè è incredibilmente bella, e forte…ma anche le altre…
    Complimenti all’Autore, e grazie a Francesco per la proposta. Un caro saluto a tutti
    stefania

  5. Rileggo, stasera questi testi di Michele, dopo averli letti pochi giorni fa. Li rileggo con la gioia, e il dolore, che sempre produce la poesia, quando è grande. Per me Obit è la verità di un’anima profondamente innervata alla parola e alle pause che si spalancano fra una parola e l’altra, il misterioso, echeggiante, carsismo dei silenzi fra le rocce dei versi. Ma Michele è anche una splendida persona, un amico che, quando ce l’hai, cerchi di tenertelo stretto; ecco, lui E’ il poeta fatto persona, quello che non ti delude quando, oltrepassando il filo spinato, le stelle filanti delle parole, incontri l’uomo (così è per Tomada, per Fierro, per Crico…). Ed è così confortante, per me, in questo sconfortante nord-est, sapere che loro ci sono, che sono qui, a due passi, soltanto a un urlo di distanza.

    Ciao Michele, con affetto e tanta stima. Fabio F.

  6. * Quanto è poco epico questo andare per parole…..guardare da una finestra a forma di spillo….rotolare sul mondo senza posarvi il piede…*
    Eppure sulla Rift Valley restano ancora le orme dei nostri avi… E da tante altre parti, a ben guardare, altre tracce sono salvate e intrecciate alle pietre e alla memoria. /I nuraghi..Le Domus..i Dolmen../ Nelle terre del Carso come nella mia Sardegna che è terra di passaggio e crocevia di razze.Teatro di guerre e museo all’ aperto di passati coloniali (e non alludo alle spezie) si cerca di salvare..La lingua, la terra, il mare, il genere umano ed anche gli animali. Dal fuoco, dall’ignavia, dalla passività, dalla rassegnazione. C’è un singulto estremo di volontà che si perde in rivoli di parole mentre intorno avanza l’ orda di barbari indifferenti; avezzi all’ usa e getta, che riempiono di catrame gli arenili. E le cattedrali nel deserto sono cimiteri per chi ci suda il pane. E chi rimane deve fare i conti con i fumi che tra dieci, venti, o chissà meno, anni distruggeranno i polmoni ed i bronchi. I loro e quelli dei figli che respirano aria infetta. A Udine, a Trieste, a Monfalcone come a Porto Torres, a Sarrok…* Arriveranno le piogge future e noi barricati lo sguardo a desiderare ampiezza…* Michele Obit dipinge ed i suoi non sono acquarelli. Marlene

  7. Ringrazio tutti, i nomi sono qui sopra, e Francesco Marotta, che non ho il piacere di conoscere di persona, ma chissà. Come ho già detto a qualcuno di voi, sperando di non passare per falso modesto non credo di meritare tanti elogi. Sono semplicemente uno che scrive. Se sembro un orso è per mia autodifesa, se scrivo ciò che scrivo è per non mettermi a urlare dalla finestra ogni mattina che mi sveglio, i vicini si preoccuperebbero. Ringrazio ancora chi mi legge e, sì, PPP ne sarebbe contento. (michele obit)

  8. Ascolto le voci dei morti e ci parlo. Immodestamente provo a recepire la felicità di PPP dentro la sua malinconia.
    E la colgo.
    E’ anche la mia, (malinconica felicità), la tua. Michele, quella di chi apprezza ed ama le voci di dentro. Dunque non spaventare i vicini e continua a trasformare il tuo grido in suono. Amen! Grazie Marlene

  9. Un poeta importante, Michele. Lo avevo intuito dalle sue traduzioni. Felicissimo di leggerlo ora. Si respira nell’aria giusta, qui. Non è forse “l’aria rubata” di cui scriveva Mandel’stam? Ciao a tutti. Marco

  10. sarà per una mia strana deformazione, ma quando apro un libro, vado a leggere, per primo, l’ultimo testo. Còsì mi inbatto ne ‘Le piogge future’, e ne sono colpito. C’è la percezione dell’incognita e del pericolo, ma pure la consapevolezza di una risposta, di esserne in qualche modo consapevole. da un lato, il rumore nero di un mondo che avanza, dall’altro, lo sguardo, a ‘desiderare ampiezza’. Quale scommessa più ardua, e quale esperienza irredimibile è la parola, nella sua richiesta di senso, nella sua volontà di sguardo? C’è in questi versi la percezione fisica di un allarme, di una minaccia di fine: come le rapide che ingoiano pure l’aurora, la vita vive su una soglia di gore e di calanchi, in una guerra oggidiana e feriale, in postazioni di trincea domestica e lavorativa, dove è ‘poco epico andare per parole’, dove tutto pare ‘un rotolare senza toccare la terra che mai precipita e sprofonda’, proprio come in una tragedia che implode, privata della forza di esplodere. Leggo in questi testi di Michele Obit, un altro nato negli anni ‘sessanta, un altro che ha lavorato evidentemente in grande solitudine, la percezione di una stimmung che mi (ci) riguarda molto da vicino. I testi sono molto belli, e non è per dire, di una intensità e di una forza senza la necessità di maschere o infingimenti. E dove il paesaggio è nella durezza del tempo e delle cose.

  11. Gran bel parterre di commentatori per un autore che, come dice Marco, è “importante”.

    Grazie a tutti, a iniziare dal nostro gradito ospite.

    fm

    p.s.

    Manuel, prima o poi bisognerà raccogliere i tuoi interventi in un “Quaderno”…

  12. Mi approprio di questo spazio, oltre che per salutare Michele, per ricollegarmi a due lettere di Tomada e Cohen che parlavano degli autori nati tra gli anni Sessanta e Settanta nel Triveneto. L’argomento – lo confesso – mi intriga molto ma, al tempo stesso, ammetto di essere da sempre un po’ allergico a quasi tutti i raggruppamenti creati dai critici come, del resto, dagli artisti stessi. Non che non si possa fare – a volte, come nel caso dei futuristi, sono progetti comuni che portano a risultati certamente importanti – ma, in genere, mi sembrano delle forzature. Gabbie interpretative in cui, per comprensibile ed umanissima volontà di semplificazione o per dar maggior forza a persone che di forza non ne hanno a sufficienza se prese da sole, cerchiamo di rinchiudere qualcosa, come l’arte, che da sempre sfugge ad ogni definitiva classificazione. Parlare degli autori nati negli anni Sessanta e, in modo ancor più preciso, di quelli nati in quegli anni nel nordest d’Italia, può essere interessante soltanto – forse, dico forse perché magari sbaglio di grosso – per capire le cause che hanno portato al formarsi di produzioni poetiche particolarmente significative. Non mi sono mai piaciute troppo le antologie poetiche o le mostre che tendevano a raggruppare gli artisti a seconda della loro età anagrafica. Perché? Perché vi sono autori che si rivelano subito, da adolescenti, ed altri che a tarda età, com’è accaduto al grande poeta veneziano Tomiolo, si scoprono autori di versi eccelsi. Altri che diventano famosi da giovani, non sempre per merito ma per fortunose coincidenze, ed altri che lo diventano da vecchi come Marin o non lo diventano mai, da vivi, come è accaduto al povero Van Gogh. Possiamo ritrovarci a leggere, così, nello stesso anno, il lavoro di due esordienti di sedici e novant’anni ed essere, in eguale maniera, influenzati dalle loro opere.
    Questo per dire che, pur stimando profondamente gli autori citati da Manuel, ve ne sono anche altri, miei coetanei, che vivono nei miei stessi luoghi, da cui mi sento davvero molto, molto distante. Autori da cui mi divide una diversa visione del mondo, diverse letture ed incontri, o semplicemente il fatto di essere nato tra i campi e non in città, con una roggia d’acqua limpida davanti casa, immerso nei canti degli uccelli e non nei suoni di clacson e sgommate di furgoni. Siamo nati negli stessi anni, a pochi chilometri uno dall’altro ma le distanze che ci separano sono maggiori di quelle che mi separano da Rumi o da Rilke. Voglio dire: sono operazioni che, per comodità, si possono portar avanti e possono anche funzionare se fatte con la dovuta attenzione, sempre tenendo bene in mente che si tratta di cose un po’ tirate per i capelli, se già nella stessa famiglia due fratelli, con due anni di differenza, con la stessa educazione, possono da adulti scegliere di incamminarsi lungo strade assolutamente diverse. Al di là di tutte queste precisazioni, fin troppo soggettive, si tratta di uno studio di cui evidentemente si sente la necessità, questo di cui voi parlate, perché ormai da un decennio è evidente che in questi luoghi sta accadendo qualcosa di molto particolare. L’idea di creare la collana “La Barca di Babele”, (pubblicando testi di scrittori e poeti allora poco noti come Mario Benedetti, Ida Vallerugo, Alberto Garlini, Gianmario Villalta solo per citarne alcuni), è nata proprio da un mio incontro con Pierluigi Cappello in cui, già una decina d’anni fa, ci siamo posti le vostre stesse domande. Domande che oggi, con l’apparire di nuove e preziose voci (come appunto Miha Obit, Francesco Tomada, Giovanni Fierro, Antonella Bukovaz o Maurizio Benedetti) si fanno ancora più insistenti. Per cui non so in che contesto o con quali modalità, un’analisi approfondita di questo fenomeno potrebbe forse farci capire perché proprio qui, da questi luoghi distanti dai centri più grandi, giungono adesso opere ancora capaci di porre interrogativi profondi, testi capaci di stupire per la loro inattesa bellezza, dove la lingua italiana (assieme ad altri antichi e a lungo ignorati linguaggi) ritrova di nuovo la forza per risplendere, lontana da vuoti sperimentalismi come dalle lusinghe delle mode.
    Un’ultimo ricordo per finire, che può forse essere utile, chissà, anche come spunto di riflessione. Poco prima della morte, tra i grandi specchi e gli stucchi del caffé Pedrocchi a Padova, il grande studioso Manlio Cortellazzo mi donò un’opera monumentale, frutto di più di quarant’anni di studio, dedicata alla lingua veneziana del Cinquecento. Un migliaio di pagine – fitte di note, frammenti di atti notarili, versi di libri mai ristampati – che ho letto come se fossero gli infiniti capitoli di un appassionante romanzo. Un romanzo che ci parla di un mondo dove le più differenti culture (araba, indiana, greca, slava, tedesca, spagnola, ecc.) si incontrano, si intrecciano, lasciando ognuna tracce più o meno significative della propria presenza. La Venezia di quegli anni è una città multietnica e moderna simile, per certi versi, all’odierna New York, con i suoi quartieri dove vivono e lavorano persone provenienti da mezzo mondo. In forme diverse, dal lago di Garda fino alla Dalmazia, questo continuo incrociarsi di genti ha caratterizzato queste aree da migliaia d’anni. Quando si parla di luoghi di confine, leggendo questo libro, ci si rende conto che esistono confini e confini. Vi sono linee nette, artificiali di demarcazione stabilite dagli stati che dividono – sempre in maniera grossolana – popolazioni con lingue differenti ma con una cultura non troppo dissimile ( pensiamo ai confini tra Francia ed Italia) e luoghi, come quello in cui noi viviamo, che sono stati per millenni e ancora in parte sono dei punti d’incontro tra occidente ed oriente, nord e sud. Qui c’è l’obbligo di confrontarsi da sempre con visioni del mondo completamente diverse, a partire da lingue senza alcun tratto in comune, per trovare forme possibili di convivenza ma anche, al tempo stesso, inventando nuovi modi di pensarsi e di pensare l’altro. Cose con cui oggi debbono confrontarsi gli abitanti delle grandi metropoli, con cui noi abbiamo una naturale – seppur non priva di risvolti drammatici – dimestichezza. Saper di essere tante cose insieme, saper di avere nel proprio sangue il sangue di tante genti diverse e sentire riverberarsi nella propria lingua gli echi di tante diverse lingue, ci ha fatto capire, nei secoli, l’importanza di non smarrire dentro di noi le tracce di tutta questa ricchezza ma, anche, la futilità di credersi qualcosa di ben definito e unico. Noi non possiamo dire: “Noi siamo questo”. Possiamo forse dire soltanto: “Noi siamo tante cose”. Tante cose di cui nessuna, da sola, può definirci. Mi sono chiesto, tante volte, se posso definirmi italiano. E mi dico che sì, certamente, mi sento italiano ma forse ancor prima bisiaco, ed anche, insieme, un po’ veneto, friulano, sloveno, tedesco e chissà ancora quante altre cose di cui non sono ancora a conoscenza. Il mondo oggi si sta muovendo verso questa direzione, da noi vissuta con grande anticipo, versando lacrime e sangue, ma risorgendo comunque dalle ceneri di ogni piccolo o grande olocausto. Oggi, semplicemente raccontandosi, i poeti di questi luoghi, diventano – di questa trasformazione epocale – gli inconsapevoli cantori. In questo il loro fascino? In questo, forse, la loro antica modernità?

  13. Analisi del ” problema” molto, molto interessante.. Ivan Crico.
    Inoltre scoprire che “Michele” è *Miha* ha suggestionato.
    Quanto sono belli gli “antichi e spesso ignorati linguaggi”! Marlene

  14. ” noi siamo tante cose ”
    Bello, Ivan, questo tuo viaggio attraverso luoghi geografici e luoghi dell’anima che è sempre multipla e poliedrica.
    E il poeta, per quanto mi riguarda, pur portando in sè, dentro la parola che scaturisce da quel ” siamo tante cose”, la connotazione primigenia del suo essere, è e resta comunque cittadino del mondo.

    grazie con un caro saluto
    jolanda

  15. Mi sono resa conto che non ho salutato Michele Obit al quale dico soltanto che i suoi versi hanno il respiro dolce-amaro-nitido di ciò che rimane ancora nel mondo di puro e necessario.

    Davvero bravo con un saluto anche a fm
    jolanda

  16. Caro Ivan, ti ringrazio per questo contributo. A scanso di equivoci, sappi che anch’io sono molto allergico a introdurre griglie interpretative che possono rivelarsi forzose: non credo che il dato anagrafico vada inteso quale generazionale tout cour, sappiamo che è una categoria inapplicabile. Come non credo di muovermi prevedendo o fissando linee o solchi comuni:sono anch’io reflattario a reintrodurre logiche per raggruppamento come le chiami, sono dinamiche che non mi toccano, come credo che comunque in questo ci sia un tratto distintivo di molti dei nomi fatti: l’isolamento, il percorso in solitudine… ho volutamente evitato di nominare Villalta e Benedetti, ad esempio, per il fatto che sono autori che godono comunque di una certa riconosciuta visibilità,non altro. Non mi interessa altresì ripercorrere sentieri di una qualche marginalità: la do per acquisita, per più ragioni, lo è per chiunque scriva versi… penso anch’io poi che l’anagrafe sia un dato relativo: sappiamo entrambi di autori che hanno raggiunto una maturità artistica non sempre coincidente con quella anagrafica: Gianni Fucci, ha appena ultimato il suo capolavoro, Rumanz, a ottant’anni suonati, in tanti hanno esordito intorno ai cinquant’anni… no, quello che è da rilevare e su cui si vuole indagare è sul perché e per come, accade che nel Nord-Est ci sia
    una forte concentrazione di autori di livello, e, relativamente agli ascrivibili agli anni ‘sessanta, c’è, ne converrai, un gap della critica, un silenzio di indagine che andrebbe colmato. spero si possa riprendere la questione, sviluppandola in una parentesi più ampia, a presto.manuel.

  17. Ovviamente le mie parole servono, se servono a qualcosa, a mettere in guardia: ma non certo Cohen, Tomada o gli altri validissimi frequentatori della dimora. Troppo sensibili, intelligenti per cadere in queste pericolose reti. Mi riferivo ai tanti pseudocritici che, quando sentono parlare di queste cose, si calano dall’alto come avvoltoi e in tre secondi preparano un’antologia di quarantenni o una mostra di ventenni. Magari non uniti da null’altro che dall’età. Comunque da anni ormai la poesia germogliata in questi luoghi suscita domande che meritano di trovare intelligenti risposte, risposte che di certo persone come Manuel, assieme a nuovi interrogativi, certo, ci possono offrire.

  18. Ivan, le parole che hai pronunciato vanno bene anche per me, valgono per tutti. Non bisogna mai cessare di puntualizzare, ribadire, focalizzare. Ora però, prima delle risposte, si dovrà ripartire da ognuno, con domande, e dai testi. un saluto caro.

  19. Devo solo dire grazie, in ritardo, a Ivan Crico per la sua opera poetica e per la sua opera di traduttore. Le ritengo entrambe di fondamentale interesse, discentriche, appassionate, mai conformi o prevedibili. Mi auguro di incontrarlo ancora in questa dimora e di parlare dei suoi versi qualora mi ricapiti ancora di scrivere sulla poesia italiana di questi ultimi difficilissimi anni.
    Marco

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