Viale Voltaire – Racconto inedito di Ivano Mugnaini

[IVANO MUGNAINI]

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VIALE VOLTAIRE

Alziro è seduto lì. Al solito posto, sul solito marciapiede. Un fagotto dotato di occhi, insondabili, e di bocca, un brandello di sorriso strappato a denti ossidati di rabbia e paura. Alziro sta lì e non si muove. Oscilla solamente il busto, ogni tanto, a ritmi impalpabili di brividi e note. Accordi di musiche arcane, o forse semplici scosse nervose, sussulti epilettici orchestrati da dita nodose di follia.
     Sì, è folle in tutto e per tutto la montagna di cenci e parole accatastate sul selciato. E’ strano in tutto. A partire dal nome: Alziro. I più ritengono che sia un nome inventato, inesistente. Altri pensano che l’inquilino del marciapiede sia incapace di dire con esattezza come si chiama. Incapace di articolare correttamente le tre sillabe che costituiscono e determinano la sua essenza di persona, la sua identità. Sono certi che in realtà si chiami Alvaro, Alfredo, Anselmo, o qualcosa del genere. Niente di speciale, in sostanza. Niente di particolare. Un nome del tutto ordinario.
     Hanno ragione loro, forse. Il folle di Viale dei Platani non ha niente di memorabile o degno di nota. Non è affatto un mezzobusto iperrealista eretto a se stesso con i lastroni grigi del selciato. E’ soltanto una collinetta di carne ricoperta di paltò riciclati e logori plaid sistemati a mo’ di poncho messicano. Una specie innocua e minore di mostro della laguna che si dimena e si scuote, a tratti, facendo sobbalzare gli ignari turisti, ma lasciando indifferenti, per il resto, anche i bambini dell’asilo, già assuefatti alla sua natura di ostacolo maleodorante non segnalato da alcun cartello né da alcuna transenna.
     Certo, non è bello da vedere. Non è l’ideale come arredamento urbano. Una fioriera sarebbe più gradevole e consona. Ma tutto sommato va bene anche così. La larghezza del marciapiede consente di dribblarlo agevolmente senza doversi fermare. Che stia pure lì se ci vuole o se ci deve stare. Non sarò certo io ad aprire bocca, così come, d’altronde, non sono stato certamente io a mettercelo. Non è colpa mia se è incollato al marciapiede, non è colpa mia se blatera parole incomprensibili, non è colpa mia se si chiama o dice di chiamarsi Alziro.
     Già. Catalogare ed archiviare è una delle priorità fondamentali della mente. Non è una scelta: è un’assoluta, salvifica necessità. Alziro el barbùn va nello scaffale d’angolo, nel ripiano riservato a deficienti e affini. Lì va e lì resta. Lo spazio sulla scrivania è riservato ad altre pratiche. Più complesse, più attuali, più stimolanti. Alziro va sollevato di peso per un unico, breve istante, e schiaffato al suo posto, assieme agli altri scemi che cominciano per A. Un’ultima occhiata di generoso burocratico controllo, poi, voilà, si richiude sine die lo sportello.
     E per anni lavorano in silenzio soltanto le ditina ungulate della polvere. Un centrino ricamato da sovrapporre, anno dopo anno, alla salviettina fittamente identica lavorata all’uncinetto la stagione precedente. Un denso grigiore di marmo.
     Ma la vita, per fortuna, non è tanto normale, neppure lei. Una sera come mille altre, sfogliando un libro -follia antica del non avere niente di meglio da fare – scopri, quasi per caso, che il signor François Marie Arouet detto Voltaire nel 1736 scrisse un testo teatrale dal titolo “Alzire”.
     E qualcosa si accende. La lampadina fessa e tremolante con cui vai a ripescare un volume ingiallito e già quasi saldato alla plastica e al legno di un armadio. Una lampadina che strappa alla penombra una specie di baluginio. Un padre colto e liberale che, una sessantina d’anni fa, invece di chiamare il figlio Antonio, Augusto, Umberto o Armando, lo chiama Alziro.
     Alziro. Un coraggioso atto d’amore nei confronti del portatore del nome, o una prima involontaria pugnalata?
     Una specie di bacio apposto con trasporto sulla guancia di un giovanissimo cospiratore, oppure, al contrario, il farisaico segnale della sorte che dà la stura ad una serie sterminata di sciagure?
     Non lo so. A dire il vero so ben poco. Mendico un po’ di chiarore andando a prelevare un altro libro da un altro scaffale. “Voltaire. Vita ed Opere”, segnala il dorso screpolato. Mi affretto a cercare notizie sul testo in questione.
ALZIRE: Tragedia rigorosamente conforme alle tre unità aristoteliche, composta di impeccabili versi alessandrini – indica l’autore del corposo volume, ma la liquida senza troppi complimenti, nel paragrafo successivo, con un perentorio giudizio: Lavoro drammaturgico tutto sommato piatto e monotono. In esso, come per un maleficio, l’esprit di Voltaire sembra essersi volatilizzato e dileguato.
     Una beffa quindi in quel nome affibbiato ad un inerme bambino. Una beffa bella e buona, a ben vedere, al di là di ogni scopo evidente o recondito, al di là di ogni tenero affetto, di ogni segreta speranza. Una beffa, sicuro… o forse no… forse una traccia, un segno premonitore. O magari niente di tutto ciò. Qualcosa di più lineare ed evidente. Limpido, in fondo, a chi spalanca gli occhi ed osserva.
     Alziro è là. Al solito posto, sul solito marciapiede. Sarò io ad andarlo a cercare.
     Porto con me, assieme alle preziose informazioni racchiuse nel libro, una buona dose di tempo. Nient’altro.  Percorro lento le strade affollate e preparo il discorso da fare. Le mirabili parole per infrangere il diaframma, il muro di grida e silenzio che mi separa dagli stracci semoventi deposti da tempo immemorabile su un angolo di strada.
     Levigo mentalmente ogni frase, ogni accento, ogni soffio di fiato da sussurrare all’uomo sconosciuto che ha avuto in dono il nome di una tragedia scarsamente riuscita. L’uomo a cui la mia curiosità brama di carpire quattro sbrindellate parole, i fili aggrovigliati e strangolanti di una vita. L’uomo che può sciogliere un dubbio e soddisfare un capriccio.  Basteranno poche frasi, brevi emissioni di suoni più o meno articolati. L’enigma sarà risolto, e la pratica di nuovo archiviata.
     Il discorsino è pronto, liscio, calibrato. Alziro è laggiù, a cinquanta passi, forse meno. Rallento. Non devo spaventarlo neppure con il modo di camminare, neppure con il rumore delle suole sul selciato. Sono a tre metri ormai… cerco lo sguardo, occhi cerulei sotto la fronte annerita. Acqua trascorsa, fuggita, incavata. Resina scura di pioggia e sudore. Alza la testa e sorride. La mia bocca si muove, si apre… ma il silenzio la inghiotte, la ingloba in un abisso senza fondo.
     Uccido il brivido subdolo mimando un colpo di tosse. Riacquisto l’aspetto distratto di un frettoloso passante.  Proseguo a passo sostenuto e scivolo via, verso il giardino in cui sfocia il viale. Giro in lungo e in largo finché non trovo ciò che fa al mio caso. Una panchina da cui posso guardare Alziro senza essere visto. Senza essere visto da lui.  Senza che niente al mondo possa spingerlo a voler sembrare qualcosa o qualcuno che non è.
     Non riuscirei mai a chiedergli niente. Neppure se provassi ogni giorno per mesi interi. Però posso osservarlo. Posso sperare che sia lui a parlare a me. Con i gesti, con il moto degli occhi, o con una strana alchimia di emozioni e ricordi che percorrono le vene dell’aria. Posso stare qui, su questa proditoria e provvidenziale panchina. Posso guardarlo. Senza riflettere, senza pensare.
     Nelle pupille che roteano dal marciapiede alle nuvole si rincorrono e si accavallano senza tregua il riso e il pianto.  La musica di un giorno di festa sbriciolata sulla giacchetta scura di un pomeriggio lento come una processione. Una faccia che ondeggia su note di valzer e si scusa, piegando le spalle e aggrottando le ciglia, per tutti quei morti, quei ragazzi affogati di cui sembra parlare, e che nessuno ricorda. Quei ragazzi affogati che nessuno, neppure lui, è riuscito a salvare.
     Un altro riso e un altro grido senza fiato né lacrime si inseguono sul suo viso. Un viso scavato e angoloso che comincio a vedere. Che vedo, finalmente, e che, a sorpresa, mi ricorda qualcosa.
     Annaspo a lungo alla ricerca di una risposta. La memoria si scalmana, si agita, si dibatte, ma non approda a nulla. Mi viene in soccorso il caso. Sfogliando meccanicamente il libro che tengo stretto tra le mani, mi cade l’occhio sulla foto di una statua marmorea di Voltaire.
     Si tratta di qualcosa di più di un sosia. Alziro non è simile a Voltaire. Non è neppure uguale a Voltaire. Alziro è Voltaire. Non c’è alcun ragionevole dubbio in questa circostanza. Il barbone di Viale dei Platani, è, in realtà, Monsieur Voltaire.
     Adesso capisco anche il perché della sua collocazione. Viale dei Platani costeggia la Biblioteca Comunale. Alziro ha installato la sua dimora sotto le mura del lato sud dell’edificio. Nella posizione strategica che gli consente di non vedere gli eminenti studiosi che entrano ed escono, né, soprattutto, le facce savie e compite degli impiegati che elargiscono il cartaceo tesoro. In compenso, dalle finestre socchiuse, può agevolmente sentire l’odore intenso della carta, il diverso contatto con l’aria dei fogli giovani e di quelli antichi, e il vibrare delle pagine sfiorate da mani leggere.  Può isolare, tra tutti i suoni della strada, il fruscio delle pagine di un romanzo d’amore sfogliato da una ragazza. Sì, sono certo che Alziro-Voltaire è capace di compiere questo prodigio. Sa distinguere, con il solo udito, il tocco delle dita tiepide e lisce di una donna in fiore.
     E’ tutto chiaro adesso. Continuo a scrutarlo. Continuo a guardarlo mentre gli occhi scorrono, a tratti, quasi da soli, sulle pagine della massiccia biografia.
     François Marie Arouet detto Voltaire nacque a Parigi nel 1694… Cresciuto in una famiglia borghese, ricevette un’eccellente educazione umanistica al collegio Louis-le-Grand tenuto dai gesuiti.
     Alziro è nato in una casa vicino al mare. Tre stanze di calce e di vento di fronte ai capannoni del cantiere nel quale il padre si spezzava la schiena costruendo le barche degli altri. La madre, impegnata a lavorare come donna di servizio, lo aveva mandato all’asilo e alle scuole dei preti. Degli anni lunghi e freddi come i corridoi che attraversava ogni mattina Alziro ricorda le voci metalliche che gli penetrano nel cervello.
     Ogni volta era come se la mia testa partorisse scheletri di dolore – racconta.
     Ma più di ogni cosa gli è rimasto appiccicato addosso l’olio rifritto della mensa che gli cola sulle guance e sul mento mentre due dita estranee cercano di infilargli a forza nella gola il boccone di stoccafisso che si era rifiutato di mangiare.
     Precocissimo autore di versi leggeri ed arguti, Voltaire fu presto accolto per le sue doti di spirito in circoli eleganti e libertini.
     Alziro da giovane aveva scritto poesie. Non sapeva perché, e, dopo averle scritte, sorrideva, perplesso, ma raramente le gettava via. Le conservava per i giorni più aspri e più vuoti, o forse per poterle leggere a qualcuno, a qualcuno che sapesse ascoltarle. Per poterle riscrivere un giorno. In un giorno diverso.
     C’era stato un tempo in cui Alziro aveva sognato di diventare un poeta. Avrebbe voluto riuscirci. Avrebbe voluto che tutta la vita fosse una frase ben detta, un verso soffice e tornito da sussurrare nel vento. Ma c’era qualcosa che non tornava, qualcosa che non era in grado di controllare. Le parole si piegavano, si accartocciavano, si contorcevano e schizzavano via, irridenti, come viscide anguille nere.
     Avrebbe voluto dire molto, Alziro. Avrebbe voluto dire tutto. Ma non sapeva descrivere ciò che sentiva nelle giornate di pioggia, la gioia e l’orrore che urlano dentro, divorandosi, mentre il cielo si spacca di tuono e una luce immensa che non sai fermare ti esplode negli occhi.
     Avrebbe voluto parlare del freddo nelle ossa, delle notti nel suo letto solitario di ragazzo, dell’alone giallo dei lampioni che tremano nell’aria quando la sera scivola lenta sulle ossa biancheggianti del giorno… Avrebbe voluto descrivere gli odori della strada, i profumi delle gonne di seta, la frutta matura sugli alberi, la voglia di correre nel sole che ti accende e ti scalda più del fuoco un attimo prima del solito silenzio, della solita malinconia.
     Avrebbe voluto diventare poeta, Alziro. Ma c’era troppo silenzio da riempire. Versi troppo crudi, troppo scabri, o troppo belli per essere detti. Troppo veri.
     Di tutte le parole che aveva scritto e letto ne custodiva in modo particolare una manciata. Una frase breve rubata ad un romanzo di Balzac: “Cosa possono fare i disgraziati? Amano!”.
     Non sapeva dire perché avesse scelto proprio quelle parole, neppure troppo belle a ben vedere, neppure troppo poetiche o significative. Non era in grado di chiarire a se stesso la chiave con cui si dovesse tentare di aprire lo scrigno rugginoso della sua citazione prediletta. Non sapeva da quale lato andasse guardata, impugnata, maneggiata… quale fosse il suo senso e il suo scopo. Gli piaceva così com’era, come una pietruzza levigata strappata alla corrente di un fiume.
     Nel 1727, per un contrasto con il Cavaliere di Rohan, Voltaire è rinchiuso alla Bastiglia.
     Il giorno in cui Alziro assalì il capocantiere era iniziato come tutti gli altri. Chino sulla lamiera con la saldatrice stretta tra le dita ascoltava il rosario quotidiano degli sfottò e delle offese. Ascoltava le parole “imbecille”, “mezzo uomo”, “fallito”, “incapace tenuto in ditta solamente per pietà”, che rimbombavano e si dissolvevano, lente, assieme ai barbagli e alle scintille incandescenti.
     Quella mattina però il sole era strano. Penetrava dalle fessure del tetto e martellava l’angolo più fragile e scoperto degli zigomi. Strisciava sul pavimento, si mischiava alle chiazze di nafta e faceva roteare in lunghi cerchi concentrici l’acqua marcia coperta da una patina verdastra.
     Alziro sentì nella nuca uno schianto secco, lacerante. Il corpo divenne piombo, poi sughero sballottato dal vento.  Saltò alla gola del capocantiere e la strinse con tutta l’energia che teneva imprigionata nelle mani. Mani sporche di grasso, frammenti sbriciolati di metallo e rivoli di sangue cristallizzato. Ci vollero quattro operai per riuscire a fermarlo un attimo prima che la sua furia avesse conseguenze irreversibili.
     Il capocantiere, miracolosamente salvo, non si limitò a licenziarlo. Fece in modo, con studiata applicazione, che Alziro non trovasse mai più un posto in nessuno dei cantieri cittadini. E fece sì che tutti, compresi i familiari di Alziro, da quel momento lo temessero e lo schivassero come un lebbroso. Anzi, peggio. Come un folle della peggiore specie.  Un pazzo criminale che addenta la mano generosa che lo nutre, e con lui nutre i suoi compagni, i suoi amici, i suoi parenti… Un pazzo da evitare con cura maniacale, senza sgarrare mai, neppure una volta. Neppure una singola volta, se non si vuole correre il rischio di fare la sua stessa fine.
     Nel 1755 lo scrittore si trasferisce a Ginevra, nella residenza da lui acquistata e chiamata “des Délices”.
     Non fu difficile per Alziro decidere di abbandonare la casa dei suoi genitori. Ci sono dolori taglienti come lame arrugginite. Ti squarciano la carne e subito si putrefanno, vanno in cancrena. E’ questo il paradossale vantaggio, l’amaro privilegio che concedono. Non c’era alternativa per lui. Doveva amputare parte di sé, della propria carne e del proprio tempo. Nessuna speranza di guarigioni miracolose. Nessuna scelta. Salvare la parte ancora viva, seppure svuotata di senso e di forza, strappando via le cellule morte. Tutto qua. Crudelmente semplice.
     Non aveva né i mezzi né il coraggio per tentare la fuga verso un’altra città. Preferì un angolo del mondo che conosceva, e che, odiando ogni volta se stesso, sentiva di amare. L’angolo del marciapiede del viale che conduce al porto. La strada degli operai. Là dove ogni mattina lo avrebbero visto e riconosciuto. Un monumento alla disfatta di un uomo. La speranza, ancora viva nonostante tutto, che tale sconfitta potesse non diventare la sconfitta di ciascun uomo. Un grido di libertà ricoperto di pelle livida e scatoloni da imballaggio calpestati nel corso degli anni da migliaia di suole. Scarpe eleganti o sportive, di pelle o di gomma, con e senza tacco, ma tutte estremamente rapide e decise.  Come se ogni singolo paio di fulminee calzature sapesse veramente dove andare, avesse realmente una meta ed uno scopo verso cui correre a passo di danza.
     Beati loro – pensava Alziro ad ogni passaggio di vivace maratoneta.
     O forse no. Magari, chissà, si godeva la moquette di cartone della sua dimora estiva e invernale, fluida come la pioggia e leggera come il vento. Come il vento che non sai mai dove va anche se ti sembra di poterlo intuire alzando un esile dito verso un cielo sconfinato.
     Le capacità oratorie di Voltaire avevano un effetto irresistibile: il suo intervento nei processi Calas, La Barre, Sirven, Lally, ne fa dei casi clamorosi e porta persino alla revisione di ingiuste sentenze.
     Non parlò mai a nessuno, Alziro, della sua vicenda, del gesto che aveva pagato con interminabili anni di domestico esilio. Non cercò mai di dimostrare che era nel giusto, che la sua violenza era stata provocata, fomentata ogni giorno con ottusa insensatezza. Non si sognò mai di dimostrare che aveva ragione, o almeno che anche lui aveva una ragione da proporre, un’attenuante, uno scudo, un frammento scheggiato di verità.
     Già, la verità. Alziro aveva sempre avuto timore della verità. Della verità nitida e spietata come un fascio di luce diretto negli occhi. Temeva soprattutto coloro che affermano di possederla sempre e comunque. Coloro che non hanno mai bisogno dell’ombra fresca di una menzogna. Li ammirava, Alziro, li rispettava, certamente, ma nel profondo ne aveva paura.
     Sentiva di amare anche la bugia lui. Di averla sempre amata, in fondo. Parole inventate, prive di massa e di peso.  Ossigeno assurdo e vitale. Quello che ti permette di venire a patti con la realtà, con il tempo, e con la debolezza che ti prende, a tradimento, quando guardi dentro gli occhi delle cose.
     L’ossigeno volatile che ti consente di forgiare una vita che non c’è, un castello di carte truccate che puoi ricostruire ogni volta in maniera diversa, sbalordendo gli occhi di bisbetica maestrina della ragione.
     La metafisica di Voltaire ammetteva Dio, ma si dichiarava incapace di determinarne l’essenza.
     Indirizzava raramente lo sguardo verso il cielo, Alziro. Non osava tenere gli occhi fissi lassù. Gli sembrava di chiedere troppo, di calpestare nuvole fragili riservate a chi ha ricevuto il dono dell’incorporeità. Si sentiva una specie di Icaro che corteggia in certi momenti il sogno del volo, ma nelle pieghe più nascoste della coscienza sorride, con ilare amarezza, all’atavico fardello delle ali di cera che riesce a stento a trascinare.
     Preferiva restare immobile, per un tempo diluito, sospeso, guardando la terra, la polvere, la sabbia sollevata dal capriccio estemporaneo di un mulinello.
     Sorrideva alle foglie trascinate dal vento di fronte al suo giaciglio. Sussurrava ciò che aveva dentro a quelle foglie e a quel vento. Parlava con loro del dolore e del piacere di quando il corpo si fa lieve e non senti più l’amara consistenza di ogni molecola, di ogni tessuto, di ogni respiro di cui cerchi il senso, l’origine, e la fine.
     A volte percepiva la presenza di qualcosa di più grande, di più intenso, di più profondo rispetto alla giostra impazzita di seriose marionette che gli girava di fronte, e alla quale si sentiva inchiodato, saldato da sempre dalla fiamma ossidrica della sorte. Restava a bocca aperta, stordito da una tristezza quasi tenera, quando gli sfilavano davanti i passi più lenti di un funerale accompagnato da canti e lacrime sincere. Un istante strappato al tempo, alla morte stessa. La fratellanza, la capacità di amare di ogni uomo e di ogni tempo che si sublima, si fa roccia dura, compatta, e tuttavia pulsante, plasmabile. Terra ancora viva che irride, nel calore di un istante condiviso, il marmo gelido dell’ineluttabile.
     Trovava il medesimo calore, la forza, la voglia di combattere, di respirare, lì, al suo posto, sul suo suolo, anche nella dolcezza di un sorriso che non chiede niente in cambio. Niente, se non la possibilità di esistere, di esserci, di infrangere le barriere dei dubbi, degli orgogli, delle distanze. La carezza sulla testa di un bambino che ti passa accanto, correndo, e si sofferma un istante a guardarti, con la stessa espressione con cui osserva un albero bagnato di pioggia o un gabbiano che colora il cielo di rapida, sfumata leggerezza.
     Alziro non alzava quasi mai al cielo il pugno ossuto e gli occhi scrutatori.
     Preferiva guardare il marciapiede, e attendere, giorno dopo giorno, i passi più lenti e più lievi posati sulla terra.
     Si oppose fieramente, Voltaire, alla filosofia ottimistica, la quale “aggiungeva alle tante miserie del mondo l’assurda furia di negarle”… Gli parve intollerabile, ad esempio, che, dopo il disastroso terremoto di Lisbona del 1755, la metafisica potesse proclamare con sicumera che “tutto è bene”.
     Alziro si chiedeva come mai il sole splendeva allo stesso modo sulle mani degli innamorati strette in un abbraccio e sui minuscoli corpi delle formiche schiacciate e calpestate da valanghe di piedi ignari. Ma ogni volta otteneva come risposta il fragoroso silenzio della strada, e l’eco della parola “scemo” che gli rintronava la testa come se fosse stato al centro dell’area di rigore di un immenso e infuriato “San Siro”. Gli ultras imbestialiti che gli sbraitavano nel cervello avevano ragione. Aveva sbagliato un goal fatto. Un tiro a porta vuota da non più di tre metri. Era riuscito a sprecare l’assist involontario e paradossale che il destino, dopo averlo massacrato di calci, gli aveva servito su un piatto d’argento.
     Essendo inchiodato al cemento del suo marciapiede, e non avendo assolutamente più nulla da perdere, avrebbe potuto gustarsi beato il nettare dell’indifferenza. Avrebbe potuto trangugiarlo a bocca spalancata, piantando negli occhi del mondo uno sguardo di serena e trionfante strafottenza. E invece no. Non ne era capace. Continuava a sbagliare i calcoli e le traiettorie. Continuava a scivolare, testardo, sulle pozze torbide del cammino, della prospettiva, della meta…
     Abboccava alla solita finta e incespicava sulle zolle indurite di un immutabile perché. Ripensava ad un breve attimo, un sussulto di fluidi chimici, una deflagrazione interna che non smuove neppure un granello di sabbia eppure basta per far crollare l’intero universo. Un universo che forse, per un secolo o per un secondo, avrebbe potuto conoscere la felicità. Certo, la fe-li-ci-tà. Ogni volta che la mente di Alziro veniva sfiorata dalle scarpette rosa di quella parolina con l’accento sulla a, il viso gli si squarciava in un sorriso ineffabile. Una smorfia di divertita amarezza, o magari una pura e semplice contrazione nervosa, un tic inestirpabile.
     Cosa bisogna fare per corteggiare la soave danzatrice? – si chiedeva Alziro.
     Prendere le cose e le persone come sono senza guardarle mai negli occhi? Lavorare senza ragionare, perché è la sola cosa che ci consenta di sopravvivere? Restare seri e impassibili anche quando ci dicono che “il lavoro rende liberi”?
     Probabilmente è così. Ma se è così, si ripeteva Alziro, un po’ di tristezza non guasta, e non guasta neppure un po’ di solitudine, lo squarcio nella gola dell’orizzonte gelido di ogni mattino.
     Nel marzo del 1778 i teatri di varie città francesi accolsero trionfalmente lo scrittore-filosofo venuto ad assistere alla rappresentazione della sua ultima tragedia, “Irène”.
Affaticato da queste emozioni, Voltaire morì poco dopo, a Parigi, il 30 maggio.

     Quasi certamente Alziro morirà in un pomeriggio di tarda estate. Nell’ora in cui le strade sono deserte e transita solo una carrozzella vuota tirata da un arguto cavallo. Nell’ora in cui il sole non morde più l’aria riarsa del mattino e non si è ancora arreso alla carezza stordente della sera. Morirà, Alziro, quando sarà certo di aver colto, nel silenzio sconfinato ferito soltanto da un clacson lontano, il canto del mare che apre le braccia e ti accoglie, pietoso, nell’onda più dolce e crudele di una liquida pace.
     Certo, dev’essere così per forza. La giusta conclusione non può essere che questa.
     Ma io, per disgrazia e per fortuna, non sono né un veggente né un profeta. Di solido e concreto ho solo le pagine di un vecchio libro. Inchiostro consunto di nude parole. La carta sottile e diafana di un sogno, fragile e testardo.

     Alziro è ancora laggiù. Non si muove e non apre bocca. Non sa cosa ho pensato di lui, non sa che esisto, e, giustamente, non gliene frega niente. Se trovassi in extremis il coraggio di accostarmi a lui rivelandogli l’intero groviglio di ipotesi e di progetti che ho intrecciato con l’esile spago della sua vita, si metterebbe a sghignazzare, questo è sicuro, e mi inviterebbe a prendere il suo posto sul marciapiede, dichiarando con divertita solennità che me lo sono davvero meritato, visto che tra noi due sono senz’altro io, e di gran lunga, il più suonato.
     Ed io avrei ben poco da replicare. La vita è la vita, e la poesia… beh, è un altro affare. Già, forse è così, ma…
     Mi consolo accarezzando un altro foglio a caso della biografia. Un’ultima occhiata a una frase, una nota, una postilla:
     La voce “Bene (Tutto è bene)” del Dictionnaire Philosophique di Voltaire si conclude con una franca ammissione:  “Non liquet: la cosa non è chiara”.
     Già, vecchio e caro volume, hai ragione : non liquet. Non liquet il tempo, il destino degli uomini, il giusto, il vero… non liquet la storia inventata che ho caricato sulle spalle e sugli stracci del povero Alziro… non liquet niente, ecco, questo solo è chiaro, realistico, lampante.
     Chissà perché però con prepotenza ancora maggiore mi attraversa la mente la domanda di un personaggio di cui non ho conservato nella memoria neppure il nome. L’interrogativo semplice e disarmante della creatura di un libro o di un film di cui non conosco il titolo né l’autore: “Tutti noi abbiamo un dolore. Tutti noi siamo un dolore. Perché non possiamo condividerlo? Perché scegliamo di non condividerlo?”
     Ecco, sì, potrei andare da Alziro e dirgli questa frase. Potrei bisbigliarla, come una carezza, una preghiera. Potrei gridarla, a mo’ di confessione, di ammissione di colpa, mia personale e dell’intera categoria.
     Potrei entrare in punta di piedi nei suoi occhi, parlandogli di due personaggi che attendevano Godot. Anzi, potrei sedergli accanto, attendendo, assieme a lui, un qualche possibile, umano Godot. Il riflesso di sole nitido e caldo che si insinua tra le rughe più aspre dell’asfalto, e ti lascia sorpreso, nudo, felicemente sperduto, a fianco di nuove parole.

***

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16 pensieri su “Viale Voltaire – Racconto inedito di Ivano Mugnaini”

  1. A Ivano Mugnaini:- *.. levigo ogni frase, ogni accento, ogni soffio di fiato da sussurrare all’ uomo sconosciuto che ha avuto in dono il nome di una tragedia ( di Voltaire) scarsamente riuscita*. ALZIRO.
    Cosa possono fare i disgraziati? Amano! (Balzac)
    * Non liquet il tempo, il destino degli uomini, il giusto, il vero..non liquet la storia inventata che ho caricato sulle spalle e gli stracci di ALZIRO..non liquet niente. Questo solo è chiaro, realistico, lampante. *
    Il messaggio anche è straordinario nella sua chiarezza.
    Lo interpreto come un invito:” diventiamo dei disgraziati tutti” come scriveva Balzac. Chissà che non si riesca a recuperare la dignità del nome presuntuoso e pretestuoso che ci siamo assegnati. Ed insieme alla forma del nome, anche il peso specifico del significato sostanziale. Un’ Umanità, capace di Amare, ancora. Grazie per questo racconto bellissimo
    all’Autore, ed ancora una volta a Francesco. Marlene

  2. Marlene, hai la capacità di sintetizzare in poche righe il senso di un testo e far emergere, contemporaneamente, le linee portanti della poetica di un autore. Credo che Ivano possa ben ritrovarsi in quello che hai scritto. Condivido tutto. Anche l’aggettivo con cui qualifichi il racconto.

    fm

  3. Grazie a te, Marlene, per l’attenzione e la passione che hai messo nella lettura di un testo lungo e articolato come questo. Un racconto a cui sono molto affezionato e di cui hai colto alcuni nodi e snodi fondamentali: la dignità ricca di quell’umanità che qualcuno si ostina a classificare perentoriamente come “sconfitta”, e che, a volte, al contrario, mette in luce una capacità tenace di amare le persone e la vita, perfino quel destino che li ha pugnalati. Altri, in apparenza privilegiati, hanno perduto definitivamente quel gusto e quel respiro. Spero di rileggerti presto.
    Davvero non ultimo, saluti a Francesco, padrone di casa di questo spazio, in cui chi scrive si sente a suo agio. Un caro saluto, Ivano

  4. Caro Ivano, non era affatto lungo il tuo BELLISSIMO racconto. L’ ho letto d’un fiato con il cuore all’ impazzata e sentivo quei tuoi battiti. All’ unisono. Ma perchè tanti grazie? E’ una grazia ( laica e lo sottoscrivo ) per me, che ho ricevuto il tuo dono. Credimi se ripeto che è uno dei racconti più belli e coinvolgenti che ho avuto la fortuna di leggere in questi ultimi tempi. Adoro i racconti, più dei romanzi, perchè lasciano il tempo- ritmico di riprendere fiato.
    Anche se, il tuo mi ha lasciato in Apnea emotiva per un pò.
    Certo che ci ritroveremo. Se il Nostro Francesco Marotta ci lascerà la porta socchiusa. Sempre. Con stima ed affetto. Marlene

  5. Una lettura molto bella. Come questa prosa, nitida, e di spessore. So che la cosa è voluta, ma non posso non rimarcare l’allure du texte, che rimanda, anche nel tempo, a quel ‘piacere di raccontare’ che non sembra più di casa, e che affonda le proprie intime ragioni nei classici.

  6. Credo che il “rapporto con la classicità”, vissuto nella prospettiva di un costante attraversamento critico, sia una delle costanti della scrittura, tanto poetica che narrativa, di Ivano. Come al solito, Manuel, cogli nel merito.

    fm

  7. Molto interessante per me, oltre che gradita, la descrizione delle reazioni di Marlene alla lettura del testo. Lieto delle emozioni condivise. Ho molto apprezzato anche il riferimento di Manuel Cohen ai classici. Indubbiamente sono un punto di riferimento, per tentare di orientarci nel presente, (“l’attraversamento critico” opportunamente citato da Francesco) in questo tempo affannato e affannoso, in cui il tentativo di ridare misura, anche alla ricerca dell’armonia, è difficile ma non assurdo. Semmai, oggi più che mai, è necessario. Lieto dell’attenzione di autori e lettori che confermano, anche in “La dimora del tempo sospeso”, la capacità di abbinare sensibilità e competenza. Un caro saluto, I.M.

  8. Grazie, Ivano, del tuo racconto. Un modo di narrare dentro i classici e dentro il loro costante rinnovarsi. Una scrittura critica attraverso le strategie della narrazione. “La carta sottile e diafana di un sogno fragile, testardo” riguarda tutti noi. Ciao, Marco

  9. Sono lieto della condivisione, Marco, nella scrittura, nella lettura, nello sguardo verso ciò che si distacca dalla norma, per indicare, magari, cammini impervi ma ancora testardamente ricchi di sogni. Parole che, traendo spunto e voce anche dalla letteratura, provano ad esplorare i tempi attuali, i giorni, la vita. Avendo letto vari testi di cui sei autore, credo di poter dire che condividiamo anche alcune delle strategie della narrazione di cui adeguatamente parli. Anche questo mi fa piacere. Un caro saluto, Ivano

  10. Ivano, il tuo racconto mi rapisce. Tante consonanze e assonanze….Scrittura “lavorata” e perfetta e il tema- tra immaginazione e biografia reale, nei loro diversi intrecci- sai che è tra i miei favoriti. Leggerti è credere ancora nella letteratura, nel racconto, nell’attraversamento della tradizione in modo sempre nuovo e vitale.
    Non posso che ringraziare te e ancora e sempre Francesco per le sue “buone”, preziose compagnie…
    lucetta

  11. Il tuo parere, Lucetta, è sempre gradito. Proprio perché scritto con la stessa passione e la stessa attenzione con cui cui scrivi la tua prosa e la tua poesia. E’ stato un piacere anche per me condividere con te, tramite il racconto, la frequentazione tra realtà e immaginazione, come opportunamente rilevi, con un personaggio concreto e simbolico, una presenza che ci cammina a fianco, nelle strade vere, di cemento e di asfalto, e in quelle oniriche, dei sogni e dei ricordi, letterari e concreti. Un caro saluto, e a rileggerci, Ivano

  12. Per questo apprezzo ogni giorno di più, nelle mie visite lampo al blog di Ivano Mugnaini, il modo incisivo di affrontare i temi reali, quelli meno appariscenti, ma tutt’ altro che invisibili, delle nostre strade, delle piazze, dei vicoli sconnessi come dei monumenti d’arte o della bellezza in senso lato.Il tutto raccontato sia in forma poetica che in prosa in modo apparentemente lieve, senza grevità, perchè il Greve, l’ Osceno, il Grottesco, l’ ASSURDO è già nelle COSE TUTTE che lui fotografa con attenzione, perspicacia e semplicità stilistica.Per rendere il linguaggio fruibile a tutti:un linguaggio colto e curato ma non ermetico, non di nicchia.
    Bravo Ivano, grazie. Marlene

  13. un racconto bellissimo che mi porta a ricercare ogni tuo scritto…la ricerca delle parole non sembra neppure una ricerca bensì un “cadenzare” di musica che mi ha accarezzato l’orecchio.
    il testo è emozionante e devo dire la verità…bisognerebbe chiamarci “Alziro” anche noi che vogliamo “vedere tutto”, “avere tutto” per non restare indietro a chi e che cosa, mentre alziro ….” Indirizzava raramente lo sguardo verso il cielo, Alziro. Non osava tenere gli occhi fissi lassù. Gli sembrava di chiedere troppo, di calpestare nuvole fragili riservate a chi ha ricevuto il dono dell’incorporeità….”
    leggendo il tuo racconto mi risuonava in testa il secondo concerto di Rachmaninov…emozioni che il tempo della lettura mi hanno fatto pensare a chi “Alziro” si chiama veramente.
    caro Ivano!…un abbraccio forte…..
    nicola.

  14. Ciao Nicola, ti ringrazio molto per il tempo e l’attenzione che hai dedicato a questo mio racconto qui pubblicato. Ciò che scrivi è come sempre ben ponderato e sentito: non aggiungo nulla al tuo commento che già dice moltissimo. Posso solo dirti che sono molto lieto del parallelo che proponi con la musica, e con la musica con la M maiuscola. Non sono un esperto di musica come te, ma sono molto appassionato, e se la lettura del mio racconto ha suscitato in te qualche armonia ed accordo, ne sono lietissimo. Grazie da parte mia e di Alziro. Personaggio a metà strada tra realtà e immaginazione, tra arte e vita, tra la violenza e l’assurdo e la tenacia della dignità e dell’umanità vera che non può essere cancellata. Un abbraccio anche a te e buoni accordi nella musica e nella vita. Ciao, Ivano

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