Repertorio delle voci (I) – di Manuel Cohen

[MANUEL COHEN]

Gualtiero de Santi, Le stagioni francesi di Marino Piazzolla, Ed. Fermenti, Roma 2008, pp.180.

Stagioni francesi

Le sistemazioni e i canoni della poesia del Novecento, se da un lato promuovono a paradigma personalità certe e riconosciute della tradizione, dall’altro rischiano in maniera invero sistematica di perdere di vista e di destinare all’oblio un cospicuo numero di autori, senza la cui lettura non è francamente possibile comprendere entità e misura di un patrimonio culturale. Così, accade frequentemente che autori laterali, o comunque in posizione eccentrica, vengano trascurati e non più editati. Non è tuttavia il caso di Marino Piazzolla, la cui fortuna critica (da Maria Zambrano a Jean Paul Sartre, André Gide, Emilio Cecchi, Oreste Macrì, Mario Luzi) è affidata a partire dagli anni ‘Ottanta alla Fondazione omonima, intorno a cui un manipolo di studiosi, capitanati da Velio Carratoni, fine letterato nonché editore romano, tra varie iniziative, cura ristampe di sue opere unitamente a una notevole produzione critica: basti ricordare il ponderoso Omaggio a Marino Piazzolla (a cura di V. Carratoni, Fond. Piazzolla, Roma 1993), miscellanea in due volumi di contributi critici e scelta antologica; o le monografie di Antonella Calzolari (1988) e di Donato Di Stasi (2002) edite da Fermenti. Vede ora la luce il saggio Le stagioni francesi di Marino Piazzolla (Fermenti, Roma, 2008) di Gualtiero De Santi, comparatista, studioso di Letterature dialettali e Filosofia, Cinema e Arti figurative.
     Muovendosi ad ampio raggio e con continue riverberazioni nel mare magnum della produzione piazzolliana comprendente oltre sessanta opere in volume (di cui diverse postume, e, da cui, la necessità di una rilettura diacronica) lo studioso focalizza la lente critica sulla produzione del decennale soggiorno parigino, cruciale per la formazione della personalità del Piazzolla poeta, prosatore, pensatore, critico d’arte e saggista. Il ventenne Marino giunge a Parigi nel 1931, dove, all’indomani della morte della madre, si ricongiungerà col fratello. Trova occupazione come bibliotecario e segretario della ‘Società Dante Alighieri’, incarico che gli consente d’emblée di incontrare personalità della cultura internazionale nell’enclave parigina: Marinetti, Lionello Fiumi, Lucien Combelle, direttore di “Arts et Idées”, che oltre che a ospitarlo sulla rivista, propizierà l’incontro con André Gide, di cui era segretario personale. Frequenta i giovani scrittori francesi: da René Mejan, con cui avvierà una duratura e fattiva collaborazione, a Jean Royère, il teorico del movimento poetico “Il Musicismo”, grazie al quale il nostro potrà conoscere Paul Valéry. Dunque Piazzolla si ritrova a operare nel milieu esaltante della Parigi degli anni ‘Trenta e a dialogare con alcune tra le più fervide personalità dell’epoca.
     Una prima qualità del saggio del De Santi sta proprio nel ripercorrere con dovizia di fonti e particolari le varie tappe e le occasioni delle frequentazioni parigine del giovane poeta, tanto da rendere la lettura, credo suo malgrado, avvincente e fascinosa. La necessità di una contestualizzazione air ambient sarà per il critico decisiva nel computo delle acquisizioni e dei debiti, e delle relative prese di distanza di Piazzolla, dai movimenti, dalle idee, e dalle personalità incontrate. Perché, se è vero che il poeta si mostra immediatamente ricettivo nell’assorbire le sollecitazioni provenienti dalla cultura francese, e, da subito, votato a scrivere nella ‘nuova’ lingua, è pur vero che un eccesso di letterarietà (specie di certi surrealisti) sarà a lui inviso, come lontana gli sarà, a detta del De Santi, “ogni ipoteca di concretezza e di naturalistica ovvietà.” Ed è comunque un fatto che l’apprentissage transalpino verrà ad innestarsi a radici mediterranee, se non propriamente di classica grecità, a tal punto che, facendo riferimento al tema della madre (colta nella sua fragilità e vecchiaia, un motivo mortuario e sepolcrale di ascendenza pascoliana innestato a nuances meridionali – Piazzolla nasce a S. Ferdinando di Puglia -) De Santi coglierà nel nostro quell’elemento anticipatore che condurrà “alla congiunzione degli influssi francesi con una posizione mediterraneo-quasimodea”. Di pari passo Piazzolla pubblica saggi critici (su Dante, Pirandello, Michaux, Valéry) su “Dante”, “Revue de culture latine”, “L’Age Nouveau”, “La Phalange”, e “Arts et Idées”, dove appaiono pure poesie e poemetti: Aventure, 1937; Pèrsite e Melàsia, 1938; Moi, l’inutile, 1939; e, contemporaneamente, escono pure le prime raccolte: Horizons perdus, e Caravanes, entrambe del 1939.
     La puntuale analisi testuale e la ricerca di motivi e di coordinate fondamentali, se non propriamente di invarianti, dell’opera piazzolliana condotte dal De Santi, ora portandosi nei domìni della traduttologia (e dimostrando come il poeta scrivendo in francese apporti “un accrescimento immaginativo provocato e sorretto dal meccanismo della traduzione”, il movimento da sistema a sistema linguistico “si risolse in una determinazione e dominazione della propria identità lirica e espressiva”), ora costantemente confrontando temi e stilemi, fanno emergere comparatisticamente debiti e modelli: un gusto di “simbologie lunari” che sfiora e repentinamente si distacca dal simbolismo mallarmeano e valerista (per altro, molto ammirato dal Piazzolla); un procedere visionario, esercizi di surrealtà che “campiscono sulla pagina, penetrando di riferimenti la materia verbale”; il repertorio di microtemi parigini-metropolitani, con l’iconografia baudelairiana e maudite, come ad esempio in Les clochards, in cui il poeta vive la fascinazione di una “diversità vivente e poetabile”. Epperò, lontana da premesse realiste, la scrittura del nostro procede in direzione di un graduale distacco da ogni esperienza di realtà. Prese le mosse da una nozione di ‘poesia pura’, e di simbolismo valerista e post-baudelairiano, Piazzolla si spingerà nei territori della “sparizione del soggetto nelle sue forme cronachistiche e biografiche”, alla scoperta dell’inconscio e dell’altrove mitico e sovrareale. Decisiva in questa fase sarà la presenza di Valéry, l’immersione nel simbolismo, in quella “sensazione di incredibile affinità del nostro con i maestri francesi”, ancora il De Santi. Non si tratta tuttavia di imitazione di modelli, come sottolinea lo studioso, ma di una più intrinseca acquisizione di strumenti semantici e ontologici per “arrivare a muoversi, o a rimuoversi da sé”, e per rintracciare la propria natura non biologica ma poetica.
     Pèrsite e Melàsia, poemetto mitologico apparso nel 1938, nasce dalla necessità di venire incontro a più esperienze: la ricerca di una parola assoluta, pura, che valichi i limiti dell’antropologia e del naturalismo, e il retaggio della cultura d’origine, classica (Dante, Petrarca) e mediterranea (Virgilio), il dialogo col panterre parigino e la cultura contemporanea tout-cour: notevoli le pagine dedicate dallo studioso a ricostruire i rapporti e le consonanze con D’Annunzio e Pascoli, fino ai vertici della poesia di Hölderlin (da cui: “il senso di felicità di una terra naturale e materna, la freschezza dell’acqua, delle fonti, di piove e fiumi, per cui la natura è divina per il fatto di essere espressione della divinità del mondo; la realtà e verità delle creature celesti, correnti e vibranti entro i boschi”), e del pensiero di Nietzsche, studiato in Francia, e la cui ripresa del mito va colta come ascolto dell’essenza profonda. La ricerca di simboli e archetipi portano il pensiero visionario di Piazzolla (e mi pare che si potrebbe tentare pure un accostamento al percorso niciano di Dino Campana) a lambire i confini del non visibile e del sogno.
     L’incontro con Nietzsche, Hölderlin, Rilke, sposta definitivamente la spiritualità del nostro nel campo dell’ontologia. Lo stesso Valéry, allora, sarà inteso dal nostro con l’immagine del poeta-sacerdote, dedito alla sacralità della poesia, esempio di artista solitario, educato a un esercizio di silenzio e di pazienza “capace di scolpire i molti dettagli distribuiti nel testo lirico ordinandolo nella propria vita interiore. Valéry rappresentò per il giovane letterato italiano l’emblema dell’artista assoluto, del pensatore, dello studioso, del poeta che immagina le scritture in termini di assoluta puntualità formale ed esattezza.
     Tra le rovine assordanti del trentennio entre deux guerres, il silenzio di Valéry induce al silenzio ‘tra le grida’, così chiosa il De Santi, “scrivere versi diviene il contrario di parlare e descrivere attraverso i versi. E’ scoprire il segreto e la verità del mondo – e anche comunicarli – ma restando nel segreto e nella verità della poesia. Qui risiede l’anima della poetica piazzolliana e insieme della sua scrittura”. Se c’è un ‘caso Piazzolla’, afferma lo studioso, sta nel fatto che questo poeta e intellettuale, che si vorrebbe estraneo a correnti letterarie novecentesche e al “già pensato” delle ideologie, in realtà risulta parimenti immerso nei processi della contemporaneità. La poesia, che per Piazzolla è la forza germinante del processo intellettuale, ha la capacità di riaffiorare dal passato e proiettarsi attraverso Leopardi, Keats, Baudelaire, Mallarmé , Valéry, Reverdy, nel cuore del Novecento; poesia sorretta da pensiero occidentale ( Hölderlin, Nietzsche, Heidegger), che giunge fino a Maria Zambrano (non a caso quest’ultima destinerà a Piazzolla uno scritto memorabile) e Simone Weil: attraverso dolore e angoscia del tempo, la ricerca di una possibile perfezione e salvezza che contempli un’eclissi dell’io, tra le tenebre e una pressante richiesta del sacro.
     Alla fine del 1939, Piazzolla rientra in Italia, considerando archiviata l’esperienza francese. Negli anni successivi, e fino alla fine della sua esistenza, continuerà a pubblicare in Francia, e a coltivare rapporti con quella cultura in cui aveva trovato una possibile occasione di crescita e di esilio. In Italia, pur a contatto con la cultura ufficiale (dal 1949 al 1963, scriverà assiduamente su “La fiera Letteraria”, e su svariate riviste e quotidiani) e pubblicando molte opere, vivrà una sostanziale condizione di marginalità e disappartenenza. Con Le stagioni francesi di Marino Piazzolla, Gualtiero De Santi (corredando il saggio di una considerevole bibliografia delle opere e della critica) aggiunge un ulteriore significativo tassello al tentativo di far luce non solo su un autore ma su un’epoca intera, contribuendo a creare e a dare più di una risposta a domande e dubbi “attivi, di sospensioni e vuoti, in mezzo a tenebre che hanno molto di sacro”, e molto anche parlano della nostra modernità, e della nostra contemporaneità.

 

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12 pensieri su “Repertorio delle voci (I) – di Manuel Cohen”

  1. beh, se questa è una recensione… io smetto di scriverle!!
    davvero bravo Manuel, viene proprio voglia di leggersi il libro e di interessarsi maggiormente all’autore da me poco consociuto; succube della mia infinita ignoranza.
    complimenti

    un abbraccio

  2. Grazie. Avremo altre prove, in questa rubrica, della capacità di Manuel di approcciare i testi e renderne la sostanza con estrema chiarezza e rigore.

    Al di là della cultura, della passione e della facilità di scrittura che lo caratterizzano, credo che tutto ciò sia anche il frutto dell’amore e del rispetto totale, innato, che manifesta verso le persone e le loro opere. Basta leggere una sola pagina di quello che scrive, quale che sia l’argomento, per averne la conferma.

    fm

    p.s.

    Inutile dire che, già con i primi tre commenti, è in compagnia di amici che nuotano nelle stesse acque, con le stesse intenzioni e la stessa disposizione.

  3. Manuel Cohen è davvero un critico onnivoro e capace, curioso e flaneur come la figura di Piazzolla così magistralmente tratteggiata. E’ un onore, per me, averlo per sodale, sentirlo ormai amico insostituibile. Ho avuto la fortuna, recentemente, di conoscere, e apprezzare, anche Gualtiero de Santi, inoltre: persona squisita, scrigno di un sapere che non trapela mai in saccenza, anima pura, antica, direi, in questo mondo di alieni che indossano, per condurre i loro loschi intrighi, una maschera dalle fattezze umane.
    Grazie a entrambi, per ciò che fanno: lo fanno con la mente, ma il ritmo delle parole è il battito del cuore, e si sente, dentro. Fabio Franzin

  4. Abbiamo, ancora una volta, la gioia di assistere all’inattesa fioritura di una voce che si farà sempre di più sentire, in futuro. Ne sono certo. Continua così, in Italia, la gloriosa tradizione di grandi critici di poesia. Ne avevamo, tutti, bisogno. Per cui, Manuel, hai tutto il nostro sostegno. Noi che scriviamo poesie siamo in fondo, nel nostro piccolo, come Singer, in quel giardino in Svizzera, che guardava Magris mentre commentava un suo testo: stupito che dentro il suo racconto ci fossero così tante cose… Noi, come ci insegnava Marin, dobbiamo lasciar passare il vento delle cose; ad altri il compito, non meno arduo, di dire da dove arriva, dove va.

  5. leggo solo ora i vostri commenti. Vi ringrazio tutti per le vostre esageratissime parole…che fanno tanto bene, Stefano,Francesco e Francesco, Alessandro, Fabio, Ivan, poi alla nostra età non è che uno si possa montare la testa ( :-) ) . Certo mi siete di sostegno, per il varo di questa bella rubrica che grazie a Francesco Marotta, che ringrazierò per sempre per questa apertura al mondo del web (quasi una ascensione metafisica per me che ancora scrivo tutto sui quaderni, uno choc o un trip semantico) vede oggi la luce su Rebstein. Se ogni tanto, saprò proporvi qualche autore di valore e di cui si sa poco, come nel caso di Piazzolla (comunque tra i più fortunati), per me sarà già un successo. Sarà comunque una rubrica ‘aperta’: segnalazioni di lavori in corso e anteprime, recensioni e interventi su opere edite, rassegne di riviste e antologie, traduzioni, ricognizioni su alcune aree particolarmente fertili per la nuova poesia in lingua e in dialetto (Sicilia, Lucania, Campania, Nord-Est,Romagna) una perlustrazione ad ampio raggio nella scrittura in corso, con particolare attenzione a prose che vadano oltre le mere categorie di ‘genere’, e al lavoro dei neodialettali ( di cui mi occupo da anni, e che rappresentano quello che non potrò mai essere: legati a un territorio e a una lingua madre (o zia,o suocera, come direbbero Zuccato e il mio amico Nadiani) per me che vengo da una famiglia ‘mista’ di religioni, lingue e dialetti. Temo, purtroppo per voi, e non lo dico per piaggeria, perchè ora siete tra i commentatori, che la ‘mannaia’ critica si abbatterà anche su di voi, proprio in questa rubrica: è un monito!

    p.s. : Ivan: grazie a tutti, e a te, dico che non sono un grande critico: ho sempre scritto con onestà e passione. Siccome non vorrei che qualcuno ci facesse delle pernacchie alle spalle, ricordo che i grandi, proprio perchè grandi, sono irraggiungibili: Contini, Mengaldo, Fortini, Pasolini, Spitzer, Debenedetti, Auerbach,Iser… Molto bello quell’insegnamento di Marin (uno tra i miei più amati), a cui Carlo Bo,uno con cui ho avuto la fortuna di crescere, avrebbe probabilmente ribattuto con una sua massima: ‘la risposta è nel vento’!

    1. messaggio per Manuel Cohen:
      Sono Anabela Ferreira e sto cercando “disperatamente” da settimane di mettermi in contatto con te come da accordi a Forlì, ma purtroppo non ho la tua mail e nessuno la conosce: perfino ho chiesto all’editore Pazzini, ma niente! Grazie.

  6. A Manuel: beh, almeno lasciami fare un complimento, ogni tanto, non li faccio mica a tutti, sai? Io dico solo questo: le tue parole fanno ben sperare, come quelle di Marotta del resto. Lasciamo da parte i grandi ma ricordiamoci che, come diceva Bach, con la volontà e la costanza si può far tanto, tantissimo. Per cui non disperiamo e rimaniamo, nel frattempo, molto raggiungibili, che mi piace di più. Ciao e buon lavoro!

  7. Caro Manuel, grazie ANCHE per la “lezione” di serietà, se-verità, umiltà senza infingimenti, e per tutto quanto. Un grande augurio, e tutta la mia stima, Mariella B.

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