Sette poesie inedite di Silvia Molesini

mandelbrot

Silvia MolesiniPoesie inedite (2009)

Gran Porca

Agli steli d’essere
sopravvive quest’ultimo
dannato primitivo, parla
della tua nona cena
e non si cura di ripetere
mille stesse parole, l’infinità
piena. Dimentica come
hanno percosso fissamente gli anni
l’abito d’Es e quando
si sono costruite le Città e
le Strade. Fa che l’inconsistenza
,falsa, dell’emisfero, civile,
diventi quel che c’è da dire cioè:
una catena rotta
il luogo pirotecnico degl’inganni,
Gran Porca,
l’abitudine illesa
la putrescente
l’orrore-l’orrore

dimentica come
sono potute diventare regioni
queste fracassate soste.

 

Lisa non lede

Lisa lisa lisa non lede
s’appena storce
cantate le melo/die approssima
e quello che percorre pare sorge

malisa sorniona s’intuffa
nello ieratico paglierino
diventa cinquanta metri
e a dirla grande

sonìo.

Solo io la vedo intera, la quacchera
e la risolvo in bilingue abbrivio.

Solo io la credo finita, l’insula
e trovo modo di elevarla a gattino.

Sol’io immagino che ride: impasta
le forme del proposito tradito

e me la mena a dito, l’algebra
fregna sincretica e propiziante
lisa stupita nel dieci
tangenziale al due quinti
sottratta all’attimo
gangola gangola
nel posto piano trino
lisina sgomenta a trenta
per cine tue squisite
altra veste vo’ colando
illesa e

languida

languida

languida

languida

languida

languida

languida

languida

 

Sita madre

Sita madre,
tasi
che tutte le ossa scricchiolando parlano
sento le cento ossa sbattono sulle scale
i calcagni, i zenoci stanno scrocchiando
così tu arrivi zitta
sita madre,
tasi, tasi
spetarte (quel lento di te)
la to parte, il mondo vacuo a me, a me.
Sita.
Mi hanno rovesciata come un guanto
(i o speté dedrio le tende)
ma un ardore infallibile ha scostato immagini
e mostresse.
Facendo si che poi tutto possibile, un vento interno,
l’incantamento, il movimento
delle braccia, tese, le ale, le ale, muovesse me
ma attorno come se morisse ma svergolo e no che moro
no che moro
ti tasi,
tazza di porcellana da non rompere in bilico sulle punte
toco de vero, e biceri flute sciampagne, bacane da i
basini ai alpini
il tutto in un contesto rifinito e savuar fer.
Arrivo io scomposta e sanfasona spaco davanti alla paura
tutta la cristalleria davanti alla paura non mi ricordo
quale la paura e sa o spacà, mi, veramente?

 

PENULTIMA DIGRESSIONE DAL TESTO
(Da leggersi con sotto “Time is running out“, Muse)

Se devo pensare in cosa si trasforma , lei
mi incastro sordina
e nell’anticipo
(dei movimenti, del volto, del viso, del muso)
aspetto silenzio, aspetto domattina
domattina rivorrei insediarti, dice, dicono
quegli occhi svelti, quella sorellina accesa clic! ansiosa
ancora
sai bene che ti vorrebbe chiedere ogni cosa
e non rimane senza mai e vuole roba, roba
àncora, piedistallo, portabicchiere
sali a domandare e mai niente
da bere, niente, da bere, niente resti
senza mangiare magari mangiare mangerebbe
lo sai tu?
Certo si trasforma, come farebbe
sennò come farebbe, la porta, sbattuta, il
vetro, rotto, la porta, saltata, la sete, le tende non
stirate, il vetro, le schegge al pavimento
il vento, il vento, il vento, il vento.
Vedi che la ragazza si precipita
ha mille desideri (uno) per la sera madida
madida lei all’umido della sera prima, sera
sera sarà sera serà stasera fraise
se essere ritorna a dare peso mi salverà
avere fatto tutto quando dovevo
pensa a quanti ritornano vanificati, desertificati, bianchi di pena
e illesi.
Illesa sono io ma mai fatta guerra
naguère
mi acciambello fremente sicura del punto
esatto dove mio sesso ritrovare
consona, inebetita, tavorizzata, poco male
ripeto a due a due le poesie che ho finto
non le ho nascoste mai, certo, ho finto
risalgono minacciose le frasi delle cene
e se non le metto lì mi rimangono
appese al dormiveglia, in un preconscio
autorizzato come cigliegie
più di cigliegie
porche, poche cigliegie
nel nessun prato.
Allora se devo pensare in cosa si trasforma , lei
mi trasformo io incastro pianoforte per sordina
e nell’anticipo stentato apprendo
(dai movimenti e dalla faccia che parla quel suono)
un aspetto del silenzio mentre aspetto domattina
il domani mattina che rivorrei insegnarti, si dice che dicano
quegli occhi svelti, la tua sorellina poderosa
ancora sfacciata e inutile, tu sai,
sai bene che ti vorrebbe chiedere ogni cosa
e non rimane senza , mai, e vuole roba su roba
pecora, stampella, portacenere
valle a chiedere se ha mai capito niente
beve tutto, continua a bere , tutto e rimane
senza mangiare ma non le importa niente
,e che ne sai tu del niente?
Certo si trasforma, come farebbe
sennò come farebbe, la porta, sbattuta, il
vetro, rotto, la porta, saltata, la sete, le tende non
stirate, il vetro, le schegge al pavimento
il vento, il vento, il vento, il vento.
Ascolta la tata, Paolo, mentre prova a risalire
voce dei suoni (uno) per ogni volta solita
feroce fossa prima vera bagnata e borchia
(ha elencato sempre quelle sillabe)
se avere, se riesco ad averti senza vergogna
dopo essere stata quella del non potere
(pensa a quante ritornano vanificate, desertificate, bianche di pena
e illese.)
Lacera or’ io ma tocco tutta la terra
derrière
e mi faccio caldo col sorriso convincente di tuo figlio
che comincia esatto dove io finisco
magnifica, affabulata, alcolizzata, trave
gli canto piano varie strofettine zoppe
sempre sentite, dette, finte-vere
e con il bimbo tuo sotterro la persecuzione
la metto nella cacca di lui che mmaammaamma
paracosciente, parafiorita, parafulmine
più in alto che posso
a paradiso
a molto paradiso
e poco bel peccato.

 

Quattro di cinquemmezza

Quel film che l’angelo passa a trovarti in pasticceria,
ti chiede la mano,
la mano data all’angelo scivolerà sul ghiaccio fin
tanto che brucia
e quello dell’acqua fredda con gli altri attorno si
sfilaccia, immagina
il vento prende il segreto il vento muore mentre

quando catturano i cavalli urla al deserto di Fante
spossata a brillare
di luce equivoca di luce esplosa di poco importa qual
buio infuriare
e buio nell’appartamento dove ti scopasse un ragno
qualunque, senti
è solo cinema è solo cinema il muro che parla, gli altri

( io ti farei alzata molto spazio alle braccia
dipendere umido tenero inadeguatezza
un bosco di lumini che attraversi Lucia )

( io le rificco gli occhi le butto via il piattino
ti porto a me allentata la sicura verde
guardami! Vendimi il mattino.)

 

Leggere di letteratura latina

Tutte le voci che senti dirti dell’universo pieno
(sembra che dialoghino e sembra anche che preghino)
tutte le immagini così come si pongono
al confino sbalordito
-il ballatoio del mondo-
eccole, tutte, quasi, sono cicalini malati
in divisioni che moltiplicano,
in pezzi sacri affidano
quello che prima apparteneva al
nuovo valor d’uso- e vivono.
Lo sai che c’era ma
mica ti stupisci a trovartene privo
e non sei un arrivo, vero.
Sei un ibrido,
e il cielo è la lucertola piena di sole
quel corto amore all’ingrasso
come a veleno vortice sei
masso, greve trasposizione di nozioni
sei un bel filologo
Gallo Tibullo Quintiliano Orazio
un bel pezzo da venti.
E inventata ogni, con la gloria rituata
e l’ossesso algebrico che conta e ricama
con detta parola ti tocco
l’accento fa pesa la mano e
distribuite hai le prime e le ultime distanze
nella dimora medagliata
del dio nano.

 

DVI-JA

E’ l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato
, aveva diciott’anni appena, era la mangiatrice di fuoco di un circo e bruciava]
il mondo di dire che s’appartiene e ruota, e ruota.
La conobbi carina ed intricata nelle potenze esplose di una prima Guerra]
e mi convinse del muovere mi decise gli abiti mi spezzò un’ala piccola
che riuscissi a spostarmi.
Nella sua madia monsonica appuntava i risultati obliqui
ma non l’ho mai trovata superba o dogmatica, s’intendeva di trilli
e parlava come parlano certe cornacchiette di spinella, come dire che
che un pelo squittire e un pelo farsi sottile perché il farsi potesse.
E davvero l’ho amata, Gremilde de’ Ginestre
(detta l’angiolina)
nelle sue riflessioni su Dio, e nel privarlo d’uomini come se s’impotesse
e nel suo scorrere logico tra la cosa e il palo, una bontà maestra, ella
appicca fuochi sui lungomari sanniti, si astrae ed adombra
passano gli Ari coi cavalli nuovi e lascia loro l’Indo
impara appena il sanscrito per entrare nell’Upanishad preferita
quella che dice: l’uovo di Brahma sul mare del diluvio a fare musica
per trentaseimila cicli per mille yuga per dodicimila anni ancora per
trecentosessanta altri anni di uomo, una bontà in rinascita
le piace dirsi e dirsi.
Purusa, ayakta, mahan atma, sattva, manas, oggetti dei sensi,
questa cosmogonia primaria la strugge e l’abbrama:
ha un intenso rapporto stabile con i fatti d’essere.
Ma è l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato
e amava suo padre come un bimbo allora
e si ricordava di pregare l’immensità corona delle fate sparenti
mentre i tibetani provavano a ritornare a Lhasa pensava:
“io prigioniera perché fingermi libera? sono la schiava adatta rinascente]
mi mostro e perdo niente nella mobilità oblunga
sono Druga che ammala, io prigionata vado lungo il filo
dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite
dell’ultima risacca dell’ultima gola dell’ultima amàca
e dell’ultimo ponte giunto per chissàddove sino a qui,
dove le orchestre sono fragili
dove il torrente è violento
e dove la cresta delle montagne grigie s’infila dvi-ja nelle nuvole”

 

***

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23 pensieri riguardo “Sette poesie inedite di Silvia Molesini”

  1. Sono tutte sfrezate di vita e rabbia indomita, vera che si disegna in ogni parola scelta nella sua naturale verità significante.
    e poi… ascoltare “time is running out” – che è di per sé tra le canzoni che “consumo nelle orecchie” pressocché quotidianamente – con i tuoi versi, per me oggi é una “ragione” d’essere “vento, vento, vento, vento …”

    grazie a Francesco per questa proposta ed alla Molesini per la sua esistenza.

  2. Grazie per l’apprezzamento Natàlia.
    E davvero, azzeccate, Francesco, la scelta dell’immagine-frattale, l’ordine dato ai testi e l’inserimento del video. Si vede quando le cose sono fatte con cura.

  3. Intensa, profonda e con passaggi che non si dimenticano:

    io prigionata vado lungo il filo
    dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite
    dell’ultima risacca dell’ultima gola dell’ultima amàca
    e dell’ultimo ponte giunto per chissàddove sino a qui…”

    Grazie e un caro saluto

  4. affascinante l’intercalare in lingua veneta ( che ancora non padroneggio!)
    Ehi Silvia, che potente tenerezza a scudisciate!
    ” ..ma è l’ ultima cosa che la fece prigioniera dell’ idillio scansato
    e amava suo padre come un bimbo allora..
    * io prigioniera perchè fingermi libera?
    sono la schiava della rinascenza/…

    BELE E BELLISSIME !! Ci provo con la tua lingua..Grazie a te
    ed a F. Marotta. Marlene

  5. Grazie, Silvia: se si fa, si fa bene o si chiude, non vedo proprio altre possibilità e alternative.

    Ti ringrazio di essere qui coi tuoi testi e ti faccio sinceri complimenti per il complesso della tua attività: seria, rigorosa e… appartata, come dovrebbe essere per tutti, e non è.

    Inutile dirti che ti aspettiamo ancora, con grande piacere.

    fm

    p.s.

    @ db

    Hai notato come, al di là di tutto, il nome Silvia Molesini contenga, contemporaneamente, assonanze e allitterazioni distribuite in egual misura? ;)

  6. Silvia, non preoccuparti, tu non c’entri assolutamente niente: ho solo preso un attimo “in prestito” il tuo musicalissimo nome per sollevare un po’ il morale di db, che oggi ha avuto una giornata particolarmente pesante…

    fm

  7. Vederti così accudita, è lo splendore che accade, a volte, nelle incombenze. E sempre penso ai tuoi versi, riversi come un collo che donodoli, ginocchia penzoloni dal muretto, quest’ossimoro fra adultità e sauvage. e poi ti incontro, trovo, per i luoghi, bianca come la cattedrale di sale giù in Colombia.

  8. e Db e Marlene e Carmine ringrazio, e, doppiamente contenta per il mio ora scoperto musicale nome (fin qui ci vedevo l’insalata, che perfino una raccolta intitolavo L’indivia), per ultima, ma non least, saluto Nadia, della quale ricordo bellissimi versi in quel di Medicina, di-versi anni fa.

  9. “mi mostro e perdo niente nella mobilità oblunga
    sono Druga che ammala, io prigionata vado lungo il filo
    dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite”

    ho riportato questo, ma potrei riportare altri e altri versi, sono di una bellezza travolgente, ammiro sinceramente la capacità di rendere con questa forza ed eleganza l’attesa, il rallentarsi di una azione, il prendere pieno movimento, una poesia viva, attraversata ritmicamente in ogni suo più remoto angolo dalla linfa. Complimenti a Silvia Molesini e grazie a Francesco per la cura.

  10. quello che è il mio pensiero sulla poetica di Silvia Molesini non ha bisogno di ulteriori (immancabili) conferme.
    dal mio punto di vista è e resta insieme a Rosaria Lo Russo (e un altro paio di nomi che qui ometto) la più dotata poetessa italiana contemporanea

  11. E capperi! Mi fai commossa, Enzo. Saluto e ringrazio la Nera, che mi era sparita dal post, e Antonio (poesia viva è una definizione che mi piace molto).
    Nadia, mi scuso per la gaffe, mi ricordavo Augustoni ed invece era D’Agostino (sono andata a verificare); porta pazienza, mi sto inesorabilmente avvicinando alla menopausa…

  12. un linguaggio personalissimo e…sferzante come dice Natàlia Castaldi. E l’inserto musicale mi sembra….adeguato.
    L’apprezzo molto seppure tanto lontana dal mio genere.
    Mi colpiscono gli ultimi (!) sette versi dell’ultima…poesia qui postata.
    BRAVA!
    e sempre grazie a Francesco per le proposte tutte di livello.
    lucetta

  13. bello scoprirti qui, Silvia, con questa tua parola dell’urto e della vita, che ulcera e incanta. E sento tanto del mio amatissimo Zanzotto, in bellezza e voglia di spiazzare, e con una tua personalissima firma, davvero chapeau ! e un saluto caro a Francesco
    annamaria

  14. Cara Molesini, con i versi di Lisa non lede mi hai letteralmente stesa. Ho dovuto sciogliere un certo nodo accuratamente legatosi allo stomaco per riprender fiato dopo la lettura che ovviamente, dopo la stretta iniziale, mi ha donato una gioia grande, quella che arriva quando leggi vera Poesia. Ma belli tutti questi testi, Molesini(ani) doc. Grazie a te Silvia e a Francesco. Saluti cari

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