Vertigine e misura (II) – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

marco ercolani
“Quando la poesia è finestra, riflette e complica il paesaggio esterno. Quando è specchio, irradia e deforma il paesaggio interno. Quando è scudo, diventa cortina al mondo e sospende la verità in una trama di finzioni. Quando è schermo, proietta una scena dove non accade niente di descrivibile. Quando è muro, diventa con sollievo la fine necessaria, nel silenzio, di ogni parola. La poesia è simultaneamente finestra, specchio, scudo, schermo, muro.”

(Da: Marco Ercolani, Vertigine e misura. Appunti sulla poesia contemporanea, nota critica di Gabriela Fantato, Milano, La Vita Felice, 2008.)

[La prima parte qui…]

           Tirare il respiro

Qualche mese prima di perdere la ragione e di comporre, rinchiuso nella torre di Tubinga, vegliato dal falegname Zimmer, serene quartine sui paesaggi e sulle stagioni, Friedrich Hölderlin scrive, libero dalla breccia che lui stesso aveva contribuito ad aprire nella pienezza del linguaggio: «aperte le finestre del cielo/ e lasciato libero lo spirito della notte/ assalitore del cielo, che ha la nostra terra/ sedotto, con molte lingue impoetabili, e/ rotolato le macerie/ fino a quest’ora». Uno spirito notturno assale il cielo e seduce la terra con lingue che non sono né «poetabili» né armoniose, ma che solo fanno rotolare le macerie. «Anche i sogni si aggirano in prigione/ anche le stelle./ A volte le parole comandano/ tra loro si parlano/ strappano dalla testa grovigli/ e se ne vanno sfondando buchi/- piccoli universi/ dove io stavo prima di loro» (Lucetta Frisa). La poesia sfonda buchi insospettabili nella pienezza della voce e non può che rientrare docilmente nel regno della notte, nei riti del sonno, a strappare quel respiro che prima era canto pieno ed ora è vuoto interrotto da silenzi, da «svolte del respiro» (Paul Celan); a tirarlo come un peso, sul filo della catastrofe, personale e linguistica, gli occhi coperti, senza vedere, i piedi legati, senza camminare. Hölderlin ci riconferma il dovere del poeta: «E ciò che tu hai/ è tirare il respiro./ Infatti se uno lo ha/ levato alto nel giorno,/ lo ritrova nel sonno,/ perché dove gli occhi sono coperti/ e legati i piedi,/ lì tu lo troverai».
Nel 1806 scrive: «Perché come ingobbito/ in prigione celeste, parlando secondo il giorno,/ là mi trovo dove, come dicono le pietre, Apollo incedeva/ in regale figura». Che il poeta, ispirato dal dio, si senta oppresso dalla prigione terrena è comprensibile. Ma, curiosamente, anche il «sentirsi dio» è un peso intollerabile. «Parlando come il giorno», percepisce una volontà di chiarezza nella confusione delle lingue. Non condivide il destino dell’uomo, essendo poeta. Non condivide quello del dio, non essendo mistico. Sceglie di perdere la ragione. «Alta/ si muove da Londra/ la carrozza del re./ Bei giardini risparmiano la stagione./ Sul canale. Profondo giace però,/ credendo, il calmo oceano./ E la città ben nota alle scritture/ parla, simile a donne roche in città distrutte. Ma/ conservano il senso./ Spesso tuttavia come un incendio/ divampa confusione di lingue». L’oceano, pur immenso, resta calmo. Le parole delle «donne roche in città distrutte» conservano un senso, nonostante l’«incendio in cui divampa confusione di lingue». All’interno di un’esperienza che porta l’uomo oltre i suoi limiti, Hölderlin resta vivo, come sono vivi i sonnambuli che, a un rumore imprevisto, potrebbero svegliarsi di colpo, sopraffatti dal panico, e morire.

           La radice della parola

La poesia è questo enigma: essere “fuori di sé” e costruire le forme di questa “evasione” con scrupolosa esattezza. Non vivere la pienezza del canto ma la sua radice – l’impossibilità della parola. Lo stare ai margini dell’afasia, dentro qualcosa di impreciso che ammutolisce il linguaggio comune e consente alla poesia di esistere. Essere nell’illimitato continuando a fondare limiti che descrivano il loro dissolversi. Quando René Char esalta l’impresa poetica come esperienza dell’impossibile e scrive: «Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti» non dimentica ciò che lui stesso afferma con illuministica sapienza: «Il giorno nutre, la notte affina la parte nutrita».Quando Novalis scrive: «La poesia è il reale veramente assoluto», intende un reale che comprende la sua stessa inesistenza. Nella realtà totale tutto può essere reale e irreale. Le parole hanno già parlato a lungo, prima di arrivare al poeta, sono piene di silenzi e di suoni. Il compito del poeta è riconiarle, per il tempo che durerà la sua opera, ma con la certezza che «il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura» come sostiene Stéphane Mallarmé. Ogni poesia progetta la propria luminosa oscurità e diventa forma cosciente di quel grido che, a tratti, interrompe il silenzio. Se la poesia è un «progetto di veglia/ con sogno e manovra» (Lorenzo Pittaluga), la veglia è proprio il progetto reale che comprende le matrici del sogno e le manovre della forma. «I nostri poeti spesso dimostrano apertamente che la loro parola non è nata da loro stessi, ma piuttosto è […] come se parlasse prima di loro, come se il suono musicale di una poesia incomprensibile sopraggiungesse su di loro e li costringesse alla forma poetica – come se essi potessero essere ascoltanti solo nel momento in cui iniziano a parlare (Walter Friedrich Otto)».

           Prede nascoste

Il progetto della poesia è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alle sue forme. La scrittura poetica è lontana da qualsiasi visibilità: nel momento in cui cerca di tradurre l’invisibilità in forme, non fa che aggiungere nebbia a nebbia, pur rispettando i contorni del paesaggio. È il contrario di uno schermo in cui giocare, in modo onnipotente, le possibilità combinatorie dell’immaginazione all’interno di un delirio elastico, estensibile, virtuale. La scrittura poetica pretende di essere il materiale di un sogno i cui strumenti sono le parole. Non una visione da opporre al reale, ma la sostanza del reale stesso. Non fantascienza ma scienza del reale. Nulla aggiunge al mondo: vuole dislocarlo, deformarlo, deviarlo. Trattarlo allo stesso modo con cui si trattano i sogni. Se «le responsabilità cominciano dai sogni» (Giorgio Seferis), allora lo scrittore dovrà assumere, come regola fondamentale, la ricerca dei modi e delle forme in cui chiarire il suo, di cui è unico responsabile. Il poeta, scrivendo, stana prede nascoste. Si pone in agguato. Sorveglia, capta vibrazioni sonore, risonanze particolari. Aspetta che la preda lo raggiunga per afferrarla; e appena l’ha tra le mani, prende tempo, la osserva prima di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il proprio occhio attento: quindi la lascia libera. È solo in quel momento che può scrivere del suo incontro con lei. La verità è nell’attimo magico della risonanza che genera l’effetto, nell’incontro fra un oggetto che sfugge e una mano che cerca di tracciarne il contorno, un orecchio che cerca di riascoltarne l’eco al suo interno. «Voci all’interno dell’arca: Sono/ nascoste solo le bocche. Voi/ che sprofondate, ascoltate/ anche me» (Celan).

           Verità in figure

«Le foglie gridano. Non un grido di attenzione divina,/ né il fumo di eroi sfiatati né grido umano./ È il grido di foglie che non trascendono se stesse». Wallace Stevens arriva a percepire l’estremo realismo della scelta poetica: chi descrive l’oggetto «foglia» e il dolore legato al grido della “foglia” non racconta di altre cose, non prospetta barocche similitudini o svianti analogie. Si concentra sul “dolore” della foglia. Le immagini sono immagini che mettono a fuoco la “foglia”. Il “non trascendere” è la strada che riconquista la trascendenza immanente del dire poetico. La realtà, come suggerisce Cristina Campo, è “verità in figure”. Benché il silenzio sia sempre definitivo e sembri impossibile trovare ancora la necessità della “parola autentica”, resta la passione del poter dire parole. Per Eugenio de Andrade: «Solo la passione lo ruba/ alla morte, gli impedisce d’essere/ una pentola bucata/ dove sibila il vento». Il poeta parla di ciò che gli “impedisce di essere”. Ma intanto, l’immagine di cui si serve è proprio quella: una pentola bucata con il sibilo del vento. La mette fra parentesi, la definisce come negativa, però la usa, come si usano le impronte per capire il peso e l’altezza delle persone che hanno impresso lì i loro piedi e hanno lasciato quel segno del loro passaggio. «L’immagine della mia opera nel dio finale/ non è già l’onda trattenuta/ ma la terra solo trattenuta/ che fu inquieta, inquieta, inquieta» (Juan Ramòn Jiménez). La poesia si definisce non tanto come sorgente di immagini quanto come caverna vuota, roccia dove si tastano segni. E i segni sono calchi di parole. Probabilmente quei calchi dureranno per un tempo definito e non saranno affatto immortali, ma contribuiranno comunque a definire il luogo dove si addenseranno e polverizzeranno altre, innumerevoli parole «…dileguano, cadono/ nel dolore degli uomini/ ciecamente,/ di ora in ora,/ come acqua di pietra/ in pietra lanciata,/ senza mai fine, giù/ nell’ignoto…» (Hölderlin).

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Dario Capello – La forma della scossa

Nota su Vertigine e Misura. Appunti sulla poesia contemporanea.
di Marco Ercolani.

Il viaggio proposto dalla scrittura di Marco Ercolani in questo libro dentro, e non attorno, allo spazio stesso della poesia si può definire un genere letterario in sé. La struttura formale di VERTIGINE E MISURA si articola in tre parti.
Nella prima, a sua volta disposta in due sezioni, Nota vibrata e Cortocircuiti, l’autore interroga il tema nevralgico del fare poetico (e del suo senso) intrecciando un dialogo raffinato con le ombre, le ossessioni, i pensieri coltivati attraverso le letture. Sono pagine di rara intensità, di continui eventi mentali acuminati che scompigliano tutto ciò che sembra essere “dato”. Una giostra incandescente di rifrazioni. La parola di Ercolani entra qui in risonanza con l’universo delle parole altre, circola con l’aria stessa della poesia, circola e ruota attorno all’assioma centrale del libro, quello che definisce lo spazio poetico come il luogo “dove la sillaba rigorosa e la vertigine dell’immagine si incontrano per sovvertire l’ordine del discorso”.
La seconda parte, Occasioni, sperimenta il corpo vivo del contemporaneo. L’autore ritaglia trenta voci poetiche, vicine nel tempo e nel gusto personale, e dedica ad ognuna un microsaggio interpretativo. Impossibile citare tutti. Almeno, tra i poeti più esposti in visibilità, un po’ alla rinfusa: Antonella Anedda e Milo De Angelis, Antonio Porta e Cesare Viviani, Lucetta Frisa e Amelia Rosselli, Gabriela Fantato e Giovanna Sicari…
La terza e ultima parte, dal titolo bello e inquietante, Senza il peso della vita, profila il tema delle vite interrotte dei poeti. In particolare, Ercolani si concentra sull’opera e sulla vita del giovane poeta genovese Lorenzo Pittaluga, morto suicida nel 1995.
Tutto il libro (ma si potrebbe dire: tutta la scrittura di Marco Ercolani) indica fin dal titolo il senso di una scossa, di una eccitante opposizione, di un ossimoro apparente: vertigine e misura, eccesso e afasia, febbre e concentrazione, ecc… In realtà l’inconciliabile di questi poli è solo in superficie, in quanto la forza tensiva della scrittura stessa di Ercolani penetra il velo della contraddizione, nella ricerca rabdomantica di una verità più profonda, turbinante, non certo mediabile. Questa zona alta e primigenia assomiglia a un silenzio, quel silenzio che precede ed eccede la parola, e che non va confuso con “l’invisibile avversario” contro cui lotta la parola poetica.
Voglio ora riportare una frase di Ercolani, seminascosta al fondo di pagina 71, che si può leggere come sintesi e paradigma di quasi tutto l’universo di topoi dell’autore. Il soggetto è il daimon, e per riflesso la parola poetica: “Non nella condizione del crollo ma nella imminenza del crollo (…) dove tutto è e tutto potrebbe non essere, sprofondato nei riverberi di una realtà così molteplice da sfuggire alle unghie che vorrebbero trattenerla per studiarla al microscopio (…)”. L’imminenza del crollo è davvero il momento privilegiato, sorgivo dell’atto creativo, poiché prepara, davanti all’abisso, il necessario “balzo del pensiero”. Non a caso Gabriela Fantato, nella lucida e penetrante nota introduttiva al libro, insiste su termini-chiave come “bilico”, “confine”, e così via… Sono passati quasi vent’anni da quando Marco Ercolani intitolava un suo racconto-saggio Il ritardo della caduta, con evidente riferimento al medesimo momento cruciale, alla medesima situazione fluttuante e dinamica. Ma la caduta è certa e necessaria. Lo “sprofondamento” deve avvenire poiché la profondità è la meta. Una meta sempre intravista e sempre sviata dai “riverberi” degli infiniti specchi. E ancora, la realtà poetica deve “sfuggire alle unghie che vorrebbero trattenerla”, deve insorgere dunque contro la griglia opaca dell’esistente. Deve nascere eretica e perturbante. Imprevista. “Ogni poesia autentica vigila nella pagina, febbrile e non ammansita (…)”. Per ciò è relativamente indifferente schierarsi dal lato della chiarezza o da quello dell’oscurità. Il poeta, scrive magistralmente Ercolani come parlando allo specchio, “non ama l’ombra, ma la luce dell’ombra”.

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9 pensieri riguardo “Vertigine e misura (II) – di Marco Ercolani”

  1. Sono felice, Francesco, di tornare nella dimora con alcuni stralci dal mio libro. Segnalo le parole attente dell’amico Dario Capello, ottimo poeta, redattore della rivista “Niebo” dalle sue origini – ricordi? il 1977, credo – e che negli ultimi anni ha potenziato l’urgenza della sua visione poetica. La sua nota sulla “luce dell’ombra”, per quanto riguarda il mio discorso critico sulla poesia, è semplice ed esatta.
    Marco

  2. ” Quella splendida luna
    nuotando nel canale
    così vicina a noi
    ci precedeva-
    paziente si fermava
    ad aspettarci.
    Poi ci ha lasciati soli.
    E’ un’ amica discreta. ”

    A Marco, Marlene

  3. Torno oggi da Istanbul e sono felice, Franco, di leggere le tue parole. “Da incorniciare”. Sì, perché sono sempre rare le parole di un amico che ti comprende fino in fondo e che insegue una scrittura che, nel rapporto con se stessa, è sempre una “questione di vita e di morte”. Una vertigine senza misura. Grazie.

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