Il pezzullo di db (XXII) – Un americano a Vicenza

[db]

UN AMERICANO A VICENZA
Goffredo%20Parise%20scrive%20a%20macchinaDa circa venti giorni ogni sera una Chevrolet di color scuro, pesante e mal tenuta, sostava in prossimità delle macerie dell’antico teatro Eretenio, per ripartirne di lì a poco, veloce. Dagli anfratti delle rovine sepolte d’erbe e di salici intricati sorgevano in quei pochi istanti di sosta alcune figure di giovani che, a rapidi balzi lungo i cornicioni e le crepe, si appressavano all’automobile e vi si infilavano agili, con fischietti e risatine; quindi la Chevrolet ripartiva silenziosa in direzione dei colli. Avevo già notato quell’auto scivolare veloce lungo le strade, rallentare o sostare in vicinanza di cantieri edili appena rischiarati da un lumino rosso nei pressi di case in costruzione e di rovine periferiche; una sera quella stessa Chevrolet sostò per circa quindici minuti ai piedi del Seminario Vescovile, infilata nelle erbacce della zona di scarico. Da un pertugio alto una diecina di metri e come rientrante nelle massicce vecchie mura dell’edificio, era calato un biglietto come una farfalla bianca, giù tra le felci selvatiche sorgenti dai detriti. Senza rumore e forse già nascosto nel folto, il guidatore lo raccolse e ripartì. Lo seguii a distanza con la mia Topolino.
Egli si diresse verso le mura del vicino cimitero israelitico, discese costeggiandolo e sparì lungo le sponde sinuose di un canale di irrigazione. Proseguii a piedi per raggiungerlo senza essere visto: giunto in vicinanza dell’auto quasi strisciando, lentissimamente presi a sbirciare nell’interno: un giovane, per quel che potevo vedere nel buio di quel quarto di luna, sui sedici o diciassette anni, vestito da d’Artagnan, o giù di lì, con un gran cappello piumato, dormiva. Ritornai rapido e sempre curvo alla mia automobile e a fari spenti attesi. Era quella, dove sostavo, una via di circonvallazione ancora in disordine e illuminata qua e là a lunghe distanze da tubi al neon che campeggiavano contro il cielo scuro come sottili aste fosforescenti e senza riverbero. Chiunque si fosse addentrato a destra o a sinistra di quella via, nei campi nei depositi di ferri vecchi appena cintati di filo spinato o lungo il canale di irrigazione alle spalle del cimitero israelitico, avrebbe potuto, a pochi metri dalla via di corconvallazione che corre su un dorsale a terrapieno, rimanere nell’ombra più fonda, nascosto, e nel medesimo tempo a portata di strada. E poiché, ai due lati di questa, scorrono canali e canaletti intricati le cui direzioni e anse sono note solo a chi le conosce per avervi pescato o nuotato o fatto saltare delle cariche per intontire le anguille, l’impressione, per chi transita sulla strada, è che non vi si possa scendere a causa delle acque che sembrano lambirla parallele da entrambi i lati.
Trascorse quasi un’ora prima che qualcuno apparisse dall’ombra. Grossi camion passavano sulla strada a veloce andatura, i teloni bagnati d’una pioggia caduta lontano, forse nel Friuli o a Trieste, provocando risucchi d’aria che rombavano alle orecchie. Silenziose e leggere alcune biciclette dal lumino abbagliante andavano verso la campagna costeggiando le mura della città e la grossa mole d’Alcazar del Seminario Vescovile, sepolta nell’oscurità dei ritiri spirituali. A quell’ora forse anche i passi del padre lettore s’erano spenti nei corridoi; nelle lunghe camerate a volta, confusa nel primo sonno incerto tra le immagini della realtà e quelle baluginanti della preghiera, si muoveva forse in passi appena pronunciati la figura esile di S. Ignazio Maria de Liguori, o quella, possente come i suoi quattro volumi, del padre Alfonso Rodriguez, rivestito d’umiltà contro le tentazioni. O forse un chierico solo (quello del biglietto lanciato dal pertugio), a piedi scalzi e il cuore in tumulto, raggiungeva correndo il suo letto di ferro, vi si infilava tremando e non riusciva a prendere sonno, tali e tanti erano i tormenti dell’animo.
Trascorsa dunque quasi un’ora, durante la quale m’era parso di udire sbattere la portiera dell’automobile e un fruscio lungo le sponde del canale, udii accendersi il motore e in pochi istanti la Chevrolet fu sulla strada. L’americano accese i fari, appena in tempo per illuminare in pieno la mia Topolino che stava per ripartire lenta: ci fu da entrambe le parti un attimo di esitazione: l’americano spense i fari, io pigiai sull’acceleratore, inutile manovra dal momento che dovevo svoltare. Poi i fari si riaccesero, l’auto salì dall’ombra forzando sul motore e scivolò via silenziosa sulla strada. Forse l’americano aveva notato in precedenza la mia auto seguirlo o, stando nell’oscurità del suo buco, ne aveva distinto la sagoma contro le luci che salivano vaporose dal centro. Non avevo calcolato appunto questo: mentre egli s’era appostato in un luogo completamente all’ombra, oltre il quale si chiudeva il buio delle campagne e per di più al di sotto del livello stradale, al contrario io avevo fermato la mia Topolino proprio sul lato opposto della strada e quindi al limite di un terrapieno relativamente alto rispetto al piano della città incappucciata dall’alone luminescente. E lì ero rimasto quasi un’ora, aspettando ch’egli sorgesse dal suo nascondiglio. Ma poiché, che se ne fosse accorto o meno, o che lo sospettasse soltanto, oramai mi trovavo anch’io sulla sua strada, lo sorpassai sempre tenendolo d’occhio. Tentai questa manovra in un crocicchio illuminato perché volevo accertarmi di un sospetto che m’era venuto al momento di ripartire.
Distrattamente non avevo pensato che sarebbe stato più opportuno e avrei ottenuto molto di più stando nascosto nel folto dell’erba in prossimità dell’auto anziché fermo e lontano nella mia Topolino. E che, in ogni caso, avrei potuto osservare da vicino e con maggiore probabilità visiva ciò che succedeva laggiù anziché attendere, senza vedere nulla, che la Chevrolet salisse sulla strada per poi seguirla. Infatti laggiù, nei meandri del cimitero israelitico e di tutti quei canali, avrebbe potuto succedere ogni traffico, del tutto al riparo dai miei occhi: una sostituzione del guidatore (che avevo osservato solo di sfuggita) o un camuffamento (il costume da moschettiere del ragazzo giustificava questa supposizione) o la sparizione del ragazzo che magari era andato a casa, o a letto, o abitava da quelle parti (ma così vestito?) o l’aggiunta di nuovi ospiti nell’auto provenienti dalla campagna (ma come? attraverso i canali d’irrigazione o dall’interno stesso del cimitero israelitico?).
All’incrocio sorpassai: guardando nell’interno della Chevrolet vidi che il ragazzo vestito da d’Artagnan non c’era più. L’americano era solo al volante e mi parve tutto fradicio, come uscente da un fiume. Accelerai ancora e girai in una viuzza laterale; lasciai correre silenziosa l’auto americana e, di nuovo, a lunga distanza, la seguii. Risalì rapida lungo tutti i viali di circonvallazione lasciandosi alle spalle il centro della città. Giunta all’altezza degli archi della stazione ferroviaria diminuì notevolmente l’andatura e prese a girare lentamente intorno al piazzale, sostando qua e là nei posteggi. Questi giri duravano pochi minuti. L’orologio della stazione segnava le 0.40 all’arrivo della Chevrolet, scattarono quattro minuti, poi, dopo aver costeggiato lentissima il marciapiede, l’auto ripartì veloce in direzione delle colline. Alle 0.43, proprio quando la Chevrolet scivolava lungo l’orlo del marciapiede, a passi rapidi, nervosi e apparentemente disattenti, col naso all’insù a fiutare, e l’ombrello al braccio, dalle porte vetrate della stazione uscì Azerbagiàn, ladro e ricattatore. Lanciò un rapido sguardo nell’interno della Chevrolet, con quei suoi passi sventati passò dietro l’auto e attraversò spedito il piazzale senza voltarsi. Fu in quel momento che la Chevrolet ripartì verso le colline: un momento prima o un momento dopo il guidatore e Azerbagiàn non avrebbero potuto vedersi a meno che quest’ultimo non avesse camminato, cambiando la sua direzione, in modo da attraversare la strada all’auto.
E fu il lampo di scimmia finta e svagata che vidi negli occhi di Azerbagiàn a persuadermi che anche lì, anche all’interno della Chevrolet e anzi in tutti i suoi giri, egli in qualche modo (quale non so) doveva avere la sua parte.

Tommaso Dal Molin

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Brano (auto?)censurato, scoperto e pubblicato da Pino Dato (Vicentinità, Dedalus, Vicenza 2007) del racconto di Goffredo Parise, Americani a Vicenza (1957).
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85 pensieri riguardo “Il pezzullo di db (XXII) – Un americano a Vicenza”

  1. Mi dispiace, db, ma non accetto polemiche con persone che non sono intervenute in questo thread e che non hanno niente a che vedere con l’argomento del post.

    fm

  2. pensavo che la censura…

    quei ***** sono perfetti per stuzzicare…

    la polemica era con un nick… (a meno che non si chiami proprio Elvira Donna)

    questi ultimi giorni sono stati faticosi: per certi versi pensavo di essere un letterato, per altri un illetterato, ma scoprirmi d’emblée allitterato!

    poi c’è stato il viaggio in macchina con cristiano che mi ha scombussolato (ogni tanto lo chiamavo fabrizio)…

    ho bisogno di calmare i nervi, di ritrovarmi nelle piccole cose: il passeggio col cane, la piantina di marjuana, il chinotto s. pellegrino…

    diciamo che per onor di firma seguirò ancora questo post, che devo confessare fu galeotto: in controluce infatti contiene un elogio sperticato delle tre religioni monoteistiche. e a una chiamata simile, chi saprebbe resistere?

  3. db, usare le mail e chiarirsi – se si ha qualche problema con qualcuno, nick o non nick – è da persone intelligenti e da uomini di cultura; oppure ci si manda i padrini e ci si sfida a duello: ma non qui.

    Non permetto a nessuno, nemmeno a me stesso, di usare il blog per regolare conti, di nessun genere, nemmeno quelli col fornaio.

    Per tenere aperta la “dimora” – e lo faccio soprattutto per rispetto verso le migliaia di persone che vengono qui a leggere ogni mese, e alle quali non gliene è mai fregato niente, giustamente, delle beghe personali, a cominciare dalle mie – rubo tempo della mia giornata ai miei figli, a mia moglie, ai miei studi, ai miei casini variamente assortiti: voglio continuare così, fin quando mi va e ne ho le forze: a presentare, sempre, testi che ritengo degni di essere letti, compresi i tuoi: ma alle mie condizioni.

    fm

    p.s.

    Io non censuro niente, è un atto che va contro tutti i miei principi: quegli asterischi li hai messi tu, non io. E lo sai benissimo.

  4. le tue argomentazioni non mi trovano insensibile (ad es. anch’io, seppur in misura considerevolmente minore, “rubo tempo della mia giornata ai miei figli, a mia moglie, ai miei studi”), e la crisi mia attuale è probabilmente nutrita dai tuoi stessi dubbi, quelli per intenderci che ti spingono spesso a minacciare la chiusura della dimora.
    se ne può discutere, qui o altrove, ma:

    se quegli asterischi li ho messi io e non tu, come fai a sapere che quel mio commento contiene *polemiche con persone che non sono intervenute in questo thread e che non hanno niente a che vedere con l’argomento del post*? leggi forse gli asterischi come altre leggono le carte?

  5. considero medio questo pezzo di parise. che sia medio, complica l’attribuzione della censura: fu sua, dell’editore o di chi altro?
    in ogni caso, che sia medio conferma trattarsi di uno scrittore vero. e a ulteriore conferma ci sono due elementi che presento in forma di quiz matematico (a soluzione secca quindi):

    in che senso il testo contiene
    1 critica delle 3 religioni monoteistiche?
    1 ironia allo stato puro?

    aperto il dibattito!

    1. Non è esatto. Fu scritto nel 1956. Come scrive Parise nell’avvertenza alla prima pubblicazione in plaquette (Scheiwiller, 1966) del testo: “Questo racconto fu scritto nel 1956 a Vicenza, mentre ero ospite di mia madre e osservavo le truppe americane della SETAF che si aggiravano nella piazza palladiana. Vorrebbe essere un reportage ma non è riuscito a diventarlo. E’ piuttosto una intuizione figurativa della funebre spettacolarità di oggetti americani (uomini e cose) che vidi cinquer ani più tardi in America, carichi di tutto il loro falso splendore. Non ho mai pensato di pubblicarlo in un libro, tanto modesto e del tutto privato e personale ritenevo questo scherzo, ma l’editore Scheiwiller ha avuto la gentilezza di volerlo fare lo stesso, e lo ringrazio. Se, come si dice, il pensiero vale più del regalo, vorrei dedicare questo «ricordino» ad Alberto Moravia”

  6. «Volevo scrivere un romanzo che mi tenesse compagnia nell’inverno milanese [1953-54], che mi divertisse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine, un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo». Il Resto del Carlino, 5.10.1957

  7. Il topolino domestico (mus musculus) si alimenta molto frequentemente, è capace di passare attraverso buchi poco più grandi di un centimetro, di arrampicarsi su ogni superficie e ha anche una notevole resistenza fisiologica.
    La sua attività si volge prevalentemente di sera e di notte. Molto curioso, ha paura del nuovo (neofobia).

  8. Rodriguez, Alfonso (patrono dei portieri e degli uscieri), Esercizio di perfezione e di virtù cristiane, 4 voll., Edizione stereotipa, Torino : Marietti, 1907.

    1. Desidero dare un piccolo contributo sulla non casuale scelta di Alfonso Rodriguez come nome del personaggio scelto da Parise nel capitolo poi censurato o autocensurato de “Gli Americani a Vicenza”. C’è una testimonianza di Virgilio Scapin (si legga il dettaglio alle pagine 88 e 89 di “Vicentinità”) che, leggendo il passo e il nome di Rodriguez rammenta folgorato (intervista a Candiollo del Giornale di Vicenza) come Goffredo si fosse a suo tempo interessato presso di lui del clima del seminario (dove Scapin era stato da giovane) e lui gli avesse parlato a lungo di questo autore, mistico spagnolo molto letto nei seminari a quel tempo… Evidentemente Parise il capitolo lo aveva preparato per inserirlo a pieno titolo…

  9. maria de’ liguori (maschio quanto topolino) è il paroliere arcifamoso di una canzonetta che, calata nel contesto del racconto, riverbera assai:

    Tu scendi dalle stelle o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo, O Bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar. O Dio beato! Ah! Quanto ti costò l’avermi amato. A te che sei del mondo il Creatore, mancano i panni e il fuoco, o mio Signore. Caro eletto pargoletto, quanta questa povertà più mi innamora, giacchè ti fece amor povero ancora. Tu lasci del tuo Padre il divin seno, per venire a tremar su questo fieno. Caro eletto del mio petto, dove amor ti trasportò!

  10. La vicentinità è la facoltà di tradurre in passioni intellettuali, astratte, le passioni reali. La costante tendenza, cioè, a frenare e forse a dissolvere prima del loro compiersi quei moti dell`animo, del pensiero e della carne che conducono ai fatti e, di conseguenza, alle conseguenze. Cioè, ancora, una forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia che potrebbe apparire anche soltanto borghese, o per meglio dire di amministrazione dei sentimenti che tende inesorabilmente alla staticità, alla immobilità, al monologo e non al dialogo, insomma alla fantasia, alla nevrastenia, talvolta alla narcisistica follia. Questo groviglio interiore che non si esprime mai, questo pasticcio di cose improbabili che diventano probabili per virtù di farnetico, tutto ciò, forse, è la vicentinità.

  11. come diceva il mio prof. di filosofia, che era di vicenza ed era stato in seminario, prima la topica e dopo la critica.

    i 4 luoghi del racconto si dispongono a chiasmo: l’ex-eretenio (bombardato il 22.4.44) e la stazione a vicenza sud, il seminario e il cimitero a vicenza nord. entrambi i membri delle coppie distano tra loro meno di 1 km., mentre le due coppie distano tra loro più di 4 km.

  12. quando parise dice “in direzione dei colli”, intende i colli berici, situati appunto a sud di vicenza; e quando dice colli, sottintende il colle più vicino, ossia monte berico, la cui salita parte proprio dalla stazione.

    Nei primi decenni del 1400 una pestilenza ostinata mieteva vittime nel Vicentino. Verso la metà del Marzo 1426 una donna di età avanzata, certa Vincenza Pasini, si recò dal Vescovo di Vicenza per raccontargli che, pochi giorni prima, il 7 Marzo, mentre si recava dal marito, che stava lavorando nella sua piccola vigna sul Monte Berico, nel luogo ove oggi sorge il Santuario, le era apparsa una donna bellissima che le aveva detto: “Non temere, Vincenza. Io sono Maria, la Madre di Cristo morto in Croce per la salvezza del genere umano. Va’ e di’ ai Vicentini che innalzino in questo luogo una Chiesa consacrata al mio nome, se vogliono essere liberati dal flagello della peste che li colpisce…”. Il Vescovo non le credette; come non le credettero i Magistrati della Città, ai quali pure Vincenza si era rivolta. Eppure, per fornire la prova che la Madonna aveva fatto la sua richiesta sul serio, la Veggente spiegò che essa aveva tracciato con un ramo di olivo il perimetro della Chiesa da edificare in suo onore, assicurando che quanti si fossero qui recati nella prima domenica del mese, avrebbero ricevuto grazie abbondanti…Soltanto due anni dopo, il 1 Agosto 1428, Vincenza ebbe una seconda visione; e questa volta scese in Città, mettendosi a gridare a gran voce quanto le era accaduto. E la gente – che intanto continuava a morire per la pestilenza – cominciò a crederle: fu così che, il 25 di quel mese, Autorità e popolo decisero di iniziare la costruzione di una primitiva chiesetta, nucleo originario di quello che, con successivi ampliamenti, sarebbe diventato il più bello e importante Santuario mariano del Veneto: della “Madonna di Monte Berico”.
    La Basilica-Santuario è ora costituita dall’insieme di due chiese: una di stile gotico, completata nella seconda metà del 1400; l’altra di stile barocco, ampliata e completata dal Borella (1688-1703), dopo un primo ampliamento su disegno del Palladio (1576). L’Altare Maggiore – con la veneratissima immagine della Madonna [una statua scolpita in marmo nel 1430 e policromata] che protegge sotto il suo manto la varia umanità che a lei ricorre –, è opera completata soltanto nel 1928.Dalla Città di Vicenza si può accedere al Monte Berico attraverso una teoria di portici [costruiti nella seconda metà del 1700], formati da 150 arcate: quanti sono i grani del ‘vecchio’ Rosario; e, ogni dieci arcate, da una Cappella nella quale sono dipinti i singoli Misteri del Rosario. Officiato da sempre dai ‘Servi di Maria’, il Santuario della “Madonna di Monte Berico” è meta ininterrotta di Pellegrinaggi da tutto il Triveneto e da altre regioni d’Italia. La monumentale ‘Penitenzieria’ adiacente al Santuario è costituita da due Cappelle sovrapposte, dove sono stati ricavati locali adeguati e raccolti per una trentina di Confessionali. Ognuna delle due Cappelle si presta pure per la celebrazione comunitaria della Penitenza. È questo, indubbiamente, lo spazio sacro dove – ai piedi della “Mater misericordiae” – si amministra ininterrottamente il Sacramento della Misericordia. Luogo di conversione, si direbbe; frequentato da anime pie e devote [che hanno spesso la buona abitudine di confessarsi una volta al mese], ma dove pure approdano disorientati e sbandati di ogni genere…

  13. nel chiasmo si formano due polarità:

    la maior – seminario/stazione, reclusione statica vs mobilità di passaggio, fuga.

    la minor – cimitero/eretenio, due varianti della morte (sepoltura, buche, crateri).

  14. il nome topolino alla fiat 500, nel 1936, fu dato non dalla ditta, ma dal popolino. certe caratteristiche del veicolo si confanno a quelle del mus musculus, ma forte dev’essere stato il richiamo di M. Mouse, che, nato nel 1928, negli anni 30 ebbe gran successo in italia. verso la metà degli anni 30 appunto topolino, da personaggino di provincia, si trasforma in detective, e gli sceneggiatori prediligono le atmosfere noir. con ciò siamo al goffredo-voyou, con la sua vetturetta a inseguire il gatto, di notte.

  15. propriamente, non esiste un cimitero ebraico a vicenza. c’è il cimitero acattolico che ha una parte riservata agli ebrei. per sineddoche dunque parise dice israelitico. si raggiunge, partendo da borgo scrofa dov’è il seminario, per via mariano rumor fino a via sorelle bandiera.

  16. tal cimitero compare già nel prete bello. in “la capanna sull’albero”, raccontino comparso sul corriere d’informazione del 21.9.57 (subito dopo dunque la stesura del nostro), parise parla del rinvenimento casuale di un minuscolo cimitero ebraico in un ex-convento, sempre a vicenza. nell’occasione, dichiara la sua origine ebraica da parte di nonna.

  17. nell’edizione mondadoriana del 1987 di americani a vicenza che ho, garboli afferma che parise era tra gli scrittori italiani del dopoguerra “il più dotato di talento naturale, d’indipendenza di giudizio, di sensibilità”. non sa un po’ di marchetta?

  18. citando alfonso rodriguez, parise pizzica gli esercizi spirituali; citando de’ liguori, la pratica confessionale.

    NB rodriguez era gesuita, de’ liguori no. ma gli esperti del confessionale erano i gesuiti con la loro casuistica. infatti la casuistica fu molto diffusa, durante la Controriforma, specialmente presso i Gesuiti che la utilizzarono per indirizzare nel senso da loro voluto le decisioni dei personaggi di alto rango di cui spesso erano confessori e padri spirituali. alla Compagnia di Gesù venne imputato di avere favorito attraverso decisioni spregiudicate una morale rilassata condannata dai Giansenisti e specialmente da Blaise Pascal nelle sue “Lettere provinciali”.
    ora, con Alfonso Maria de’ Liguori si ebbe un rinnovamento della casistica nella forma dell’equiprobabilismo. cosa fa parise? nella sua foga illuministica inserisce implicitamente liguori nei gesuiti, e a sanzionare il fatto è il lapsus per cui al nome giusto alfonso parise sostituisce quello di ignazio –– ovvero il nome del fondatore della compagnia, di loyola.

  19. “Vicentinità” nasce dal ritrovamento casuale nel 2001 di un dattiloscritto di Parise in occasione di un trasloco. Dato ritornò con la memoria alla persona che glielo aveva prestato: Giorgio Lanza, amico di Parise. Dato, ben conoscendo il testo apparso nel 1966 da Scheiwiller, si accorse che c’era un capitolo vergato con un pennarello come a tagliare, che nell’edizione Scheiwiller non c’era. così lo donò alla Biblioteca Bertoliana. Il capitolo fu pubblicato dal Giornale di Vicenza. Ne vennero dubbi e insinuazioni. Poiché la polemica stava assumendo – al di là di contenuti provincialistici di basso conio – una valenza scientifica (in una lettera al giornale Dato scrisse: “In questo modo gli amici rischiano di fare aggio sui filologi”), s’iscrisse a Ca’ Foscari, facoltà di Lettere indirizzo filologico. e si laureò nel 2005 con la tesi “Il manoscritto ritrovato, Goffredo Parise, gli americani a Vicenza”, relatrice Ilaria Crotti.

  20. ho dei problemi.

    pino dato, con cui sono in contatto telefonico, non ha il computer. sicché sono nella spiacevole situazione di avviare un dibattito con un semi-assente. sempre però mi anima il veccho adagio “amicus dato, sed magis amica veritas”, e quindi pongo la questione: il capitolo (auto?)censurato, non è un capitolo qualsiasi, bensì quello finale, strategico quindi. c’è qualcuno/a qui disposto a trascrivere le parti del penultimo capitolo (ultimo nell’ed. scheiwiller e pure nei meridiani mondadori) strettamente attinenti al cap. inedito? se ne potrebbero vedere delle belle…

    nei diari di mariano rumor stranamente c’è un buco per gli anni 1956-57. riprendono per il ’58, con un bisticcio rumor-fanfani che trascriverei qui volentieri se non temessi da andare fuori tema. a prop., il diretùr ha aperto il file della tesi triennale?

  21. db, torno al computer solo adesso e ti rispondo, per dissipare i dubbi (tuoi o di chiunque altro) e per non ingenerare equivoci di sorta.

    Quando io scrivo:

    “Io non censuro niente, è un atto che va contro tutti i miei principi: quegli asterischi li hai messi tu, non io. E lo sai benissimo.”

    il messaggio mi sembra chiarissimo, soprattutto se messo in relazione con il mio primo intervento:

    “Mi dispiace, db, ma non accetto polemiche con persone che non sono intervenute in questo thread e che non hanno niente a che vedere con l’argomento del post.”

    Dal momento che sono il gestore unico di questo blog, e l’unico ad aver accesso al dashboard, è evidente che gli ***** posso averli messi solo io (cancellando una parte del tuo commento). Materialmente è proprio così. Sostanzialmente, invece, li hai messi tu: tirando in ballo fatti, persone e circostanze assolutamente estranei al post e ai suoi contenuti e, per giunta, non presenti nel colonnino degli interventi.

    Spero che la () sia chiusa. Per sempre.

    Per imparare a leggere le carte, poi, ho un’intera eternità che mi aspetta.

    fm

    p.s.

    Buone ricerche per quel che riguarda Parise.

  22. caro diretùr, sono in un veicolo cieco. vorrei tanto riportare il brano dei diari di mariano rumor in versione drag-queen, ma se poi vado fuori tema? strictu senso, lo è, come il mio commento censurato sulla censura (in effetti alcor non è vicentina, ma veneziana: non so se mi spiego).

    ho chiesto collaborazione per riportare i passi salienti del penultimo capitolo di americani a vicenza. risultato? ricordo che appena giunto a cartigliano con la madre a fargli da perpetua, don gino puntò tutto sulla processione del corpus domini. il popolo tutto erano allineati, cappati compresi, e si dovea partire. allora solenne don gino esclamò: AVANTI LE VERGINI! non si mosse nessuna, e don gino dimesso sussurrò: avanti ti, mama…
    per fortuna so da fonte certa che diversi compagni del comitato del no vicentino mi seguono mutamente e ciecamente… darò dunque voce al mio alter ego.

  23. Non posso aiutarti, non ho i libri di cui parli e mi è impossibile verificare le versioni.

    Anche per quanto riguarda Alfonso Maria sono nelle stesse condizioni: pur essendo nato a un paio di chilometri in linea d’aria dal suo santuario, non ho mai bazzicato l’ambiente.

    I’m sorry.

    fm

  24. l vicentino è una terra dove la curiosità nei suoi abitanti è sviluppata in maggior misura di altri attributi astratti, fino a diventare quasi un senso fisico, come il gusto e l’olfatto, ma, a differenza di questi che sono esigenti e quasi immediati per questione di natura, la curiosità – se si arriva ad intenderla appunto come un senso – è indifferente alla sostanza dell’oggetto che la stuzzica, e quindi razionale, paziente, raffinata ed estremamente elastica.

  25. I. Crotti, “1955: Goffredo Parise reporter a Parigi”, Il Poligrafo 2002.

    reporter, from L. re-portare “carry back”. Meaning “formal statement of results of an investigation” first attested 1661.

  26. I. Crotti, “La «detection» della scrittura. Modello poliziesco ed attualizzazioni allotropiche nel romanzo del Novecento”, Antenore 1982.

    Detective (1850), from L. detectus, pp. of de-tegere “uncover, disclose”. Short for detective police.

  27. Mi scuso con Pino Dato se i suoi commenti compaiono solo ora.

    La ragione sta nel fatto che wordpress blocca automaticamente i post di chi interviene per la prima volta, poiché non ha ancora in memoria l’IP dello scrivente, e fin quando io non ho accesso al computer i commenti rimangono nel limbo.

    fm

  28. La venuta di Pino Dato dà senso e speranza alla rete come luogo di possibile, comune accrescimento culturale. Dunque, grazie Pino innanzitutto, e al lavoro. come riportato (sic), *Questo racconto fu scritto nel 1956 a Vicenza […] Vorrebbe essere un reportage ma non è riuscito a diventarlo.*
    Dunque Parise reporter, come un anno prima a Parigi e un lustro dopo in USA.
    Da Giacomo Lanaro sappiamo che gli americani arrivano a Vicenza nel settembre-ottobre (a scaglioni) 1955. Reportage dunque a tutti gli effetti, col fiuto del segugio per il nuovo, in tempo reale.
    Secondo me, il capitolo tagliato era quello finale: giusto Pino, tu che hai avuto tutto il malloppo sottomano?

    1. No, il capitolo è al centro. Il personaggio dell’americano in Chevrolet (un ‘simbolo’ caro a Parise, che ritroviamo anche nel suo viaggio americano del ’61) è uno che va ad aggiungersi ai vari Buziuk e Randy Fey, protagonisti di un affresco a tinte torbide american-vicentino con delitto.
      C’è un personaggio, nel capitolo tagliato, un inquietante personaggio di nome Azerbagiàn, che poi ricompare nella pagina finale (del funerale). Parise, 10 anni dopo si accorge della svista che non gli aveva consentito di spiegare chi fosse e aggiunge: “noto ricattatore in città”. Ma nell’originale l’appellativo non serve perché il lettore sa già chi è (ma il capitolo era stato tagliato già per Illustrazione Italiana). In “Vicentinità” c’è tutto: anche la collazione delle molte varianti parisiane. Il cui esame molto spiega.

  29. riporto per comodità le marche temporali presenti nel testo di Parigi (a ogni data corrisponderebbe un “servizio” giornalistico). dopo un preambolo,

    22 ottobre: invasione degli americani con esplosione atomica (cap. 2)

    4 novembre: accoltellamento di un americano (cap. 3)

    episodio con Randy Fey, dove si parla di un “bollettino dei protesti del primo dicembre 1956” ?! (cap. 4)

    episodio de Jesus, inverno (cap. 5)

    episodio degli elicotteri: “7 febbraio 1957, di giovedì, giorno di mercato” ?! (cap. 6)

    episodio del funerale: 2 marzo (cap. 7)

    episodio d’Artagnan: aprile?

  30. Ergo: allo stato attuale e stati i dati che posseggo, traggo le seguenti, provvisorie conclusioni:

    -nel 1966 Parise, 10 anni dopo, riconsiderando il racconto che Scheiwiller e Garboli lo “costringono” a pubblicare (era però già uscito nel 1958 su L’illustrazione italiana), canna la data di nascita di un anno, e dice 1956 quando il suo testo invece dice 1957.

    – nel 1987 il curatore delle Opere, 2Meridiani Mondadori, prende per buona l’esternazione parisiana del 196, riportando in nota la citazione qui postata da Pino Dato.

    fosse così, db inculerebbe berlusca? già godo all’idea!

  31. ipotizzavo che il lapsus di parise (ignazio invece di alfonso) fosse stato favorito dall’elemento comune a rodriguez e de liguori della casuistica. ora ho trovato una prova, in un reportage cronologicamente vicino al nostro racconto: “l’ultimo sabato di israele”, apparso su L’illustrazione italiana dell’aprile 1959. parise sta descrivendo la città di Safed, covo degli ebrei ortodossi, e presenta la cabala che lì si pratica così::

    *essa si espresse in termini parascientifici e diede l’avvio a un sistema di calcoli diremo così matematici basati sui valori numerici di ciascuna lettera dell’alfabeto. Qualcosa di simile ma assai meno complesso ed esasperato esiste anche nel cristianesimo e si fonda principalmente sulle opere di meditazione cristiana di Alfonso Rodriguez o di S. Ignazio di Loyola.*

  32. alla polarità antitetica seminario/stazione si affianca l’altra, seminario cattolico/cimitero ebraico. “l’ultimo sabato di israele” comincia analizzando le varie forme di antisemitismo occulto nel vicentino. il cimitero ebraico è il fuori, l’extra ecclesiam (nulla salus): questo anche per i ragazzini, che andavano a giocarci di nascosto. ma: oltre l’antitesi, parise rileva l’affinità, e nel suo punto peggiore: il casuismo ritualistico. questa però è una critica classica, che ha in hegel il suo vertice: l’amore cristiano contro la legge ebraica, la passione contro il rito. e il sesso? e d’artagnan? e azerbagiàn?

  33. Se può interessare:

    stamattina Pino Dato ha inviato in dono “Vicentinità” alla sormani, a brera, all’insmli e alla statale di milano: una volta catalogato, sarà disponibile ai lettori milanesi. quando si dice: da coscia nasce coscia…

  34. scusa pino, ma con ‘sto azerbagiàn i neeutroni mi rimbalzano nel cervello come moleche in un secchio. gli è che azerba c’ha un rapporto stretto e oscuro con mister michea buziuk, inglese ricco impresario di pompe funebri, che compare al cap. 3 per riemergere poi nel cap, 7 finale.
    (lasciamo perdere per il momento almeno MARIA DE JESUS, stallone negro 19nne che inforca tal ada filipozzi…)

  35. avrei una piccola richiesta: sostituire la bella foto di parise con

    questa

    ma tagliando PPP e la betti (c’è infatti un sacrestano anche in americani a vicenza, di cognome serafin)

  36. E’ un’operazione che non so fare, e poi credo non sia nemmeno tanto lecita, visto che si tratta di materiale, comunque, “protetto”.

    Se vuoi, posso postare la foto integrale, corredata da link (ma dovrei, ad ogni modo, rivedere tutta la formattazione del testo: perché non ti accontenti, e godi dell’esistente? pensa alla filipozzi…).

    fm

  37. penso che dipenda dalle moleche.
    finora abbiamo visto nel racconto cattolici ed ebrei: bene, maria de jesus viene da un seminario protestante dell’alabama. (da non confondere con Maria de Jesus nata da una famiglia di contadini, che non aveva avuto alcuna istruzione, iniziando invece a lavorare all’età di 12 anni. Da piccola aveva subìto un incidente che le aveva causato la perdita della vista dall’occhio destro. Non fumava, non beveva, non assumeva caffè, e a memoria di sua figlia era stata una sola volta in ospedale per un’operazione di cataratta. Fino ai 115 anni era in buone condizioni di salute, curava sempre l’igiene personale, si vestiva da sola e si alimentava in modo autonomo: ciò pur essendo praticamente sorda e camminando con l’aiuto di un deambulatore.)

  38. una domanda decisiva per la data di stesura di americani a vicenza. parlando di maria de jesus, parise afferma (cap. 5): “Lo trovai in Tribunale nei giorni del processo Vicariotto”. Siccome è da escludere che sia una dato inventato (a parte i personaggi, tutto il resto è iperrealistico: ad es. via soccorsetto soccorso), bisognerebbe sapere quando ebbe luogo tale processo: Pino, Lanaro, vicentini e vicentine, su!

  39. Leggere, per credere, uno dei tanti verbali archiviati al comando di contrà Soccorso Soccorsetto:«Si è verificato che durante un controllo, l’agente accertatore richiedesse al conducente di esibire il contrassegno esposto sul parabrezza del Suv, in quanto vi era il dubbio che si trattasse di una fotocopia. Il conducente, con tutta tranquillità, aperta la portiera del veicolo e preso in mano il contrassegno, se lo mangiasse letteralmente, dicendo poi all’agente:”Di che permesso sta parlando?”». Assicurano che il mangiapermessi fosse figura piuttosto nota nel panorama cittadino.

    parise invece è un mangiapreti. in un racconto, se i nomi sono veri, testimoniano l’intenzione realistica dell’autore, se inventati testimoniano altre intenzioni. MARIA DE JESUS: letteralmente maria di gesù (in veneto de = di), nel senso della derivazione genealogica. quindi non gesù di maria, come nel vangelo, ma viceversa: ribaltamento grottesco dell’immacolata concezione. e tutto ciò nel 1957!

  40. proverbio vicentino: *tira più un pelo di pasolini che un carro di parise*

    prova provata del ribaltamento grottesco/iconoclastico è questa (parise sta parlando del pranzo di nozze di maria con ada filipozzi): *solo Maria de Jesus non era euforico, varie volte lo scoprii a vuotare per terra il bicchiere di vino, fingendo di averlo bevuto d’un fiato*. così, buttata lì, senza che la cosa abbia un seguito o una funzione nel racconto. ah, Cana!

  41. COLPO DI SCENA NELLE INDAGINI.

    il raccontino gay qui sopra non è al centro di” americani a vicenza” come sosteneva pd, e nemmeno alla fine come sosteneva qp: è il penultimo capitolo, il settimo di 8. cosa comporta ciò?

  42. il settimo capitolo (il nostro raccontino) è legato all’ottavo e ultimo dalla figura di azerbagiàn, che si rivela nell’ottavo, oltre che ricattatore, lacché dell’omosessualissimo buziuk. come dire: l’affare s’ingrossa…

  43. Il capitolo vi è assurdo (al mercato di vicenza 2 americani fanno da cavia a una pomata di marmotta del medico volante), ma in compenso porta la data precisa: giovedì 7 febbraio 1957. l’ultimo capitolo porta la data 2 marzo 1957. il nostro racconto, penultimo capitolo, è dunque da collocare nella seconda metà di febbraio.

  44. Denuda la tua foto signorina nelle affiches di Ambra solare fammi sentire l’odore della tua pelle e di iodio del ’34 ora che i pontoni non hanno piu’ crosta ne’ il sale rafferma dopo il bagno Sciogli il costume di lana blu con riga bianca e assorbi del sole del Lido quanto ti dice la pubblicita’.

    Edo, 100 giorni prima di morire.

  45. Ricordo bene l’estate del 1956: partecipai alla Biennale di Venezia per la prima volta. Forse l’ispirazione di quel d’Artagnan, apparentemente così fuori luogo, così sopra le righe, viene da lì, è un omaggio alla pittura. Niente a che vedere, in ogni caso, con questa lunga e snervante catena di insinuazioni e pettegolezzi. Goffredo ne avrebbe riso.

  46. possibile che in rete ogni critica sia presa per un’insinuazione? cara fioroni, per ora i punti controversi, e che lei potrebbe aiutarci a chiarire, sono fondamentalmente 2:
    – il racconto fu scritto nel 1956 o nel 1957?
    – la censura fu di parise o di altri?
    e infine una domanda generale: esiste una copia autografa del racconto?
    come vede, siamo fuori da un clima di malignità (quello per intenderci che ha accompagnato l’uscita di “vicentinità” di pino dato)

  47. cara giosetta, forse ho un’idea migliore. qui la discussione finora ha interessato solo dato e me. non penso dipenda dal fatto che i navigatori disprezzano parise. piuttosto, la discussione è troppo specialistica (e forse anche delicata). perciò le do il mio indirizzo mail, sperando che mi scriva (così le passerò quello di pino). come referenza, spero decisiva, le do questa: mio compare di nozze fu quel franco m. che intervenne come relatore al convegno veneziano del 1995 (dovrebbe cioè conoscerlo bene). ci conto

    dario.borso@unimi.it

    @tutti: il critico con più fiuto in assoluto (non a casò scoprì joyce nel 1923), davanti al ragazzo morto, nel 1951 scrisse: mi ricorda truman capote…

  48. Veramente ho seguito tutto il dibattito e lo ritengo interessante. Se posso permettermi un contributo, direi che ha ragione Nico Naldini quando definisce Parise “checcologo”.

    Roberto Rorato

  49. Non mi sembra giusto. Così trasformate un blog in una corrispondenza privata. Tra l’altro, alle domande poste bisognerebbe aggiungere questa: come ha messo Pino Dato le mani sul manoscritto? La storia che ha raccontato (un noto barista omosessuale ecc. ecc.) a Vicenza non ha convinto nessuno.

    1. Invito il vicentino anonimo a leggere il libro Vicentinità. Questo tipo di illazioni costituiscono la crosta peggiore della vicentinità. Complimenti.

  50. Funziona, il post non è mai stato chiuso ai commenti.

    Se si commenta per la prima volta, si viene automaticamente bloccati da wordpress, basta aspettare che io sia al pc per essere “liberati”: finora non ho trovato niente di sospeso: l’ultimo commento è quello sopra di me del 25 sett.

    fm

  51. ad es. mi ha scritto questo signore http://www.picoromagnoli.it/

    dice che qui era chiuso, e perciò ha chiesto sotto un altro post come commentare qui. ma il suo commento sotto il post agibile, dopo che era comparso, è stato tolto. comunque poco male, quello che voleva dire me l’ha detto via mail.

  52. Certo, ricordo bene F.M., spero nostro comune amico. Proprio da un gioco tra amici nacque la mia mostra Casematte, ispirata ad una villa di Orbetello (non Capalbio!) che frequentavamo. La casamatta dell’arte, spezzandosi, divenne una serie di case matte, spazi ludici e abitativi. Ma questo non ha nulla a che vedere con Goffredo. Il suo parallelismo con Capote nasconde un’illazione dietro un complimento. Sono stanca

  53. Meno male, cara fioroni (NB fm ≠ francesco marotta)! le avevo fatto delle domande precise sul dattiloscritto americano di parise, le stesse domande che ho posto a ponte di piave a omaira r., senza ottenere risposta. le ripeto che, se ne avrà voglia, potrà anche in futuro scrivermi. su d’artagnan ho trovato qualcosa in atti impuri.

  54. Il problema, posto molto correttamente da Dario, sull’esistenza o meno di un dattiloscritto autografo che non sia quello da me ritrovato de “Gli Americani a Vicenza”, è forse di impossibile soluzione. Se Giosetta Fioroni ne avesse uno lo avrebbe già dichiarato. Alla Casa Parise non c’è. L’unico posto dove si potrebbe trovare è da Scheiwiller. Il problema è che molti vicentini che hanno saputo del mio ritrovamento del manoscritto (leggendo o meno il libro che ne è conseguito) hanno risposto stizziti perché spiazzati. La maggior parte di essi – e mi riferisco soprattutto alla genìa che si vanta a tutte le ricorrenze di essere stata amica intima di Goffredo (e non è vero) – non si è documentata andando a vedere il manoscritto originale che ho regalato alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza. Se lo avesse fatto avrebbe visto con i suoi occhi due cose: 1. Ci sono le glosse originali (foglietti a margine nell’A4 principale) attaccate da Parise per correzioni a macchina o a mano.
    2. Il capitolo del Seminario, della Chevrolet, e di Azerbajian è posto regolarmente all’interno del racconto rispettando la successione delle pagine ma è cancellato vistosamente con un pennarello tutta pagina in diagonale, metodo di cancellazione che a Parise non appartiene, tanto è vero che all’interno del capitolo stesso ci sono le correzioni normali a mano che Goffredo normalmente inseriva nei suoi testi.
    Inoltre i vicentini dubbiosi non sanno che il reperimento e il lavoro conseguente da me fatto sul piano filologico (collazione con i due testi ufficiali del racconto, di Illustrazione e di Scheiwiller) hanno costituito oggetto di una mia tesi di laurea a Ca’ Foscari con una delle più profonde e qualificate conoscitrici dell’opera parisiana, Ilaria Crotti.
    Per concludere, questa storia non è né un giallo né un ghiribizzo: è il risultato del reperimento di documento autentico (1), di un lavoro scientifico ufficiale (2), di un testo regolarmente diffuso e pubblicato (con codice ISDN). Per la vicentinità depressa e deprimente forse non basta ancora, ma per le persone normali ritengo di sì.

  55. che i vicentini mormorino, dà ragione a parise. le copie di vicentinità hanno raggiunto le biblioteche milanesi. evviva! quello che non mi è chiaro, è quando precisamente il dattiloscritto è pervenuto a pino dato (cosa importante per la datazione).

  56. *sui sedici o diciassette anni, vestito da d’Artagnan, o giù di lì, con un gran cappello piumato*

    in atti impuri (scritto subito dopo), riferito al protagonista bigotto: *lo assalirono sogni confusi e turbolenti di ragazze che lo legavano e con la penna di struzzo del cappello di paggetto gli facevano il solletico*

  57. Le vêtement caractéristique des mousquetaires, la subreveste, était un surtout sans manche qui s’agrafait sous le bras, orné sur la poitrine et le dos d’une croix de velours blanc, fleur de lis d’argent aux branches.

    il costume da paggetto di s. antonio per la processione del 13 giugno è UGUALE a quello dei moschettieri, croce e pennacchio compresi. a p. 16 di “goffredo parise tra vicenza e il mondo” il nostro, adolescente, è fotografato in costume da paggetto. che conclusioni trarne, rispetto al racconto?

  58. Pino Dato ha scritto qui: *C’è una testimonianza di Virgilio Scapin che, leggendo il passo e il nome di Rodriguez rammenta folgorato (intervista a Candiollo del Giornale di Vicenza) come Goffredo si fosse a suo tempo interessato presso di lui del clima del seminario (dove Scapin era stato da giovane) e lui gli avesse parlato a lungo di questo autore, mistico spagnolo molto letto nei seminari a quel tempo*.

    Bene, ho scoperto la prova provata: Scapin nel suo “Chierico provvisorio”, Longanesi 1962, come unici 2 testi di devozione seminariale cita a più riprese il mattone di Rodriguez e l'”Apparecchio della morte” di s. alfonso de’ liguori.

  59. lettera da vicenza a Gaetano Afeltra del 15 novembre 1956: “Ora mi sono dato a lavori manuali, per un poco, fino a quando non sorgerà la mia nuova casa sui colli di questa città… Ma come sempre io non so stare in un posto più di un mese: e poi i lavori di muratura devono interrompersi con il freddo e sarò costretto quindi a fare dell’altro”. Nel racconto La capanna sull’albero, pubblicato sul “Corriere d’Informazione” il 21-22 settembre 1956, questa casa ci appare trasfigurata: nella finzione brucerà durante la notte. Invece sarà ultimata nell’estate 1957, in contemporanea col matrimonio.

  60. db, quei links chilometrici sballano completamente il blog: se me li segnali prima di postarli, ci penso io a inserirli, prima che salti tutto…

    fm

  61. grazie, diretùr.
    il problema oisto da rorato è serio: il racconto ha una vena omofoba?
    stando ad “antipatia” del sillabario n. 1, sì; stando a NN, cugino di PPP e amicone di GP, no.

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