Repertorio delle voci (II) – di Manuel Cohen

[MANUEL COHEN]

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Ci sono poeti che nella maturità piena e consapevole hanno in dono la possibilità di dire tutto, e con acquisita naturalezza o semplicità dicono l’incanto e lo stupore (e, a proposito, in tempi ormai lontani fu Remo Pagnanelli a preconizzarne parlando di poetica della sospensione e della stupefazione) dicono di una non ingenua felicità che è nelle cose, che travalica le trafitture, una serenità del vivere che va oltre le ferite, che penetra persino il lettore disincantato ben più avvezzo a scritture senza riparo.

 

TOLMINO BALDASSARI: LA CONOSCENZA PER STUPORE.

“O è, tutto, dentro la sapienza
sapienza essa pure,
perfino il non sapere
di questa domanda
che interrompe il silenzio: o ne capta il canto.”

(M. Luzi, Trota in acqua, in Per il battesimo dei
nostri frammenti
, Milano, Garzanti, 1985)

    

Ci sono poeti che per tutta la vita hanno inseguito l’avventura del libro, la scrittura illimite dell’unica opera a loro possibile, l’utopia concreta realizzata nell’esperienza del mondo; tra di essi, a noi prossimi nel tempo, Giuseppe Ungaretti, Albino Pierro, Ghiorghis Seferis, Lezama Lima, Edmond Jabès, Franco Scataglini, Mario Luzi. Risponde a questo ideale appello pure il romagnolo Tolmino Baldassari, Unius libri auctor. E questo va detto, preventivamente e non senza enfasi, per la assoluta coerenza formale e di contenuto, la fedeltà tematica rintracciabile nella serie di coordinate fondamentali e invarianti che a costellazione illuminano le singole prove del nostro, il rigore etico delle domande disseminate strategicamente in tutta l’opera; l’obiettivo, per altro centrato, dopo e nell’epoca della dissoluzione (Cfr. G.De Santi, Lo spazio della dispersione, Riccione, Acropoli,1988), di ricomposizione del canto tra i vari elementi del cosmo: vita animale, vita vegetale, vita interiore, vita terrena e non. Tentativo di tenere in sé, tenere insieme, trattenere, nella sovrapposizione di io e noi, nella continuità di passato presente e futuro; tentativo di durata, nell’ancoraggio linguistico, nella tenuta stilistica, nella esemplarità lirica come in quella umana. E questo è accaduto, e accade, in barba alle fanfare che ancor oggi, in distorsione antiprospettica, vanno annunziando l’eclissi della lirica in quanto genere tout court, le stesse che in precedenza avevano recitato il Kaddish per la morte dell’arte, la fine della letteratura, ogni sorta di Apocalisse, e sull’idea della fine, paradossalmente, vivacchiando, pubblicando, fondando carriere.
     Con Canutir, Canottieri, (pref. di G.De Santi, Rimini, Raffaelli, 2006 ), la vicenda di Tolmino Baldassari giunge a uno dei suoi apici di chiarezza e intensità, di purezza e levità, salvaguardando con esemplare coerenza il nugolo di luoghi, occasioni, epifanie, e un vocabolario selezionatissimo e elementare che conferiscono gli stigmi di riconoscibilità e autenticità di dire, nella considerevole perizia linguistica, negli esiti di rara, lucreziana e luziana naturalezza (per ulteriori precisazioni rinvio alla lettura di un mio intervento nei confronti del quale l’attuale si configura come una ripresa o continuazione: M. Cohen, Canutir, “Il Parlar Franco”, n° 6, anno 6, 2006). Concepito come un canzoniere, con liriche brevi e brevissime dalle misure ipometre o comunque non eccedenti l’endecasillabo, le poesie di Baldassari cantano sommessamente l’incontro con la vita: “La vita cvela ch’la conta”, “la vita quella che conta” (Test ch’al cor, Teste che corrono, p. 26), alimentano nella repetitio di luoghi-eventi e nella loro nominatio, come accade per talune letterature influenzate da quel “Grande Codice” che è lo stile biblico, o a quelle aperte allo scambio con la poesia popolare di originaria tradizione orale. E questo, non senza aver esperito l’urgenza del quotidiano: “Al robi al va par su cont / tnèma bota nujétar”, “Le cose vanno per conto loro / cerchiamo di resistere noi” (Al robi, Le cose, p.29 ), non senza aver impattato contro la frenesia dell’uomo contemporaneo: “I cor i cor i n’à temp”, “corrono corrono non hanno tempo” (Un righeli, Un regalo, p.78 ), “Mo an s’farmen ch’aven prisia”, “Ma non ci fermiamo che abbiamo fretta” (Prisia, Fretta, p. 40), “J à prisia i va d’cursa”, “Hanno fretta vanno di corsa” (Trop terd, Troppo tardi, p.63); non senza l’incontro con la sofferenza: “Vujet ades tra al steli / nun cun i trév dla ca”, “Voi adesso tra le stelle / noi con le travi di casa” (Invéran vita, Inverno vita, p.15); non senza il tarlo della domanda: “Cun mela e mela pel di chilometri / (cvant a n’èma da fe?)”, “con mille e mille pietre miliari / (quante ne dobbiamo percorrere?)” (I pel di chilometri, Le pietre miliari, p. 61); elementi tutti che consegnano l’esperienza di Baldassari a un alveo certo di modernità (come per altro rileva il De Santi nella prefazione, avocando a una matrice leopardiana) preservandola da facili attacchi e attracchi di arretratezza e reazionarietà, e consegnandola, anche suo malgrado, a un’area di resistenza agonica, di natura antropologico-esistenziale, ciò nondimeno segnata da ineludibili addentellati civili: “Mela e mela èn indrì/ u j éra dj om ch’i brusiva al capani/ ad étar òman/ dop al robi al s’è ingrandedi/ j à fat la gvera/ i n’à incora smes”, “Migliaia e migliaia di anni fa / c’erano uomini che bruciavano le capanne / di altri uomini / dopo le cose si sono ingrandite / hanno fatto la guerra/ non hanno ancora smesso (Gvera, Guerra, p. 42), o ancora, e potentemente nella poesia Al grundèri, Le grondaie (p. 89), non a caso evocante la nota La gronda di Franco Fortini, e condividendone il punto di vista e la pratica della osservazione della natura nonché il taglio morale: Ad cvant ch’e’cmanda i preputent / ch’i roba e in vo ch’us dega”, “Di quando comandano i prepotenti / che rubano e non vogliono che si dica”, e unite da quella necessità di dire: “mo nun al vlen dì”, “ma noi vogliamo dire”, ragione primaria della scrittura che trova il proprio archetipo nel Dante de La vita nova, laddove già nell’ incipit affermava: “Ed ebbi volontà di dire”.
     Concepito come un canzoniere in praesentia, Canutir è contrassegnato dallo stigma della gratitudine. Quella nei confronti della compagna di tutta una vita, la Giuliana, nome ricorrente come un fiume, nominata tra fervore e amore, incanto e consuetudine: “un mond us arves / nenca zènt volti in un dè / cvant a vegh la Giuliana”, “un mondo si apre / anche cento volte al giorno / quando vedo la giuliana” (Un mònd, Un mondo, p. 73), partecipe dell’ascolto e dell’esperienza: “cvant che la streda l’éra tota piana / e nench cal volti che l’andéva so”, “quando la strada era tutta piana / e anche le volte che saliva” (Zincvant’ èn, Cinquant’anni, p.28 ). Ma la gratitudine e l’amore sono in Baldassari per una declinazione plurale, riguardano le vite dei cari, gli amici, i conoscenti; sono per gli uomini come per gli animali o le piante. Le liriche, veri frammenti biologici consegnati alla pagina, vivono la seduzione della continuità, infrangono il loro connaturato status, il frammento, rinunziando a una punteggiatura autoritaria come pure all’uso delle maiuscole, pressoché assenti negli incipit, come se ogni pagina continuasse nella seguente e, alla precedente indissolubilmente legata da una congiunzione di contiguità di senso e continuità di sentire: l’io lirico aperto alla pluralità delle voci, all’udienza del mondo, e al suo silenzio. Ci sono poeti che nella maturità piena e consapevole hanno in dono la possibilità di dire tutto, e con acquisita naturalezza o semplicità dicono l’incanto e lo stupore (e, a proposito, in tempi ormai lontani fu Remo Pagnanelli a preconizzarne parlando di poetica della sospensione e della stupefazione) dicono di una non ingenua felicità che è nelle cose, che travalica le trafitture, una serenità del vivere che va oltre le ferite, che penetra persino il lettore disincantato ben più avvezzo a scritture senza riparo.
     Canzoniere in presenzia è Canutir, atto d’amore per la vita, dove sentire è ri-conoscere, vivere è esperire, non altrimenti da intendersi il richiamo in frequenza alla natura: bambini, alberi e fiori (leggasi la fondamentale E piò, Il più, p.76) in cui s’incarna un’idea di poesia; ne rappresentano l’incant, l’incanto, non a caso parola chiave del nostro, e l’innocenza, panica e primordiale. E questo il Baldassari lo dice con elementarità di vocabolario e naturalezza di tono, differenziandosi tanto dalla vulgata del pascolismo squisito quanto dalla poetica invero scolastica de’ il fanciullino. Levità del dire le movenze semplici, i gesti, come in Cla babina, Quella bambina (p.51), dedicata ad Agnese Lauretano, figlia del Gianfranco, appartato (in una riservatezza tipica dei romagnoli) e raro poeta lirico della generazione nata negli anni sessanta; o come in Al zrisi, Le ciliegie (p.87), dove ciliegie sono, anche fuori di metafora, gli stessi bambini, incarnanti quanto di più bello (e sull’uso di aggettivi primari rinvio al bel saggio di Giancarlo Sissa, La morte che non muore, “Il Parlar Franco”, n° 2, anno 2, 2002): “mo pu am n’adagh che al zrisi j è lujétar”, “ma poi mi accorgo che le ciliegie sono loro due”. Canzoniere teso all’ascolto delle vosi basi, le voci basse (Un righeli, un regalo, p.78) dell’innocenza e dell’accoglienza, le voci dell’umiltà della vita, della luziana adesione o aderenza all’humus, alla terra, all’elemento primario, come e vieppiù analogamente al giovane Luzi de’ La barca, e al Luzi creaturale delle ultime raccolte. L’ascolto delle voci, l’osservazione degli eventi naturali e delle epifanie del mondo, degli epifenomeni, avviene da una altezza modesta; visioni dal basso, come quelle che si addicono ai bambini, alla lepre, al grillo, alla formica, ai piccoli volatili che nidificano tra le pagine: un campionario faunistico, un bestiario, che hanno rari eguali nella poesia contemporanea: penso, ancora, a Mario Luzi, come pure a Giampiero Neri, Giovanni Orelli, Umberto Piersanti e Gianni Fucci. Epperò movenze e pensieri non risultano subire un processo di umanizzazione, il punto di vista è dalla parte della natura; è come se Baldassari dialogasse con loro: pettirosso, merlo, usignolo, piccione, fringuello, passero, oca, raganella, ape, lucciola, farfalla, pesce, vivono pensano osservano gli uomini come ne’ E fes-c de’ méral, Il fischio del merlo (p.34) che chiama non ignorando il fatto che gli uomini sono nelle case, perché “ui basta avdé una volta par capì / cnòsar e’ mond”, “gli basta vedere una volta per capire / conoscere il mondo”. Canzoniere della sospensione, poetica dell’istantanea in cui tutto, d’incanto, si ferma (fermare, frequentemente riflessivo, verbo chiave giustapposto a correre, in una fissità inalienabile delle cose e delle persone, nella nebbia, nella neve, nella notte o nell’inverno, correlativi certi di una poetica dello stupore o immobilità, di istanti esperiti, che più che alla nostalgia schiudono alla comprensione, aprono alla conoscenza : “fora e’ néva / e’ mònd l’è chelum / al vrèsum sempr’ acsè”, “fuori nevica il mondo è calmo / lo vorremmo sempre così (Cun la Giuliana, Con la Giuliana, p.60).
     Incurante di una possibile e erronea interpretazione in direzione di un velleitarismo e irrazionalismo diffusi, il procedimento baldassariano va dritto alla sostanza delle cose, ne centra gnosi e verità: “e’ temp u s’è férum / e gnit ad provvisori / e’ sarà sempr acsè”, “il tempo si è fermato / e niente è provvisorio / sarà sempre così” (La lus dl’invéran, La luce dell’inverno, p.54), perché parte dell’autore, coscienza del poeta, in presenza come in assenza. Canzoniere in absentia è infatti Canutir. L’immateriale ne è sostanza, l’assente ne è presenza viva, vivificata dalla funzione mnestica, dalla frequenza di immagini ritornanti. Canzoniere in vita, come in morte, appunto. Come l’uomo che riusa e attualizza costantemente gli archetipi millenari, così il poeta che attinge al serbatoio di esperienza del mondo e umanità, e pure laddove tutto sembra caduco, nulla è irredimibilmente perduto: “tanta roba la spares”, “tante cose scompaiono”, ma non le dimentichiamo, e “tot aven”, “le abbiamo”, sono in noi, come ci ricorda in L’aivola, L’aiuola (p.82), che più che al Giardino di Armida o all’hortus conclusus della tradizione occidentale, sembra riferirsi alla modernità della siepe leopardiana, con tutto il senso del limite ed il continuo combattimento su un discrimine tra finitudine e infinito. Canzoniere in absentia: gli incontri, le apparizioni degli scomparsi, siano essi genitori o parenti o conoscenti, come in una indistinta selva abitata da nebbie, restituendo vita ai ‘finiti’ in fondo ad un allegorico campo (Cfr. In chev de cantir, p.41), o ad una callaia, “in chev dla caléra (E’ por Rino, Il povero Rino, p.49) altrettanto allegorica, di un dantismo mediato dal magistero luziano di Presso il Bisenzio. E se con Luzi è condiviso il compito di “raccogliere le voci perse”, la religio insita nelle interrogazioni incessanti sull’essenza della vita, “u j è dal dmandi ch’al n’à asposta”, “domande che non hanno risposta” (Dmandi, Domande, p.44), è una religio naturale, riverberata da venature orientali che investono la speculazione tra sapere e non sapere, che tolgono tabù alla morte, che abbattono i confini razionali tra trapassati e vivi. Pensiero ricongiungentesi all’evangelismo soteriologico delle origini, e della, ancora, luziana “vivente comunione di vivi e morti” (Cfr. M. Luzi, Il duro filamento). Così, ad esempio, in Dop, Dopo (68): “i viv e i murt j è spli sota una cvèrta”, “i vivi e i morti sono sepolti sotto una coperta”; o come, e compiutamente, nella eponima Canutir (p.88), dove gli uomini osservati nell’atto del passare sul fiume dell’esistenza, sono infine fermi, “fìrum cun me”, “fermi con me”, sono con il poeta, nel qui e ora e nella inalienabilità dell’esperienza e della sua memoria. Nell’epoca che a noi appare come tra le più ingenerose per depauperamento di umanità, tra sciocca ilarità e immotivato cinismo, fermare l’attimo, salvare l’essenza della natura e dell’uomo, preservare lingua e memoria, innocenza e incanto. Qui mi pare che risiedano la grazia presente e la forza duratura di Tolmino Baldassari.

 

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Nota biobibliografica

Tolmino Baldassari è nato a Castiglione di Cervia (Ravenna) nel 1927, ma dal 1962 risiede a Cannuzzo di Cervia.
È stato bracciante, meccanico, funzionario politico e sindacalista. Ha ricoperto la carica di consigliere comunale di Cervia dal 1951 al 1956 e dal 1964 al 1989.
Autodidatta, ha maturato una vasta cultura soprattutto nel campo della poesia ed ha tenuto lezioni di letteratura presso varie scuole e corsi di poesia presso l’Università per adulti di Ravenna.
Ha esordito nel dialetto romagnolo nel 1975. Collabora con varie riviste. Notizie sulla sua biografia si trovano in Qualcosa di una vita, stampato a Lugo nel 1995 dalle Edizioni del Bradipo.

OPERE DI POESIA
Al progni sérbi, Ravenna 1975 (Prefazione di U. Foschi); E’ pianafôrt, Ravenna 1977 (Prefazione di G. Laghi); La campâna, Forlì 1979 (Prefazione di G. Bellosi); La néva, Forlì 1982 (Con un saggio di F. Brevini e una prefazione di G. Giardini); Al rivi d’êria, Firenze 1986 (Commento di F. Loi); Ombra d’luna, Udine 1993 (Prefazione di G. Tesio); I vìdar, Faenza 1995 (Prefazione di P. Civitareale); E’ zet dla finëstra, Castel Maggiore 1998 (Prefazione di A. Cappi); L’éva, Villa Verucchio 2002 (Prefazione di G. Lauretano); Canutir, Rimini 2006.

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11 pensieri su “Repertorio delle voci (II) – di Manuel Cohen”

  1. La capacità di stupirci ci aiuta a vivere. Lo stupore è illuminazione.
    E si può concordare con Manuel quando scrive:

    “Ci sono poeti che nella maturità piena e consapevole hanno in dono la possibilità di dire tutto, e con acquisita naturalezza o semplicità dicono l’incanto e lo stupore (e, a proposito, in tempi ormai lontani fu Remo Pagnanelli a preconizzarne parlando di poetica della sospensione e della stupefazione) dicono di una non ingenua felicità che è nelle cose, che travalica le trafitture, una serenità del vivere che va oltre le ferite, che penetra persino il lettore disincantato ben più avvezzo a scritture senza riparo.”

    L’attenzione alle persone, alla natura, agli animali – anche i più piccoli – fa si che si arrivi quasi senza accorgersi a questo “stupore” che è anche vedere senza riparo.
    Grazie Manuel e Francesco.
    Un saluto

  2. Ancora una grande prova della perizia, della statura e dell’amore di Manuel Cohen come critico e lettore appassionato della poesia. Lo stupore continua ad essere quello nostro, di noi che ti leggiamo, caro Manuel. Stupore e gratitudine. Un grande abbraccio. Fabio Franzin

  3. scusate se arrivo solo ora! vi ringrazio tutti, uno ad uno, Nadia, Fabio, Francesco, Ivan, chi mi ha scritto privatamente dopo aver letto questo post, per la vostra generosità e attenzione. Baldassari è uno dei grandi lirici ancora in circolazione…e questo, ben al di là di certi slogan o mode. A volte penso che se avesse ‘semplicemente’ scritto i suoi versi ‘in lingua’ italiana, anziché in dialetto, probabilmente la sua parola avrebbe goduto di un consenso e di una attenzione maggiore. Sta di fatto che è un vero peccato che un poeta ‘sicuro’ come lui, si ritrovi alla sua bella età, senza uno straccio di editore…ma anche questa non è che la riprova di una quotidiana inciviltà. Purtroppo Tolmino sta molto male, ora è disabile, passa dal letto alla carrozzella, e con la moglie ‘allettata’ da 40 giorni. Mi ha detto per telefono che ha dovuto rinunciare a tanti inviti, non esce più, e aspetta.

  4. Non frequento spesso la poesia dialettale (faccio un’eccezione per il poeta serrese, lericino, Paolo Bertolani, scomparso qualche anno fa, che amo molto), ma l’opera di Baldassarri, così ben commentata-amata da Manuel, mi convince. Esiste una forza di trasparenza e di semplicità leopardiane che sospingono il dialetto a grandi vertici d’intimità psichica, quando non viene usato per scopi eccessivamente poematici o narrativi.
    Un abbraccio, Marco

  5. Baldassari, scusate il refuso. Mi spiace moltissimo delle condizioni del poeta e piange il cuore pensare che il suo nome, la sua voce, non possano essere più note. A volte la giustizia che Francesco esercita nella Dimora ci rende ancora più dolorosamente consapevoli dell’ingiustizia che viene quotidianamente espressa nel mondo dell’arte. M.

  6. Avevo già lasciato una nota ma si è persa nell’ intrico dell’ web.
    Incanto e grazia; l’ incànt primordiale di un’innocenza che la maturità rinverdisce nella canizie. E il vecchio cammina idealmente col bambino; prendendosi per mano osservano le formiche e le cicale. Le capanne distrutte e le nuove case. I morti camminano con i vivi e la domanda è
    se questi ultimi non siano più morti di chi invece ha lasciato robuste radici di quercia.Avanti e indietro, flashback diremmo noi, il dialetto si intreccia tra i rami della nuova lingua. Corna di cervo che non si lascia intrappolare. Fantastico, tenero, il modo di dipingere Tomino Baldassari e il suo mondo.Manuel Cohen( ah la magia di questo nome!)
    è un Pittore evocativo :* DANCE ME TO THE END OF LOVE::*Marlene

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