Serie del ritorno – di Stefano Massari

2007_Koerner_Jesaja_P800_D001Bisogna leggere questi versi. Hanno un’urgenza mortale, hanno la tensione di chi compie un atto decisivo, un atto oscuro e antico dove si intrecciano salvezza e catastrofe. Bisogna credere, letteralmente, a ognuna di queste parole. Portano con sé un urlo, ce l’hanno addosso, sono infestate dall’urlo dei morti. Perché questo è un libro scritto vicino alla morte. Con improvvise rinascite, barlumi, terre felici. La morte sembra dettarlo a viva voce. L’addio è incessante. La parola è tempestosa. Chiede, invoca, comanda, crolla. Tutto avviene sul bordo dei pozzi. Una minaccia ignota la insegue, la spinge nelle vie buie del mondo e della mente, come in certe pagine russe, dove l’assoluto si sfiora nel grido e nella bestemmia, come in certe imprecazioni notturne dei Karamazov, dove l’assassino più infame legge nelle linee della mano una strana pietà. Qui tutto è percussivo, febbrile, incessante, forsennato (“io non so ringraziare a parole / solo smetto di colpire”), ci trascina verso una diga, ci preme contro il cemento, ci fa sentire tutta la forza di una tragedia imminente. Tra corpo e cosmo, tra dono e maledizione, tra il chiuso delle pareti e la ferita del mondo, siamo scaraventati nelle pagine di questo libro, nelle parole di un’anima generosa e braccata.

(Dalla presentazione di Milo De Angelis)

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Stefano Massari, SERIE DEL RITORNO, La Vita Felice 2009

Tutto avviene sul bordo dei pozzi.
     Sono in bilico, infatti, le parole di questo libro, sospese tra il grido del compito e il silenzio definitivo senza scampo, – il problema di ogni arte è, incontestabilmente, la sua forma. L’arte, quindi, è compito –
     Così ogni poeta si riconosce dal tono, dalle variazioni, dalle sue ossessioni, dai suoi strumenti per vivere. Nel procedere, infatti, nel continuare a scrivere, a furia di piccole incisioni, smottamenti, le parole si affilano, dicono meglio. E’ il momento in cui un’arte raggiunge la sua semplicità e si sottrae finalmente al tempo, al martirio dei suoi parassiti.

     Quando si ferma, però, la parola scopre di non essere mai stata veramente indispensabile alla vita. La vita non è cambiata, nulla è cambiato, o ci ha cambiato. Le parole hanno detto, immerse nelle immagini del mondo, nel compito del costruire qualcosa, del porgerlo a qualcuno: se non credi alla parola del mondo nessuno crederà alla tua (Henry Bauchau).
     Alla fine c’è solo un varco dove “comincia il lungo silenzio della luce”, dove c’è ancora la possibilità di un perdono.  Senza più maschere, appunto: “vi aspetto come fratelli”.
     Serie del ritorno suggerisce quindi un movimento necessario di percezione del reale attraverso variazioni, diari minimi, sequenze di ore; come se tutto avvenisse in istanti, in smottamenti e deflagrazioni in cui, all’interno del corpo, avviene qualcosa di irreparabile. Questo succede in un tempo che, pur essendo immerso nel grande ciclo delle morti e delle rinascite, rimane ancorato a una biografia minima – al tempo di una giornata –

     Ci sono alcuni versi miei che devo a Stefano: “Forse hai ragione tu / il mondo non vuole servi / vuole la sua morte, in pace”. In realtà sono parole di Stefano trasformate in versi. Venivano da una discussione sul senso della poesia e dicevano dell’impermeabilità del mondo al perdono, alla sua assoluzione. Perché i fratelli vogliono la lotta; le madri e i padri vogliono i figli solo per sé; i potenti il loro potere; le religioni il loro obolo; gli dei le loro vittime sacrificali; noi stessi la nostra autocommiserazione.
     Tutto questo rende la poesia un inutile spreco; non di essere scritta, ma probabilmente di essere vissuta. Questo perché la poesia sembra possedere una propria autonomia e una propria necessaria percezione della vita.
     La poesia non serve; piuttosto deve vivere, e per questo si difende. Sottraendosi, inimicandosi l’essere, lo spinge forzatamente contro le sue sbarre, lo scaraventa contro il suo stesso specchio.
     Così queste poesie abitano alle porte del tumulto. Sono torturate dalla ricerca di un punto stabile dal quale poter parlare, una posizione precisa del corpo in cui le ossa, il respiro, il sangue sono chiamati.
     In posizione, altrimenti le parole non parlano e il corpo si fa campo di battaglia di forze immani, pronte a recidere l’arteria – la parte, sembra, più sensibile di tutta questa geografia.
     Il corpo è assalito dal cancro, dal non senso, dal male e dal dolore: “io ho un cancro e nessuno mi chiama per nome / solo cavi dentro   elettrodi addosso   ovunque”.

     Da dove arriva questo dolore? Da colpe. Colpe di padri che hanno avuto figli, di figli che sono diventati padri. Dal corpo della donna come luogo deputato – per stirpe e maledizione – a generare il bene e il male, la possibilità di una salvezza o di una dannazione. Dalla colpa oscura di essere nati e non avere capito di avere ereditato un oscuro compito, un necessario tradimento.
     Da un enigma risolto per sgherro degli dei.
     Serie; ma anche, forse, litanie, sequenze temporali circolari, tappe prima dell’addio. Perché il tempo è la nostra vera casa; tempo scandito dal ritorno dei figli, nella paura del vivere (serie della paura), di ripetere il disastro.
     Eppure, in questo disastro, percepiamo il compito dell’arginare, del custodire, del dire qualcosa non solo per noi ma soprattutto per qualcuno. Percepiamo la durezza del compito di Adamo che è entrato nel tempo, il tempo indistruttibile, il suo duro lavoro per la terra e per i figli.
     Questo, certo, non può avvenire nel recinto delle rassicurazioni borghesi: patria, chiesa, matrimonio, ma all’ombra dell’unica Legge del tempo che regola i trasalimenti dell’esistere e li incanala verso una qualche forma alta di luce.
     Compiti essenziali, difficilissimi, eppure necessari: diventare, mangiare, decidere, ritornare, restare, conservare, tossire, pregare, restituire
     Tutto questo ha a che fare con la morte, con l’azzeramento di una colpa, di un tempo che ritorna nella sequenza dei suoi altarini. Il compito di “restituire ai padri corpi di figlio senza circoncisione   senza colpa   senza generazione”.
     Si tratta di rimettere in discussione ogni terribile cosa che ci appartiene e che abitiamo, l’intera epoca delle passioni tristi. Si tratta di tradire e poi ritornare con parole nuove, parole di riconciliazione.
     Di ridare persino senso alla paura.

(Nota critica di Sebastiano Aglieco)

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Ho sempre apprezzato molto la scrittura di Stefano Massari. Se “diario del pane” (2003) e “libro dei vivi” (2006) mi avevano avvinto con la forza quieta della loro radicale necessità, con versi che lasciavano a ogni incontro la traccia di una ricerca coerente e silenziosa, tenacemente fuori canone, la lettura di questo suo ultimo libro mi regala una certezza difficilmente scalfibile: senza opere come “Serie del Ritorno“, la poesia, tutta, sarebbe infinitamente più povera. O, molto più probabilmente, non sarebbe affatto.

(fm)

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Serie del ritorno copertina_Massari
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[Stefano Massari – Serie del ritorno]

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Il pdf allegato contiene una selezione di testi tratti da Serie del Ritorno. Ho optato per questa soluzione per dare la possibilità di leggere i versi nella loro versione originale: operazione altrimenti impossibile (senza spezzettamenti e a capo arbitrari) stante l’attuale conformazione wordpress del blog.

Ringrazio Stefano per aver gentilmente permesso tutto questo e vi invito a procurarvi e a leggere il libro: saprà trovarsi, naturalmente, un angolo privilegiato sui vostri scaffali e, soprattutto, dentro di voi.

Qui altri testi di Stefano Massari presenti su Rebstein.

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9 pensieri su “Serie del ritorno – di Stefano Massari”

  1. Radicale necessità, dare un senso all’epoca delle passioni tristi, difendere una poesia che non serve a nulla, se non ad esprimere la propria vita-in-morte. Grazie a Stefano per dei versi che non concedono nulla a nessuno, che sono una prosodia espressionista del vivere umano, un commento indicibile. Che sono una “serie del ritorno”, perché tutto avviene “sul bordo dei pozzi”. Ma quanta realtà-sogno dentro quei bordi, quanta violenta, felice energia.
    Marco

  2. Massari ha dato alla nostra poesia tre libri straordinari, non si fanno classifiche qualcuno dice, ok.. però è davvero un numero uno, dei pochi che resterà..

  3. Ho letto prima i versi terribilmente splendidi di Massari e poi la prefazione
    di De Angelis e Aglieco, come faccio anche per i libri.

    Appena terminata la lettura delle poesie, ho pensato a Dostoevskji e ai delitti, alle colpe quotidiane. C’è davvero una matrice “russa” in questi versi, un senso profondamente umano e lucido delle trame familiari e universali.
    Dell’amore e della morte.

    Avevo letto i precedenti libri, questo è una splendida conferma del valore di Massari.
    liliana

  4. poesia vulcano, tamburo, marcia funebre, carne e sangue, inno cupo all’esistenza in tutte le sue sfaccettature, il bene e il male irrompono lasciano segni, unghiate, tu leggi speri e sparisci, per un attimo non ce la fai più, ma poi la luce ritorna, e ricomincia la battaglia. Arriva il dolore e la tenerezza, una pietà sconfinata ma senza piagnisteo, versi come attacchi frontali, compatti e melodiosi, quasi delle nenie a volte, figli e destino raccontati insieme in uno smarrimento che commuove e sradica. Lo sanno tutto ormai che Stefano Massari ha una marcia in più, guardate i suoi video se avete la fortuna di imbattervi in uno di essi, sono davvero trasfigurazioni di una forza mai vista, questo è un poeta di quelli che si ama o si odia, tre libri, un percorso in crescita costante, una voce singolare, originalissima, inimitabile.

  5. La poesia di Stefano è inimitabile, ma….quanti già stanno tentando di imitarla ? Quanti massariani avremo -avrà Massari- sulla… coscienza? Quante “brutte copie” o copie mediocri? Accade sempre così agli autori forti e innovativi come lui. E’ una conferma, in fondo, di quanto hanno saputo incidere nella lingua poetica.
    grazie Stefano, e. ovviamente, grazie a Francesco
    lucetta

  6. Ma Stefano Massari non è poeta che si possa imitare, è una crepa nel sistema, un punto di rottura, è un inizio oppure è una fine. Massari lo ha sempre saputo e lo dimostra il rigore dei suoi testi, il fatto che di libro in libro la sua lingua poetica è cresciuta di intensità pur rimanendo in un registro tutto personale, riconosciuto e riconoscibile. E’ una voce unica nel nostro panorama attuale, accudiamola, facciamone tesoro e riferimento. Complimenti al direttore di questo blog molto bello e complimenti a Stefano Massari che con la sua serie del ritorno ha regalato a tutti noi un altro capolavoro.

  7. Benvenuto, Alessandro, e grazie per i complimenti al blog.

    Stefano l’ho ascoltato qualche ora fa a Belgioioso, dove ha letto tre testi e lasciato nell’aria la traccia di tre lampi che resteranno a lungo in quella sala.

    fm

  8. testi formalmente ottimi ma agghiaccianti; sulla *crudeltà” ha parlato e pagato Artaud, qui siamo – a me sembra – in un’ottica di agonia al femminile che batte decisamente sul lato oscuro dell’immaginario maschile, sia pure riabilitato al materno, ma forse è una lettura di “genere” e in fin dei conti non riesco mai a finire di vedere un *horror*…V.

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