Ecosistemi (II) – di Gianluca D’Andrea

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ECOSISTEMI

[Qui altri testi tratti dall’opus in fieri Ecosistemi]

Imbrattamento

Sporcare per dare un ordine al caos
è già paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

 

Cercare la clausura

Odio sentire vibrare gli steli,
chi reca erbe e parole?
un frutto acerbo fui
e forse sarò quest’incompleto
tempo atrofizzato, un rullio
di tempeste fasullo nella plastica
affinata di salvezze.

Ho sempre sentito l’errore
e la voglia lacrimevole di un rimorso,
la potenza malinconica
di ogni redenzione.

Fuori terra riccioli d’erbe,
borri fluidi prima di questa inettitudine.
Ora liberare l’odio,
fenditure slabbrate fruttificano
dove un tempo circolava il ronzio.

 

Sul libro (come ECOSISTEMA)

L’Autore:

“Non ha un centro tutto è il centro.
Il mio margine illumina il paese
che riposa sotto libere coltri”.

Ora il diritto è un peso.

Mi violento vecchie carte e luce
che vibri dallo schermo ti violento,
dissacro la tua superficie di pietra.
Per riaverti e amare quelle acque
e gli insetti per sempre perduti.

Parole incartate, nessun suono, un giornale,
graffiare la terra per portarla al suo tessuto.
Originare, fuori da te paese,
dentro te è la terra, un urlo,
la carezza dei residui sulle unghie.

Scavo per portare alla luce
nascite fuori luogo,
un canestro di foglie scadute,
raccolte per essere smostrate
come un taglio, uno sbudellamento.

 

Ecosistema d’esilio

Aurore di periferia urbana con nature,
ultimo nido astratto, un residuo
d’infanzia perseguita, come vita o stile, uno scarto
di contatti, di fioriture nelle terre,
humus da cui una volta era fuggito un verme
che ritrovai nella mia tasca.

Tendenza all’eroico leggendaria,
storia di antiche virtù,
le nostre piccole fibre vibravano d’aria.

Ma il degrado è morale
nelle stesse tessiture
senza entusiasmo.

Grigiore di colline
da cui un tempo scoprivo l’autunno.

 

UNA TECNICA CON GLI STRUMENTI

Non c’è una tecnica
c’è un’idea
qualche idea
che ci soddisfa al momento,
uno stordimento,
la morte luccica ed è neutra
come gli occhi di qualcuno che si espone –
è un taglio/
un quadro che si logora col tempo.
Nessuna scorciatoia
nessun restauro
nessun ostacolo
se non un falsario/
qualche falsario/
impiegato della sua finzione
che ama scuotere il nulla
incidendolo.

Cerca amore dove è solo
convenzione,
si sente l’attrazione
della pura fisicità con dei complessi –

un suono, ritmo, la tecnica
per dare una forma ma basta una scossa
per smuoverci, essere in balia
oscillare – puah! la forza.

Ho sentito inutile ogni costruzione,
dico a te!
come me
subisco il mondo
m’acquatto
aspetto
ci scrivo su
a futura memoria.

 

ECOSISTEMA [A] la famiglia

                   «Ta tête se détourne: le nouvel amour!
                   Ta tête se retourne, – le nouvel amour!»

Cattolicissimi [ancora?]
àncora i tuoi testicoli,
stai, stai!
mi sbaciucchio un maschietto
sa di essere donna/ anche!

Stolti al potere e storti e distorti,
chi li distoglie da se stessi?
Pervèrtiti! dicono di una classica famiglia
hanno rancori, si spremono
alla prima tentazione.

In questa merda pura [ancora?]
ritorna ritornello, storna
questi potenti vezzosi,
come circolo dei loro testicoli;
gameti sprizzati in un cesso d’ospedale,
chi mi ospita è vicino
me lo fanno lontano –
sotto gli occhi di uno schermo
che diventa schermo d’occhi.

È giù! Restaurano il giudizio.

 

[Come una croce amare la rovina]

Balbettio, canzone infantile,
ritornare all’infanzia giustifica ogni violenza,
impallidire come un uomo perbene
e arrossire per tutta la mia specie
cui resta solo una speranza:
l’invasione e in ultima istanza
l’auto-invasione.

Una moltitudine barbara
o tranciare una mano in strada,
la vita come scompenso,
la lingua è frantumazione;
slancio dell’origine
a violenza si risponde con violenza.
È veramente l’epoca dello Spirito
in bacheca, nascosto, braccato,
protetto da una superficie boccheggiante,
esterrefatta, sfaldata.
E nonostante l’immane sdegno
ancora amarla questa vita
e non cedere al disgusto
ma adagio senza fughe
lottare per il nido
violenza su violenza.

 

DENTRO CASA/ DIVERSITÀ ASTRALE

Getta ciò che resta di questi sentimenti,
vendevano armi africane
sulle pance spappolate dei figli,
e tu ne abbracci i resti
parlando di fuochi e spine sedentarie/
le clausure non sono fughe
ma supplizi, autoflagellazioni
perché nel mondo tutto non fila liscio
carne arrendevole agli schemi,
chi mi dice di leggere altre culture
non sa che inutile curiosità
se il tuo sistema ti violenta.
Nessuna fuga è la clausura,
mettersi da un’altra parte
dentro il dolore, un riscatto/
anche lui –
il nostro amore –
una diversità astrale.

 

FARE FIGURA

Apprendere dal proprio la finzione,
attenersi a una norma d’apparenza
o esplodere fluide marne, lance
che puntellino il vuoto, argine al

caos. Impostare all’apertura argille
e licheni, gli umidi sottoboschi,
le forcelle, il procedere elettronico,
i tasti, cliccare nei testi i terzi

di un mondo libero di rovinare,
cadere senza agganci-paratie.
Sostenere non te o gonfiare me
ma sentire come un urto nelle ossa
possa tenere nella forma esplosa.

 

Al modo di REGGERE

Focalizzare il nucleo imperativo
nella terra o sullo sbilanciamento
di fattori terrigni, al fondo al margine
il lento, terreo attendere catastrofe.

Cada e rovisti nel magma e bollisca(?)
in errori e ricadute, ma voglia
la vita la purezza di accettare.
Accettato ringrazi la sua forma.

Poca la lotta, disappaia, formi
la sua libertà di durare, reggere
il mondo in continuità e comunione/
ecco la forzatura nello strappo,
la decenza e il contegno nell’amore.

 

***

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2 pensieri su “Ecosistemi (II) – di Gianluca D’Andrea”

  1. Cattolicissimi [ancora?]
    àncora i tuoi testicoli,
    stai, stai!
    mi sbaciucchio un maschietto
    sa di essere donna/ anche!

    Stolti al potere e storti e distorti,
    chi li distoglie da se stessi?
    Pervèrtiti! dicono di una classica famiglia
    hanno rancori, si spremono
    alla prima tentazione.

    In questa merda pura [ancora?]
    ritorna ritornello, storna
    questi potenti vezzosi,
    come circolo dei loro testicoli;
    gameti sprizzati in un cesso d’ospedale,
    chi mi ospita è vicino
    me lo fanno lontano –
    sotto gli occhi di uno schermo
    che diventa schermo d’occhi.

    È giù! Restaurano il giudizio.

    GRANDISSIMA

    complimenti. n.c.

  2. Un altro novello ” Alfiere” di un Movimento contro una società ancora legata, forse ai suoi occhi, agli accademismi, all’ amore borghese
    di un’ arte vista come fedele imitazione della realtà.
    Che finge di ignorare la giostra tutta in-tondo. Non è il caso di questa Poetica che travalica persino la verità più vera, ed in cui il Poeta non può e non vuole essere “Fingitore”. Interessante davvero! Marlene

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