La carne e il respiro – di Flavio Ermini

[FLAVIO ERMINI]

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Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita, il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per “strapparla” all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa». Il lavoro del poeta conduce verso la liberazione della lingua dai grumi contingenti, fino al recupero del fantasma di una purezza poetica universale, dove rinasca un rapporto di necessità fra le res e i nomina. Fino al silenzio. Che sarà detto in modo tale da portarlo attraverso la parola poetica all’ascolto./p>

 

LA CARNE E IL RESPIRO
Ritratto di poeta come combattente

 

Il poeta è quella «creatura quasi d’altra specie» che è depositaria, secondo Leopardi, del sapere dell’infelicità: noi siamo per la felicità e non possiamo essere felici: questa compresenza costituisce la carne e il respiro dell’uomo. E impone tra la carne e il respiro una contesa.

 

1. Non esiste al di fuori della parola un pensiero. Il poeta lo sa: solo nella parola il pensiero può avere dimora. La cura del poetare e del pensare sono la stessa cosa. Come potrebbe il poeta rifiutare la congiunzione tra pensiero e poesia? In entrambi i casi il lavoro consiste nel non eludere quell’apparire essenziale che viene incontro al poeta: il non ancora pensato.
     Il poeta riflessivo è la figura di questo destino principiale: di chi è venuto troppo presto e può solo cantare la stagione della primavera. È colui che vive – a volte con meraviglia, ma più spesso con angoscia – nell’imminenza di un pensiero, e in questa attesa cerca il tempo, le misure, le immagini del proprio respiro.
     Si affida a quella che Baudelaire definisce «la più scientifica delle facoltà»: l’immaginazione, per giungere a pensare la poesia e nello stesso tempo trovare un nome a questo pulsare originario.
     Così come non esiste uomo al di fuori del suo corpo – tanto che uomo e corpo coincidono nella realizzazione dell’esistenza – così la domanda di verità del poeta s’intreccia con l’esercizio poetico stesso.
     Il poeta fa suo lo sguardo che sa esplorare «l’intimo e l’intiero delle cose», come intuisce Leopardi, che chiama questa posizione «ultrafilosofia »: punto d’intersezione tra la ragione del percorso filosofico e la passione del canto poetico.
     Scrive Keats: «La poesia non risponde più di questo tempo. È parola che sgorga in risposta all’epifania dell’infinito nel finito mondo delle cose e degli esseri; risponde di quel presentimento dell’Altro che si sente nell’ombra, desidera con l’Altro. È desiderio di relazione con ciò che è a venire, ciò che si offre a noi come incompreso, ignoto».
     Il poeta è in attesa del vero che viene: l’oltre-misura che eccede misura di un già accaduto. Un eccesso sorgivo cui si tratta di corrispondere.
     Nessun compimento lo salva, registra Jünger, che precisa: «Nell’istante in cui la forma è impressa dal conio, essa è consacrata al declino».

2. Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita, il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per “strapparla” all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa». Il lavoro del poeta conduce verso la liberazione della lingua dai grumi contingenti, fino al recupero del fantasma di una purezza poetica universale, dove rinasca un rapporto di necessità fra le res e i nomina. Fino al silenzio. Che sarà detto in modo tale da portarlo attraverso la parola poetica all’ascolto.
     Ecco perché – di fronte a una parola che fuoriesce incessantemente dal discorso per farsi portatrice di un silenzioso segreto – lo stesso George può scrivere: «Ogni vero artista è stato afferrato almeno una volta dal desiderio di esprimersi in una lingua di cui il profano mai si servirebbe, oppure di disporre i propri messaggi in modo che soltanto l’iniziato possa discernere la loro destinazione».
     Da qui – dal fatto che la scrittura può diffondersi fra chiunque – la diffidenza che Platone nutre per la scrittura.
     Il poeta grande è un poeta mascherato, è l’eroe errante che rimane disperatamente fedele a un ideale tradito dal corso della storia, fedele a un’origine che è sempre a-venire. Questa fedeltà, scrive Benn, è il «sangue e il suolo dello spirito creatore».

3. La fede nella parola poetica crea i suoi difensori. Quando questi difensori sono impavidi, abbiamo a che fare con dei guerrieri.
     Il campo di battaglia è diviso in aggressori e aggrediti, ma i contendenti non hanno gli stessi vantaggi e le parti non si invertono mai.
     Gli aggrediti debbono ritenersi soddisfatti se riescono a respingere qualche attacco o inserire qualche vuoto nelle file avversarie. Questi difensori della parola poetica sanno che non riusciranno mai a piegare del tutto il loro naturale nemico.
     Possono ottenere soltanto vittorie parziali, e non frequentemente, contro questi aggressori che conoscono i lacci di tutte le astuzie.
     Ogni loro piccola vittoria richiede lunghi sacrifici. Una posizione conquistata può essere perduta con estrema facilità.
     Che vantaggio potrà dare, allorché più aspra sarà la lotta, un aggressore abbattuto? E quanti aggressori di riserva si celeranno al di là dell’orizzonte visibile, pronti a intervenire contro i difensori della parola poetica?
     I contendenti godono di brevi tregue. Ma non conosceranno mai la pace. Al primo sguardo gli aggressori appaiono come invenzioni per colorare una vacanza. È facile dire: sono aggressori di plastica, di fumo rosso, di panno soffice.
     Tutto è estremamente prezioso, come può esserlo un oggetto artefatto, che venga scambiato per qualcosa di reale.  Questo allettante manicheismo può anche far pensare a una tauromachia incruenta o alla sapida parodia di una lotta.
     In realtà gli aggressori hanno denti affilati e armi perfette, tanto che la lotta non è mai meccanica o teatrale.

4. Compito degli aggressori è di scardinare l’apertura sull’intuizione e sulla rivelazione per giungere a sbarrare la via del ritorno alle origini. Non sono lontani gli uomini di cui gli aggressori si fanno portavoce: pare che ognuno di loro sia diventato per se stesso qualcuno da evitare, quando non da affogare tra le faccende quotidiane o tra le rassicuranti e poliziesche parole che si affidano a significati precisi, esaurienti e definiti.
     Sono uomini in cui è vivo il desiderio di cancellare la propria ombra, di limitare il linguaggio ai processi razionali, di stare ai fatti come richiede il sano realismo.
     Difficile da parte del poeta uno scontro frontale con questo potere: ne va sabotata l’organizzazione, sfregiata l’immagine, elusa la vigilanza, per tornare a nominare senza chiedersi se ciò sia un bene, un male o un’altra cosa ancora, senza sapere quello che si scrive, senza leggersi, mai; fare – seguendo un’intuizione di Wittgenstein – come i bambini «che prima scarabocchiano con la loro matita dei segni qualsiasi su di un foglio di carta, poi // dopo // chiedono agli adulti “che cos’è”?». Il poeta è domanda. Non ha in sé il proprio fine. Non ha una personalità da esprimere. Non ha un “suo proprio” da rappresentare.
     Poiché la sua parola rinvia a un’eccedenza di senso, domanda un ascolto aperto a tutti gli sconfinamenti di senso.
     Il poeta depone l’“io” come un re la sua corona: prendendo congedo da un privilegio, ma anche da un peso. È la poesia stessa, annota Keats, che scioglie l’esistenza stessa del poeta e gli ruba la sovranità del suo “io”, tanto da costringere il poeta a rivolgersi verso un “tu” che non può essere conosciuto e trovato secondo il modo abituale che noi abbiamo di trovare e di conoscere.
     Il “tu”: sul suo corpo le parole si incidono come ferite.
     Ne è consapevole George quando avverte: «Nella poesia – come in qualsiasi altra manifestazione artistica – chiunque sia ancora preso dalla smania di voler “dire” qualcosa o di “ottenere” qualche effetto non è degno di accedere neppure all’anticamera dell’arte».
     In questo senso la poesia è viaggio: cammino volto a incontrare l’Ur-Phänomen, l’apparizione di qualcosa che non si può manifestare altrimenti. Ecco perché il poeta, facendosi guerriero, si slancia nella vastità del mondo e della storia: di un mondo irraggiungibile e di una storia perduta.
     La sua scrittura è dominata da potenze inconciliabili, eppure suscettibili di unità nell’alba, nella primavera, quando ciascuna delle forme del paesaggio significa più di quanto rappresenti di per sé, allorquando la totalità delle forme si sporge manifestamente sull’aperto.
     È il paesaggio della pura esistenza che compare nel preciso istante in cui ogni particolarità “già apparsa” si fa da parte.
     Il poeta aderisce al paesaggio come a un’offerta di accadimenti dove il “tu” può prendere provvisoria dimora.
     Allora, il poeta dilegua in un’oscurità sempre più fitta. Le sue parole ci raggiungono da una lontananza sempre maggiore. Quel che nell’ombra parla del “tu” non è assenza di senso, ma senso assorto.
     Scrive Hölderlin: «Non vanno senza ragione / nel secco i fiumi. Ma come? È ch’essi debbono / fare la lingua. Un segno ci vuole, / nient’altro, chiaro e netto». Il poeta è Moosbrugger, l’assassino in cui Clarisse riesce a vedere, nell’Uomo senza qualità, l’incarnazione del Messia.
     Moosbrugger ci attira nel gorgo di una scrittura in cui tutto è sconvolto; ci trascina su una fitta ragnatela in cui riconosciamo a malapena poche schegge d’immagini, incompatibili tra loro, in un dolore non più trattenuto, percorso dall’urlo e dal furore.
     Lì il poeta è nell’orrore volendo combattere l’orrore. Lì riconosce l’opaco fondo animale che sopravvive in noi.
     Lì, è l’assolutamente-altro che s’impone: è il Nulla della morte, del silenzio, dell’ammutolire.
     Del resto perché scrivere poesie se non, come scrive Celan, per orientarsi, per capire dove ci si trova e verso dove il destino ci vuole portare?
     Sulla carta si dev’essere sempre quel che così raramente si è nel mondo: combattenti.

5. Nei corpi scavati degli uomini è rintracciabile il corrodimento a cui ogni essere è trascinato. Esso è un indice di volontà repressa nel momento stesso del suo manifestarsi. E un segno dell’adattamento a un ordine razionale, contingente, freddo e privo di vera libertà.
     Potremmo parlare di ossificazione delle tendenze dissolutorie che improntano il nostro tempo.
     La parte che in noi dorme o non vuole vedere è generalmente molto più estesa di quella che non teme di accostarsi al pericolo. Infatti, i difensori della parola poetica sono frange esigue nel corpo sociale colpito da emiplegia.
     Denunciamola questa situazione che, con il trascorrere degli anni, si va allargando fino a diventare costume. Gli aggressori sono l’onda poderosa di un’umanità che diventa sempre più potente.
     I difensori della parola poetica ne temono l’avanzare e proprio per questo non rinunciano alla lotta.
     Come non simpatizzare per questi guerrieri?
     Osserviamole queste figure tormentate, questi lottatori spinti a ingaggiare battaglie da cui non traggono alcun vantaggio. Costretti a portare distruzione là dove avrebbero voluto vedere soltanto un incontro fra gli uomini.  Spogliati, poi, anche della forza della loro sofferenza, dimenticati e lasciati soli a condurre un’altra lotta: quella di ogni giorno, resa grigia dalla sopraffazione.
     Nella battaglia sono i fiumi profondi della terra che sanno donare acqua senza assottigliarsi, capaci di rinverdire mari di sabbia e di scrivere pagine di vita esaltanti anche se presto dimenticate.

6. Si scrive ancora rischiando la vita. Mentre gli aggressori vorrebbero che i poeti si limitassero a baloccarsi con la fantasia, a giocare con la bacchetta magica degli ornamenti formali.
     Non è finita questa hybris: anche ai nostri giorni la poesia è dire le cose nella pienezza che è loro appropriata.
     Gli aggressori ritengono la poesia un fenomeno socialmente irrilevante, avendo maturato la consapevolezza che la società non abbia bisogno di questa forma di vita per il suo funzionamento.
     Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo perso la capacità di fare sogni, in quanto i sogni semplicemente li realizziamo o li troviamo in vendita.
     Registra Marx: «La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino ad allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale del rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro».
     La violenza degli aggressori nasce dalla volontà di non ammettere vicino a sé, nemmeno ai margini, nessun altro che possa essere diverso.
     Mentre la poesia è un esercizio della capacità di giudizio, ovvero di cogliere un equilibrio che mai è dato in anticipo. È vivere come quando non si è ancora.
     Lo ha intuito Adorno ascoltando la musica non più tonale di Schönberg, una musica che, come la poesia, «viola l’aspettativa… trasgredisce alla bipartizione della vita in tempo dedicato al lavoro e tempo libero, ed esige che nel tempo libero si compia un tipo di lavoro tale che potrebbe mettere in dubbio l’utilità del lavoro stesso».
     Ecco il rischio che gli aggressori vogliono evitare.
     I ricchi diventano ogni giorno più ricchi, i poveri più poveri. Sembra quasi di sentire la voce di Blake, quando sostiene che la ragione – con la complicità della tecnica – non crea solo la bruttezza ma anche tutti gli altri mali.

7. La vita del poeta fa pensare a spazi immensi, segnati da percorsi sovente mossi da desideri chiari e vigorosi. Al confronto, gli aggressori conoscono spazi limitati, per non dire soffocanti. Spazi per pochissimi, talvolta neppure uniti fra loro da ragioni escluse dall’interesse.
     A confronto, dunque, con l’organizzazione dei nostri giorni, con i sottintesi che condizionano spesso i nostri passi, con la solitudine che ci assedia, la vita del poeta sembra appartenere a una storia mitica. Parlare del poeta vuol dire descrivere una mappa impareggiabile, che sembra distante da noi anni luce.
     Alto, sopra ogni scelta, vi è il suo lavoro sulla parola poetica: uno scavo senza fine in ogni direzione dello spirito.
     Quanto scrive serve a farci comprendere meglio quell’irrefrenabile spinta a conoscere e a rischiare che impronta la sua vita. E che gli permette di conoscersi appieno, attraverso vicende dove trovano posto imprese ardimentose, contatti culturali, indigenze.
     Fermo è nel difensore della parola poetica il rifiuto di cercare un accomodamento con gli aggressori. Ogni suo gesto, anzi, acquista una particolare evidenza proprio per la risolutezza da lui dimostrata ogni volta nell’infrangere il bozzolo delle garanzie, per poter giocare liberamente la partita affascinante e insidiosa dell’attacco imprevisto.
     L’antidiscorso poetico si muove con linearità nel corso del tempo.
     A ogni pausa, fa seguito una ripresa che dirama con grande immediatezza temi e sentimenti in lui radicati. La sua parola ha il lume e la consistenza del diamante.

8. Per essere poeti bisogna saper leggere dentro le cose ciò che in esse merita di essere portato al linguaggio. Prima della creazione c’è solo la libertà, ma dopo sembra essere necessario l’incontro tra libertà e necessità: come nella natura, quando una foglia o un fiore cadono.
     Il pensare abituale è comunemente pratico. Il pensare discrepante è essenzialmente scomodo. Questo comincia dove quello finisce. La lingua dell’uomo “medio” appare ai difensori della parola poetica come materiale per colloqui d’affari, conversazioni da salotto.
     È per il “pensare discrepante” che vale la pena lottare, e ben lo sa Antonia Pozzi quando chiude la sua tesi di laurea con queste parole tratte da Flaubert: «Per chi non riesce, per una sua posizione, a lottare, per chi non è capace di sacrificarsi abbastanza devotamente a un compito, per chi non sa formulare, davanti al proprio destino, una propria preghiera, saranno eternamente ammonitrici queste parole, che dicono un destino e sono una preghiera: «Noi siamo soli. Soli, come il beduino nel deserto, bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e sempre, incessantemente – fino all’ultima goccia d’acqua, fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione di aver fatto della strada e di aver navigato nel Grande».
     Ecco contro chi combattono gli aggressori: contro coloro che sono lontani dalla gloria di questo mondo, distaccati dall’oggi, dai suoi idoli, dai suoi culti di massa, tanto da non aver alcun merito agli occhi degli “odierni”.
     Il loro segreto valore non conosce le seduzioni e gli ammiccamenti della dimensione pubblica. Forse il loro tratto consiste in quel pathos della distanza, in quel rifiutare lo sguardo abituale – torvo e saccente, estetico e logico – della ragione.
     Il percorso del poeta interroga l’atto dello scrivere in quello del vivere.
     La scrittura poetica si fa luogo in cui sperimentare la lotta mortale con il silenzio inappellabile del dolore, nel tentativo di attingere oltre la parola, passare dall’altra parte. Oltre il cerchio di fuoco.
     Il poeta, come il Malte rilkiano, riconosce in sé la presenza di un luogo ignoto, nel quale a poco a poco l’esistenza del terribile va addensandosi.
     La ragione lascia irrisolto questo rapporto lacerante del corpo con il lato oscuro della realtà.
     «All’epoca del mondo in cui viviamo, non segue più commercio diretto con il cielo» annota Novalis. Piante e pietre tacciono, cuori atrofizzano, divinità dileguano, ogni miracolo è impedito, nessuno stato è attualmente poetico.
     Ma da tale sfondo si alza un movimento contrario. È giunto forse il momento di non battersi più per le briciole, ma tentare un gesto diverso: di aprirsi un difficile varco tra gli aggressori e – sottraendoci alla loro presa mortale, alle loro risposte già pronte, conformi a un criterio comune – unirsi al grido mai spento della parola originaria.
     In quel grido troviamo l’ombra che ci affatica e ci consegna al compito che il destino ci ha assegnato: dispiegare – fedeli a ciò che non si sa – una nuova lingua attraverso la quale accedere all’indefinito del principio (propriamente l’ápeiron), nel quale ogni evento e il suo contrario possono essere iscritti.

 

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Il saggio di Flavio Ermini è tratto da:

Aa. Vv. (a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari), La poesia e la carne. Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola, Milano, La Vita Felice, “Saggi”, 2009.

Il volume comprende scritti di Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Giorgio Bonacini, Luigi Cannillo, Silvio Endrighi, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Gabriela Fantato, Giò Ferri, Mario Fresa, Marco Furia, Rubina Giorgi, Gilberto Isella, Raffaele Perrotta, Tiziano Salari, Enrica Salvaneschi, Adam Vaccaro.

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9 pensieri riguardo “La carne e il respiro – di Flavio Ermini”

  1. “Il poeta è domanda. Non ha in sé il proprio fine. Non ha una personalità da esprimere. Non ha un “suo proprio” da rappresentare.
    Poiché la sua parola rinvia a un’eccedenza di senso, domanda un ascolto aperto a tutti gli sconfinamenti di senso.
    Il poeta depone l’“io” come un re la sua corona: prendendo congedo da un privilegio, ma anche da un peso. È la poesia stessa, annota Keats, che scioglie l’esistenza stessa del poeta e gli ruba la sovranità del suo “io”,”

    Un saggio davvero stimolante che approfondisce, certo, le ragioni di una poetica, ma che affronta temi nodali e imprescindibili per chiunque abbia deciso di scrivere versi: del rapporto tra linguaggio poetico e lingua standard, tra ragione e profondità oscure e insondabili dell’essere, tra poeta e potere liberticida e ottundente.

    Grazie a Flavio Ermini, e a Francesco, per la proposta.

    Giovanni

  2. Perché sono attratto dalle dissonanze, Francesco. Quella che ho espresso è soltanto la reazione epidermica (un mero dato di fatto) la riflessione che ometto mi ripaga la lieve sofferenza. Tutto come dev’essere.
    Un saluto.

  3. Flavio è sempre molto serio, quasi sacerdotale, ma la sua “enfasi” poetica è sempre pronta a deporre l’io come inservibile e ad ascoltare le magie del “non-io”. Marco

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