Poema per una terra – Sebastiano Aglieco

[SEBASTIANO AGLIECO]


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Ho sempre pensato a una rifondazione / uno stato della parola / in cui le cose emergono dalle loro trame / per un avvicendamento del sonno / i pensieri in una riva asciutta / ossa indelebili / cantilena di un popolo intero.

Tutto sarà restituito / nel suo unico pensiero / un flusso di sangue / che chiede una costrizione / un figlio dagli occhi duri / emersi dalle macerie.

Pagheremo lo sconforto ai vivi / e le parole si ammutineranno.

 

Da: Sebastiano Aglieco, Nella Storia. Poema per una terra, Cagliari, Aìsara Edizioni, 2009.

 

Poema per una terra

 

I

Potrei elencare dei nomi
mettere in fila le tappe del cambiamento
i volti dimenticati
i visi che ci hanno accompagnati
fare i nomi dei nemici
infuriarmi per un tempo
una pietà sottratta, una diaspora
ma so che giungerei in questa piazza
in questo reliquiario di Sicilia
dove niente cambia.

Volti tagliati fuori dai miei pensieri
ricordi di un’appartenenza.

II

Da questa parte dell’isola
il sole mi atterra in un punto fisso
una catena, per un destino, si mette in atto
di nascosto da queste strade
dove un tempo sfidavo
sono ciò che resta
di un dovere mai onorato.

Nel segreto di una stanza
aspettavo uno stato dell’essere
in cui, alla vigilia
gli occhi si aprono ai morti.

Ecco, mani tese nella veglia
pulizia del cuore e della mente
nessuno potrà mai accusarmi della Gloria.

III

Costantemente avverto
il peso di ciò che passa e resta.

A voi ho chiesto la diaspora
un’esclusione senza remore e
senza conforto.

Da questa piazza
da questo cuore
per queste offerte ai vivi
ogni gesto ho restituito al suo perdono:
appartenere una volta all’anno
sprofondarsi in uno stato addominale.

 

Testamento

Voi sarete i nominati
di tutte le vecchie storie
le parole date in pegno
per la disfatta dei poeti.

Voi sarete l’oltraggio
il fiato misurato tra
gli sputi e l’omicidio
il dono ricevuto e un bambino
che non deve niente.

 

Quarto piano

I fiori consumati nella prima sera
mi aprivo e mi chiudevo nel colore di una
melagrana, barricato tra una stanza e
la linea dell’antenna.

Tempo del nostro accadere e
del nostro non capire
ore di carta di un quarto piano senza scale
la voce veniva in me
in un dolore rinsecchito
in un fumo di pianto del telegiornale
azzeravo tutto.

Eppure tu sapevi
che questa carne, questa mente
erano solo pretesti per ricominciare
e non era questione di poesia civile:
i morti mi attraversavano dagli specchi
poi se ne andavano dai tetti.

 

Aprile

Aprile, dentro i margini
spaventati in una gola
i desiderati figli
in questa voce risoluta
mi rimandi a una luce naturale
al sale della terra
ed io esisto in un
modo che non so dirti.

Questi uomini sono la
parte oscura di me
il mare recintato in noi
sono l’aprile del primo inverno
mai così netto, così risoluto.

La parola mi accoglieva
con un cancellino.

 

Da Cosenza in giù

Eppure arrivavano le campagne
erano invitate nella memoria
da una corrispondenza
dal fiato, dalle crepe della terra.

Perché si é sempre lì, diceva
con i piedi tra l’Occidente e
un chiodo fisso.

Essere il sale
una zolla bagnata
che ci ricostruisce
la speranza certa
che l’anno ricomincia.

                       Cosenza, 24 aprile 1994

 

La mia generazione

Eppure noi abbiamo creduto
che si potesse essere fratelli, noi
i figli di un sessantuno
con la testa nell’acquario
e il cuore nel sagittario.

Mia madre ci arava tenera e triste
di un abisso di parole
erano le morte stagioni
il sale della terra.

Ovunque in me già si smuoveva
il nascituro senza nome
sarebbe stato per sempre o
un nuovo inizio.

Poi si ritorna ancora soli.

 

Sempre questo modo di sentire

La scommessa era in
dieci o venti parole antiche
in rapidi gesti corrispondenti
a un dolore che non tracimava
pochissime pause
pochissime interposte intercapedini
segnati da una colpa
da un vagito di innocenti.

Tu in me giungevi dal
richiamo dei fratelli
una piccola mano che
mi offriva una caramella.

Eri quel viso che non si accontentava
quel lamento di agnelli
nella nostra guerra quotidiana.

Eri lo sputo di una mano
il sangue aperto
per dolore di un battesimo.

Eri quel viso
quegli occhi scannati nel bicchiere
quell’anatomia di nervi
di interpreti e di gelosie.

Eri la porta della nostra casa
questa città accaldata
dove la parola é uno sputo
comprata per poche lire
da un rottamaio.

 

Per me, attore

Essere imprestàti
per qualcuno che fluisce in noi
sotto le luci di un riflettore
appartenenti a un senso
a una parola che non conosce inganno.

Essere come il pane del mattino
il bacio della buonanotte
lo scarto minimo
tra l’ingiunzione e l’atto.

Partire dalle nostre contrade
verso un coro di nemici
una stella ingannevole
che disperde i segni.

Partire, col malfidato nel cuore
sentire le parole
come il pegno di una madre
che ci bacia negli occhi
senza la finta del chiaroscuro
la finzione dell’ispirazione
la certezza della ragione.

Ingannati solo
dall’essere appartenuti
a un fazzoletto di sangue
dispersi in una terra
e appena ricordati dalla nostra mente.

 

*

 

Verso voi

 

A volte ho creduto di vedervi in
uno specchio che rallenta gli atti
il fotogramma sezionato nella zona più
sfocata – epigrammi quotidiani, facce comuni
nell’attesa di un lungo inverno.

 

Un punto per incontrarsi

Ho sognato di concentrarvi tutti
sul palmo di una mano e rivedervi bambini
nella parola mi sono dannato
per segnarvi il viso
e ancora adesso, ora che tutto é passato
senza più maestri e senza letteratura
la paura mi rivolta in questa casa che mi
ospita, per dirmi che sono distante.

 

Richieste di ascolto

Il paesaggio si dilata nella
carne, niente é concluso nel mio letto.

A volte il sogno é una fibra violata
il mattone conclusivo
di questa casa senza scale.

Voi apparite in me dalla televisione
ma in un teatro vi ho ritrovati tutti
accucciati nella mia bocca
con parole più semplici della neve –
gesti, come un coltello.

Allora ho compreso il nemico
ho caricato il fucile.

Mi sono fermato in voi in un amore cieco
un bambino muto che chiede una caramella
e nella vostra dipendenza
ho chiuso gli occhi.

 

Resoconto

Tu eri la più distante dalla terra
eri un soffio che a volte si degnava
della misura di una nascita
del sangue aperto in una conchiglia.

Ho dovuto disossarti da un doloroso
silenzio, lacrime asciugate fino all’osso
bambini, stanze vuote.

A volte il viaggio é tutto in questa
tazza, in questa presunzione di poeti –
io ti cercavo in un amico, in un colore
salato che mi ricordasse il mare.
Poche volte ho finto.

In me la parola era
ciò che restava di un pianto
di una preghiera di piccoli uccelli
di una macchia indelebile nel crocevia.

 

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Del libro Nella storia. Poema per una terra fanno parte i testi della sezione Oriente prossimo venturo, già pubblicati qui come inediti.

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Sebastiano Aglieco – La responsabilità della scrittura

Quando incominciamo a scrivere cerchiamo una voce che ci assomiglia; parole che abbiamo sentito e dalle quali vogliamo ricominciare. Questo è il primo contatto con i maestri, nella vicinanza o nella distanza dai loro scritti e dal loro insegnamento: distanza attraverso i libri, vicinanza nel sogno che ricostruisce e trasforma le parole in altri sogni.

Fare poesia, dunque, è l’atto collettivo del percepire e dell’essere percepiti, del chiedere e del dare conto; ricompensa o abiura non importa. E’ la parola come sacrificio, cioè tramite del rendere possibile; dell’alzare il velo dell’apparenza che abitiamo.

Se la poesia è, in fondo, un dialogo col Nulla, con la natura deperibile delle parole e delle cose, essa deve prima attraversare l’umanità tutta, non c’è scampo. Forse è in questo attraversamento che si logora e nello stesso tempo si rende necessaria. Da questo punto di vista, dunque, non si scrive per narcisismo – è pura illusione – ma per attraversarsi. Attraversare il mondo.

Sento sempre di più questa necessità del ricevere attestazione e conferma; scrivere poesie presuppone il gesto della consegna, che è dono nella gratuità, e investe il lettore di un compito. Il lettore è colui che prende visione dei segni incisi, graffiati – questo vuol dire letteratura nella sua accezione etimologica – e se ne fa carico. Egli, tradendo il testo, consegna la tradizione del testo; ne permette il passaggio, il giudizio, nei tribunali della Storia. Il testo si fa giudicare.

La letteratura desidera ritornare a una sua concretezza. Desidera le cose reali, consegnate ai segni, all’immagine astratta dei segni. Questo desiderio non è più, s’intende, materia e carne delle cose, ma il nostos, la nostalgia di un ritorno impossibile. La condizione più naturale della scrittura, dunque, non è la scrivania, il salotto buono, e neanche il computer. La scrittura è ancora atto del graffiare sulla materia sensibile, dello sporcarsi le mani nei segni e disegni incisi nel grande libro dove la foglia è il foglio sono la stessa cosa.

La scrittura è transeunte: permette il passaggio e non rimane, ma rivive, nell’urgenza del nostro tempo, del nostro essere qui, ora.

Se è vero che ogni cosa, mentre vive contemporaneamente muore, la poesia non si sottrae a questo tragico destino e accetta di essere traccia cancellabile e labile. Ma non può rinunciare alla sua necessità, alla sua ineluttabilità: che non è ricerca di nuovo senso – sempre le foglie, noiosamente, cadono e rinascono – ma necessità del suo ruolo.

Ecco perché, a un certo punto, non servono più i maestri, non serve più la letteratura. Scrivere poesie è un gesto che improvvisamente ci lascia soli, nudi di fronte alle cose, agli altri, a noi stessi. Davanti al compito del dire senza gioco, inganno, ma con gli occhi puntati addosso.

Ho scritto libri senza necessariamente pensare a questo. Ma per presagio. Poi ho capito questo dalla lettura che gli altri hanno fatto dei miei libri. Lettore, ipocrita lettore, fratello.

(Tratto da Carte nel Vento, Marzo 2008, anno V, numero 9.)

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***

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15 pensieri su “Poema per una terra – Sebastiano Aglieco”

  1. “i morti mi attraversavano dagli specchi”. Leggo, con intensa partecipazione, questo nuovo lavoro di Sebastiano, uno dei miei poeti preferiti, non solo perché, praticamente, coetaneo, ma perché la sua scrittura è fatta dei grani di terra e di quelli, neri, di un rosario, di rovi e dolore, della vita e del rancore di una diaspora, di una cesura.
    Tantissimi complimenti. Mi procurerò la raccolta, appena posso.
    Un caro abbraccio. Fabio Franzin

  2. Leggo i testi di Sebastiano Aglieco per la prima volta e mi colpisocno profondamnete; tanto che ho sospeso la prima lettura stamattina sul presto per poi tornare sui testi con più calma.

    Poesia densa, carica di urgenza, di cose da dire, senza venga mai meno la precisione della parola. Complimenti.

  3. Notevole libro che ho avuto il piacere di apprezzare e “gustare” poco dopo l’uscita. In questa raccolta Sebastiano Aglieco conferma le doti già intraviste nelle due precedenti raccolte con una scrittura oramai matura e con un timbro proprio. Complimenti.

    Un caro saluto

  4. Una poesia pulita, una parola trasparente eppure impastata di terra e mossa dal vissuto, questo mi ha sempre colpito nella poesia di Sebastiano, che trova conferma in queste poesie.

    Un grazie, e un abbraccio, a Francesco e a Sebastiano.

  5. “Potrei elencare dei nomi
    mettere in fila le tappe del cambiamento
    i volti dimenticati
    i visi che ci hanno accompagnati
    fare i nomi dei nemici
    infuriarmi per un tempo
    una pietà sottratta, una diaspora
    ma so che giungerei in questa piazza
    in questo reliquiario di Sicilia
    dove niente cambia.”

    Un misurarsi con la finitezza, il dolore il disincanto, ma con coscienza critica e amore inarresi; e sul senso del nostro scrivere, rispetto al sentire e al desiderare: “A volte il viaggio é tutto in questa/tazza, in questa presunzione di poeti -/
    io ti cercavo in un amico, in un colore/salato che mi ricordasse il mare.”

    […]”Se è vero che ogni cosa, mentre vive contemporaneamente muore, la poesia non si sottrae a questo tragico destino e accetta di essere traccia cancellabile e labile. Ma non può rinunciare alla sua necessità, alla sua ineluttabilità: che non è ricerca di nuovo senso – sempre le foglie, noiosamente, cadono e rinascono – ma necessità del suo ruolo.”[…]

    Auguri, Sebastiano, per questo tuo nuovo lavoro.

    Giovanni

  6. L’incidere della terra nella propria lingua poetica è una componente essenziale nella poesia. I luoghi sono parte di noi. In questi versi riconosco lo stesso impatto che ho ricevuto da un’isola che in verità conosco poco. La Sardegna, quella interna e dei paesini semi abbandonati e non quella turistica che non conosco, ha una natura che molto si avvicina all’animo umano: essa affiora solo in parte scarna e aspra, e nasconde in profondità una complessità dolente.

    molto belle.
    grazie
    lisa

  7. Ho sentito Aglieco a Radio Tre Suite e mi ha molto incuriosito. Questi suoi testi sono davvero belli. Complimenti all’autore e a chi ce li fa conoscere…

  8. La necessità, Sebastiano. La radice della poesia. E poi questa grande verità: si comincia a scrivere cercando la voce che ci assomiglia. Dietro a quella voce troviamo la nostra, cercandola sempre, e sempre iniziando a cercarla. Hai provato anche tu la sensazione che, a ogni rigo che di nuovo riempiamo delle nostre parole, non si è certi di nulla. Ma proprio di nulla. E tutto torna, dolorosamente, a esigere quelle parole necessarie che non smettiamo di cercare…
    Marco

  9. Sì, si ritorna sempre all’inizio. Perchè non cambiamo mai, rimane qualcosa di noi che sarà sempre. Un nucleo insondabile. Questo lo vedi benissimo quando i bambini diventano grandi: ragazzi. La poesia non è un’arte, oserei dire, perchè è difficile appigliarsi alla sicurezza di una tecnica, come la musica, la pittura. L’arte che più mi verrebbe da accostare alla poesia e quella dell’attore. Chi ha avuto esperienze di questo tipo lo sa. E uno dei maggiori problemi facendo teatro con le persone, è stato appunto questo cercare di capire la sostanza di ciò che insegnavi loro e come questo, comunque, potesse approdare a una forma di rappresentazione che avesse a che fare con la bellezza usando mezzi minimi. Sì, scrivere è difficile proprio per questo. Facile ricopiarsi, difficile azzerare tutto, anche se questo non avviene mai totalmente. Scrivere è sempre un nuovo battesimo, come ricreare dalle sue fondamenta qualcosa che c’è già ma che non percepiamo più perchè l’abbiamo licenziata per il pasto del mondo. Per scrivere, probabilmente occorre un pensiero assai cosciente che però non va dichiarato. Grazie a Marco e agli altri amici che hanno commentato
    Seb

  10. da alcune sere sto leggendo/rileggendo questo libro di Sebastiano – un libro che mi appassiona, come è stato per “Giornata”

    credo che in Sebastiano, e il suo commento di cui sopra me ne appare conferma, valga l’ipotesi rilkiana, dei versi non già come sentimenti, bensì come esperienze/a

    all’experimentum vitae, a ciò ci sottoponiamo, a tale scommessa ed a tale rischio di scacco

  11. Ringrazio tutti gli intervenuti e faccio mio il piacere della lettura di un autore che ha molto da dare e, per chi sa ascoltare, da insegnare.

    fm

  12. un saluto di sincera ammirazione a sebastiano. una poesia di valore che trasmette un impegno forte, una commossa partecipazione…leggerò il tuo libro. grazie
    roberto

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