Miklavž Komelj nella traduzione di Michele Obit

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Ricordo di Miklavž Komelj una straordinaria serata in un locale di Udine, qualche anno fa, dove non solo lesse alcuni suoi versi, ma tenne una sorta di lectio magistralis, nel suo italiano studiato soprattutto sui libri d’arte e quindi forbito, a proposito di alcuni autori italiani del Trecento. Poi lo ricordo sempre a Udine, dove era venuto apposta per assistere alla proiezione di un film degli anni Venti, “Napoleon”, dove recitava anche Antonin Artaud. E poi non lo ricordo, ma so che c’è stato, anche se né lui né nessuno me l’ha detto, davanti alla tomba di Pasolini, a Casarsa.
Riconosco in Miklavž non solo uno dei più interessanti poeti sloveni delle nuove generazioni (compare tra l’altro nell’antologia bilingue “Decametron” che esce in questi giorni, edita dall’Associazione degli scrittori sloveni), ma anche una mente curiosa, attenta ai percorsi culturali di altri Paesi (compresa, e in Slovenia non è usuale, l’Italia), ed uno sguardo critico nei confronti delle numerose manchevolezze e contraddizioni di questa società.

                                                                     (Michele Obit)

 

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Nato a Kranj nel 1973, Miklavž Komelj vive a Ljubljana, dove si è laureato in storia dell’arte nel 1991. Nel 2002 ha conseguito anche il dottorato di ricerca alla Facoltà di filosofia. Scrive poesia, saggi, articoli di ricerca scientifica e recensioni. Si occupa anche di traduzione. Finora ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Luč delfina (La luce del delfino, 1991), Jantar časa (L’ambra del tempo, 1995), Rosa (Rugiada, 2002), Hipodrom (Ippodromo, 2006), e Nenaslovljiva pisma (Lettere non indirizzabili, 2008).

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Testi

 

Pesem za Barbaro

Kje naj pustim sledi zate? Kdor me res vidi
z vidom, ki se mu ves razkrijem, me ne vidi.
Ni me na temnih pašnikih s temno travo,
ni me na žgočem soncu, nikjer me ni.
Tukaj, med mrtvimi, nisem živ, nisem mrtev.
Zašel sem, zašel skozi sobe mrtvih,
si prigovarjam, ne da bi spregovoril.
Tukaj, med mrtvimi, biva le malo mrtvih,
tukaj je največ takih ljudi, kot sem sam.
Takih, kot nisem. Takih, kot niso. Nismo.
Tudi kdor vidi k mrtvim, ne vidi nas.
Nobene tolažbe, da nisem zašel, ne slišim,
in tudi nobene tolažbe, da sem zašel.
Ne morem pa tebi lagati, da ne slišim
ničesar, ko v grozi molčiš in šepetaš.

 

Poesia per Barbara

Dove lasciare una traccia per te? Chi davvero mi vede
con lo sguardo a cui completamente mi rivelo, non mi vede.
Io non sono nei pascoli bui d’erba oscura,
non sono nel sole bruciante e in nessun luogo.
Qui, tra i defunti, non sono vivo, non sono morto.
Vagavo, vagavo attraversando le stanze dei morti,
cercando di convincermi senza proferire parola.
Qui, tra i defunti, solo alcuni di essi dimorano,
quasi tutti sono invece come io sono.
Come io non sono. Come loro non sono. Non siamo.
Anche chi li vede, i morti, non vede noi.
Non sento consolazione per non essermi smarrito, nessuna
consolazione sento nemmeno per averlo fatto.
Ma a te non posso mentire dicendo che nulla
io possa sentire nulla quando, atterrita, taci o appena bisbigli.

 

*

 

Intervju

»(Seveda),
žal mi je, da sem ubil neko človeško življenje,«

una vita umana, se sliši izza ekrana,
na katerem živahno in zbegano gestikulira
podoba iz pisanih nevidnih drhtečih točkic,
»ne pa, da sem ubil Pasolinija.«

(Takrat so v Rimu velikanske jate
škorcev kričale, celo noč kričale,
in če si le zaploskal, so planile
iz krošenj in zavijale po zraku.)

»Vedevo sfumato, strano.«

(Na isti dan, isti dan
sredi noči čez 25 let
neki mladenič na Stazione Termini
mimogrede nevede – ali vede? –
uporabi besede umorjenega: una vita violenta
Hai una vita violentaNon buttarla via
Kaj hoče
od mene?)

Črno-beli posnetek
z delno privzdignjeno rjuho, s katero je pokrito
truplo, kaže le neko sivo
maso.

Zdaj prvič na televiziji. Veliko sproščenih nasmehov.
Z naslovom: Ubil sem Pasolinija.
Intervju, delan z namenom,
da gane, pretrese in razvredi z nedolžno človeško toplino,
da reklamira človeško
toplino.
In podoba, ki postavlja vprašanja,
ne skriva užitka in občudovanja.

(Ni skrito, da ni skrival, da že zdavnaj
pozna vso svojo smrt – in da jo hoče
videti táko, kakor je – da hoče,
da udari s silo tujega telesa,
da bo don ran telo ⁄ vsako človeško
telo je do poslednjih skritih vlaken
politično – če hoče ali noče ⁄ –
da bo don ran telo ⁄ »Seks je izgovor«;
Versi del testamento ⁄ – vsaka črta
vsake njegove risbe ji je bliže
kot prejšnja črta – –)

»Perché il rimorso non c’è.«

Vsa situacija je transparentna.
Samoobramba + nesrečen slučaj.
Ničesar zadaj. Nobene zarote.

(Temna plastična vrečka, v temi
drhteča v vetru:
za nekaj trenutkov
je bila neznana
umirajoča žival.)

Kot da briše zavest mrakobna mantra:
Nobene zgodbe. Nobene zgodovine.

                                      (– – črne in zlate
svetlobe v koži usidranih peres – stoletja
neposušene barve renesančnih
slik – psi na nočnih cestah – razvaline
peščenih zrnc – stari morski kamni,
še nenavajenih na svoje oblike,
na luknje v sebi – vse se je izpustilo,
nehalo biti skupaj neki svet,
ki ga še ni. – – Vsakdanji rituali –
splošno sprejete negovane geste –
kako se podaljšujejo – do drugih
gest – ki so iste – čisto do konic
nečesa, kar prinaša smrt! Me slišiš?
Zbujen sem sredi čudnega fašizma:
tako popoln fašizem, da ne rabi
podobnosti s fašizmom – da ne rabi
ničesar več – nikogar več. »Umri!«)
Ničesar. Nikogar. Nobene zarote.

Podoba, ki postavlja vprašanja, se
nezarotniško nasmehne.
Z neba spuščeni oglasi se
nezarotniško nasmehnejo.
In abstraktni beli zobje, ki neslišno žvečijo
neko imaginarno človeško meso.
In fašistično beli zobje lastnika televizije.
(Vse, kar gledaš in kar je označeno
kor prijazno – dobro – nedolžno… – se nezarotniško
nasmehne?!)
– – –

 

Intervista

«(Certo),
mi dispiace aver ucciso una vita umana,»

una vita umana, si sente dallo schermo
nel quale animoso e confuso gesticola
la figura di impercettibili e tremolanti puntini variopinti,
«ma non di aver ucciso Pasolini.»

(Allora a Roma enormi stormi
di stornelli urlavano, intere notti urlavano
e al solo battere le mani si avventavano
dalle chiome d’alberi e prendevano il volo.)

«Vedevo sfumato, strano.»

(Lo stesso giorno, lo stesso giorno
nel mezzo della notte 25 anni dopo
un giovincello nella Stazione Termini
come non sapendo – o sapendo? –
utilizza le parole dell’ucciso: una vita violenta
Hai una vita violentaNon buttarla via
Cosa vuole
da me?)

Un’immagine in bianco e nero
con un lenzuolo sollevato in parte, che copre
il corpo, mostra solo una massa
grigia.

Per la prima volta, ora, in televisione. Dei sorrisi davvero disinvolti.
Con il titolo: Ho ucciso Pasolini.
Un’intervista fatta allo scopo
di commuovere, scuotere e divertire con l’innocente calore umano,
di reclamizzare il calore
umano.
E chi pone la domanda
non nasconde il godimento e l’ammirazione.

(Non è un segreto che nasconda da tempo
di sapere della sua morte – e di volerla
vedere così come è – voler
essere colpito dalla violenza di un corpo estraneo
ferito a morte il corpo / ogni umano
corpo fino alle fibre oscure estreme
è politico – volente o nolente / –
ferito a morte il corpo / «Il sesso è una scusa»;
Versi del testamento / – ogni tratto
ogni suo disegno gli è più vicino
del tratto precedente – –)

»Perché il rimorso non c’è.«

L’intera situazione è trasparente.
Autodifesa + sfortunata casualità.
Non c’è niente dietro. Nessun complotto.

(Un sacco di plastica scuro, nel buio
ondeggiante nel vento:
per qualche istante
era un indefinito
animale morente.)

Come se cancellasse la coscienza un cupo mantra:
Nessuna tramma. Nessuna storia.

                                  (– – nere e dorate
luci nell’involucro delle penne ancorate – secoli
di colori non essicati di quadri
rinascimentali – cani sulle strade della notte – ruderi
di granelli color sabbia – antiche pietre marine,
ancora non use alle proprie forme,
agli incavi in sé – tutto si è lasciato andare,
ha cessato di essere tutto assieme un mondo
che non c’è ancora. – – Rituali quotidiani –
gesti curati generalmente accettati –
come si prolungano – ad altri
gesti – gli stessi – esattamente sino alla all’estremità
di qualcosa che porta la morte! Mi senti?
Sto sveglio in mezzo ad uno strano fascismo:
un fascismo così totale, da non aver bisogno
di assomigliare al fascismo – non ha bisogno
di null’altro – nessun altro. «Muori!»)
Nulla. Nessuno. Nessun complotto.

L’immagine che pone la domanda
sorride, e non è una cospirazione.
Dal cielo avvisi calati
sorridono, senza cospirare.
E bianchi denti astratti, che silenti masticano
un’ immaginaria carne umana.
E i bianchi denti fascisti del proprietario della televisione.
(Tutto quello che vedi ed è segnalato
come simpatico – buono – innocente… – sorride
e non cospira?!)
– – –

 

***

9 pensieri su “Miklavž Komelj nella traduzione di Michele Obit”

  1. Sono molto felice di questo intervento di Michele, e spero che sia il primo di una serie riguardante, oltre ai testi suoi, quelli in traduzione di autori sloveni. Io conosco la poesia slovena quasi esclusivamente attraverso la traduzione di Michele, appunto, e trovo che dai nostri vicini ci siano autori di grandissima qualità, un po’ perchè è forse più facile emergere, un po’ perchè diversi sono proprio bravi di loro. Mi viene in mente un rcente post, proprio in questa dimora, su lingue e dialetti e sul relativo valore: ecco, il lavoro di Obit è prezioso nel mettere in comunicazione diverse lingue senza che esse perdano le proprie particolarità, e questo va sottolineato e ammirato. In questo senso sottlineo anche io l’uscita dell’antologia Decametron, un documento interessante, che presenta dieci autori eterogenei per età ed espressività, e può fornire un primo quadro della poesia dai nostri vicini orientali.
    Su Komelj: mi resta l’impatto di una poesia interessante e multiforme, anche perchè i due testi qui proposti mi sembrano piuttosto diversi tra di loro. Indubbiamente un personaggio di spessore, sia per capacità evocativa, sia per riferimenti culturali.
    Corro a leggermi Decametron, dove c’è anche lui…
    Un caro saluto a Miha e fm.

    francesco t.

  2. “tutto si è lasciato andare,
    ha cessato di essere tutto assieme un mondo”
    Si, tutto si è lasciato andare, verso qualcosa di volgare e violento – così sottilmente, chirurgicamente violento, così smaccatamente volgare.
    Però plaudo a questi versi di Komelj, già letto in “Decametron” (antologia che dice la qualità dell’ultima poesia slovena – un paese che adoro sempre più, che sempre più sembra chiamarmi a sé, col suo verde, il suo rispetto per le culture – ; qui voglio aggiungere che tutti i poeti meno uno – o due, perché lui, che appare, si è auto traslato – sono tradotti da Michele-Miha, e quello che questo poeta fa per avvicinare a noi un’altra lingua, un altro mondo, anche se geograficamente così vicino, merita tutta la nostra stima, il nostro affetto). Fabio F.

  3. Come è difficile questa lingua: lo SLOVENO ! Quasi una sfida.
    Ma leggere non è sufficiente: a me piacerebbe ascoltare il parlato, le cadenze e la pro-nuncia.
    Oh se mi piacerebbe!
    Bellissimi versi. Marlene

  4. Ringrazio anch’io Michele Obit, nell’attesa di poter pubblicare altri suoi lavori.

    E’ possibile procurarsi una copia del “Decametron”? A chi rivolgersi?

    fm

  5. Il problema per chi vuole avere questo genere di libri è sempre quello, la distribuzione, in più questo è stato pubblicato dall’Associazione degli scrittori sloveni di Lubiana e dubito si daranno molto da fare, forse lo si trova a Trieste dove esiste una comunità slovena che può essere interessata. Se qualcuno è interessato e vuole tentare può inviare una mail all’Associazione (dsp@drustvo-dsp.si) chiedendo di spedire in contrassegno una o più copie.
    Ringrazio Francesco per l’ospitalità e tutti quelli che passano di qui.
    michele

  6. “E bianchi denti astratti,[…]
    E i bianchi denti fascisti del proprietario della televisione.”

    Confermo: mi segno questo autore.
    grazie davvero del rimando.
    ciao

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