Piccolo canzoniere dell’insonnia – David Ramanzini

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David Ramanzini, Testi inediti (2001-2002)

TAROCCHI

1. L’IMPERATRICE

Tutta felice a me un’Imperatrice
Si volse accesa, con gioiosa faccia:
Celeste donna, dissi, oh non ti spiaccia
Farti del bene mio mallevadrice.

Gridò: Cedo all’inchiesta, certa altrice
Pomposa e dolce d’animo che allaccia
Sé a ciò che dolce incendia, e mai agghiaccia,
Speciosa in corte, e in studî eruditrice.

Vieni con me, ché nulla in me ti nuoce,
A sfarzosire in pompeggiante pace,
Facile e chiara, cedi alla mia voce:

Cessa le accidie, e cedi a chi ti piace,
Di certi lauri cingiti, e l’atroce
Pena respingi, e il fascino mendace.

 

2. IL DEMONE.

Da me poi venne un Demone, fremente
Contrastando la donna, ardua la fronte
Volgendole, e tuonò: D’affanni un monte
Vede costui con gli occhî della mente:

Domani tra i dominî tuoi dormiente,
Si desterà, per rivedere l’onte
Del destino, e scrutando l’orizzonte
D’incendio, renderà l’anima ardente;

Maledirà il destino miserando
Di chi va gli anni in pompe devolvendo
Tutto tra sfarzi indebiti donando;

Vieni con me — mi disse, — e il mio tremendo
Vero discerni, l’animo riarmando;
In sù volando; ardendo; trascendendo.

 

3. L’INNAMORATO.

Rimanendo indeciso io, adornato
D’un naturale merito, e marito
D’un miraggio ammirevole, aderito
Al mio invito, s’è un altro presentato;

Mi mormorò: Io sono Innamorato,
Rimiro il mio miraggio, e sto rapito;
Ma mi riscuoto, e amore indefinito
Con arte armo del marmo più ammirato.

Argini in mura salde al mare un moto
Armonioso può imprimere; è compiuto
Il miracolo che ti rendo noto

Nel mantenere quanto avrei perduto
Lasciando in libertà. Ed il quarto ignoto,
Ciò detto, mi mostrò col labbro muto.

 

4. LA TORRE.

La mole m’atterrì d’altera Torre
Che ha contro il terso cielo erto, a condurre
Guerra coi cirri, il capo; ed a ridurre
Lo sfarzo agli astri ardenti, e a sé anteporre,

Con corrusche lumiere là concorre.
Dove a guerra non s’arma, ama sedurre,
E per ciò stesso in grande corpo indurre
Un intero universo, e in sé comporre.

La terra intera accorre, e a sua caparra
Offre parte di sé, che in sé rinserra
La Torre poi; ma ahimè che dio le sbarra

Il passo; ché non merita la terra
Star dove regna l’aria; e, futur’arra
D’altrui virtù, l’altera Torre atterra.

 

5. L’IMPERATORE.

Sparì la torre; ed un Imperatore,
Portando scettro in mano, ed in postura
Alta, in pomposa e franca paratura,
S’approssimò, di nuove portatore:

Pensa (m’impose) al fatto: impara, e altore
Abbi l’apprendimento, che procura
La prima e più importante tempratura:
Segui un metodo poi preparatore.

Portati rettamente, e tanti a pera
Ragionamenti che pietà e rancore
Che provi per te stesso, anima altera,

T’ispirano, respingi, e il proditore
Fasto di chi fa poco, e molto spera:
Provvedi; e sii del tuo futuro autore.

(26 IX 2001)

 

INSONNIA

Piccolo canzoniere.

1.
OCCHÎ

Quando non c’è la notte che li veli,
Vela i miei occhî un tenebrore stanco,
Per fortuna, riparo al raggio bianco
Di stente aurore, e d’assonnati cieli.

Sono i pensieri miei su molli steli
Sfogliate infiorescenze; il lungo ammanco
Del sonno me li spezza; ascendo e arranco
Sempre un’erta, i polmoni gonfî, aneli.

E, spietato a me stesso, in molti modi
Infioro le mie veglie, e a sfarsi il cuore
Sforzo, per rammollirsi tra altrui lodi.

Spesso un cattivo genio da dolore
Mi traveste gli affanni, e in fregi prodi
L’insonne che soccombe, e cade, e muore.

 

2.
OCCHÎ II

Sguardo, tu a quanto scorgi più non credi,
Pieno delle visioni che la notte,
In mezzo alle sue brevi ombre interrotte
Ti doveva recare, e in veglie vedi.

Veglia, oh veglia se è vero che precedi
La notte eterna, mai dunque si lotti
Contro i fantasmi in faccia al giorno irrotti,
Lasciate ormai le più lecite sedi;

Infatti questa veglia il sonno è stata
Che precede il risveglio ad altra aurora,
Che ben presto da me sarà incontrata.

Giusto è che ingombri questa notte ancora
Di lemuri la notte trambasciata,
Prima dell’alba che un bel Cielo indora.

 

3.
MANI

Queste artefici industri, alte rettrici
Già ratte l’aspo delle idee, dai guai
Provate, ora sconvolgono i telai
Dei costrutti in spropositi infelici.

Di bachi no, di sconce larve altrici,
Recano vani in seno i resti ormai;
Ed ora in trame d’austri e di rovai
Rovinano ostri ahimè i tirii murici.

Ma gli apogei superbi a cui m’adersi,
Fallito, non sarebbero più cari
Ispirati da sensi men perversi;

Vengano ancora a me i deliri amari,
Incubi blandi dei sudori aspersi
Di deliqui, d’affanni e larghi e avari.

 

4.
SBADIGLIO.

Clessidra d’esaustioni, ogni tuo gorgo
Deserti interi d’arenosi tempi
Accoglie, e ogniqualvolta te ne riempi
Un po’ s’appressa il sonno, io me ne accorgo.

Ma al compulsivo spasmo in fondo scorgo
Dei vostri brevi aneliti (gli scempî
Degli stati, o gli epitomati esempî)
Del cumulo dei sonni il pieno ingorgo.

Mentre l’idea dall’immaginativa
Rinasce, d’equilibrî insospettati
Forte si fa la vita putativa.

Non corre più i deserti inarsicciati
Il vento, eppure par ci sopravviva
Flora, coi figlî suoi sacrificati.

 

5.
IMMAGINE DELLA MORTE.

Andare senza affanno alla deriva,
Questo m’alletta, e con i suoi deliri
La tenebra dei sensi i miei sospiri
Così ripaga, e l’anima malviva.

Altri che veda, ed altri che descriva
Lascio questo scadere: i molti giri
Di frase non faranno che i martiri
Fatt’abbiano la vita di sé priva.

Io mi guardo, e considero; e conosco
Bene che quanto lascio è poca cosa,
Marchiata, turpe, e dal colore losco:

Solo per me l’aurora rugiadosa
D’un’altra vita ho scorto: il guscio è fosco;
L’anima assurdamente luminosa!

(23 VII 2002)

 

PARLA UNA VECCHIA RICCA

1. NON C’È NULLA DI ETERNO.

Mi vedo ormai sull’orlo della fossa,
E il cielo a me non ha più quel colore
Che aveva in gioventù: tutto è squallore,
Dal parletico sono tutta scossa.

Rimarranno di me soltanto le ossa,
Poi manco quelle; anche la morte muore,
E finirà nel nulla lo splendore
Di queste sale. Addio! Sono commossa.

Soltanto consolasse me il pensiero
D’essere circondata dall’affetto
Dei miei figlî… Purtroppo, ah, non è vero!

No, nulla v’è quaggiù che sia perfetto:
Dov’è ricchezza, d’un immondo e nero
Spettro l’avidità mostra l’aspetto.

 

2. LA GALLERIA DEI RITRATTI.

Cimitero istoriato, sia finzione
La grandezza affettata da quegli oli,
O vera, a me potrebbero non soli
Secoli esser passati, ma più eoni.

Chi siete, voi? V’è chi di voi ragioni,
Ancora, oh spettri, che racchiusi in moli
Di fregi d’oro, d’altri cieli e soli
Foste fugaci e tetri testimoni?

Solo le crepe che allargando vanno
Le infide aridità sui vostri volti
Simili i vostri e i miei sembianti fanno;

Anche, però, da questa ormai prosciolti
Condanna ad un pur sempre lungo affanno,
Che non sia chi vi guardi, o che v’ascolti.

 

3. LO SPETTRO DELLA MORTE.

L’ho visto bene, aperto il canterano,
Cercando stanca, era ormai alta notte,
Uscì dalle ante aperte con le frotte
Delle tarme un odore umido, strano.

Guardai dentro; era il lume un po’ lontano,
Era fioco, ma in mezzo alle interrotte
Ombre lo vidi, con le carni rotte,
Che mi guardava, e sussurrava piano.

E quell’odore, odor di cimitero,
Che mi stordiva e m’attraeva; e poi
Ho gridato: Va via, tu non sei vero.

E poi… Non so. Disse qualcosa, i suoi
Sussurri non udii; si fece nero
Tutto. Caddi. È l’età, che cosa vuoi.

 

4. DISCORSI DELLE SERVENTI.

Spesso la sera e la mattina, quando
Sono in letto, e che veglio non lo sanno,
Parlano tra di loro, del malanno
Che m’ha preso; stan sempre parlottando.

Le prime volte, l’udito aguzzando
Quanto potevo, tesa, con affanno
Ascoltavo: che dicono? Che fanno?
Poi ho smesso, m’andavo rattristando.

La memoria è oramai l’antro del vento;
Tra quello che sparisce o che è nascosto,
Se ci penso anche un po’, provo spavento.

Vorrei beccarle, a volte, ad ogni costo;
Ma poi rinuncio; stanca, il passo lento…
E non avrò più niente, in quel tal posto.

 

5. VOCI E VISIONI.

Se sto d’inverno innanzi al caminetto,
O incendia i cieli la stagione afosa,
Le piane della mente una nebbiosa
Bruma ricopre, e tutto cambia aspetto.

Non so di me chi sono, e cosa aspetto;
Donde venuta non lo so, angosciosa
Schiera di larve l’aria tenebrosa
Dei sonni inquieti miei mi si fa a petto.

Mi chiama spesso una voce lontana;
Mormoro tra di me: Chi sei? Fors’anche
Parente, o amica, in me ora un’ombra vana.

Chiunque siate, a presto, larve bianche,
Chiunque chiami, a presto, voce arcana,
A presto, a presto, mie memorie stanche.

(8 VIII 2002)

 

***

16 pensieri su “Piccolo canzoniere dell’insonnia – David Ramanzini”

  1. Un’intrusione sgradevole: chiedo scusa.
    Francesco Marotta non trovo più la tua mail.
    Ho necessità di comunicare con te.
    Grazie.
    gdc

  2. el corazòn tiene mil puertas.Se abre a los reflejos de nuestra historia, de nuestra cultura , de nuestras emociones. Y despues encuentra mil y otros mil ensayos que no terminaràn nunca ( eso esperemos): en esta agonia..regresos esperados, previstos, deseados.
    Abrimos nuestras puertas o bien quienes las cerramos cuando no las sabemos atraversar.
    Gracìas, muchas, de todo! Marlene.

  3. Cara Marlene, non capisco cosa ti è “incomprensibile”: i testi di Ramanzini sono “inediti”, cioè non sono mai stati pubblicati fino ad ora.

    Un saluto a tutti.

    fm

  4. Grazie, Francesco, noto solo ora la tua pubblicazione. (Mi pareva strana quest’impennata tra le visite. Magari ne approfitto anch’io per rileggerli, sono passati anni, che mi sembrano tantissimi. Non che mi aspetti siano migliorati, da allora).

    Marlene, intuisco il complimento dietro al tua domanda; rispondo, oltreché doverosamente ringraziandoti, dicendo che effettivamente non ho mai proposto alcunché a nessunissimo editore. E anche per quanto riguarda il futuro – immediato, ovviamente, perché oltre non saprei guardare – le cose assai difficilmente cambieranno. Questo è ovviamente uno solo, e non il più valido, dei motivi per cui queste stronzate sono inedite :-).

  5. Sì, il cavo l’ho preso, e a giorni completo il tutto. Come completo, mando (ci tengo anch’io – a parte il fatto che ormai è una specie di maledizione – e poi sono curioso di sapere come sarà la copertina).

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