Lumina et semina (II) – di Enrico De Lea

Ferruccio Masini, La luce antica, 1985

ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro

Da: Enrico De Lea, Lumina et semina (in Valle d’Agrò), 2008-2009.

[Qui altri testi tratti dall’opera]

 

11.

Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.

 

12.

Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.

 

13.

In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.

 

14.

Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.

 

15.

Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.

 

16.

Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.

 

17.

Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.

 

18.

Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.

 

19.

Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.

 

***

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6 pensieri riguardo “Lumina et semina (II) – di Enrico De Lea”

  1. Questo post e l’allegato Quaderno sono dedicati alle vittime della strage di Messina. Con la speranza che i responsabili, a qualsiasi livello, paghino tutti, dal primo all’ultimo: a cominciare dall’avvoltoio che col codazzo di servi armati di microfono e cinepresa al seguito, il trucco appena rifatto e la più vuota e insultante retorica sulle labbra, ha appena preso possesso delle macerie e del dolore della gente.

    fm

  2. una gran rabbia, Francesco, e la cosa che mi fa più male é il pensiero che tutto questo fango alimenterà le radici dell’ignoranza e della disperazione che qui camminano per mano e vanno a votare proprio queste losche e minuscole figure, che promettendo briciole ci fanno affogare in un mare di merda – letteralmente.

    conserverò il quaderno che hai postato qui sopra tra le cose che lasciano il segno, insieme al tuo commento.

    ad Enrico, che di questa terra conosce ed ha nel sangue ogni contrasto, rinnovo il mio fraterno abbraccio

    n.

  3. un abbraccio ad entrambi , ciao e grazie
    (la valle d’Agrò, da me sublimata nei versi, in realtà corre i medesimi rischi di Giampilieri Briga Scaletta: spopolamento, smottamento terrapieni, incendi e denudamento del suolo, nonché tanto tanto cemento, anche per essa sono gli “umani” effetti-complici di piogge ormai innaturali…)
    con tanta rabbia, come voi e come tanti

    e.

  4. Rabbia giusta, rabbia sacrosanta per gli orrori che non sono della natura, perchè l’uomo ha tutti i mezzi per incanalare le forze che lo circondano, rabbia assoluta per gli orrori degli uomini responsabili di questi crimini contro le persone, i luoghi, gli affetti.
    Questi versi sono magnificamente terribili, forti e tanto veri, scavano in chi li legge

    “Tentare l’ascensione
    tra i sentieri invasi dalla storia,
    dalle siepi di spine trionfanti.”

    mi accingo subito a scaricare il Quaderno di questo splendido poeta.

    A. S.

  5. Mi hanno da subito colpito i versi di “Lumina et semina”, come un viaggio iniziatico nella terra e nelle origini, ma adesso rileggo questi versi

    Giungono in settentrione voci sul paese
    abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
    ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
    ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
    la santa minna d’ostentato spreco.

    e mi sembrano scritti per questa occasione.

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