13 pensieri riguardo “La Biblioteca di RebStein (II)”

  1. So di ripetermi dicendo che queste scritture apocrife di Marco Ercolani sono eccezionali, ma è così e ne subisco il fascino.
    Leggendo l’introduzione pensavo che la straordinarietà di questi testi è anche nell’inconsueta sensazione con cui ci si ritrova a leggere. Anche il lettore viene risucchiato nel gioco di specchi, diventa egli stesso “possibilità”in una terra che non è né immaginifica né reale, ma possibile, in cui anche chi legge si spoglia del proprio Io e l’immedesimazione da possibile diventa quasi concreta.

    bravissimo.

    grazie a te e a francesco
    lisa

  2. Grazie, Lisa. Quello che dici è lusinghiero e perfetto. In poche righe hai definito la natura del mio lavoro, che Francesco ha voluto consegnare, come secondo volume della Biblioteca di Rebstein, alla sua/nostra dimora. Posso solo aggiungere che il mio “gioco di specchi” è un gioco molto serio, con il quale vorrei scrivere e riscrivere sempre, ogni volta tentando e ogni volta fallendo, le impossibili possibilità di quella metamorfosi incessante che è la scrittura. E non solo la scrittura. Ma ogni forma di arte.
    Grazie della condivisione.
    Marco

  3. Marco, sembra che tu abbia letto il pensiero che ho lasciato inespresso. Mentre scrivevo, in effetti, riflettevo che la scrittura apocrifa potrebbe essere una di quelle chiavi per risolvere l’impasse della fiction o l’incombro dell’Io nella prosa quando questa diventa auto-fiction. oltre a rappresentare un mezzo per attraversare il reale con un insolito orologio spazio-temporale, e questo è estremamente interessante.
    e sulla serietà di questo “gioco” non ho mai nutrito dubbi.

    ancora grazie
    lisa

  4. Le variazioni dell’orologio spazio-temporale, Nadia,sono fondamentali. Nietzsche scriveva, non ricordo esattamente le parole ma il loro senso sì, che ogni vera scrittura nasce inattuale e contro il suo tempo. Nessuna vera scrittura è conforme al suo tempo, cioè addomesticata, inutile. Cerca un oltre. Un foro. Quel punto dove la figura angelica, nell’Arcano scelto magistralmente da Francesco per la copertina di questo libro, trapana la sfera rassicurante del mondo conosciuto, nonostante la sua bellezza, e va a sbirciare altrove, dove forse non è consentito. Nella scrittura apocrifa c’è sempre un’aria di proibito, un voyeurismo sottile ma attento, presente, infelice. Penso al tuo Taccuino, Nadia, alle poesie appena scelte da Francesco, e credo che, in fondo, sia il demone che abbiamo dentro o accanto a parlare per noi e di noi, ma oltre noi.
    Marco
    Marco

  5. Sì, Carmine, il tempo degli insetti, quello amato da Michaux, è anche il microcosmo da cui siamo fortunatamente assenti. Un paesaggio senza uomo è preferibile a tanti paesaggi sfigurati dalla stupidità dell’uomo
    Marco

  6. Ars Poetica?

    Ho sempre aspirato a una forma più capace
    che non fosse nè troppo poesia nè troppo prosa
    e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
    nè l’autore nè il lettore a sofferenze insigni

    Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
    sorge da noi qualcosa , che non sapevamo ci fosse,
    sbattiamo quindi gli occhi, come se fosse sbalzata fuori una tigre,
    ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi .

    perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
    benchè sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
    E ‘difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti
    se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza…..
    —-

    L’utilità della poesia sta nel ricordarci
    quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
    perchè la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
    e ospiti invisibili entrano ed escono a loro piacimento.

    ciò di cui parlo non è d’accordo, la poesia,
    perchè è lecito scrivere versi di rado e controvoglia
    spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza che spiriti buoni non maligni facciano di noi il loro strumento
    .

    Czeslaw Milosz
    berkeley 1968

    c.

  7. “Visionari – il termine li qualifica appropriatamente – essi non vedono l’oggetto, lo visionano. Si direbbe che fra la sensazione e la percezione si frappone una virtù particolare che, senza alterare la natura, le conferisce una vivacità, un’intensità, una profondità stupefacenti”.
    Così Henri Focillon, in “Estetica dei visionari: da Piranesi a El Greco”. Credo che la mia scrittura vada sempre in cerca di questo filo rosso: degli artisti che “visionano” il reale.
    Marco
    M.

  8. Trascinante, impegnativa come soluzione critica ma criticamernte percorribile, seducente come ipotesi estetica, ai confini della realtà segreta dell’io, forse addirittura pirandelliana, sicuramente surreale (Dalì, Jarry, etc.etc.) la scrittura apocrifa proposta, esposta da Marco sommerge ma non affonda, anzi esalta le aspettative di chi scrive e anche di chi non lo fa. Buon lavoro, Marco, e ottima scelta.

    Antonio

  9. Ho apprezzato altre volte i testi di Marco Ercolani lettore-autore.
    Riconfermo le mie convinzioni e scrivo qui i più vivi complimenti, a lui per i testi, a francesco per la cura e l’impegno.

    Desidero chiedere a Marco se questa magica esperienza di scrittura possa essere possibile anche con autori contemporanei.

    un caro saluto
    jolanda

  10. Grazie ad Antonio per le sue parole che mi convincono in pieno: “ipotesi estetica ai confini della realtà dell’io”, “pirandelliana”, “surreale”. Che sommerge ma non affonda. Anzi, direi, fa risalire. Parole che rispecchiano i miei intenti.
    La tua domanda, Jolanda, è suggestiva. Ti dirò: non ho praticato troppe scritture apocrife di autori contemporanei, perché l’interferenza con le loro vite e le opere che tuttora si stanno dicendo e svelando, mi è parsa eccessiva, impudente, forse inopportuna. Qualcosa ho tentato. Ricordo di aver dato voce in una breve prosa a Emilio Villa (quando ancora era vivo, benché afasico) e a un poeta turco, Denis Batur, che mi aveva molto affascinato dieci anni fa. Direi che “si può fare” a partire però da qualche angolo misterioso e inedito dell’autobiografia o del’opera dello scrittore, e da lì diventare la voce del demone che si insinua e comincia a parlare, a essere ventriloquo. Ci penso solo ora: ma credo che una delle maggiori suggestioni della mia esperienza di spettatore di film (sul cinema ho scritto un libro molto vasto di apocrfi che spero di prossima pubblicazione) sia stata la voce “off” nei film noir degli anni 40. A volte mi sembra che sia proprio quella voce off, talvolta impossibile ma sempre drammatica, il motore di molte mie fantasie segrete.
    Marco

  11. E continuando nel discorso, Jolanda, proprio in quel libro dedicato al cinema, ho dato voce a registi come Oseliani, Kiarostami, Herzog, Kaurismaki, Tarantino, Coen, che sono tuttora vivi e vegeti. Il cinema spesso offre occasioni di penetrazione in certi “segreti” di sceneggiatura e di destini che nella letteratura sono meno frequenti.
    M.

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