La terra mi è di peso – di Marco Ercolani

[MARCO ERCOLANI]

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La scrittura esige un autore assente, alla ricerca di anime in cui rispecchiarsi e dalle quali essere assorbito, e così reinventa destini e opere che rifiutano il cimitero della letteratura come gli archivi delle biografie.

La terra mi è di peso
scritture apocrife

Nel mezzo della notte, quando tutte le cose tacciono
nel silenzio, mi viene detta una parola nascosta;
e viene alla maniera dei ladri, di soppiatto.

Meister Eckart

Lettore, eccoti dunque qui con un libro,
come accade spesso, che l’autore non ha fatto,
sebbene un mondo vi abbia messo mano.

Henri Michaux

 

Si definisce «apocrifo» un libro sacro che non figura nelle Sacre Scritture o un testo che, non essendo dell’epoca o dell’autore a cui è attribuito, risulta falso. In realtà «apocrifo» non si oppone ad «autentico» ma a «canonico». Ma il vocabolo kanon significa bastone, «regolo per misurare»: quindi la scrittura apocrifa è, per definizione, dismisura, eresia.

Apòkriphòs, cioè segreto. Posseduto dal demone dell’analogia, lo scrittore apocrifo tenta di trovare il segreto di sé nell’anima di un altro. E’ simultaneamente vampiro e vampirizzato, voyeur dell’atto creativo altrui e insieme testimone estremo di quanto l’altro poteva dire ma non ha detto ed era impensabile ma necessario che dicesse.

Scrivere testi la cui scrittura è impossibile e affermarne l’esistenza con un atto di fantasia postuma.

La maschera dove l’autore si nasconde, essendo scelta e non imposta, diventa strumento che vuole rivelarci qualcosa. Ma cosa?

La scrittura, pur rimandando a un nucleo di verità composto di cronache, leggende, racconti, taccuini, vive dei riflessi e dei commenti che nascono dalle storie accadute come da quelle non accadute e che avrebbero potuto accadere.

L’apocrifo non è tanto una banale «ricreazione» stilistica quanto uno specchio paradossale, proiettato in tempi «altri» – uno specchio che riflette vertigini presenti, inattuali e assolute.

È solo per caso che il suono della parola celare rimanda alla sonorità della parola cielo e al timbro della parola colore?

Il problema della verità non riguarda lo scrittore apocrifo: la clamorosa impossibilità del suo testo, oltre che proteggerlo dai criteri logici dell’interpretabilità, mantiene intatta una proposta poetica che ci parla dell’enigma e non riduce le risonanze del testo.

L’io narrante, che racconta sinceramente alcune esperienze personali, usa una maschera semplice, al minimo delle possibilità, che non è ancora, né mai potrebbe esserlo, il vero volto. Se un volto esiste, è nello svelarsi-nascondersi della storia passata, presente e futura – in un certo senso impensabile e inenarrabile – di quell’io.

Un io sceglie i suoi doppi. La scrittura apocrifa è una terra di nessuno dove si compie un’esperienza perturbante: lo sradicamento dell’io dal testo che sta creando, non riconosciuto come suo, e l’estraneità dei «doppi» prescelti dai loro stessi testi. Questo simultaneo smascheramento fa della scrittura un esilio cosciente dalla stabilità delle norme, un processo che non è bloccato neppure dalla tradizione delle opere altrui e che ha singolari analogie con la natura della metafora, in bilico fra magica perdita di un senso e necessario ritorno al senso perduto.

L’autore apocrifo vuole esistere attraverso altri destini. Ma è anche vero che, in una visione fantastica della letteratura, sono i destini degli altri a trovare in lui l’interprete esemplare, la maschera più trasparente. Masca – che in tardo latino significa «strega» – indica sempre percorsi diabolici.

La scrittura esige un autore assente, alla ricerca di anime in cui rispecchiarsi e dalle quali essere assorbito, e così reinventa destini e opere che rifiutano il cimitero della letteratura come gli archivi delle biografie.

Lo scrittore apocrifo aggiunge, inventa, sogna: in tutti i casi sceglie il divenire di un mondo non cartesianamente solido, definito una volta per sempre. Disturba i morti per non lasciare all’immobilità dei sepolcri e delle definizioni opere e vite che furono eretiche e ingiudicabili. Riporta alla luce la necessità di un sogno incompiuto: il sogno dell’opera come sistema fluttuante e complesso, asistematico e prometeico, dove ogni ordine è solo l’apparente equilibrio di un disordine sostanziale.

Nessuna fiducia nella parola assoluta della tradizione. Quante vite di desaparecidos sono disattivate e cancellate nei silenzi criminosi della storia?

Cercare destini che rispondano ad altri destini per restituire il senso di un’opera che non si é ancora compiuta nei secoli. Smascherare ingiustizie biografiche e artistiche, da cui rivelare dettagli sorprendenti, illuminanti o ottenebranti. Non liberare da nessun equivoco ma ri-consegnare, a destini diversi e fraintesi, la loro intima idée fixe.

La scrittura è la resistenza necessaria a non perdere il segreto della parola. Solo questo segreto rende possibile l’impensabile e vivente la metafora. La scrittura apocrifa, conservando il segreto della parola, lo difende dall’oltraggio della visibilità.

La scrittura è intensiva e non dissipativa: cannocchiale anomalo, rovesciato o deformato, composto da lenti concave e fissato su un bersaglio noto per farne scaturire riflessi ignoti.

A differenza del testo apocrifo, che è un’opera attribuita a un autore diverso da quello reale, si parla di effetto d’apocrifo quando un testo chiede di essere letto ‘come se fosse apocrifo’, pur essendo evidente l’identità dell’autore.

Lo scrittore apocrifo è un Proteo che si fa impregnare dalle anime o lo strumento inafferrabile che le anime decretano a loro ultimo testimone?

Fra scrittura della visione e scrittura apocrifa lo scarto è minimo ma fondamentale. Oserei dire che ogni scrittura pronta a sfidare se stessa nell’oltranza visionaria è apocrifa in quanto non è un solo io immaginante a crearla ma tutte le molteplici ombre dell’io che hanno letto e creato l’opera nel corso dei secoli.

Il testo apocrifo è il sogno di un lettore che comincia a viaggiare in modo più autonomo nei testi che legge, partecipando in prima persona agli eventi del sogno.

Il segreto che vado cercando in un’altra vita e in un altro stile, perturbando il passato, è il segreto che non gli è ancora permesso di scoprire nella sua esistenza e nel suo stile. Rispondo alla paura di non-essere con racconti fantastici e non con sistemi metafisici. Finché, non cercando più me stesso, alla fine, paradossalmente, mi trovo.

Come ci informa Hannah Arendt la biblioteca di Walter Benjamin comprendeva parecchi libri per l’infanzia e libri di autori alienati. Come osserva Gianni Celati, «Nel regno delle scritture questi sono i pezzi privilegiati, quelle voci di margine che possono dire cos’è la condizione spaesata e spaesante di trovarsi fuori contesto, fuori dal contesto univoco della storia che il pensiero sistematico ama immaginare. Tutto ciò che va perduto nella quotidiana selezione della Storia sembra possedere la qualità essenziale […]: quella di mettere in circolazione altre parole che la storia e il pensiero omettono, e che proprio per questa loro natura di parole omesse e scartate servono come il frammento che ha perduto il suo contesto. Servono a definire e a far parlare un silenzio fondamentale, cheè quello di chi non ha la delega a parlare, oppure non ha un “io” di cui parlare».

Lo scrittore apocrifo è un narratore fantastico che, per analogia con altri destini, riscrive le loro voci possibili. Nella realtà di questo sradicamento incarna la metafora del viaggio oltre i confini del sé come metafora primaria della scrittura.

Sembra assolutamente naturale che la minaccia e lo scopo della lente ustoria sia quella di incenerire l’oggetto sul quale si riflette e del quale riflette.

Scrivere essendo, per un attimo, l’autore dell’autore: ma appartenendo interamente, per quell’attimo, come se fosse questione di vita o di morte, al problema dettato dalla sua ossessione creativa o dal suo incubo biografico.

Chiamando autore l’artista di cui si fantastica e lettore lo scrittore che realizza la fantasia apocrifa, pensiamo la lettura come quella «scrittura latente» che sarà colmata dalla finzione apocrifa.

Tutti i generi letterari sono stati sviscerati senza pudore, generando letteratura e ideologie. Per gli scrittori contemporanei resta una via di scampo: ripensare la letteratura come se fosse sempre una materia vivente da creare e da distruggere.

La scrittura apocrifa è il timone che serve a orientare i propri fantasmi in una rotta che è stata battuta ma solo per un tempo troppo breve da altre navi.

Fra l’anamnesi psichiatrica e il delirio espresso dalla voce del folle, c’è la stessa differenza che separa il saggio filologico sull’autore dal testo apocrifo del lettore.

Lo scrittore è una personalità multipla vigilata dalla coscienza dell’inconscio.

Chi scrive? Chi guarda? Chi sente? Qual è il soggetto che può dire io? O non è forse legittimo il dubbio che questo soggetto sia diventato più trasparente e, invece di un’opera riconoscibile o di un personaggio preciso, sia solo una trama lacunosa e insondabile di parole?

L’ipotesi che ogni letteratura sia fondamentalmente apocrifa è un sogno fondato su alcune leggi, prima fra tutte l’inconsistenza dell’autore come padrone dei suoi territori e la permanenza, nel corso dei secoli, di una voce che presuppone strati di silenzio: sono questi gli strati da disseppellire, per sapere quanto è stato reso inconscio dalla storia e quale nuova finzione, da questo inconscio svelato, può ancora perturbare gli eventi passati.

Parafrasando le parole di un filosofo cinese, Meng Tze, l’apocrifo è un testo non semplice che sa dire con semplicità cose in-finite.

La scrittura apocrifa è una prova di giustizia esercitata in sogno.

***

13 pensieri riguardo “La terra mi è di peso – di Marco Ercolani”

  1. Marco mi piace e lo sai, mi son già espressa più volte in altri post, il tuo disturbare i morti e quella giustizia esercitata in sogno.

    “Scrivere testi la cui scrittura è impossibile e affermarne l’esistenza con un atto di fantasia postuma.”

    L’impossibile è ciò che prova il nostro coraggio.

    Un caro saluto.

    ps: Francesco bellissima l’immagine scelta, come sempre.

  2. brani, tutti, che mi verrebbe voglia di rubare, magari per postarli su VDBD e fare , anche se non non sono miei, una gran bella figura. ma il plauso va a te – posso darti del tu, Marco? – per l’accuratezza delle indagini, la pazienza la cura l’amore con cui hai raccolto tutto questo materiale prezioso. mi sono soffermata, in particolare, sull’inedito di Beckett, che amo molto.
    Blumy

  3. Grazie, Blumy, Nadia. Coraggio, attenzione, pazienza, per me sono possibili, perché nell’attimo in cui scrivo posso identificarmi con una voce che sento non ha mai smesso di parlare per me/per noi. La sua voce, in questo senso, è ancora la sua voce, anche se passa attraverso di me. E’ la certezza che io esisto soprattutto per quanto altri hanno detto e potrebbero dire.
    Marco

  4. splendidi questi “apocrifi” –

    in fondo tutta l’esperienza della poesia tende alla dismisura, all’anticanone, all’eresia, allo spiazzamento (“car Je ets un autre”, il terrible Arthur Rimbaud)

    bellissima la sorpresa su Antonio Bruno, di cui avevo letto parecchi anni fa

    davvero, complimenti, e grazie
    all’autore ed a FM

    ciao, enrico

  5. Grazie, Enrico. Il tuo parere mi fa molto piacere. Chi vede nel mio lavoro qualcosa che non è solo manierismo o virtuosismo, intuisce il disegno della mia scrittura. Credo che l’asprezza del folle Antonio Bruno sia particolarmente congeniale a un poeta quale tu sei.
    Un abbraccio, Marco

  6. Mi hai incuriosito, Marco: mi piacerebbe sapere cosa legge, e cosa scrive, chi parla di “manierismo” o “virtuosismo”…

    fm

  7. Oh, Francesco. Già, chissà cosa leggono o scrivono… Di fatto, io mi sono sempre trovato, con i miei testi, o davanti a persone che entravano nella mia stessa comunità, diventando sodali/amici/collaboratori, o davanti a persone che facevano molta fatica a intepretare il mio pensiero, come se i miei scritti fossero lambiccherie, astruserie, insincerità. Anche molti ex- amici, che si aspettavano, forse, che io entrassi nell’età adulta e smettessi di giocare con le maschere e scegliessi finalmente la mia strada. Ma come, smettere di giocare… scegliere una strada… ma se sono tutte impossibili… e meno male, allora, che non si smette di cercare amici, compagni… perché, quando si sceglie il non-io, poi si soffre di solitudine…
    Ciao, Marco

  8. L’avevo sospettato, Marco. Sono del parere, comunque, che la stragrande maggioranza delle “richieste” di correzione di rotta provenga, in genere, da gente incapace non solo di tracciare percorsi, ma anche di misurare l’ampiezza di un’orma.
    L’importante è non smettere di andare, “di cercare amici, compagni”… di sconfinare: l’anima della scrittura è dismisura e oltranza: la pura rappresentazione dell’esistente nasconde, molto spesso, un vuoto spaventoso di libertà.

    Un saluto a tutti.

    fm

  9. bravo marco, come sempre. di apocrifi e di neve… ne parliamo a genova fra un pò di giorni.
    ne approfitto per salutare anche francesco.

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