Scrivere la ferita – di Giuseppe Zuccarino

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

9782020982832Scrivere la ferita.

Geoffrey Bennington riceve l’incarico di redigere, per la collana «Les contemporains» delle Éditions du Seuil, una monografia su Derrida. I libri di questa serie vertono normalmente su narratori e poeti, non su filosofi (tra i dieci titoli apparsi fino a quel momento, solo uno fa eccezione, essendo dedicato a Wittgenstein), e presentano inoltre un piccolo corpus di fotografie relative allo scrittore oggetto del discorso. Nel caso specifico, il contratto prevede una clausola aggiuntiva, quella che nel volume, oltre allo studio di Bennington, sia incluso uno scritto realizzato per l’occasione dallo stesso Derrida. Il filosofo però, invece di limitarsi a redigere una premessa o postfazione, sceglie di procedere in modo assai più inventivo: il suo testo, Circonfession, si presenta infatti come una lunghissima e autonoma nota a piè di pagina (stampata in caratteri piccoli su fondo grigio), che accompagna dall’inizio alla fine il testo di Bennington(1).
     Non è la prima volta che Derrida adotta una soluzione del genere: uno scritto del 1979, Survivre, apparso dapprima in un volume collettivo americano e poi ripreso nell’opera Parages, era ugualmente associato a una nota, leggibile come un testo a parte (dal titolo Journal de bord), che scorreva in basso lungo le pagine(2). Ci si può chiedere cosa abbia fatto sorgere un’idea tanto inconsueta. Ciò dipende da un atteggiamento teorico generale, che Derrida ha cercato di chiarire in più occasioni, ad esempio dichiarando in un’intervista: «Quando scrivo qualcosa, anche un testo di filosofia molto classico, quel che m’importa di più non è il contenuto, il corpo dottrinale, ma la messa in scena, la messa in spazio»(3).
    Circonfession è un neologismo molto efficace, perché salda in un unico vocabolo due temi ben presenti nel testo: la circoncisione e la confessione. Quest’ultimo implica a sua volta il richiamo ad un classico del pensiero occidentale, le Confessioni di Agostino, libro con cui Derrida intesse un fitto dialogo. La lunga nota risulta composta da una serie di brani, più precisamente da «cinquantanove periodi»(4). Il numero non è casuale, perché corrisponde all’età dell’autore nel 1989, anno in cui il testo viene iniziato, ed anche il termine «periodi» va preso alla lettera, nel senso che ciascun brano, pur occupando diverse pagine, si presenta in termini grammaticali come un solo periodo, senza alcun punto fermo tranne quello conclusivo. In tal modo, benché le virgole vengano mantenute, si crea quasi l’impressione di uno stream of consciousness, procedimento del tutto insolito nell’ambito della scrittura filosofica.  Quest’opzione non è di ordine meramente formale, ma rientra nel più generale intento derridiano di costringere il discorso filosofico ad aprirsi a tecniche espositive, a tematiche e a tonalità nuove e impreviste.
     Da qui anche l’emergere, in Circonfession (come del resto in altri scritti dell’autore), di una forte pulsione autobiografica, che in questo caso non dà luogo a racconti ordinati, bensì a lampi di memoria, cronologicamente discontinui e inseriti nel flusso di linguaggio in cui consiste il testo. Per alludere a tale flusso, il filosofo trova subito un’immagine: quella del sangue che scorre dalla vena alla siringa al momento di un prelievo, quasi volesse manifestare il desiderio di esteriorizzare ciò che è più intimo e corporeo. Allo stesso ordine di fenomeni appartiene del resto la circoncisione, di cui Derrida (in quanto ebreo che l’ha subita da neonato, secondo il rituale religioso) può parlare a titolo personale. Ma l’elemento soggettivo è presente anche nell’evocazione delle Confessioni: infatti, se in quell’opera Agostino accennava fra l’altro al comportamento della madre nell’imminenza della morte e all’affetto che provava per lei, Derrida intende fare la stessa cosa in relazione alla propria madre, a sua volta morente. Anzi, il problema è per lui ancor più complesso, poiché la genitrice, Georgette Safar, è in quel momento più e meno che morente. Più, in quanto è come fosse già morta, essendo ormai poco cosciente e incapace di riconoscere persino i familiari; meno, perché, dopo aver fatto temere un rapido decesso, sopravvive ad oltranza, senza che si possa prevedere per quanto tempo potrà resistere(5).
     Un altro aspetto insolito del libro è dato dal rapporto che si instaura fra i due scritti (di Bennnington e di Derrida) che lo compongono, rapporto che viene chiarito da un’avvertenza iniziale: «G. B. ha tentato di descrivere, secondo norme pedagogiche e logiche a cui tiene, se non la totalità del pensiero di J. D., almeno il sistema generale di tale pensiero. […] Ma, dal momento che la posta in gioco nel lavoro di J. D. consiste nel mostrare in che cosa tale sistema deve restare essenzialmente aperto, quest’impresa era votata in anticipo allo scacco […]. Per dimostrare la necessità ineluttabile dello scacco, il nostro contratto ha voluto che J. D., dopo aver letto il testo di G. B., scrivesse a sua volta qualcosa che sfuggisse alla sistematizzazione così proposta»(6). Si tratta appunto di Circonfession, in cui Derrida polemizza, sia pure in modo scherzoso, con lo studioso della propria opera, negandogli, così sostiene, «il diritto di privarmi dei miei eventi, di abbracciare, cioè, la grammatica generativa di me, di fare come se questa grammatica fosse capace, esibendola, di impadronirsi della legge che presiede a tutto ciò che può accadermi attraverso la scrittura»(7).
     Il filosofo spiega di sentirsi preso fra due sensi di colpa: quello in cui incorrerebbe se non dicesse nulla di ciò che sta accadendo alla propria genitrice e quello suscitato dalla scelta «di esibirne gli ultimi respiri e peggio ancora, per fini che alcuni potrebbero giudicare letterari, a rischio di aggiungere un esercizio dubbio alla serie “lo scrittore e sua madre”, sottoserie “la morte della madre”»(8). È uno dei motivi per cui sceglie di innestare nel proprio discorso numerose citazioni in latino dal filosofo di Tagaste, mostrando così che, molti secoli prima, anche Agostino aveva osato esporsi, ed esporre sua madre, in maniera analoga, sia pure rivolgendosi idealmente a Dio.
     Tuttavia, al di là di ciò che Derrida può dire di sé, della propria infanzia o della propria famiglia, ci interessa di più una confessione di tipo diverso. Egli rivela infatti di aver ormai accumulato una massa di «documenti, iconografia, appunti, sia dotti che ingenui, i racconti di sogni o le dissertazioni filosofiche, la diligente trascrizione di trattati enciclopedici, sociologici, storici, psicoanalitici, di cui non farò mai nulla, sulle circoncisioni nel mondo, quella ebraica, e l’araba, e le altre, e l’escissione, in vista della mia sola circoncisione»(9). Apprendiamo dunque che per molto tempo, e in particolare fra il 1976 e il 1984, il filosofo ha lavorato al progetto di un volume su questo argomento, redigendo dei taccuini da cui, in Circonfession, trascrive vari estratti. Diviene chiaro così, a posteriori, a cosa alludesse quando, in un’intervista del decennio precedente, spiegava il proprio sogno di redigere una sorta di opera totalizzante, e per ciò stesso quasi impossibile da realizzare: «È probabile che io non la scriva, ma non ci rinuncio. Il desiderio di scriverla non è ancora interamente morto. Tutto ciò che leggo […], che si tratti di filosofia, letteratura (leggo anche testi sacri, testi di etnologia, di scienze umane, di psicoanalisi), tutto ciò che leggo è direttamente o indirettamente orientato, travagliato, calamitato dall’idea di questo libro. Ho solo un’idea di libro, un progetto. Ciò che è stato pubblicato sotto forma di raccolte di testi, e anche Glas o La carte postale, persino quei due volumi, non è stato dapprima concepito come libro. Di progetti di libro ne ho solo uno, quello che non scriverò, ma che orienta, attira, seduce tutto ciò che leggo. […] Prendo appunti, a seconda dei momenti ho delle coazioni di scrittura attorno a questo libro, e poi, per lunghi periodi, niente. […] Sarebbe quanto meno un incrocio di molti generi diversi. Cerco una forma che non sia un genere e che permetta di accumulare, di potenzializzare, un enorme numero di stili, di generi, di lingue, di livelli… Ecco perché quest’opera non si scrive»(10).
     Gli estratti dai taccuini presentano, in forma ancor più accentuata, gli stessi caratteri stilistici di Circonfession, ossia l’assenza di punti fermi, l’andamento in forma di stream of consciousness e una tonalità a tratti ironica e persino burlesca. L’opera progettata avrebbe dovuto intitolarsi Livre d’Élie, o Le Livre d’Élie(11), con un doppio riferimento al profeta biblico e al «nome segreto» dello stesso Derrida. È noto che i bambini ebrei di sesso maschile ricevono alla nascita, oltre a quello consueto, un altro nome, che viene usato solo nei documenti religiosi e nel culto sinagogale. Nel caso del filosofo, questo nome era appunto Élie, come egli stesso ha già rivelato nel 1984 durante una conferenza su Joyce(12). Quanto al profeta, la tradizione lo considera una specie di custode della circoncisione e denomina «sedia di Elia» quella su cui siede il mohel mentre pratica l’atto ai danni del neonato. Derrida riproduce in fotografia nel libro sia una «sedia di Elia», sia la copertina di uno dei propri taccuini, sulla quale ha trascritto in caratteri ebraici la parola milah, che significa circoncisione(13).
     In effetti, come ricorda Bennington, questo tema era già ben presente nell’opera del filosofo(14). Per spiegare in che cosa esso abbia attratto Derrida, inducendolo a progettare un intero libro sull’argomento, conviene ricordare ciò che egli dirà parecchi anni dopo, nel corso di un film su di lui realizzato da Safaa Fathy(15). In una sequenza, egli asserisce: «Dovunque l’iscrizione lascia una marca nel corpo, e una marca che lavora nell’inconscio, che non è semplicemente una memoria, una rammemorazione conscia, dovunque ciò che ho chiamato la traccia porta al di là della presenza e della coscienza, in certo modo essa rinvia a qualcosa come una circoncisione. In quel luogo, che non è un luogo qualsiasi – ciò che circonda il pene –, che è ad un tempo un luogo di desiderio e di erezione, è evidente che la scrittura come scrittura del corpo trova il suo luogo, un evento in cui il soggetto, dissimmetricamente, riceve la legge. Prima ancora di parlare, di scegliere la propria appartenenza, viene marcato dalla comunità e, quale che sia il movimento di denegazione, di emancipazione, di liberazione che potrebbe eventualmente avere nei riguardi di tale comunità, la marca rimane. Ci sono degli equivalenti, la mia ipotesi è che ci siano degli equivalenti (ma su questi equivalenti ci sarebbe da fare un lungo discorso) in ogni cultura, e in quel caso si potrebbe parlare di una specie di circoncisione metaforica, allegorica, tropica. Ma non ho mai smesso di sottolineare che dovunque ci sia traccia, taglio, incisione, iscrizione, marca nel corpo, si trova una figura della circoncisione. Ciò significa che, in tutti i testi in cui parlo di marca, di data, di schibboleth, di traccia, d’iscrizione, un segno viene fatto in direzione della circoncisione, anzi della mia circoncisione»(16).
     L’insistenza sul corpo, su cui vengono ad iscriversi anche ferite dolorose, è ben presente in Circonfession, come si può vedere ad esempio da un brano relativo alle piaghe della madre: «Non ho una lingua mia, soltanto false escare, falsi focolai (eskhara), quelle croste nerastre e purulente che si formano attorno alle piaghe sul corpo di mia madre, sotto i talloni, poi sull’osso sacro e sulle anche, numerose, vive, brulicanti di omonimie, tutte quelle escare, focolari d’altare per dèi e sacrifici, braciere, fuoco di bivacco, sesso femminile, l’escarosi della parola stessa che genera un’enorme famiglia di bastardi etimologici, di progeniture che cambiano nome e la cui escara omonima, la squadra del blasone quadrato, dà luogo alle genealogie en abîme di cui non abuserò, ma non mi fermo qui senza notare il legame con la cicatrice inglese, scar, o con il taglio dell’alto-tedesco, scar, l’escatologia della mia circoncisione, poiché questo termine invecchiato, escara che viene da scar, significa lo spacco, la violenza dell’effrazione»(17). Verbalizzare gli aspetti segreti del corpo non è solo un modo per provocare, stupire o eventualmente irritare chi legge, ma comporta anche una nuova responsabilità assegnata alla filosofia, chiamata a considerare ciò che finora è rimasto non detto.
     Il riferimento alla circoncisione, e dunque al quadro religioso entro cui tale rito si colloca, spinge Derrida a interrogarsi sui propri rapporti con l’ebraismo. La formula che trova per definirli non è priva di ambiguità, in quanto evoca la figura del marrano, termine che, nei secoli XIV e XV, designava quegli ebrei spagnoli o portoghesi che, per sfuggire alle persecuzioni da parte dei cristiani, simulavano la conversione, pur continuando a praticare di nascosto la religione ebraica: «Io sono una specie di marrano della cultura cattolica francese […], sono uno di quei marrani che non si dicono ebrei nemmeno nel segreto del loro cuore»(18).

circonfessioneTorniamo però al progettato libro, visto che in Circonfession Derrida riproduce un estratto dai taccuini nel quale si parla dei problemi che ne rendono difficile, se non impossibile, il compimento: «Supponendo che – Glas o La carte postale abbiano un “selettore”, un principio di scelta o di discriminazione (tematico o formale), per esempio le due colonne, Gl., o il numero 7, ecc., invece in Le Livre d’Élie il principio di selezione, senza cui nessun libro e nessuna forma potrebbe apparire, non sarebbe forse il principio di selezione stesso, la circoncisione come taglio, marca, determinazione, esclusione, da cui l’impossibilità di scrivere, la riflessione interminabile, il ritardo infinito?»(19).  Anche questo aspetto utopico e irraggiungibile dell’opera viene spiegato in maniera efficace nel film. Il filosofo dichiara: «Ho accumulato per decenni dei materiali, testi, documenti, in vista di quel grande libro sulla circoncisione, ma ho saputo fin dall’inizio che non l’avrei scritto, che non avrei mai potuto commisurare ad esso un testo soddisfacente, per ragioni contingenti ma anche necessarie: il progetto era così illimitato, da un lato, che sarebbe stato necessario scrivere un libro […] in duecento volumi, e dall’altro lato – e questa è la ragione non contingente – perché era come un libro sull’ombelico dei miei sogni, un libro che sarebbe non soltanto arrivato alla radice dell’inconscio, ma avrebbe in qualche modo esibito, rigirato, in un movimento di verità. Dunque sapevo fin dall’inizio che, proprio a causa della circoncisione stessa, di questa marca inconscia che è fatta per rimanere più forte di qualsiasi presa di coscienza, mai potrei, e neppure dovrei, esibirla in piena luce. Dunque sapevo fin dall’inizio che si trattava di un progetto che correva verso il fallimento, e che, in qualche modo, non avrei lasciato altro che una specie di rovina o di archivio disperso, di segnale luminoso che mostrasse da lontano ciò che avrei potuto voler fare»(20).  Resta il fatto che Circonfession testimonia dell’esistenza potenziale di questo libro sognato, visto che ne cita dei frammenti, ne illustra i temi e ne suggerisce idealmente lo sviluppo, destinato a rimanere infinito.
     Neppure la lunga nota scritta per accompagnare il saggio di Bennington conclude la propria esistenza con la pubblicazione del volume in cui è inserita, ma ricompare e si protrae in varie forme. La prima è di carattere sonoro: nel 1993, infatti, ne viene messa in commercio, sotto forma di cassette audio, una versione letta dall’autore (a conferma dell’importanza che egli attribuisce a questo testo), nella quale i cinquantanove periodi sono, a volte, intervallati da brevi frammenti musicali tratti da antichi canti religiosi ebraici(21). All’inizio, Derrida ricorda all’ascoltatore la storia di Circonfession e spiega di aver accettato l’invito ad effettuarne una sonorizzazione. Osserva fra l’altro: «Come tutti coloro che scrivono, suppongo, e nel momento in cui scrivono, io pronuncio in me ogni parola, prima e dopo la sua iscrizione. In me, cioè al tempo stesso in silenzio, a voce bassa, e per simulazione a voce alta […]. Ciò che si mette così alla prova di quest’improbabile dizione è soprattutto – non solo ma soprattutto – il ritmo, e il respiro»(22).
     Qualche anno dopo, anche il film D’ailleurs, Derrida risulta strettamente legato a Circonfession. Basterà ricordare due sequenze importanti: in una, si vede il filosofo leggerne un brano nella chiesa di Santo Tomé a Toledo, proprio davanti al celebre quadro del Greco El entierro del Conde de Orgaz; nell’altra, che è poi quella finale, si sente la voce off del filosofo che recita un altro passaggio del proprio scritto(23). Il film trova a sua volta un prolungamento con la pubblicazione di un libro realizzato in collaborazione da Derrida e dalla regista(24). All’interno di esso, il contributo derridiano, Lettres sur un aveugle, pur essendo riferito alla pellicola, presenta al tempo stesso non pochi riferimenti ai temi del testo precedente.
     Circonfession desta non solo la curiosità, ma anche l’attenzione degli studiosi. Lo dimostra il fatto che dal 27 al 29 settembre 2001 l’università di Villanova, in Pennsylvania, incentra su di esso un convegno, cui partecipa lo stesso Derrida(25). Il caso vuole che tale incontro abbia luogo a pochi giorni di distanza dall’11 settembre, data segnata dall’attentato alle Twin Towers di New York. Il filosofo esordisce ricordando il tragico evento, che ha causato la morte di migliaia di persone(26). Arriva poi a parlare di Circonfession, per ribadire l’intento da cui era partito, ossia quello di attuare uno spiazzamento rispetto allo studio scritto da Bennington. Spiega anche perché, ed entro quali limiti, ha scelto di far riferimento ad Agostino: «Ho una grande ammirazione per Agostino, naturalmente, e ho la sensazione di non conoscerlo a sufficienza; non lo conoscerò mai abbastanza. È un motivo di più per chiedergli perdono. Ma, d’altro canto, cerco non di pervertirlo, ma di “farlo smarrire”, se è lecito dire così, in luoghi in cui non potrebbe né vorrebbe andare»(27).
     Anche il modo in cui Derrida intende la confessione è diverso dal consueto. Il suo metodo consiste (in rapporto a questo come ad altri concetti che caratterizzano l’ultimo periodo del suo lavoro filosofico: il dono, il perdono, la testimonianza, l’ospitalità, ecc.) nel riprendere una categoria di natura etico-religiosa per fornirne una versione che sia ad un tempo iperbolica e sottratta, nei limiti del possibile, al contesto tradizionale: «Una confessione deve rimanere priva di senso. Se una confessione è significativa, non è niente. Vuol dire che è una confessione fatta in vista di riconciliare, di trovare qualche riconciliazione, qualche redenzione, per emendarmi, cambiarmi, così che esista una teleologia della confessione. Se la confessione è guidata da una teleologia, non è una confessione. È solo un’economia, una terapia, è tutto ciò che volete. La confessione deve rimanere vuota di senso»(28).
     Il convegno si conclude con un dibattito, nel corso del quale vengono rivolte a Derrida domande che lo spingono a chiarire meglio le proprie posizioni. In particolare, gli interlocutori non mancano di interrogarlo sui suoi rapporti con la religione. Gli chiedono fra l’altro come vadano intese affermazioni del tipo «l’ultimo degli ebrei, che sono io», oppure «io passo a giusto titolo per ateo»(29). Le risposte del filosofo, però, non sono certo tali da fugare ogni dubbio: «Quando dico: “l’ultimo degli ebrei, che sono io”, ciò significa, come sapete, che non ci sarà ebraismo dopo di me; io sono dunque il migliore, e sono l’Ebreo esemplare. Al tempo stesso, sono il peggiore, davvero l’ultimo. Tutt’e due. Ecco esattamente quel che penso. Io sono quanto più possibile non-ebreo, quanto più possibile ateo, dunque tutto ciò che dico può essere interpretato come se dipendesse dalla migliore tradizione dell’ebraismo e al tempo stesso come un tradimento assoluto»(30). E più oltre: «Se lo sapessi, direi che sono ateo o che non lo sono, ma lo ignoro. […] Ci sono dei contesti comunitari in cui mi si considera ateo, altri in cui non è così, e io stesso non ne so nulla. […] Dio esiste nella misura in cui delle persone credono in Dio. C’è stata una storia, e ci sono delle religioni. Per me, le religioni sono la prova che Dio esiste, anche se non esiste»(31). Il filosofo vuol far capire che sarebbe impossibile cancellare dalla nostra mente l’idea di Dio, dopo che millenni di storia ci hanno indotto a familiarizzarci con essa; perciò, quand’anche conseguissimo, sul piano individuale, la certezza di non essere credenti, dovremmo comunque confrontarci col fatto che altri la pensano diversamente e attribuiscono ai dogmi religiosi un valore di verità.
     Vedere il filosofo costretto a pronunciarsi, sia pure in termini di sospensione del giudizio, su un tema caro alla tradizione come quello dell’esistenza di Dio suscita l’impressione che egli si ritrovi ad essere vittima, non del tutto innocente, di una specie di contrappasso. Circonfession, da lui scritto per sorprendere e provocare, per offrire una nuova immagine di sé, per trascinare il discorso teorico fuori dal suo terreno abituale, una volta proposto alla fruizione di un gruppo di esperti in filosofia o teologia, non soltanto non suscita scandalo, ma finisce col dar luogo ad un recupero quasi completo. In effetti il pensiero dell’ultimo Derrida, così prossimo a tematiche etico-religiose, si espone al rischio di rimanere in parte invischiato in quello stesso lessico e apparato concettuale da cui, almeno nelle sue mosse iniziali, intendeva prendere con risolutezza le distanze. La decostruzione si rivela dunque non come un processo i cui risultati possano considerarsi acquisiti una volta per tutte, bensì come un compito interminabile, perché il sistema di pensiero che essa prende di mira, tentando di smantellarlo, si ricostituisce di continuo. Da questo, però, sarebbe erroneo ritenere di poter dedurre l’inutilità dei tentativi di rinnovamento attuati da Derrida. Anzi, il suo ruolo nella storia filosofica, e culturale in genere, tende sempre più ad apparire essenziale.

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NOTE

(1) J. Derrida, Circonfession, in G. Bennington – J. Derrida, Jacques Derrida, Paris, Éditions du Seuil, 1991 (tr. it. in Derridabase – Circonfessione, Roma, Lithos, 2008; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche). Del libro esiste anche una seconda edizione francese, aggiornata nell’appendice bio-bibliografica e col nuovo titolo Derrida, Paris, Éditions du Seuil, 2008, ma nelle citazioni faremo sempre riferimento a quella del 1991.
(2) J. Derrida, Survivre, in Parages, Paris, Galilée, 1986, pp. 117-218 (tr. it. Sopra-vivere, in Paraggi, Milano, Jaca Book, 2000, pp. 175-271).
(3) J. Derrida, in Artaud, oui… Entretien avec Jacques Derrida, in «Europe», 873-874, 2002, p. 38.
(4) Circonfession, cit., p. 5 (tr. it. p. 5).
(5) In effetti, benché la stesura di Circonfession si protragga dal gennaio 1989 all’aprile dell’anno successivo, la madre morirà ancora dopo, il 5 dicembre 1991.
(6) Jacques Derrida, cit., p. 3 (tr. it. p. 10).
(7) Circonfession, cit., p. 33 (tr. it. p. 34).
(8) Ibid., p. 38 (tr. it. p. 38).
(9) Ibid., pp. 58-60 (tr. it. p. 60).
(10) J. Derrida, Dialangues (1983), in Points de suspension. Entretiens, Paris, Galilée, 1992, pp. 151-152.
(11) Per le due versioni del titolo, con e senza articolo, cfr. Jacques Derrida, cit., pp. 87 e 255.
(12) Cfr. J. Derrida, Ulysse gramophone. Deux mots pour Joyce, Paris, Galilée, 1987, pp. 104-105 (tr. it. Ulisse grammofono. Due parole per Joyce, Genova, Il Melangolo, 2004, p. 83).
(13) Cfr. Jacques Derrida, cit., pp. 209 e 87 (nell’edizione italiana del volume mancano sia le foto che l’apparato bio-bibliografico finale).
(14) Cfr. G. Bennington, ibid., p. 301: «J. D. mi avrà sorpreso meno di quanto crede o finge di credere esibendo qui la propria circoncisione: da molto tempo non parla d’altro, come potrei mostrare con citazioni, e per limitarmi ai luoghi in cui la nomina, in Glas, La carte postale, Schibboleth (soprattutto), Ulysse gramophone».
(15) Il film, D’ailleurs, Derrida, è stato proiettato per la prima volta in pubblico nel dicembre del 1999, ed è ora accessibile in forma di DVD (Paris, Éditions Montparnasse, 2008).
(16) D’ailleurs, Derrida, trascrizione dal sonoro del film.
(17) Circonfession, cit., pp. 90-91 (tr. it. pp. 88-89).
(18) Ibid., p. 160 (tr. it. pp. 156-157). La comparazione è destinata a riapparire sovente nei libri successivi dell’autore. Cfr. ad esempio J. Derrida, Marx & Sons, Paris, P.U.F. – Galilée, 2002, p. 91 (tr. it. Marx & Sons, Milano, Mimesis, 2008, p. 294): «Ho spesso giocato, nel modo più serio possibile, a presentarmi, segretamente, come una sorta di marrano. L’ho fatto in particolare, e apertamente, in Apories, Circonfession, Mal d’archive – e senza dubbio altrove. E l’ho fatto meno apertamente dappertutto, ad esempio in Le monolinguisme de l’autre».
(19) Circonfession, cit., p. 255 (tr. it. p. 245).
(20) D’ailleurs, Derrida, trascrizione dal sonoro del film. L’immagine dell’«ombelico dei miei sogni» allude a un passo freudiano: «Anche nei sogni meglio interpretati è spesso necessario lasciare un punto all’oscuro, perché nel corso dell’interpretazione si nota che in quel punto ha inizio un groviglio di pensieri onirici che non si lascia sbrogliare, ma che non ha nemmeno fornito altri contributi al contenuto del sogno. Questo è allora l’ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell’ignoto» (Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, 3, tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1966; 1989, pp. 479-480).
(21) Cfr. J. Derrida, Circonfession, Paris, Éditions Des femmes, 1993; la registrazione è stata in seguito riproposta dalla stessa casa editrice su CD. La scelta dei brani musicali si deve a Marie-Louise Mallet.
(22) Trascrizione dal primo dei cinque CD.
(23) Cfr. Circonfession, cit., pp. 248-249 (tr. it. pp. 238-240). Un’illustrazione a p. 141, invece, mostra un particolare del dipinto di Theotokopoulos.
(24) J. Derrida – Safaa Fathy, Tourner les mots. Au bord d’un film, Paris, Galilée – Arte Éditions, 2000.
(25) Gli atti sono apparsi dapprima in edizione americana (AA.VV., Augustine and Postmodernism. Confessions and Circumfession, Bloomington, Indiana University Press, 2005), ma noi faremo riferimento alla traduzione francese del volume: AA.VV., Des Confessions. Jacques Derrida, Saint Augustin, Paris, Stock, 2007.
(26) Cfr. in proposito J. Derrida – Jürgen Habermas, Le «concept» du 11 septembre. Dialogues à New York (octobre-décembre 2001) avec Giovanna Borradori, Paris, Galilée, 2004 (tr. it. Giovanna Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida, Roma-Bari, Laterza, 2003).
(27) J. Derrida, in Des Confessions, cit., p. 52.
(28) Ibid., p. 58.
(29) Circonfession, cit., pp. 145 e 146 (tr. it. pp. 142 e 143), ma la prima delle due frasi si legge anche a p. 178 (tr. it. p. 172).
(30) J. Derrida, in Des Confessions, cit., p. 82.
(31) Ibid., pp. 84-85.
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8 pensieri su “Scrivere la ferita – di Giuseppe Zuccarino”

  1. Leggo il testo di Giuseppe ne “La dimora” prima di leggerlo su carta, e ne ricavo l’impressione di un continuo scavo su questioni essenziali e fondamentali dell’esistenza a partire da “dettagli” di opere filosofiche e letterarie, e più lo sguardo dell’autore si concentra nei dettagli più trova la capacità di espandersi e continuare il discorso, interminabile e impossibile sull’opera – l’opera che Derrida sogna di scrivere e non scriverà e che ogni scrittore/lettore sognerà sempre di scrivere abbozzando tentativi, fallimenti, tracce luminose del suo scacco.
    Grazie a entrambi.
    Marco

  2. Scrivere la ferita, raramente un titolo è stato cosi’ illuminante. Contiene in nuce il senso di ogni scrittura e esprime ad un tempo la sua origine e la sua tensione.
    Derrida associa alla ferita latente e onnipresente della circoncisione la confessione vuota, liberatoria e priva di senso apparente. E Giuseppe Zuccarino ha colto, anche questa volta, la presenza-assenza fondativa nell’opera derridiana. Grazie.
    IP

  3. Ribadisco che avere qui uno studioso del valore di Giuseppe è veramente un grande motivo d’orgoglio.

    Invito chi non lo avesse ancora letto a procurarsi la “Circonfessione”: è un testo che incide e taglia, in tutti i sensi.

    Questo, in attesa della “derridina” annunciata da db.
    Presto avremo qui il testo, chiaramente senza traduzione e senza commento.

    fm

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