Filosofia dello scrivere (V) – di Antonio Scavone

[ANTONIO SCAVONE]

Codice_Florio_Inferno_incipit         Filosofia dello scrivere (5)

     “Chiamatemi Ismaele.(1) Qui il mare finisce e la terra comincia.(2) Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere.(3) Edoardo – così chiameremo un barone assai agiato e nel fiore dell’età virile.(4) Era una caldissima giornata di luglio.(5) In fondo potrei parlare un poco io, ora, le conclusioni non spettano all’autore?(6) John Franklin aveva già dieci anni ed era ancora così lento da non riuscire ad afferrare la palla.(7) Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome.(8) Nunc et in hora mortis nostrae. Amen. La recita quotidiana del Rosario era finita.(9) Erano le quattro e mezza del pomeriggio.(10) Fate attenzione a quello che ora vi racconto.(11) E tu lettore beato che non hai nulla da fare…”(12)

     Quanto è importante un incipit? E che cos’è? Un biglietto da visita di uno scrittore, la promozione di un progetto letterario, i convenevoli d’uso per un’interazione empatica? O semplicemente, come dice la parola, l’inizio di una narrazione? È così vario, intricato e intrigante il paradigma degli incipit letterari che diventerebbe arduo pensare di classificarli e di ordinarli in regole di composizione, di enuclearne e articolarne le sollecitazioni estetiche (poetiche, narrative) che concorrono a determinare e di fatto determinano la loro funzione esplorativa-dichiarativa (se c’è) o la loro occasionale compresenza.
     Chiunque cominci “a fare una cosa” dovrà cominciare necessariamente dall’inizio e dovrà introdurre nel mondo delle “cose fatte” una cosa da fare. Vale questa consuetudine (diremmo questo “protocollo d’intesa”) per qualsiasi tipo di applicazione, di lavoro, di mestiere. È talmente consolidato nelle esperienze degli esseri umani, come nella pratica delle cose, il dover dare inizio a un progetto, a un compito o a un obbligo che ci sembra perfettamente normale partire da un punto zero e da quello costruire e continuare a costruire ciò che si ha in mente di realizzare.
     L’abitudine, o l’assuefazione a procedure ritenute ovvie e scontate, non spiega tuttavia perché l’inizio di una qualsivoglia attività possa condizionare l’avvio del progetto o addirittura bloccarlo. Nel caso dell’incipit letterario ci si chiede grossomodo perché la narrazione abbia bisogno di un inizio particolarmente efficace e illuminante o se, viceversa, possa farne a meno ritenendolo parte o sezione o traccia non separabile da quello che è un testo narrativo nella sua unità strutturale. D’altra parte, al di là della letteratura, un tema analogo (che si è configurato in una disciplina scientifica) è quello della genesi dell’universo (il Big Bang), o della genesi delle civiltà (ab Urbe condita) o, tout court, della genesi intesa come iniziazione religiosa (il Vecchio Testamento, il Corano) o come fondazione degli elementi primari della formazione del mondo (ab ovo).
     La cosiddetta sapienza popolare ha dedicato, sin dai tempi remoti, proverbi e modi di dire all’argomento dell’inizio: “Chi ben comincia è a metà dell’opera” (che proviene da una tradizione probabilmente giudaico-cristiana) o “Cosa fatta capo ha” (che sembra positivista e pragmatica). Ma la sapienza popolare non ha fatto altro che tradurre in modo succinto e iperbolico un tema che è coessenziale alla natura dell’uomo e alla sua storia. La presenza dell’uomo sul pianeta Terra ha cominciato ad essere pregnante e significativa quando l’uomo ha cominciato, diremmo filosoficamente, a storicizzarla, a renderla condivisibile e interscambiabile, a proporla come un tratto oggettivo – e non più solo soggettivo – del suo essere-nel-mondo. L’esser-ci (il Dasein heideggeriano) ha cominciato a contemplare tanto la consapevolezza di far parte di un ambiente (habitat, humus, locus), quanto la ricerca, talora spasmodica, di un punto di partenza che fosse possibilmente positivo e propositivo, cioè profetico. Le locuzioni “Ab Urbe condita” o “Ante Christum natum” stanno a indicare quei punti di avvìo (o di origine) dai quali le storiografie laica e religiosa hanno fissato i termini di partenza per costruire e ordinare un excursus narrativo.
     Sembrerebbe allora che tutto ciò che si racconta – hegelianamente – sia storicizzabile e tutto ciò che si narra provenga invariabilmente da un esordio. Tanto il “Cantami, o Diva” di Omero quanto il “C’era una volta” delle favole designano l’esigenza di stabilire una traccia primigenia del racconto oppure di rendere possibile, e quindi comunicabile, il racconto stesso. Le differenze tra i due incipit (l’uno, quello omerico, originale, anche se transcodificato come modello e l’altro, quello favolistico, reiterato come modulo) rivelano la natura duplice non solo dell’avvìo della narrazione ma della struttura letteraria e pertanto intrinseca della narrazione.
     In moltissimi romanzi (per non dire nella totalità delle opere letterarie) l’incipit detta le regole del “dopo” e, nelle letterature classiche dell’antichità, il prologo, la protasi o l’invocazione – oltre a stimolare una captatio benevolentiae per l’opera presentata, offerta o dedicata agli dèi o ai potenti di turno – suggerivano ai lettori comuni una sorta di vademecum, una vera e propria guida alla lettura al fine di consentire una fruizione corretta dell’opera e indicare, fra molteplici potenzialità d’interpretazione, quella più rispondente e consona alle intenzioni dell’autore. In questo senso va recepita la dicitura dapprima accennata del “protocollo d’intesa” dell’incipit letterario: non è solo l’inizio di una narrazione, è anche l’approccio del narratore col suo lettore, una formula inter-soggettiva di cooptazione, di trasferimento (di spostamento, di slittamento) dal piano realistico-oggettivo a quello realistico-affabulatorio, dall’essere-nel-mondo all’esser-ci e basta.
     L’incipit, pertanto, è legato indissolubilmente alla struttura modulare della narrazione e per “narrazione” dobbiamo intendere tutto ciò che configura una storia, un logos, una sequenza. Con una parola o una frase si comincia un romanzo o un racconto, con un singolo suono o con un accordo si dà inizio a una sinfonia o ad una suite, con un primo piano o una panoramica rapiscono la nostra attenzione le prime immagini di un film. L’incipit è proprio della letteratura, della musica, del cinema ma è assente nelle arti visive, per esempio, o nelle arti plastiche: persino nella comunicazione orale o gestuale abbiamo bisogno di un incipit (quando raccontiamo un avvenimento, una barzelletta) e non ne possiamo fare a meno quando siamo costretti da un obbligo ad esternare le nostre riflessioni o quanto risulta dalla nostra esperienza di vita (pensiamo al caso di un testimone in un processo o in un raffronto di opinioni). In tutti questi casi – e in altri simili – si evidenzia una costante pressoché incontrovertibile: tutte le volte che siamo chiamati a raccontare “qualcosa”, abbiamo necessità di cominciare da un inizio e di partire da un inizio; diversamente non racconteremo nulla o racconteremo male (saremo imprecisi, inattendibili, ininfluenti) e, per quanto possa essere profondo e verificabile il “referto” narrativo che presentiamo, sarà considerato manchevole o nullo il senso che avremmo voluto conferire alle nostre parole, al nostro “modo” di raccontare la realtà o la verità.
     Dovremo, quindi, per ogni volta “tornare a capo” di una vicenda, ripristinare il significato originario di un evento ed offrire notevoli opportunità di interpretazione e di incanto a coloro che ascolteranno o leggeranno la nostra “versione dei fatti”.
     L’incipit, allora, diventa un problema: di forma, di stile, di contenuto. Un romanzo “rosa” comincerà con un inizio morbido, suadente, suggestivo (potremmo dire “facile”); un romanzo “giallo” o “noir” esordirà con una narrazione distaccata, “misteriosa”, in qualche modo enigmatica; un romanzo esistenziale inizierà con un attacco probabilmente ancora più freddo, con una sequenza più o meno lunga che non darà spazio a congetture o fraintendimenti.  Scopriamo, così, incipit “di genere” per romanzi di genere, narrazioni che si presentano immediate laddove sono magistralmente costruite, racconti e sequenze che vogliono sfuggire alla retorica o alla moda di un inizio eccezionale e distintivo ma che, con un mestiere collaudato, si affossano nella narrativa di consumo, in quella letteratura così poco letteraria e così tanto confidenziale. Con ben altre aspettative, l’incipit mostra la sua potenzialità di fondo (approccio autore-lettore) solo con la letteratura che abbia qualcosa di illuminante, di seducente, di profetico per i destini degli uomini.
     Tuttavia, non sempre l’incipit dà inizio a un romanzo o non sempre un autore concepisce di dover cominciare un romanzo con un attacco memorabile ed elettivo, tale da dichiarare fin dal principio l’ambito narrativo nel quale quel romanzo si svilupperà. Abbiamo letto romanzi che ci hanno folgorato per i loro incipit – secchi, essenziali, addirittura epigrammatici – e abbiamo apprezzato romanzi che hanno cominciato a prenderci solo dopo le prime pagine. Un inizio breve e icastico ci induce a credere che il romanzo sia cominciato e ci darà grandi soddisfazioni nella lettura, un inizio articolato e programmatico ci farà pensare ad un romanzo cospicuo che richiederà una lettura attenta e forse sofferta.
     Quanto dev’essere lungo, allora, un incipit? O meglio: che cosa si ripropone uno scrittore allorché calibra la brevità o la lunghezza di un suo incipit? Cominciare un romanzo è, per molti aspetti, una via senza ritorno e l’inizio di questo viaggio contiene già in sé il germe (o il pregio) dell’irreversibilità: l’incipit è unico e immodificabile, anticipa e condiziona, prefigura e svela quel che sarà il percorso narrativo, gli strumenti estetici adoperati (monologo interiore, flusso di coscienza, affabulazione) e i tratti pertinenti dello stile dell’autore. Il quadro, però, non deve apparire così inquietante e monocorde: un incipit “leggero” può preludere ad una storia di difficile captazione, un incipit diremmo kafkiano può risolversi in una trama di sorprendente solarità. La questione concerne, semmai, l’origine dell’incipit: se, cioè, prima dell’incipit ci sia “qualcosa” di archetipico e di sfuggente, di criptico e di insondabile che, svelandosi appunto nell’incipit, produce e libera l’energia originaria della narratività.
     Non sembri un gioco dispersivo e fuorviante questo di un “prima” ulteriormente anteriore all’inizio di una narrazione. L’incipit di un romanzo rimanda ad un a capo, come si è detto, che resta enigmatico e segreto ma che genera – diremmo “tutto a un tratto” – l’esplosione di quel magma “poietico” che si condensa e si organizza intorno a un’idea, a una formula, a una struttura per realizzarne integralmente la portata espressiva o, più semplicemente, “per venirne a capo”. Le scatole cinesi, dunque, possono essere capovolte: troveremo comunque il big bang che ha dato inizio a un romanzo e capiremo che il romanzo conteneva già nel suo DNA il suo punto di partenza: punto di partenza che sarà difficile individuare ma paradossalmente eccitante da scoprire, punto di partenza che si presenta puntualmente lucido e manifesto ma che dilata oltre misura l’intellegibilità della storia.
     I romanzi classici dell’Ottocento facevano a meno, si può dire, dell’incipit giacché “cominciavano e continuavano fisiologicamente” secondo una struttura ciclica, come estrapolando la storia da raccontare da un flusso narrativo preesistente che si riversava di continuo nel materiale espressivo da comporre. Questo flusso narrativo preesistente non era altro che lo stile dello scrittore (il suo talento, la sua vita, i suoi ideali) che macinava, per così dire, chilometri e chilometri di pagine sulla lunga distanza più che sullo scatto breve, sulla capacità cioè di reggere un progetto corposo come quello di un romanzo di grande respiro, di notevole impatto epocale. Autori come Balzac, Flaubert, o Zola si preoccupavano di ordinare e strutturare la storia (che avrebbero poi raccontato in quelle mille miglia di pagine) in modo progressivo ed escatologico, secondo le intenzioni e le finalità della composizione o, come si diceva una volta, dell’ispirazione. L’incipit non veniva ritenuto né distintivo né fondante: quello che contava, per la maggior parte degli autori dell’Ottocento, era la tessitura della storia, l’intarsio della psicologia dei personaggi, il valore supremo della narrazione. L’incipit sembrava una sorta di opzione eccentrica, un vezzo letterario che avrebbe ridimensionato o contraddetto la profondità e la compiutezza della storia da narrare. A eclissare la validità o la necessità dell’incipit concorrevano due strumenti stilistici di ineguagliabile efficacia, che caratterizzarono le formule e i moduli dello scrivere: l’uso della terza persona e del tempo al passato.
     Una narrazione al passato, espressa col discorso indiretto (quindi oggettivo, o simil-oggettivo) impediva qualsiasi personalizzazione dell’autore, qualsiasi intervento “discreto”: era sicuramente personale (cioè riconoscibile) il suo progetto letterario ma non acquistava spessore il connotato identitario dello scrittore. Questo tipo di narrazione (esaustiva, ciclica, epocale) si avvolgeva e si dipanava intorno alla complessità degli eventi narrati più che ad una preliminare dichiarazione d’intenti, ad una competence più che ad una performance (Chomsky).
     Nei romanzi del Novecento l’incipit diventa, per la maggior parte degli scrittori, pressoché fondamentale, sicuramente precipuo allo stile dell’autore e alla struttura dell’opera e si integra (fino a condizionarle) con le formule del monologo interiore e del flusso di coscienza. Cominciamo così a leggere i romanzi sin dall’inizio, cioè dal primo paragrafo, dal primo capoverso: il romanzo si svela subito, presentandoci quelle che sono le sue tipicità narrative e ideologiche. Abbiamo pertanto incipit di una sola frase senza punteggiatura (come ne La noia di Alberto Moravia), incipit che riecheggiano o sono il titolo (Se una notte d’inverno… di Italo Calvino), incipit espliciti e fulminei (Il prete bello di Goffredo Parise, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, La Storia di Elsa Morante).
     Il passo, il metro, il peso dell’incipit allude e in molti casi produce, nei romanzi del secolo scorso, la corposità del testo, la sua compattezza. La grande struttura ciclica dei romanzi dell’Ottocento si ripete rinnovata in quelli del Novecento ma acquista e provoca una diversa leggibilità. Si passa cioè dai romanzi lunghi – e dall’intreccio quasi inesplicabile – ai romanzi brevi (che sostituiscono le novelle), a romanzi di una lunghezza media che contemplano pochi personaggi, poche location (come si direbbe oggi), per non dire addirittura una scena fissa.
     Ci si chiederà, a questo punto, se il paradigma stilistico degli ultimi anni sia davvero una conseguenza dell’incipit, se sul serio l’incipit sia stato in grado di generare questo “tipo” di letteratura. Le risposte possono essere molteplici e possono riguardare anche il “dietro le quinte” della creazione letteraria: possono riguardare politiche editoriali, rilevanza dell’offerta culturale per una domanda culturale che si fa (o è costretta a farsi) sempre più generica o, persino, il richiamo che esercita sul mercato il singolo autore, la sua “immagine”, il suo target di vendite.
     Per quanto non siano (o non sembrino) determinanti per la stesura di un romanzo, sono certamente condizionanti per l’affermazione di uno scrittore e della sua poetica le questioni che riguardano, come si è detto, l’editoria e il mercato, lo stile e la formula di un libro e che discendono, per una parte non trascurabile, dal modo col quale un autore affronta un romanzo, dichiarando il suo progetto anche attraverso l’incipit. Gli scrittori d’oggi si dibattono, con lo strumento dell’incipit, tra due opposte esigenze che, secondo i casi, si trasformano in distorsioni o in magnificenze dell’approccio con il lettore. Vale ancora la doppia opzione che teorizzò Giacomo Debenedetti sul destino e la fortuna degli scrittori del Novecento: scrivere un romanzo che avrebbe soddisfatto ma non appagato il suo autore o l’esatto contrario. Quella opzione, modificata dalle mode e da nuove figure di “letterati a tutto campo”, non ha perduto purtroppo la sua dicotomia amletica: ancora oggi gli scrittori ondeggiano tra il primato delle vendite e quello della narratività, tra la statuizione di una letteratura fai-da-te e la visibilità televisiva. Spia di questa fatica e di questo lavorìo talora barocco e ridondante è l’incipit dei romanzi degli ultimi decenni e quindi dei romanzi intesi come opere meta-letterarie o, si licet, letterarie a metà. L’incipit diventa sempre più scarno o, con lo stesso risultato, arricchito di suggestioni; si trasforma, si dilata, non allude più al “dopo” perché è già il “dopo”, da inizio passa ad iniziatico, nel suo esordio contiene già il suo epilogo. In altre parole, per iperbole, con un siffatto incipit sappiamo già come andrà a finire il romanzo.
     Sarebbe tuttavia ingeneroso ritenere l’incipit degli ultimi decenni generalmente, o genericamente, inattendibile e inaffidabile. Come strumento compositivo, è stato sicuramente e con leggerezza manipolato (diminuito o aumentato), ma resta pur sempre una formula d’approccio al romanzo e alla lettura che è sempre meno parziale o supplementare e sempre più strutturale e complementare. L’incipit si manifesta così con una domanda, con un tratto didascalico, con una sequenza aperta che, per la sua densità, ci fa già intendere la pregnanza del romanzo che abbiamo cominciato a leggere.
     È il caso degli scrittori sudamericani, da Ernesto Sábato a Gabriel García Márquez, da Augusto Roa Bastos a Manuel Scorza, da Antonio Skármeta ad Álvaro Mutis, senza dimenticare Mario Vargas Llosa e l’afro-ispanico Luis Martín-Santos di “Tempo di silenzio”: scrittori dalle sequenze lunghe, dall’immaginazione incomparabile che pure quando sfocia nel delirio si conserva meravigliosamente realistica. Gli scrittori, del resto, quando sono innovativi, generano moduli e formule difficili da imitare e sovvertono quelli che sono, o possono essere, i canoni consolatorii della prosa d’arte, della letteratura di consumo o semplicemente della scrittura.
     I romanzi degli autori latino-americani hanno fatto riscoprire il valore della grande narrazione (molti di loro, per non dire tutti, si sono ispirati a Dostoevskij, a Tolstoj, a Joyce, a Faulkner) ed hanno adoperato, con un modulo espressivo originale, le tecniche narrative e gli strumenti del narrare (incluso l’incipit) della letteratura analitica ed esistenziale per illustrare con un grande affresco la società che reppresentavano: un affresco impietoso e passionale, sovra- e sotto-segmentato, marginale e universale (come abbiamo letto, per altri versi e per altri ambienti, nei romanzi di Thomas Mann, di Virginia Woolf, di Anna Maria Ortese).
     Ne La forza del passato, Sandro Veronesi comincia con la trascrizione di una domanda: “Lei – pausa – è un uomo triste?” e in Verso Paola, Francesca Sanvitale dichiara all’inizio che: “In conclusione i fatti che lo assillavano erano tre: il buio, il moto impazzito, la fuga del pensiero”.
     Difficile dire se l’incipit dei romanzi del terzo millennio diventeranno, o siano già diventati, catartici ma non sarà peregrino ritenere che un buon romanzo, prima di diventare un grande romanzo, debba scontare e risolvere il mistero della sua creazione, l’incanto che ci spingerà a leggerlo e a considerarlo uno tra i tanti avvii della nostra avventura esistenziale, letteraria e no.

     Post scriptum – Le sequenze che compongono l’incipit di questa scheda sono ovviamente incipit famosi o impersonali, tracce e indizi di stile degli scrittori citati. Chi volesse misurarsi con la propria memoria di lettore oppure recuperare letture frettolose e dimenticate, si rassicuri riscoprendo gli incipit originari elencati di seguito: Moby Dick di Herman Melville, L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago, La noia di Alberto Moravia, Le affinità elettive di Johann Wolfgang Goethe, Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, Né vivere né morire di Oreste Del Buono, La scoperta della lentezza di Sten Nadolny, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La noia di essere moglie di Doris Lessing, Ho servito il re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal, Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

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27 pensieri riguardo “Filosofia dello scrivere (V) – di Antonio Scavone”

  1. “Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”.

    G.Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine.

    ” Ho impiegato anni a trovare le parole giuste per cominciare Cent’anni di solitudine” dira’ anni dopo.

    Sergio Rufo

  2. “In principio era il Verbo,
    e il Verbo era presso Dio
    e il Verbo era Dio.
    Egli era, in principio, presso Dio”

    Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

    Io questo l’ho sempre adorato.

  3. “E tu lettore beato che non hai null'(altro) da fare…” – direi parafrasando Debenedetti – che assecondare il volere editoriale soddisfacendo la tua smania di lettura senza’appagamento di scrittura…

    gran bel testo, Antonio, copio e incollo su word, nella tua cartellina gialla.

    abbraccio.

  4. Antonio, questo tuo testo sull’incipit, chiaro, della chiarezza dei Grandi, è ancora un dono per noi lettori o, almeno, per quanti amano arricchirsi della sapienza altrui e, confrontandosi, capire il proprio percorso sia nella letteratura, sia nella vita.

    Mi hai fatto ricordare la mia insegnante di filosofia al liceo, devi avere pazienza con le mie associazioni. Di solito, durante le interrogazioni, il panico ci faceva iniziare l’esposizione orale con un “dunque…” o un “allora…” spesso reiterati finchè non giungeva la frase giusta per andare avanti. Ebbene, lei, ci multava per farci togliere quella pessima abitudine di iniziare con un dunque o un allora conclusivo.

    Tentare di capire cosa si celi prima del “punto zero” mi sembra davvero affascinante e forse anche un po’ difficile ma proprio per questo lo ritengo un percorso da compiersi.

    Come sempre, il tuo excursus espositivo è illuminante e c’è tanto bisogno di luce!

    Adesso, al di là della letteratura, posso dirti che l’incipit con te e Francesco è stato davvero felice e mi sento onorata di frequentare questa Dimora sempre più preziosa.

    un carissimo abbraccio a te e Francesco e un sorriso a Natàlia.

    jolanda

  5. No, db, non è Anna Maria Ortese. Giorgio Di Costanzo ha trascritto un po’ frettolosamente una locuzione tipica “nostra” napoletana che va scritta così: “si’ caduto cu ‘a capa ‘nterra…” e continua così: “‘a copp”o siggiulone da criaturo”. Giorgio e Francesco comprendono la traduzione, per coloro che non masticano, giustamente, il napoletano, la locuzione letteralmente dice: “sei caduto col capo a terra dal seggiolone da bambino” (come suona sciocca e cattedratica, vero?). Al di là dello sberleffo di Giorgio – che non può non farmi sorridere per la citazione – non ricordo di aver mai letto una trascrizione dialettale da parte dell’insuperabile Anna Maria: non ne aveva bisogno e forse, proprio per questo, la sua scrittura era profondamente anche partenopea. Mi sono lasciato andare… Ringrazio sin d’ora i commenti di tutti.

    Antonio

  6. Da bambino, quando i miei anni erano così pochi, che mi bastavano a contarli le dita delle mani, io frequentavo corso Palladio con una semplicità e un abbandono che ancora oggi, ricordando, mi rendono pensieroso. Non saprei vedere con precisione quale sicuro motivo, oppure quale sentimento incalzante o irragionevole inclinazione spingessero la giovane persona che io ero a fare di quel corso, che come un fiume disseccato attraversa la parte orientale della città, la meta, il centro preferito delle sue quotidiane passeggiate.

  7. Mi è scappata di getto l’espressione e forse sono stato ingeneroso nei confronti di db: negli ultimi tempi ha speso energie e competenze per tentare di aiutare un’amica comune e questo gesto nobile e grandissimo non posso e non desidero dimenticare. Spesso db ma anche gdc (sarà la rete?) non si autocontrollano.

    Leggo gli interventi di Antonio Scavone con grande piacere.
    “Un azzardo”, letto a 18 anni (cfr. pp. 66 – 113 di “Nuovi Argomenti”, rivista bimestrale diretta da Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Enzo Siciliano; n. 43-44, gennaio-aprile 1975, Garzanti, pp. 300, lire 2.000) è ancora oggi uno dei racconti più belli, intensi e necessari scritti negli ultimi 50 anni.
    Il mio sogno? Invitare il carissimo Antonio (che non conosco) a Ischia per fargli leggere in pubblico, dalla mia copia personale, “Un azzardo”.
    Ma spesso i sogni si avverano.

    Delle opere citate da Antonio non ho letto odb, Lessing e Nadolny.

  8. in rete scappano tante cose: rimane invece in sonno e in veglia. forse gdc pensava che l’incipit del pezzullo fosse mio (ma siamo nel terzo millennio, mica nel novecento!)

  9. Bellissimo, Antonio, riflettere sugli incipit. Dalla forza degli incipit si orienta l’attenzione del lettore. E fare un bel pezzo sui “finali”? Io, in musica, li amo molto. E in letteratura, chissà…
    Ciao, Marco

  10. Riprendendo un “input” dell’autore: “Be-re’shit” In principio Dio creò … e non Dio creò in principio, la Presenza di Dio segue e non precede il “principio”, forse perché Dio stesso sceglie questo “tempo” come “luogo” privilegiato? o forse questo principio significa “le spalle di Dio”, e ciò che ne segue è il reale manifestarsi del suo volto?
    Qualunque sia la spiegazione possibile ed a qualunque religione o interpretazione laica si faccia riferimento, pare, come qui magistralmente esposto, che il principio sia il grembo della creatività, ove quasi per magia, l’intuizione si fa parola, colore, insomma, prende forma, vita. Mi piace pensare, anche in questo contesto, che l’inizio di un’opera sia in un certo senso le spalle del suo autore e che ciò che la segue, senza nulla togliere a questo meraviglioso mistero, ne riveli la bellezza del volto ed il fine.

    saluti, Anto

  11. Percorso cospicuo, Antonella, e accidentato quello dell’origine letteraria o della genesi cui allude Metrovampe: il punto-zero, precedente e preesistente all’incipit letterario (che a questo punto potrebbe risultare incongruo o evanescente o non pertinente) ha una valenza ontologica più che fenomenologica (anche se tu le poni, mi sembra, sullo stesso piano) ma di un’ontologia però che forse ha più a che fare con l’eziologia che con la metodologia critica, più con l’ermeneutica (e torniamo a Metrovampe) che con l’illuminismo (mi hai costretto tu a usare parole difficili…). Inserito in questo contesto analitico che per forza di cose viene argomentato filosoficamente e cioè con una trattazione conoscitivo-speculativa, l’incipit letterario scopre e svela – e deve necessariamente farlo – “qualcosa” alle spalle che smuove e indirizza, agita e concretizza la scrittura e quindi anche lo scrittore. E’ il risultato di che cosa, l’incipit? Di un’illuminazione, di un’intuizione? Di una smania creativa che chiede solo di essere espressa, espulsa o di contaminare tutto ciò che trova intorno a sé, dalla pagina bianca al lettore? Probabilmente è “solo” una modalità tra la tentazione e la sfida: la tentazione di esprimere e la sfida di riuscire ad esprimere. Da questa contrapposizione – e in alcuni casi da questo conflitto, penso agli scrittori mitteleuropei per esempio – nasce quel “prodotto finito” che è un testo. E l’incipit – come tu lasci intendere – non è solo anticipazione o presentazione ma l’incontro “fatale” che lo scrittore intraprende col suo materiale espressivo. Ti ringrazio e ti invio un caro saluto.

    @ Grazie anche a te, Marco: sarebbe da meditare un discorso sui “finali”, ci sarebbe tanto da scoprire con un percorso a ritroso.

    Antonio

  12. Grazie Antonio per esserti soffermato sulle mie parole. Volevano essere espressione di una intuizione (avuta leggendo) che tu mi hai aiutato a chiarire e che vorrei tanto aver modo di approfondire in un prossimo futuro. Avevo colto la diversità dei piani cui fai riferimento (onto/feno), ma quando si usano come punti di partenza riflessioni midrashiche (come impropriamente ho fatto io) è difficile mantenere quella separazione cui siamo abituati.
    Un caro saluto a te ed a tutti

  13. solo adesso, digitando su google, ho capito che non era un incipit, ma un complimento:

    *Kaka più completo di DIEGO … chist e’ carut ca cap nterr!*

  14. Grazie a tutti.

    Antonio, forse è il caso di cominciare a raccogliere anche i commenti…

    fm

    p.s.

    db, l’espressione ha un valore sostanzialmente indefinibile, che non può mai prescindere dal contesto: qui è tra l’amicale e il canzonatorio: amicatorio, o canzonale – a scelta.

  15. Io l’ho sempre usato in quell’accezione. Anche nei miei confronti.

    E’ chiaro che se mi sto rivolgendo, per dire, ai sostenitori della santità del nano arcorizzato, di ironico non c’è un bel niente: è solo la constatazione, in quel caso amara, che mi trovo di fronte a gente che ha lasciato il cervello, e le annesse funzioni, sul pavimento. Nell’impatto.

    fm

  16. Es., proprio in questo momento:

    Mia moglie
    – Cosa stai facendo?

    Io
    – Sto scrivendo un commento sul blog…

    M.M.
    – Ma tu si’ veramènt’ carut’ (*) cu ‘a capa ‘nterra… (**)

    Note

    (*) Scusa, Antonio, ma io sono per l’infrazione della norma (anche linguistica).

    (**) Sono le uniche parole che conosce del mio di(a)letto natale.

    fm

  17. io sono della vecchia squola, tra goethe e kierkegaard, per cui ironia = controllo. e invece, dopo la “battuta” il battitore fe’: *Mi è scappata di getto l’espressione e forse sono stato ingeneroso nei confronti di db*

  18. Ma no, qui Ghete e Chiecheguard non c’entrano: il fatto è che in dialetto cartiglianese l’espressione non esiste, ergo quella era una kiosa kontestualizzante…

    fm

  19. E, in ogni caso, è più un affare socratico, se proprio vogliamo.

    Socratico nel senso di “sòcr’t” = suocera.

    La mia, che parla di suo un dialetto da far invidia ad Albino Pierro, mi ripete ad ogni pie’ sospinto, come un mantra, le parole della figlia:

    – Guagliò (!?), ma tu fùss’ p’ cas’ carùt’ cu ‘a capa ‘nterra?

    fm

  20. Sì, Francesco, i commenti vanno tutti conservati (l’ho sempre fatto di già) perché rappresentano compiutamente un’antologia ineguagliabile, del dire-dopo e del dire-meglio, comunque del confrontarsi e, a volte, scoprirsi e riconoscersi.

    Quanto poi ai capitomboli, alla querelle linguistica, ai quiproquo, fraintendimenti, equivoci, incertezze… mi verrebbe naturale dire enigmaticamente: “Chi te sape t’aràpe” oppure, all maniera veneta: “No sfregolar la la massarela de san Giosepe” che in napoletano diventa…

    Concordo tra l’amicale e il canzonatorio.

    Un saluto a tutti

    Antonio

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