Giuseppe – Un racconto di Enzo Ferrari

GIUSEPPE

Gli uccelli bisogna conoscerli, apprezzare le loro sfumature e le loro debolezze. Bisogna essere attenti a scrutare le loro più piccole divagazioni, di gioia o di paura, nelle fresche mattine come nelle tiepide serate autunnali. Incantarsi con eguale emozione di fronte ad un semplice fruscio d’ali, alla perfezione di un volo nell’alto dell’azzurro o quando li vediamo oziare su un ramo frondoso.
Era proprio il prodigio di un volo quello che Giuseppe preferiva. Nascosto o seduto dietro una pietra, ammirando la cincia saltare o il fringuello cantare gli pareva di sognare viaggi di suoni. Un comune fringuello gli esprimeva con calma una porzione di vita. Una gazza sulla cima di un faggio, tuffandosi spaventata tra i rami, gli frullava la fantasia.
Verso sera il verde del muschio si spegneva nella penombra del fondo del bosco. La luce arrivava a sfiorare il terreno, mentre l’aria densa e sudata, profumava d’erba e di tronchi. I colori del bosco annunciavano l’eternità e un nuovo paradiso. Quiete che era inquietudine. Giuseppe, lungo il sentiero, si attardava a scoprire se stesso. Alto e magro, un portamento sinceramente spigliato, capelli fulvi, occhi celesti, aveva il paesaggio dentro di lui. Il fumo di una sua sigaretta dal pessimo trinciato si alzava nell’aria. Giuseppe era solo, scandiva il suo verso in uno struggente abbandono, spezzato dal tramonto. La sera s’incorniciava di scaglie dorate.
In silenzio era giunto sotto l’ultima salita. Gli altissimi gradini del sentiero lo spronavano a spicciarsi in quest’ultima fatica della giornata. Tornava a baita, mentre gli arbusti diventavano ad ogni suo passo sempre più carichi d’ombre e di mistero. Finita l’ultima salita, ritrovava davanti a sé i suoi monti, morbidi, affettuosi e rosati. Una brezza gli accarezzava il volto. Stanco per lo zaino pesante e il fucile, si mise a guardare le mani, notando le dita sporche. Aveva la barba lunga, le gambe pesanti e la gola secca. Sotto le scarpe, le foglie scricchiolavano, la terra era soffice, brillante, i rametti degli alberi si sbriciolavano. I fili che cucivano la trama dei suoi pensieri, nascondevano momenti di stanchezza, di passato dolore, sbarravano di traverso la voce. Tanti i mesi di guerra trascorsi tra questi monti in clandestinità e in estrema precarietà. Giuseppe aveva condiviso con i suoi compagni la fame, spartendo la gavetta di polenta e castagne. Aveva accettato rischi comuni, lottando con poche armi un sistema banditesco indifferente alle leggi della natura e dell’uomo, con l’idea di recuperare per sé e per gli altri la libertà e la giustizia.
La meta era una casa di pietra scura tipica di queste colline. Lungo la mulattiera, poco prima, s’incontrava una fontana gocciolante circondata da un tappeto d’erba morbida e scivolosa. Un folto gruppo di pioppi, noccioli e piccole querce, faceva da contorno a quattro torreggianti cipressi accanto alla casa. La baita era stata scelta a suo tempo da Giuseppe e dai suoi compagni come base e rifugio per la sua posizione adatta al controllo della vallata e della strada di fondovalle. Il mattino dopo, dietro la casa, si sarebbe aperto alla vista il terreno coltivato a vite. Prima della guerra venivano da fuori altri contadini, ragazze, studenti per la vendemmia. Mentre gruppi affiatati e rumorosi coglievano grappoli di luce, acini gonfi di sforzi e di sudore, forti braccia li trasportavano in ceste e bigonce per la torchiatura.  Piedi, resi neri dai tannini, li pigiavano. Frutto finale di tante fatiche era un buon vino, imbottigliato con cura e infine affidato al fresco buio della cantina, scavata sotto la casa.
In quella campagna tranquilla aveva soffiato per molti mesi un vento strano di guerra, un turbine di polvere, scompaginando regole antiche. La vite era stata quasi del tutto abbandonata, le radici franate. I campi erano divenuti stoppie e le stoppie filari. La gente passata e morta.
Alla fine d’aprile del 1945, dopo tanti momenti di paura e di fame, la guerra aveva ufficialmente terminato il suo corso.

A Giuseppe quella sera, varcata la soglia del rifugio, odori, luci e suoni gli sembravano finalmente diversi. L’aria che attraversava con lo sguardo era frusciante di buono e d’antico. Il fucile e lo zaino li aveva riposti sulla seggiola, accanto al camino. Nello zaino un potente binocolo da marina, una borraccia in metallo e un tozzo di pane avanzato.  Nel fuoco bruciava un grosso ceppo di quercia, la legna migliore. Una giovane ragazza di montagna, tarchiata, rosea e appetitosa, capelli lunghi e castani, in piedi accanto al camino, con un cucchiaio di legno, rimestava della polenta gialla. La pentola sul fuoco lasciava una colonna di vapore. La ragazza indossava un abito di fustagno non bello, che faceva intuire i contorni di un seno alto ed esuberante. Le sue vesti odoravano di campagna e di prodotti della terra. Un buon intingolo di salsiccia insaporiva l’ambiente. Un massiccio tavolo rotondo campeggiava nella stanza. Era di castagno, imbevuto di vino perché ricavato da un vecchio fondo di botte. Sprigionava ancora un tenace odore di mosto, uno squisito profumo che quasi dava alla testa.
La stanza era illuminata da due grosse candele appoggiate sul tavolo, riposte in altrettanti bossoli di granata.  Giuseppe era seduto con le spalle al fuoco per asciugarsi la schiena sudata. Versato in un bicchiere del vino rosso bevuto a piccoli sorsi, assaporava con soddisfazione il suo afrore sottile che gli allargava la bocca e gli occhi. Tossiva, il suo cuore si ravvivava. Il vino delicato e suadente, saporoso di terra grassa, profumato d’erba, il palato lo accoglieva generoso, lo percepiva amico, portatore di fresco e caldo benefici, ideali in questi momenti di quiete apparente. Giuseppe ci aggiungeva il suo spirito, un sapore di conquista. Passati erano gli ordini che aveva urlato con tono deciso.
Al terzo bicchiere si alzò il vento. Un vento che preannunciava un cambiamento del tempo.
Al quarto arrivarono i compagni, scarponi consumati e pelli bruciate dal sole. Occhi cupi e sospettosi di “banditi”.  Erano contadini ma anche operai e studenti. Indossavano pantaloni sostenuti da cinghie e bretelle, cappellacci di feltro, maglioni scuri, mantelli neri e imponenti che li difendevano dal freddo delle notti. Deposti gli zaini e le armi all’ingresso, si sistemarono intorno al tavolo, occupando le traballanti panche. Giuseppe attizzava il fuoco, facendo scivolare altra legna sulle braci. In pochi attimi le sue grosse dita erano riuscite ad aprire una certa quantità di scatolame e a mettere sul tavolo il giusto numero di stoviglie. La polenta, insaporita col latte, era cotta al punto giusto. Era il momento di mettersi a tavola. Fuori le nuvole passavano, quasi scivolavano sulla luna. Il vento era cresciuto. Gustavano con piacere la polenta, respirando i profumi della stanza.
A stomaco pieno, cominciarono a fare qualche progetto, a parlare di casa, del conflitto finalmente concluso, delle loro donne, di quelle passate e anche di quelle future, curiosando foto ingiallite.
Dopo tanti mesi vissuti insieme sui monti, era giunta l’ora di ricordare cosa erano stati. Giravano intorno ai rimasugli dei loro ricordi, con precauzione, per non correre il rischio d’inceppare la memoria. Molte cose erano andate diversamente da come avevano desiderato. Troppi i compagni morti o feriti, troppi i paesi aggrediti e avviliti.  Come molti altri, avevano scelto di disobbedire, di opporsi, disertando i bandi d’arruolamento, rifugiandosi in montagna, entrando nello schieramento partigiano, insomma prendendo partito senza reticenze e con molti timori.  La montagna era stata il loro rifugio da un mondo che li voleva perseguitare. Tra scontri armati, marce estenuanti a trasportare munizioni, pentole e vettovaglie per decine di persone, avevano cercato di recuperare la dignità, la loro e quella degli altri e l’affermazione di un bisogno di decenza.
Decisero di lasciare un segno, una testimonianza di quei momenti, della loro terribile esperienza. Volevano mandar via le nuvole di sangue affondate nella cenere. Percepivano la necessità e l’urgenza di mantenere viva la memoria degli amici perduti in pochi attimi, in insidiosi trabocchetti, nei boschi, su radure innevate, su strade sterrate.
Finita la cena, Giuseppe per primo tirò fuori dal sacco un lapis, un temperino e un quaderno sgualcito dalla copertina nera. Fatta la punta alla matita, cominciò la sua opera. Il profumo e il tepore della stanza lo accompagnavano. Con delicatezza tracciava dei segni sul foglio bianco. In questi mesi già altre volte Giuseppe aveva realizzato dei disegni, nei momenti di riposo dalle azioni, negli scarsi attimi di pace che gli eventi gli avevano concesso. Amava con brevi cenni disseminare di nuvole e uccelli i suoi fogli, creare radure e piccole boscaglie, innestare con candore e rispetto case e campanili nei paesaggi. Disegni che contenevano tanto spazio, molto di più di quello contenibile nel foglio di carta, attraversando, valicando colline e montagne. Disegni che parlavano di dubbi, di solitudini, di sentimenti e di dolori. Certi alberi stretti al cielo in un idillio. La terra che gridava vendetta per essere stata calpestata. Nuvole bianche attaccate alle montagne. Persone ferite nella loro libertà. Cieli che s’insinuavano nelle brecce delle finestre sotto forma di macchie azzurre. Intere avventure e qualche dispiacere.
Con il pensiero tornava indietro, incespicando nelle sporgenze delle rocce. Le idee le sputava fuori marciando per la campagna, senza rinunciare ad usare la fantasia e il cuore per entrare nei luoghi e negli eventi che facevano paura.
Non era il solo a rappresentare questi momenti. Altri tenevano nei portafogli e nelle giberne tracce di questi passaggi, scene vissute sulle colline. Rimestando negli zaini e nelle tasche, spuntavano disegni, schizzi, bozze di storie.  Linee verticali e trasversali di monti, scambi d’idee e di gesti tra uomini e donne che avevano dedicato la loro esistenza per una causa di libertà. Semplici oggetti di vita quotidiana, urlati nelle loro asprezze, nei loro spigoli vivi.
Proprio perché erano immagini e sensazioni provate da molti, sentiva la necessità di farle conoscere. Giuseppe voleva raccogliere tutte queste esperienze in una mostra collettiva. Un’esposizione d’arte, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione e le obiettive difficoltà, per dare fiato alla sincerità e all’intelligenza.
Decise di radunare tutti questi appunti, reperiti in mesi di lotta, di fatiche e di massacri, anche per dare un senso e uno scopo a quello che avevano compiuto. Non fu difficile trovare l’accordo degli altri compagni. La preoccupazione di tutti era quella di cogliere con rapidità e di fissare sulla carta i fatti accaduti, afferrando l’essenza della violenza, della brutalità, dell’eroismo e della sofferenza. Lo stile spesso spoglio, crudo, essenziale, certamente non prezioso, rendeva le opere degne di essere vissute. Nessun velo di lacrime copriva le loro piccole storie.
Nel frattempo Giuseppe aveva terminato il suo di disegno, con il quale a suo modo voleva commemorare.
Lungo la mulattiera alcuni partigiani salivano con fatica verso la cima della collina. A tracolla mitra e fucili da caccia, bandoliere di cartucce, bombe a mano che spuntavano dalle cinture. Un paio d’uomini era attardato per il carico di una pesante mitragliatrice. Un mulo li precedeva brucando tenere foglie di un cespuglio. A qualche metro di distanza un fringuello volava via, disturbato dai loro passi. Ai lati del sentiero campi coltivati, delimitati da muri a secco, le cui pietre fiorivano in una geometria bizzarra. La terra era scura, stirata dai troppi colpi ricevuti. Nessun muscolo svettante da ammirare. Si vedeva solo la rabbia dei partigiani. Su un grosso sasso, adatto a poggiarvi zaini e sacchi, stava seduto uno di loro, asciugandosi il sudore. Con l’immaginazione nel suo disegno, gli uomini non solo si muovevano, odoravano. Le persone emanavano un sentore di campagna, un misto di spighe di grano, di fumo, di stalle e soprattutto di fastidiosa fatica. I partigiani, lungo la strada che lentamente percorrevano, con gli occhi persi tra sassi, erba e polvere, alzando lo sguardo, speravano in futuro di continuare a trovare i medesimi venti.
Questo almeno Giuseppe vedeva nei suoi personaggi.

Le immagini degli altri compagni erano più scheletriche ed immediate. Giuseppe le aveva scelte per la loro schiettezza.
C’era il fugace schizzo di un partigiano accovacciato in mezzo alle rocce. Si nascondeva o forse semplicemente si riposava. Brevi le linee del suo corpo e del suo volto che si confondevano con le pietre e gli arbusti. Un berretto e un passamontagna di lana lo proteggevano dal freddo e dal vento.

C’era il volto distrutto dalla morte di un altro partigiano caduto in combattimento. La fronte allargata da una cospicua calvizie. Bocca leggermente aperta e illividita, senza un nome da pronunciare. Accanto al corpo pregava l’anziana madre, lo scialle nero sulla testa e una coperta sulle spalle come un sudario. La donna, senza più lacrime, pareva una figura scolpita in un’antica arca mortuaria.

C’era la raffigurazione di tre partigiani appoggiati ad un muro, ritratti in conversazione tra loro, mitra a tracolla e sigaretta in mano. La potente luce di un giorno d’estate li coglieva diafani in una situazione di riposo. Si scambiavano storie ed opinioni come tra vecchi compagni, sciolti momentaneamente dai loro impegni. L’atmosfera era serena e leggera, senza rumori. Pareva quasi di sentire il respiro uscire dalle loro bocche.

C’erano i tre prigionieri tedeschi seduti per terra. Nei volti non riuscivano a nascondere la loro sconfitta. Gli sguardi di tutti e tre erano persi nel vuoto, straniti e stanchi, infagottati nelle loro divise sporche ma perfette. Teschi e tibie incrociati sui berretti.

C’era la rappresentazione del corpo flagellato e contorto di un giovane uomo legato e torturato. Sanguinante, inginocchiato, scalzo, era colto di spalle, per risparmiare alla nostra vista le brutali percosse che sicuramente gli sfiguravano il viso.

C’era un gruppo di partigiani prigionieri dei fascisti, che camminava lentamente, lacrimando dalla fatica e dal freddo, i corpi curvati dal peso delle ferite. I partigiani s’inerpicavano per il viottolo del cimitero sfiorati dal vento.  Una piazzola a ridosso del muro perimetrale del camposanto era cosparsa di fiori secchi. Un cane ammutolito cercava la luce in cielo. Un poco di neve nascondeva i piedi dei prigionieri. Il cielo appariva semplicemente nudo. Era la bolla della morte. Da lì a poco, il loro sguardo, le loro labbra avrebbero evocato le fattezze di bestie terrorizzate quando le pallottole le uccidono.

C’era il disegno dell’interno di una baita di montagna. Atmosfera semplice, in un ambiente senza mobilia. Al centro dell’unica stanza una stufa con tanto di tubo per lo scarico dei fumi adibito ad asciugare i calzini. Un solo sgabello, occupato da un uomo, che pareva dormire, col cappello in testa. Alcuni partigiani erano in piedi. Altri seduti su un semplice pavimento ad assi di legno, impegnati a sistemarsi scarponi e berretti. Tutti attendevano un piatto di minestra. Poche le armi a disposizione. Fuori dell’uscio sporgeva una casacca scura di un uomo affaccendato nella pulizia di un mitragliatore.

C’era la descrizione di una fucilazione. Erano due giovani e un’anziana donna, mani alzate in segno di resa, spalle al muro di una casa diroccata. Il plotone di pochi soldati lo comandava un perfetto ufficiale imbustato nel suo cappotto a doppio petto, braccio alzato nella gelida sera.

C’era il disegno della distruzione totale per rappresaglia di un gruppo di case, frantumate e snervate. Un crocefisso giaceva riverso sulle macerie accanto ad un uomo e a un bambino, abbracciati insieme e trafitti dalla morte. Per loro era rimasta la prossima neve, che li avrebbe coperti senza un nome.

L’acqua di una brocca trasparente appoggiata sul tavolo rinfrancava gli animi di tutti. Giuseppe e i suoi compagni erano convinti che il paese e la gente avrebbero apprezzato la mostra. La vita era destinata a riprendere.
Nelle viuzze sarebbe ritornata la voglia di girare, a capo scoperto, confusi tra le persone, finalmente liberi. La malattia del silenzio che aveva assalito i sassi, le strade, le persone, si sarebbe finalmente dissolta. La sera tutti sarebbero tornati a uscire, le abitazioni si sarebbero riprese, prendendo nuovo fresco, mentre bimbi a sciami, piccoli e grandi, avrebbero nuovamente corso chiassosi per le piazze, vestiti di niente. Sarebbero ripresi gli scambi di parole libere e cordiali nelle strade di terra e ciottoli, tra le crepe e le macchie degli archi murati, accanto alla torre del campanile finalmente sciolto. Sarebbe ritornata la processione per la festa patronale, il frastuono, il baccano, le allegre bevute, i fuochi artificiali. A piedi nudi la gente avrebbe bevuto la pioggia, l’acqua delle colline, la montagna. L’erba non sarebbe più stata violata da lingue straniere.
La loro gioventù era felice di questa novità, salutata da un brindisi in vecchie tazze, tra un piatto di polenta e una sigaretta. Dopo tanti mesi che erano stati di follia e di terrore, assaporare una zuppa e un sorso di vino o parlare di donne, erano delle grandi conquiste. La paura sembrava loro quasi una specie di raffreddore da cui erano completamente guariti. Non vedevano l’ora di tornare ad essere curiosi della normalità.
La ragazza della polenta, con il suo sguardo, confondeva le ombre. La sua bella bocca larga e calda, i suoi occhi grandi ed infantili, punteggiavano l’ambiente di note alte e di risate sincere. La stanza si sarebbe riempita di figure, lo spazio colmato di ricordi, di tratti, d’immagini.
Il vento aveva chiuso i battenti. La notte si era arresa. Le montagne assistevano impassibili.

(Racconto secondo classificato al Concorso Nazionale di Narrativa “Ossi di Seppia” indetto dal Comune di Taggia (IM), 1° edizione, giugno 2009, con il titolo “La mostra della memoria”.)

***

4 pensieri riguardo “Giuseppe – Un racconto di Enzo Ferrari”

  1. Caro Francesco,
    grazie per aver pubblicato il mio racconto. La guerra, la vita partigiana vi scorrono senza il fragore delle armi. Il mio “eroe” Giuseppe con questa mostra della memoria desidera non solo ricordare o portare alla luce schizzi e disegni, ma anche e soprattutto piantare un seme di speranza per il futuro. Non ama adagiarsi sui lutti, preferisce affermare un’idea di rinascita. “La vita era destinata a riprendere”.

  2. Sembra di vedere quei disegni… e credo che il senso della memoria sia proprio questo: uno sguardo “creativo” sul passato che renda il presente capace no solo di “confondere le ombre”, ma di far “arrendere la notte” proprio come gli occhi della donna che conclude poeticamente il racconto.

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