L’insonne – di Valter Binaghi

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L’INSONNE

     – Che cos’hai, non ti senti bene? –
     Mi affretto a rassicurarla, prima che si svegli del tutto: – No, niente. Solo non riesco a dormire – Si gira dall’altra parte con un: – Ah. – moderatamente partecipe.
     L’insonne non è un solitario per vocazione, ma non necessariamente è angosciato dall’incombenza di fare da testimone all’altrui serenità. Guardare la tua donna dormire, può essere anche un’esperienza tonificante, quando a poco a poco il suo volto si rilascia nella tranquilla fiducia infantile che a te è preclusa. E se si agita, se qualche immagine onirica perturba la piega delle sue labbra, puoi allungare il braccio, carezzarle la schiena, in un gesto di pura prossimità animale che blandisce i capricci del sangue e scioglie l’intrico di rovi in cui si è impigliato il sognatore.
     Quanto all’insonne, se restare immobile per più di due ore risulterà intollerabile (d’altra parte lei ha il sonno leggero, e non puoi svegliarla in continuazione), potrà sempre trovare rifugio sul terrazzo, almeno d’estate, dove una sdraio e un posacenere lo attendono complici, per la quasi quotidiana rivisitazione dei propri appunti di psicologia spicciola.

     La psicologia cui notte dopo notte l’insonne lavora non è un sistema enciclopedico né una brillante serie di aforismi. Piuttosto un diario, nato non da pura curiosità intellettuale ma da presunzione autoterapeutica: un diario dove si prova ad affondare, tracciando cerchi concentrici e gradualmente sempre più profondi, nel labirinto dell’inquietudine cronica, dove speri sempre di trovare il Minotauro che anziché di giovani e fanciulle si ciba delle tue ore notturne, e fare i conti con quello una volta per tutte.
     Prima la sigaretta. Poi, gettato il mozzicone, ti rilasci sullo schienale e chiudi gli occhi. Dormire lì, al fresco, puoi provare ma sai già che non funzionerà. Cosa te lo impedisce?
     I rumori, innanzitutto. Il tamarro scarburato in lontananza, gli echi della festa popolare nel paese vicino, last but not least la zanzara nell’orecchio.
     Primo capitolo del diario psicologico: sei troppo sensibile, troppo percettivo, non ce la fai proprio a tener fuori l’esterno. Immagini la superficie dell’anima come uno specchio d’acqua, dove ogni minima caduta, fosse pure un petalo di rosa, traccia cerchi poderosi. Poi ti dici: macché. Le impressioni dall’esterno non cessano mai, neanche quando si dorme, tutt’al più entrano a comporre i nostri sogni. Non è per ciò che ci raggiunge dall’esterno che non si dorme.
     E parliamo di questi cerchi, allora. Non sono semplici tracce, ma immagini, linguaggio. Raccontiamo a noi stessi ciò che accade: è il principio del pensiero, prima ancora che queste forme divengano segni e facciano da ponte tra noi e gli altri. Ti viene un’idea che ti pare grandiosa: ecco, pensi, si dorme quando la tessitrice spossata cessa la trama del linguaggio, con le risonanze interminabili che si porta dietro, gli andirivieni tra presente e passato, le immancabili prefigurazioni del futuro. Niente da fare.
     Falso, anche questo. Se sollevi la coltre del sonno non è la quiete di uno specchio immobile che trovi, ma il caleidoscopio persistente e indefesso dell’immaginazione sempre attiva, che però procede senza esibirsi, come un fiume sotterraneo. Ed ecco allora, finalmente, l’idea giusta: il segreto è nella luce. L’attenzione, l’interesse, l’eccitazione permanente con cui segui il film, non il film medesimo, che potrebbe farsi e disfarsi all’infinito senza disturbare il tuo sonno, se solo tu potessi restargli indifferente.

     Perché non cali mai il sipario? chiedi al regista.
     Perché la sala non è vuota, risponde quello. Finché c’è almeno uno spettatore, lo spettacolo è tale.
     Perché non te ne vai a casa? chiedi all’unico spettatore stravaccato in terza fila (ha un’aria annoiata e perfino stravolta, ma non accenna a levare le chiappe).
     Perché l’attore continua a muoversi sulla scena, risponde lui sbadigliando. Mi fa pena poveraccio, mica posso snobbarlo come tutti gli altri! Lasciamo che finisca, prima.
     A che punto siamo, chiedi all’attore: manca molto all’ultimo atto?
     Atto unico, scena unica, risponde lui. E non so quando finisce: l’autore, qui, suggerisce battuta per battuta, prova a chiedere a lui.
     E dove lo trovo, maledizione?
     Guardati allo specchio.

     L’insonne vale poco come psicologo, ed è un artista fallito. L’autocorrezione indefessa, la ricerca della perfezione è il suo alibi reiterato, ma la verità è che ha problemi di punteggiatura. Mettere il punto è la cosa più difficile, nella vita e nella scrittura.
     Negoziare si vorrebbe, con la morte e con il testo, e durare in eterno.
     Cadere dall’albero per un colpo di vento, senza consentire, finire il romanzo quando finisce l’inchiostro, senza sacrificare parole.
     Così si crede di aggirare la morte, e non si fa che morire ogni istante, malvolentieri.

 

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Tratto da Doctor Blue and Sister Robinia.
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6 pensieri riguardo “L’insonne – di Valter Binaghi”

  1. la veglia non è solo notturna…. mi hai avvicinata al mio giorno…. sei un’interpretazione dele mie ore diurne…
    lettura utile….
    merci….
    a

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