Soste in giardino – di Sergio Lagrotteria

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SOSTE IN GIARDINO

“Fummo creati per vivere in paradiso, il paradiso era destinato a servirci. La nostra destinazione è stata cambiata; che questo sia accaduto anche con la destinazione del paradiso non viene detto”.

(F. Kafka, Aforismi di Zürau, n° 84)

Per quanto nella nostra epoca non ci siano più veri giardini, costruiti secondo criteri estetico-ambientali adeguati al caso, ma solo spruzzi di verde soffocati da colate di cemento, spesso ci capita di passeggiare in un giardino e di sostarvi. Qui, talvolta, seduti su una panchina ritroviamo inconsapevolmente una dimensione atavica che ci appartiene in profondità.
Già la Bibbia ci attesta come il giardino (Eden) sia una creazione divina, dove, prima della sua caduta, Adamo vive in pace con Eva, allietato da una natura feconda totalmente a sua disposizione. La tradizione, non solo biblica, lo localizza nella parte settentrionale della Mesopotamia, dove alberi di alto fusto si sviluppavano senza irrigazione.

Fin da quei tempi lontani, l’uomo ha cercato di ricreare quel mitico paradiso e, da quando ne è stato espulso, si è sempre sforzato di modificare o sottomettere la natura per ritrovare quel “paradiso perduto”.
Nell’architettura dei giardini si rispecchiano le culture e le società. I più bei giardini del mondo testimoniano l’avventura dell’uomo sulla terra e del suo modo di essere: pensiamo ai giardini pensili di Babilonia e all’hortus urbanus dei romani, ai giardini islamici e all’hortus conclusus medievale, ai giardini rinascimentali e alle geometrie del giardino francese, all’Arcadia e al giardino inglese, e ai più recenti esempi di giardino contemporaneo (Burle Marx, Niki de Saint-Phalle).
Non c’è dubbio che riscoprire, rinnovandola, l’arte di costruire i giardini forse renderebbe le città e il nostro vivere realmente più umani.
Ma, sebbene questo rappresenti un filone di ricerca quanto mai attuale, la finalità del presente scritto è differente.
Qui si cerca di mostrare come alcuni autori, Giacomo Leopardi, Dylan Thomas, Hermann Hesse, abbiano interrogato il giardino sondandone il meccanismo sottostante, l’essenza profonda, svelandone caratteristiche che in parte non appartengono all’arte dei giardini.

Il giardino del male

Il concetto di giardino ha storicamente una connotazione positiva, come abbiamo visto, e anche oggi si configura come locus amoenus nell’opinione generale.

Nell’Ottocento il nostro Giacomo Leopardi, nell’evolversi del suo pensiero filosofico e poetico, ad un certo punto giunge alla definitiva consapevolezza che la natura rappresenti il vero nemico dell’uomo.
La qualità primigenia della natura risiede nel male, innato e strutturale a tutte le cose create.
Alla sola natura, orditrice cinica e spietata di un sistema materiale malefico, il poeta-filosofo ricondurrà l’origine del dolore e delle sofferenze che segnano l’esistenza umana e di tutto l’universo.

Un momento cruciale di tale approdo concettuale lo rinveniamo in quanto egli scrive nello Zibaldone durante il suo soggiorno bolognese tra il 17 e il 22 aprile 1826:

“[4174] Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere.

[4175] Or ciò essendo, come non si dovrà dire che l’esistere è per sé un male? Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gli individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape nelle sue parti più sensibili, più vitali.

[4176] Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quell’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in stato di sanità perfetta.
Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o di quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi: le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.
Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177] sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere”.

Leopardi compie una sorta di esperimento mentale, assimilabile al baconiano experimentum crucis: crea e ci fa entrare in un eden dove “naturalmente” vive e prospera il male, il vero regolatore di esso. Il giardino, con le sue bellezze, sembra appena entrati una realtà piacevole, ma ad uno sguardo appena più attento è simile ad un ospedale dove regnano solo dolori. Anche l’uomo (donzelletta o giardiniere che sia), con la sua più o meno consapevole azione, aggiunge dolore.
Il giardino dunque, il prodotto più ammirevole dell’azione della natura (anche eventualmente col concorso dell’uomo), non è più amoenus, ma si delinea come maleficus locus, privo di rimandi salvifici.
L’habitat ideale per l’uomo si rivela un luogo-mondo avverso. Qualsiasi giardino è fondamentalmente dominato dalla potenza distruttrice della natura. E’ inutile mettervi piede e per chi ne fa parte, sarebbe desiderabile l’annientamento.
Il giardino leopardiano è l’immagine di un universo ostile all’uomo.
In un altro passaggio di rilievo, si chiarisce ulteriormente la posizione leopardiana, per cui, anche se la natura producesse il male senza sapere di farlo:

“La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi”. (Zib. 4428, 2 gennaio 1829).

Il coraggio nella ricerca della verità lo porta ad un’etica della solidarietà umana: il suo è un invito ai contemporanei e ai posteri, affinché si associno nella

grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti” (Zib. 4280, 13 aprile 1827).

Chissà forse in un lontano futuro, dopo un’immane lotta, il giardino sarà di nuovo luogo benigno e ospitale.

Il giardino della memoria

Di fronte alle potenti e lucide riflessioni leopardiane, qualsiasi discorso in merito al giardino dovrebbe concludersi.
Non solo, rispetto al tragico e pur fiero sguardo leopardiano, chi leggesse la celebre e stupenda poesia del poeta gallese Dylan Thomas Colle delle felci, finita nel 1945 e inserita per ultima nella raccolta Deaths and Entrances, potrebbe considerla un passo indietro verso una direzione consolatoria, ma in realtà si tratta di una prospettiva diversa.

Quando ero giovane e ingenuo sotto i rami del melo
Presso la casa piena di canti e felice perché l’erba era verde,
La notte alta sulla valletta stellata,
Il tempo mi lasciava esultare e arrampicarmi
Dorato nei bei giorni dei suoi occhi,
E fra i carri ero il principe onorato delle città di mele,
E una volta oltre il tempo sovranamente feci trascinare
Alberi e foglie e orzo e margherite
Lungo i fiumi di luce dei frutti abbattuti dal vento.

E poiché ero verde e spensierato, famoso pei granai
Intorno all’aia felice e cantavo perché il podere ero a casa,
Al sole che soltanto allora è giovane,
Il tempo mi lasciava giocare tutto d’oro
Nella misericordia dei suoi mezzi, e verde e d’oro
Ero mandriano e cacciatore, i vitelli cantavano al mio corno,
Sulle colline le volpi latravano, limpide e fredde,
E la domenica lenta risuonava
Nei ciottoli dei sacri ruscelli.

Per tutto il sole era un correre, era bello, i campi
Di fieno alti come la casa, le melodie dai camini, era aria
E giuoco, allegro e fatto d’acqua,
E il fuoco verde come erba.
E a notte, sotto le semplici stelle, come io
Incontro al sonno cavalcavo, i gufi si portavano via la fattoria,
E per tutta la luna, beato fra le stalle, udivo il volo
Dei caprimulgi e dei mucchi di fieno
E i cavalli nel buio come lampi.

E poi sveglio e la fattoria tornava, come un vagabondo
Bianco di rugiada, col gallo sulla spalla; ogni cosa
Splendeva, era Adamo e vergine,
Il cielo s’addensava nuovamente
E il sole tondo nasceva proprio in quel giorno.
Così dev’essere stato, appena creata la luce, nel primo
Spazio rotante, i cavalli incantati uscendo caldi
Fuori dalla nitrente verde stalla
Verso i campi di lode

E fra le volpi e i fagiani onorato presso la casa ridente,
Sotto nuvole appena create e felice quanto il cuore durava,
Al sole che più volte era già nato,
Percorsi le mie strade sventate, i desideri
Correvano tra il fieno alto una casa,
Né mi curavo, nei miei azzurri traffici, che il tempo non concede,
In tutti i suoi giri melodiosi, altro che pochi canti mattutini,
Prima che i fanciulli verdi e d’oro
Lo seguano fuori della grazia.

Non mi curavo, ai giorni bianco-agnello, che il tempo m’avrebbe portato]
Nel solaio affollato di rondini con l’ombra della mia mano,
Nella luna che sempre sta sorgendo,
Né che nel sonno cavalcando l’avrei udito volare
Insieme agli alti campi e mi sarei svegliato
Nel podere fuggito per sempre dalla terra senza bambini.
Oh, quando ero giovane e ingenuo nella misericordia dei suoi mezzi,]
Verde e morente mi trattenne il tempo,
Benché cantassi nelle mie catene come il mare.

Colle delle felci è un testo decisamente diverso rispetto a quelli leopardiani; il rigore dello sguardo razionale viene meno. Esso è caratterizzato da un movimento continuo di immagini che scaturiscono l’una dall’altra, creando una visione avvolgente impregnata di forme, colori e suoni che si intersecano vigorosamente.
La poesia di Thomas è una poesia “autenticamente” soggettiva che si nutre potentemente di sensazioni e di immagini personali, e la sua grandezza consiste nell’esprimere queste sensazioni con notevole freschezza, prima che esse assumano una forma rigorosamente logica.

Nell’incipit il poeta rievoca l’infanzia spensierata e felice, trascorsa in una fattoria del Galles profondamente agricolo, non ancora raggiunto dai processi di industrializzazione.
Assistiamo alla visione di un luogo certamente reale e intimamente goduto: verdissimo, rigoglioso, ricco d’acque, erbe, frutti, popolato di animali, inondato di luce. Ma è, al contempo, un paesaggio simbolico, in quanto paesaggio mitico della memoria e dell’infanzia: favoloso, incontaminato, innocente come il bambino che con esso si confonde.
Egli prova un sentimento di comunione perfetta con la natura: “verde” nello spirito vi si immerge con una gioia così prorompente che tutto per lui è luce, canto, corsa, volo.
Tutto intorno a sé è vivo e magicamente animato: l’aia è “felice”, il sole “giovane”, i vitelli cantano, fuoriescono “melodie dai camini”.
Ogni contatto con la natura viene vissuto secondo i modi dell’immaginazione mitica, da un lato attribuendo forma e sensibilità umana alle cose inanimate, e dall’altro assecondando un processo di identificazione con le forze della natura.

Sia le caratteristiche del paesaggio che il rapporto del bambino con esso rievocano indiscutibilmente il paradiso terrestre:”ogni cosa/ Splendeva, era Adamo e vergine…Così dev’essere stato appena creata la luce”.
La rustica fattoria dello zio Jim e della zia Ann nel Carmarthenshire si trasforma nel giardino dell’Eden: un’eterna primavera in cui l’uomo, senza peccato, puro nello sguardo ed ignaro del dolore, era sovrano sul creato. Quel fuggevole momento di felicità accordato all’umanità al tempo delle origini si rinnova nell’età infantile di ciascun individuo.
Eppure Thomas, nei suoi versi finali, ci fa intendere che il poeta, ora adulto, vive un’altra dimensione: non può non riconoscere con un velo di amarezza che quell’epoca gioiosa è lontana e irrimediabilmente perduta.

A differenza del bambino che ne ignora l’esistenza e non sa che quella felicità doveva durare così poco, ormai egli ha compreso l’azione distruttiva del tempo. Ma questo trapasso appartiene a tutti: il bambino si lascia andare al canto, senza avvedersi ancora che il tempo lo tiene prigioniero e che in realtà egli si sta già avviando verso la morte: “Verde e morente mi trattenne il tempo,/ benché cantassi nelle mie catene come il mare”. Il poeta vive per ricordare e testimoniare questo.
Il giardino della memoria è un giardino ritrovato, come possiamo leggere anche in diverse pagine proustiane, è un giardino non reale, l’unico giardino possibile, che non delude mai, mentre lo si ricorda.
Il tradimento del giardino infantile è un tradimento annunciato. Però quell’angolo particolare fatto di istanti dolci di abbandono e ricerca, costituisce per Thomas l’appiglio salvifico, nella discontinuità della vita, di una riappacificazione con il passato nel ciclo perenne delle vite e delle morti. Aspetto, quest’ultimo, presente con risvolti differenti nell’opera di Hesse.

Il giardino del giardiniere

Sembra ovvio dire che il giardino è del giardiniere, ma non lo è. Si è visto come Leopardi e Thomas attestino rispettivamente l’inutilità o l’impossibilità, se non per un brevissimo tratto della vita, del giardino reale, concreto, da vivere e da lavorare.
Qualcuno però ha creduto nel giardino fino al termine della sua vita. E questo qualcuno è il poeta e scrittore Hermann Hesse, il quale sin dal 1907 ha posseduto e coltivato un giardino pur stabilendosi in luoghi diversi.

Già nel 1908 egli scrive con particolare acutezza:

“Nel giardinaggio c’è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione: si può plasmare un pezzetto di terra come si vuole […] Si può trasformare una piccola aiuola, un paio di metri quadrati di nuda terra, in un mare di colori, in una delizia per gli occhi , in un angolo di paradiso. Ma tutto questo ha dei limiti precisi. Alla fine, nonostante desideri e fantasie, occorre volere solo quello che la natura vuole lasciando che sia lei a disporre e provvedere. La natura è irriducibile. Talvolta si fa lusingare, pare che si lasci raggirare, ma poi fa valere con tanto più rigore i propri diritti. […] l’intero e semplice ciclo vitale, che tanto preoccupa gli uomini e che tutte le religioni interpretano con venerazione, si compie inequivocabilmente, veloce e in silenzio, in ogni piccolo giardino. Non c’è estate che non si nutra della morte di quella precedente. E non c’è pianta che non ridiventi terra, coma dalla terra era diventata pianta. Nell’allegra attesa primaverile semino nel mio piccolo giardino fagioli e insalata, resede e nasturzi, che poi concimo con i resti dei loro predecessori; intanto penso a questi ultimi e alle generazioni che verranno.
Come tutti, considero questo ben ordinato ciclo vitale un fatto ovvio e, in fondo, intrinsecamente bello. Solo di tanto in tanto, mentre semino e raccolgo, mi passa per la mente quanto sia strano che fra tutte le creature esistenti sulla terra solo noi uomini abbiamo da ridire sul corso degli eventi e, non contenti dell’immortalità di tutte le cose, ne vogliamo per noi una personale, propria, particolare”.

E’ sostanzialmente un rovesciamento della posizione leopardiana.

Anche nelle poesie questa “filosofia di vita” legata al giardino si fa evidente.

Natura Madre

Foglia su foglia piove
l’albero della vita.
O colorato mondo,
come sazi e affatichi
il nostro cuore, come
lo sazi e inebri!
Ciò ch’oggi è fuoco vivo
domani sarà spento.
Presto sopra il mio tumulo
bruno stormirà il vento;
si curverà la Madre
sul suo piccolo figlio.
Ch’io riveda i suoi occhi,
che sono la mia stella.
Ogni altra cosa passa,
alla morte s’affretta;
solo l’eterna Madre
sta, da cui noi venimmo.
Il suo dito lievissimo
scrive nell’aria labile
il nostro nome.

Non mancano poi, come nella poesia che segue, analogie con il tema della memoria di Colle delle felci.

Giardino d’infanzia

La mia infanzia era un giardino
d’argentee fonti nei prati zampillanti,
alberi antichi spegnevano l’ardore dei miei sogni
nel freddo di favolose ombre turchine.

Ormai erro assetato lungo riarse strade
e giace rattrappita la mia terra d’infanzia,
lungo le mura il riposo delle rose
beffardo accenna a questa mia erranza.

E intanto a me remoto canta, in lontananza,
l’ondeggiar di cime del mio freddo giardino,
come risuona più bello di una volta
se il mio ascolto è più intimo e segreto.

Ma Hesse afferra limpidamente il senso di un destino che affratella umani e altre forme di vita.

Anche i fiori

Anche i fiori patiscono la morte,
perfino loro che non hanno colpe.
Tale è la nostra pura essenza
e solo dolore soffre,
dove di sé non ha coscienza.
Ciò che chiamiamo colpa
lo riassorbe il sole,
e viene a noi dai puri calici dei fiori
come profumo e sguardo tenero d’infanzia.

E come muoiono i fiori
anche per noi la morte
è solo redenzione,
rinascita soltanto.

Anche questa poesia, sia pur indirettamente, è una risposta alla posizione leopardiana. Non diversamente dal poeta recanatese, Hesse sa benissimo che l’essenza dell’uomo è il dolore e che il dolore coinvolge anche gli altri abitatori del mondo naturale (anche i fiori che non hanno colpe). Tuttavia, tutti, uomini e altre forme viventi, proprio perché appartenenti alla terra, al suo ciclo di nascite e morti, devono “comprendere” che la vita ha bisogno della morte e la morte ha bisogno della vita.
Il contratto dell’esistenza prevede che la vita abbia bisogno della morte per proseguire il suo cammino.

Questi aspetti vengono ulteriormente espressi nel testo seguente.

Pagina di diario

Sul pendio dietro la casa
oggi ho scavato tra radici e pietre
una buca assai profonda,
da essa ho tolto tutti i assi
ed ho portato via la fragile terra delicata.
Poi in ginocchio per un’ora nel vecchio bosco
ho estratto qua e là con la paletta e con le mani
dagli ammuffiti ceppi del castagno
quel nero, fradicio terriccio
che sa di caldi funghi profumati,
due pesanti bacinelle piene, l’ho portato laggiù
e ho piantato nella buca un albero,
piano l’ho circondato di schiumosa terra,
adagio ho versato acqua scaldata al sole
ho rinfrescato e lavato la tenera radice.

Ora cresce, giovane e fresco, e crescerà
anche se noi scompariremo e dei nostri giorni
la rumorosa grandezza e l’infinità miseria
saranno dimenticate e la loro folle angoscia.
Lo piegherà la tempesta. Il vento lo scompiglierà,
il sole gli sorriderà, lo stringerà l’umida neve,
l’abiteranno il lucherino e il picchio,
ai suoi piedi scaverà il riccio silenzioso.
E qualunque cosa abbia subito, patito, sofferto
nel corso degli anni, l’animale incostante,
malattia, guarigione, il vento e il sole amico,
per lui i giorni trascorreranno nel canto
di fronde che stormiscono, cullato
dal caro gesto delle sue dolci cime,
nel tenero alito soave del succo resinoso
che bagna i suoi fiori addormentati,
nel gioco eterno di ombre e di luci
che gioca felice con se stesso.

La ginestra leopardiana, che sparge il suo profumo, indifesa, carica di suprema dignità, sovrastata dal formidabil monte sterminator Vesevo, è qui sostituita dal giardiniere intento a seminare, a piantare un albero che gli sopravviverà, che subirà i maltrattamenti che la natura gli riserverà, ma che pure godrà delle gioie e delle dolcezze che la natura gli ha assegnato.

In Hesse c’è un netto recupero del rapporto organico e fondativo dell’uomo con la Terra, di un senso dell’umano aperto al terrestre e allo spirituale.
Hesse ritiene che natura e sapienza umana si possano incontrare: la Terra/Natura ha bisogno di essere compresa per dare il meglio di sé e a sua volta educarci.
Il giardiniere – l’uomo saggio – sa ordinarne le prerogative e le bellezze senza violenza distruttiva; la fa fiorire dove, da sola, non potrebbe generare. La sua cura deve essere simile a quella di una levatrice che accudisce e sostiene i piccoli.
Solo in questo modo la Terra, la Grande Madre, dea eternamente inquieta ed enigmatica, può diventare creatura splendida, anche se di quando in quando mostra il suo volto spaventoso dal quale fuggire.
I giardini nati dalla Terra, da Gaia, sono dunque i figli dei loro giardinieri.
Più precisamente, sono gli aloe, ossia i luoghi resi fertili, spazi che si fanno kepos (grembo) non trovato per caso ma voluto dall’uomo, che armonizza il suo spirito con quello della natura.
Il giardino si fa luogo, ma anche modo d’essere: l’uno e l’altro aspetto sono inseparabili.
Questo manufatto di terra, alberi, fiori, sentieri, diventa l’occasione per interrogare il nostro rapporto con i luoghi, con le cose, con gli altri viventi: ci sta davanti come domanda, ricerca e forse risposta al nostro errare nel mondo.
Ecco perché creare un giardino, lavorarlo con cura e sostarci diventa necessario.

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Tratto da Il Foglio Clandestino – n. 66/67 – III/2008 nuova serie.

foglioclandestino-66-67

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6 pensieri riguardo “Soste in giardino – di Sergio Lagrotteria”

  1. Grazie, Natàlia.

    In calce al sommario dell’ultimo numero (vedi link della rivista) trovi tutte le istruzioni. Magari più tardi passa Gilberto Gavioli e ci lascia una mail dove richiederla direttamente.

    fm

  2. grazie a francesco, natàlia e sergio…
    è un bel saggio, merita ascolto e condivisione.
    sarò felice di mandare nostre notizie e Il Foglio Clandestino, senza impegno chiaramente.
    gg

  3. Belle riflessioni. “Benché cantassi nelle mie catene come il mare” di Thomas mi commuove molto: è la condizione del poeta. Marco

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