Su pane nieddu – Omaggio a Francesco Masala

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Est bénnidu s’istiu.
Dae ispigas de néula,
in su cunzadu,
est fioridu trigu
de chigina:
as semenadu in mare.
Su ruinzu e su solopu
an mandigadu pane
‘e fizu tou:
as semenadu in mare.

E’ venuta l’estate.
Dalle spighe di nebbia,
nel tuo campo,
è nato grano di cenere:
hai seminato in mare.
La ruggine e scirocco
hanno mangiato il pane
di tuo figlio:
hai seminato in mare.

______________________________

[…]

     Nelle tue opere avevi dato voce ai più umili, a coloro che nel paese di Arasolè, eletto a simbolo di tutti i villaggi della Sardegna, erano conosciuti più col soprannome (che per qualche peculiarità veniva loro attribuito) che col nome di battesimo.
Non possedevano neanche il loro nome, figurarsi beni materiali ritenuti un lusso, come la carne di pecora o di manzo!
Questa era privilegio dei ricchi, che se ne riempivano la tavola e la bocca pulendosi, alla fine dei succulenti pasti, le labbra ancora rosse del sangue degli arrosti.
In quei tempi grami, tra guerre e carestie, i poveri si ammalavano per mancanza di cibo, e le malattie che attaccavano organismi deboli erano principalmente la Tubercolosi e l’Anemia.
Gli anemici ed i tisici, come gli affamati, erano pallidi, smunti ed avevano le labbra bianche. “Sos laribiancos” (I bianchi di labbra) appunto.

Continua a leggere qui: [Faulaberu]

______________________________

Testi Poetici

Da: Frantziscu Màsala, Poesias in duas limbas. Poesie bilingui, Nuoro, Edizioni Il Maestrale, “Tascabili. Poesia”, 2006.

Lìttera de sa muzere de s’emigradu

Est bénnidu s’istiu.
Dae ispigas de néula, in su cunzadu,
est fioridu trigu de chigina:
as semenadu in mare.
Su ruinzu e su solopu
an mandigadu pane ‘e fizu tou:
as semenadu in mare.
[…]

Lettera della moglie dell’emigrato

E’ venuta l’estate.
Dalle spighe di nebbia, nel tuo campo,
è nato grano di cenere:
hai seminato in mare.
La ruggine e scirocco
hanno mangiato il pane di tuo figlio:
hai seminato in mare.
In malora hai appeso
la falce sulla porta:
hai seminato in mare.
Ohi, povera l’aia
che teme la formica:
hai seminato in mare.
Il vento s’è levato ma per terra
cade soltanto paglia:
hai seminato in mare.
Caro, o caro,
quando ritorni, se ritornerai,
non chiedermi dov’è l’anello d’oro:
è diventato pane per tuo figlio.
Caro, o caro cuore mio,
ti scrivo nel vento:
ricordati di me.
Ohi, quanti figli
volevi mi nascessero dal seno:
ma tutti sono morti
da quando sei partito,
sul letto di granoturco c’è rimasto,
dalla tua parte, un solco senza seme.
Caro, o caro,
non so perché ti parlo,
i miei pensieri nascono come erba,
altri come le nuvole,
altri come le spine.
Dentro di te avevo fatto il nido,
dentro di me avevi fatto il nido.
So che non sei più nulla
ed ancora respiro.
Il cuore è giallo
come una vigna dopo la vendemmia.

*

Cantone de sas ispigadoras

Su sole, a manzanile, si nde pesat
dae ucca de sas crabas
chi an dentes de oro
e, a sero, si che corcat
intro una losa de abba:

[…]

Ballata delle spigolatrici

Il sole, all’alba, si leva
dalla bocca delle capre
che hanno i denti d’oro
e, a sera, muore
dentro una bara d’acqua:
ma, a mezzogiorno, è qui, in fiamme,
fermo, sopra le teste,
spacca la nostra terra,
spacca le nostre labbra,
i nostri pensieri,
spalanca le mascelle
alla divoratrice,
la cavalletta, trebbia del demonio.
I diavoli cornuti son venuti,
a cavallo di una nuvola,
per coprire i campi di dolore,
la trebbia del demonio
divora le spighe,
i contadini, pieni d’angoscia,
hanno il cuore come un porchetto nel sacco,
e le falci cadono dalle loro mani.
Gli usignoli sugli alberi
gracchiano come corvi.
Ma il nostro pane è qui
e qui spigoliamo.
Il vento si è levato, vuol dire
che è morto qualche ricco:
non avrà requiem se non avrà sparso
all’aria tutti i suoi soldi.
Il vento si è levato ma, sull’aia,
cade soltanto paglia.

*

Pregadoria de sos messadores

Custa est sa terra nostra,
ue su entu solopu,
che una falche de fogu,
mèssada sas ispigas ruinzadas.
Làgrimana sos sulcos
sutta sos pedes nudos
de sos fizos ch’ispigan,
rumasos che runzinos,
peleados che burricos:
chie no messat, ispigat.
[…]

Preghiera dei mietitori

Questa è la nostra terra,
dove il vento del sud,
come una falce di fuoco,
miete le spighe arrugginite.
Piangono i solchi
sotto i piedi scalzi
dei nostri figli che spigolano,
magri come ronzini,
rassegnati come asini:
chi non può mietere, spigola.
Ma il nostro pane è qui,
qui sono le nostre case
di fango e di letame,
focolari di cenere,
dove le nostre donne
cuociono il nostro sudore
chinando il ventre
gravido di fiori
secchi per il cimitero.
Dio, è inutile la nostra preghiera,
eppure t’invochiamo: vieni, è notte,
vieni con le tue mani di luce,
guarda i nostri figli,
falli cantare e ridere
con canti di uccelli
e voci di fontane
e giuochi lieti,
contenti di essere vivi.

*

Innu nou contra sos feudatàrios
(a sa manera de Frantziscu Innàssiu Mannu)

Trabagliade, trabagliade,
poveros de sa biddas,
pro mantènnere in tzittade
tantos caddos de istalla:
issos regollin su ranu,
a bois lassan sa palla.
[…]

Nuovo inno contro i feudatari
(alla maniera di Francesco Ignazio Mannu)

Lavorate, lavorate,
poveri dei villaggi,
per mantenere in città
tanti cavali da stalla:
loro raccolgono il grano,
a voi lasciano la paglia.

Lavorate, lavorate,
petrolchimici operai,
faticate per il pane:
con il Piano di Rinascita,
i soldi vanno a Milano
e a voi lasciano il catrame.

Lavorate, lavorate,
nelle chiese del petrolio
di Sarrok e Portotorres:
la catena di lavoro
con la pancia mezzo piena
è lavoro da catena.

Lavorate, lavorate,
minatori di Carbonia,
dentro i pozzi acquitrinosi:
poi vi spetta la pensione
con un po’ di silicosi
ed un poco di cordone.

Lavorate, lavorate,
ohi pastori di Orgosolo,
dietro i greggi delle pecore:
non andate allo sbaraglio,
attenti all’artiglieria
che fa i tiri sul bersaglio.

Lavorate, lavorate,
emigrati, vagabondi,
nelle fabbriche di guerra
dei signori della terra:
i dannati della terra
con la fame fanno guerra.

Lavorate, lavorate,
con la penna, oh letterati,
scrivete su fogli fatti
di catrame e di petrolio:
il salario è pari pari
a Giuda: trenta denari.

*

Cantone de s’ómine in su fossu

Ehi, bona zente, leade unu che a mie,
mesu ómine e mesu arveghe,
pasturighende in losas de nuraghes,
e faghìdeli custa brulla:
ponìdeli subra sa conca
una raffineria de petróliu
de unu matimannu milanesu.
[…]

Ballata dell’uomo nel fosso

Ehi, gente, prendete uno come me,
mezzo uomo e mezzo pecora,
al pascolo fra tombe di nuraghi,
e fategli questo scherzo:
mettetegli sopra la testa
una raffineria di petrolio
di un milanese pancia-piena.

Ehi, gente, prendete uno come me,
un uomo-bue che mugghia
fra le tanche di cisto e di lentischio,
e fategli questo scherzo:
mettetegli un cacciavite in mano,
a fare il sagrestano
nelle chiede del Dio Petrolio.

Ehi, gente, prendete uno come me,
un capraro con faccia da caprone
e fategli questo scherzo:
mettetegli un frac da cameriere
in un bar della Costa Smeralda,
dove si scaldano il culo
i proprietari musulmani.

Ehi, gente, prendete uno come me,
pescatore di muggini,
in zattere di giunco,
e fategli questo scherzo:
mettetegli al centro dello stagno
una fabbrica di nebbia,
carica di mercurio e di catrame.

Ehi, gente, prendete uno come me,
scortichino di sughere,
con le scuri di fuoco,
e fategli questo scherzo:
mettetelo in mezzo a mille missili,
fra le pietre di fuoco
di una base di tiro americana.

Ehi, gente, cosa credete che faccia,
allora, uno come me?
Ci cade dentro al fosso!
Ci cade dentro al fosso!!
Ci cade dentro al fosso!!!
E andate tutti in malora.

*

Subra sa losa de Salvador Allende

Mi ana mortu sos gorillas de Santiago,
mi ana mortu sas municas de Valparaiso,
mi ana mortu sas segnoras de Viñadelmar,
mi ana mortu sos proprietàrios de Antofagasta.
[…]

Sopra la tomba di Salvador Allende

Mi hanno ucciso los gorillas di Santiago,
mi hanno ucciso las momias di Valparaiso,
mi hanno ucciso las señoras di Viñadelmar,
mi hanno ucciso los terratenientes di Antofagasta.

In nome della Patria e di dio, mi ha ucciso
Un generale in monocolo, lucido-stivale,
un generale cacafusi, decorato di medaglia
di merda, in nome di dio e della Patria.

Ora sono qui, sottoterra, con la faccia divorata
dalle pallottole di un generale cacafusi,
sopra il cuore sta un paio di lucidi stivali,
dentro il teschio bruca un verme di generale.

Accanto a me è sepolta una vecchia pobladora,
zia Francesca Ferrale, sarda e cilena, morta
di fame: gente, non pregate per noi,
sarebbe l’ultima vostra stupida vergogna.

Ahi, mio Cile, pezza-da-piedi del Signor Generale!

*

Contos de antigóriu

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I. Sos mamutones

Sa terra nostra est custa disiperada nurra
de montes e nuraghes, fattos de pedra fùmiga,
nàschidos che fiores de lava e de trumentu.
[…]

Rapsodia di antiche età

I. Le maschere nere

La nostra terra è questo disperato mucchio
di monti di basalto e di nuraghi neri,
fioriti come fiori di lava e di tormento.
Nelle tanche di ferula, i cani della morte,
neri come la notte, abbaiano dagli occhi
della luna. Rimbombano i tamburi. Nitriscono
i cavalli selvaggi. Le tombe dei giganti
hanno fame di teschi. Questa è la nostra legge:
quando i figli son grandi, i padri moriranno
con la maschera nera e con l’euforbia in bocca,
il riso rosso, il riso del rosso melagrano.
Giovani insocatores lanciano i loro lacci
ai vecchi mamutones. Dall’altare di pietra
le nostre teste rotolano col riso sulle labbra.

*

III. Attìtidu

Nd’est falada sa turre! Nd’est falada sa domo!
Su balente ch’est mortu! Su zigante ch’est mortu!
Postu a manos in rughe in sa losa de fresi!
[…]

III. Ninna-nanna funebre

E’ caduta la torre! E’ caduta la casa!
Il valente è morto! Il gigante è morto!
Con le mani in croce nella bara d’orbace.

Tu non piangere più, nera madre di lutto,
hai il viso consunto come bianca candela,
i tuoi occhi due fori pieni di luce nera.

E’ caduta la torre! E’ caduta la casa!
Mio rosso melograno, mio melograno rosso,
hanno dato il tuo cuore ai cani dei pastori.

Mamma, lascia piangere la stella della sera,
ho solo freddo e sonno, non ho dolore, mamma,
ricoprimi di terra, cantami la ninna-nanna.

*

Una storia d’amore

I.

Dal vento puoi fiorire se nell’aria,
tra alberi d’argento insieme a foglie
silenziose e a notte nero-azzurra,
d’improvviso ti sveli con un passo
che batte come un’ala. E già nell’aria
non resta a poco a poco altra memoria
di luce che le tue mani di luna,
dove segrete migrano le colombe.
Ai tuoi passi mi piego come l’erba
e sei così lontana
ché l’ombra ti riaccoglie e misteriosa
ridiventi rugiada, fiore, notte:
fra le foglie degli alberi mi fingo
la scomparsa dolcezza del tuo volto.
Ma tu ritorni e, ancora,
sei veste bianca al vento
della sera, conchiglia
di voce sconosciuta,
rondine solitaria
in un silenzioso regno d’aria,
dove tu sola esisti,
chiaro ma inenarrabile mistero.

[…]

II.

Come l’acqua tu sei preziosa e casta,
come l’acqua tu sei umile e docile,
e prendi forma in me dove ti versi.
Dentro di me, in una rossa culla,
esile ti addormenti:
lieviti nel tuo sonno, come il pane
e cresci nel tuo sonno, come l’erba.
Ma, d’improvviso, amata,
il corpo tuo si sveglia, caldo vento
di desiderio: inconsumato istante,
tremante, indelibata eucarestia.

***

_____________________________

Francesco Masala (Nughedu San Nicolò, 17 settembre 1916 – Cagliari, 23 gennaio 2007) è stato un poeta, scrittore e saggista italiano.
Frequentò il Ginnasio ad Ozieri, il Liceo Classico a Sassari e completò il suo corso di studi laureandosi in lettere all’Università La Sapienza di Roma, con la tesi su “Il Teatro di Luigi Pirandello” con Natalino Sapegno come relatore. Scrittore bilingue, in sardo e italiano, ha pubblicato libri di poesia, di narrativa, di teatro, di saggistica e critica letteraria. Come poeta nel 1951 vinse il Premio Grazia Deledda, nel 1956 il Premio Chianciano per la raccolta di poesie “Pane nero“. Nel 1962 pubblicò “Quelli dalle labbra bianche” per l’editore Giangiacomo Feltrinelli, nel 1981 Poesias in duas limbas per Vanni Scheiwiller. La sua opera più conosciuta è Quelli dalle labbra bianche o Sos Laribiancos (I Dimenticati) da cui nel 1999 è stato realizzato un film, sceneggiato e diretto da Piero Livi. Fu presidente della commissione del Premio letterario in lingua sarda “Città di Ozieri” e, nel 1978, del “Comitadu pro sa limba”, che fu promotore della “Proposta di legge di iniziativa popolare per il bilinguismo perfetto in Sardegna” da cui scaturì la Legge della Regione Autonoma della Sardegna n. 26 del 15 ottobre 1997.

Qui una bellissima videointervista del 2003.

_____________________________

***

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35 pensieri riguardo “Su pane nieddu – Omaggio a Francesco Masala”

  1. Un grande che meriterebbe maggiori riconoscimenti! Spero prima o poi in una ristampa delle sue opere, non pretendo un Meridiano ma almeno un’ampia antologia presso un grande editore.
    Grazie Francesco!

    Un caro saluto

  2. Grazie Luca per il tuo apprezzamento e le parole gentili,
    anche da parte de TIU CICITU.
    E riconoscenza affettuosa, per Francesco, che lo ha ospitato
    e gli ha reso omaggio.
    Sono certa che Francesco Masala avrebbe ricambiato l’abbraccio
    con la sua ruvida e tenera affettuosità. Marlene

  3. Se non avessi incontrato in rete Marlene, forse non avrei mai saputo nulla di Francesco Màsala. Sono lieta di aver letto questo libro, da lei gentilmente inviatomi, e di averlo assaporato fin nelle più remote virgole.
    Un poeta che mi sarebbe piaciuto conoscere per potergli stringere la mano per il suo impegno e per aver saputo dare voce a chi non ce l’aveva.
    Bello il ricordo della nipote, bello e appassionato. non poteva essere diversamente.

    Ma io, questa sera, desideo lasciare su questa pagina, una poesia tratta da Una storia d’amore, II

    Come l’acqua tu sei preziosa e casta,
    come l’acqua tu sei umile e docile,
    e prendi forma in me dove ti versi.
    Dentro di me, in una rossa culla,
    esile ti addormenti:
    lieviti nel tuo sonno, come il pane
    e cresci nel tuo sonno, come l’erba.
    Ma, d’improvviso, amata,
    il corpo tuo si sveglia, caldo vento
    di desiderio: inconsumato istante,
    tremante, indelibata eucarestia.

    Francesco Màsala

    Grazie infinite a Marlene e Francesco con abbraccio
    jolanda

  4. Una poesia che fa solco e seme fin dai primi versi che si leggono in presentazione.
    Come aprire una porta e essere investiti dalla luminosità delle cose.
    Un poeta è un grande poeta quando non c’è alcuno sforzo per capire: le parole ti prendono e ti conducono in leggerezza e altitudine.
    Poesia che è canto incontro denuncia visione.
    La incontro qui per la prima volta e ringrazio vivamente.

    ciao Francesco e a tutti.

  5. Grazie a tutti, e un bentornato a Fabrizio e Iole.

    In merito alla “speranza” di Luca, credo resterà vana e disattesa, come al solito: questo è il paese dove si antologizzano gli amici e i famigli e si canonizzano poetucoli che hanno prodotto una plaquette di dieci testi ad uso e consumo delle friggitorie. Quindi…

    Un grazie particolare a Marlene per il suo splendido testo.

    fm

  6. Jolanda..il cavallo di razza della Poesia,mela cotogna della Calabria
    aspra e dolce insieme. Grazie:-)
    Natalìa – :-)) di essere qui.
    Fabrizio:-) Me indegna..grascias a tie.
    iole:-)felice del canto- incontro e canto insieme.
    gugl- la parola potica è la magia che si rinnova; se vi alitiamo sopra..
    come un fuoco si riaccende.
    francesco: emozionata di essere nella tua ospitale Dimora e ancora
    in mano una candela con una luce..piccola…
    ma ancora accesa.
    Grazie, a tutti. Marlene

  7. Francesco Masala in casa di Marotta, accomodato su uno “scannetto”. Un braciere e buccia secca d’arancia ad arrostire odore. Schiettezza di poeta, ricordato in amore da una nipote lingua lunga senza peli, quanto lui. Masala battagliero e senza misericordie, se non quelle meritate dalla gente anemica per fame.
    Ringrazio, anche per avermi mostrato i suoi occhi.
    Chiedo scusa per l’intrusione in questa casa, ma, lo giuro, ho battuto tre colpi sulla porta prima di entrare. Ho sentito, nitido, un, Avanti.
    Savina Dolores Massa

  8. *Dosa, tue m’asa a fagher
    morrere dae su risu
    e de.. amore!

    -Traduz.per Italioti-
    Savina Dolores (acronimo Dosa)
    tu mi farai morire dalle risate
    e d’amore.
    Grazie! Marlene
    P.S.
    Questa scrittrice e potessa io l’ho amata
    nelle mie *UNDICI* (come il titolo del suo meraviglioso Romanzo)
    VITE.

  9. Màsala è stata ed è una di quelle voci, arcaiche e allo stesso tempo classiche, di cui non puoi far altro che nutrirti, e imparare; imparare la poesia e il senso di una cocciuta fedeltà umana anche dove e quando l’umano, nei suoi versi, è martoriato, calpestato. In ciò, la sua poesia, che nasce da una terra antica e isolata, continua l’afflato amoroso dei provenzali; è parola di cenere deposta in un altare baciato dalla luce. Qui sono al cospetto di un Maestro, uno per cui la emme maiuscola non è un azzardo, ma solo la dovuta corona.
    Fabio Franzin

  10. Piango lacrime – asciutte.
    E rido, di miele-amaro.
    Un’antitesi,perchè il riso sardonico è un’ altra antitesi, una cifra
    etnica-etica che essa esprime, non solo a livello di limba sarda ma anche a livello di lingua italiana colta.
    Gli esempi massimi sono, sul piano letterario, quelli di Emilio Lussu e di Antonio Gramsci. Stoici dinanzi alla sofferenza e all’ ingiustizia.
    Il primo l’ Armungiano, antifascista esule a Davos, malato di tubercolosi.
    Il secondo,di Ales, gobbo e moribondo, dentro la cella oscura del pentenziario di Turi:alleva una pianta di rose e scrive, in punta di penna, gli ironico-dolenti racconti ai figlioletti lontani, nelle sue straordinarie LETTERE DAL CARCERE. Grazie, Fabio! Marlene

  11. Bravi! Bravissimi! vi ringrazio particolarmente per questo omaggio. Un poeta di una forza, di una bellezza. Speriamo davvero che qualcuno possa fare in modo che questa bellissima voce non finisca nel dimenticatoio.

  12. Poesie che arrivano da lontano. Attraversando i greti aridi o diluviati dei tempi. Senza posa attraversando le mura, fuori e dentro di noi. Se sempre la parola è rivolta verso un tu, non è mai possibile sapere – in partenza – quale volto, quale precisa e concreta fisionomia questo tu incarni. Affidato alle onde dei giorni, del tempo, vicina o risplendente in una lontananza ignota la riva – la sabbia bianca su cui il messaggio si arena – rimane, per chi scrive, un approdo sognato ma, sempre, imprevedibile.
    Chi cerca, come Masala, attrae come un richiamo lanciato nell’invisibile, magneticamente, verso di sé ciò che lo può aiutare, guidare, e che può presentarsi allora sotto forma di persona, di segni o suoni. Dii parole antichissime. Possiamo allora scoprire che il tesoro che cercavamo lontano – come nella nota favola sufi – era sepolto sotto la nostra casa. Oppure che, convinti di stringerlo tra le dita, quell’oro non era che un sogno. Il sogno di un oro di luce impensata. Lontana, e vicinissima al tempo stesso, verso cui dobbiamo ancora incamminarci.
    In attesa di noi. Del nostro primo passo.
    Grazie, Marlene.

  13. ..gli esploratori si dedicano sempre e solo ad un territorio non perchè per loro vale di più, ma perchè solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi Esploratori, capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un..territorio sono rari, davvero rari.
    E’ un peccato: se diventassero più numerosi sarebbero un altro segnale di speranza. Perchè il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo
    d’ impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero.
    La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.
    Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommamente esplorato.
    *Ringrazio di cuore ABELE, FABIO, MANUEL,IVAN *.
    Grandi voci che si levano in un canto Corale che attraversa gli SPAZI.
    Marlene

  14. Nei versi di Francesco Masala trovo la capacità di abbinare il sogno alla concretezza della terra. Non in modo astratto e posticcio ma tramite una volontà sincera di plasmare l’umanità nella sua natura autentica, grano che diventa pane. Come hanno rilevato molte voci prima di me è un autore di rilievo che merita la lettura e il coinvolgimento da parte di chi sa vedere e cercare ciò che di autentico (ribadisco volutamente questo aspetto) si può ancora trovare nella letteratura e nella vita. Perchè anche le parole possono essere lotta e tenacia, e contrasto all’assurdo impalpabile e velenoso che oggi dilaga. Un grazie a Marlene per il suo impegno nel dare voce viva e memoria a Francesco Masala, e grazie a Francesco per la capacità di selezionare con cura e attenzione i testi ospiti della sua Dimora. Un caro saluto, Ivano Mugnaini

  15. Grazie a tutti. Sono felice di aver contribuito, grazie anche a Marlene, a far conoscere questo straordinario autore.

    Io l’ho incontrato (purtroppo non di persona) più di vent’anni fa, quando per cinquecento lire portai via da una bancarella l’edizione Feltrinelli di “Los laribiancos”.

    fm

  16. L’IDEA DI utilità E’ UNA SORDIDA SIRENA CHE CI ATTRAE PER INFRANGERE LA NOSTRA FRAGILE NAVE SUGLI SCOGLI DEL QUOTIDIANO.
    INVECE NOI DOBBIAMO TENERE SALDO IL TIMONE-
    IN DIREZIONE dell’ ALTO MARE APERTO-
    LONTANO DALLA COSTA.
    Il NOI, era per tutti voi, Poeti e Scrittori di profondità e spessore,
    che avete visitato La DIMORA di FRANCESCO MAROTTA,
    instancabile artigiano ed esploratore, a cui esprimo tutta
    la mia affettuosa gratitudine, per l’ onore reso
    a Francesco Masala:*duos Balentes, Franziscu e Cicitu
    in bona Cumpagnia!*
    [due grandi Uomini, Francesco e Cicito, in buona Compagnia !].
    Marlene

  17. Per non dimenticare Francesco Masala…In questo bel racconto poetico Marlene si conferma degna erede intellettuale del suo antenato zio Cicito…grazie, complimenti

  18. Un grande poeta e scrittore, vittima di numerose imitazioni ai giorni nostri, non sempre ben riuscite, che ci fa riflettere e commuovere.
    Da sardo dico: GRAZIE

  19. Le imitazioni, anche le migliori, non sono mai ben riuscite, Bruno.
    E, soprattutto, sono il pane quotidiano dei mediocri, in ogni campo.

    Un saluto a te e alla Sardegna.

    fm

  20. E’ bellissimo vedere come, a distanza di due anni, questo post è ancora letto da tantissime persone.

    Un ulteriore, dovuto omaggio alla memoria del grande “zio” Cicito Masala.

    fm

  21. Francesco, dolce e prezioso AMICO dell’anima volatile ^ ^ ^ Questo tempo relativo ci tiene crudelmente distanti perchè è veloce, azzanna le caviglie di una puledra selvaggia quale io sono.Vorrei parlarti, leggerti, ascoltare anche i tuoi silenzi..Ed allora quando l’aria è serena e cessano le perturbazioni riprendo le tue poesie in mano, le fisso negli occhi e le sigillo nel mio cuore.Spero a presto e ti ringrazio per il tuo discreto Esserci, INFINITA-MENTE.marlene

  22. Un caro saluto a Marlene, e felicitazioni a lei e a Francesco Marotta per questo post che pone nuova e nitida attenzione su un poeta come Francesco Masala i cui versi sono in quest’epoca più che mai attuali, anzi, necessari . IM

  23. ti ringrazio tanto Ivano,anche perchè mi rendo conto ancor più, attraverso il vostro apprezzamento, che la poesia e i Saggi di zio Cicito sono tragicamente attuali.
    Tuttavia incoraggiano alla lotta contro i soprusi e le disuguaglianze, ancorchè deprimere! Un caro saluto a te.
    marlene

  24. Io sono un frequentatore “novizio” della Dimora…
    quindi ringrazio Francesco per aver, con il suo commento,
    fatto riemergere questo pezzo sul grande Masala, zio Cicito,
    un grande poeta della mia terra.
    Un saluto anche alla nipote.

    Grazie

    mm

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