La scintilla inestinguibile – Ilaria Seclì nella lettura di Luigi Metropoli

[LUIGI METROPOLI]

9788878484931gLa scintilla inestinguibile: Del pesce e dell’acquario di Ilaria Seclì

«Il fine ultimo della poesia è il paradiso», scriveva Zanzotto a proposito di Montale. Eppure non è a caso che Eden possa dare in prestito il proprio nome a una località di devastazioni psico-fisiche, come accade nell’ultimo film di Von Trier, Antichrist. Il paradiso non è mai solo una meta, ma comincia già col percorso accidentato che vi ci porta: ha più familiarità con una condizione liminale, una soglia in cui dannazione e benedizione si danno convegno. Il paradiso non è privo di peso: il corpo ne fa parte quanto la levità e la trasfigurazione. Il percorso fa penare anche le membra, non solo l’anima. Equivale a dire che non esiste una separazione netta tra i tre ipotetici regni oltremondani: la regione è pressappoco la stessa e il punto di partenza – e forse anche quello di arrivo – è sempre e comunque questa terra. Si può concludere che la purezza ha commercio con la perdizione, rielaborando le parole di Amleto rivolte a Ofelia: non lasciare che la tua onestà (o autenticità, genuinità potremmo dire) abbia rapporto con la tua bellezza. Nei nostri tempi, ugualmente “out of joint” (“fuor di sesto”), come quelli del principe di Danimarca, è la purezza a essersi smarrita e non per commercio con la corruttibilità del bello, ma per un mancamento della sua stessa quidditas. La purezza non si fonda più su una generica rinuncia di stampo cristiano, ma sulle macerie di una ormai inconsistente spontaneità. La purezza non ha più nulla di trascendente, nell’accezione canonica, ma corrisponde all’ingoiare le nefandezze del nostro tempo.

***

Ilaria Seclì tutto questo lo sa bene e la sua scrittura ne risente. Si parte da qui: cercare di ricostruire «la purezza» (dell’espressione, è ovvio, ma con risvolti che non possono non incidere sull’utopico tentativo di creare un’umanità ex novo). La poetessa salentina, come una novella Pizia, è alla ricerca dell’espressione che tenti un raccordo tra terra e cielo; punta uno sguardo primigenio sul mondo, quasi nominandolo per la prima volta. Tuttavia non c’è separazione tra sfere terrene e ultraumane, o se c’è è solo di partenza e anzi si cerca di restituire le cose (ma anche i sentimenti, le emozioni, le relazioni) «all’uso e alla proprietà degli uomini», per dirla con Agamben. In altre parole non è una tensione metafisica il tratto distintivo di questa poesia, piuttosto un motivo mitico e tellurico, per i suoi tratti fondativi. In qualche modo questa poesia della Seclì è un estremo tentativo di profanazione, un mezzo per scompaginare la banalità e prevedibilità del dettato, della lingua e quindi di tutto quel girare a vuoto (intorno a un profitto, a un utile) che è la nostra società. La Seclì ha fede unicamente in una parola non asservita a nessun fine, prepotentemente estorta alla sterilizzazione del contemporaneo, una parola antiutilitaristica (come solo la poesia non domenicale sa donare) che vuole risuonare come un tamburo e nello stesso tempo suggerire elevazione.

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Quando si parla di poesia femminile si rischia sempre di prendere il corpo della donna a emblema e totem della sua ispirazione, rischiando l’autoreferenzialità e abbandonando tutte le implicazioni che quel corpo produce in relazione alla realtà fuori. Ci si dimentica del ruolo sociale e ormai politico che esso ricopre in questi ultimi anni: il corpo come luogo di appropriazione da parte del potere e quindi di espropriazione del soggetto. Certo, noterete che nelle poesie della Seclì si respira un’aria perfino intimista e una visceralità che si avverte meno nella lirica al maschile: è vero e non potrebbe essere altrimenti. Ma non basta fermarsi a ciò per trovarne la sostanza vera: il corpo è sì il metronomo di questa lirica, ma la poetessa ha un ottimo controllo del ritmo, del tutto naturale, per abbandonarsi unicamente al batticuore.
La stratificazione, la communio del dettato denotano un dialogo costante e segreto con le fonti, quasi un’introiezione che ne rivela solo a tratti i nessi, dando perciò forza a una voce che si rivela matura e riconoscibile: i riferimenti a certi autori sono sapientemente occultati (i più avveduti sapranno leggere in sottofondo la Cvetaeva, la Pizarnik – quest’ultima anche per il grado di surrealtà che la pone in dialogo continuo con lo stile della poetessa salentina –, oltre che un cospicuo numero di poetesse del Novecento) e c’è spazio perfino per Leopardi e Pascoli, quasi del tutto decontestualizzati e integrati nei versi come materiale da costruzione.
Anche l’architettura della frase rientra in una strategia di dissimulazione del segno, incentrandosi su una sorta di discorso interrotto, quasi un non-finito che richiede la partecipazione di chi legge: le schermaglie tra le volute ampie, ariose, e il discorso franto, perennemente sospeso e aperto, fanno in modo che sia il lettore stesso a dover indovinare e continuare il tracciato, ricostruendo uno dei possibili percorsi di senso, in un cammino a ritroso. Nondimeno, non sfugga la drammaticità di questa scrittura che insegue perennemente la grazia, proprio partendo dalla consapevolezza di una minorità della lingua d’uso e dalla necessità di riattivarne nuovi codici di accesso: così la quantità di secondarie senza principale, di periodi spezzati rimandano a una verifica della tenuta della lingua, della sua capacità di esprimere la sospensione dell’esistenza, la sua parte mancante, il tentativo di riconnettere ciò che nel tempo è stato separato.
L’io si trasfigura, cambia volto, si incarna, si dissolve, si ricompone, entra ed esce dai ruoli. La chiave di questa lirica è appunto quest’espropriazione che il soggetto poetante lamenta, «la sostanza inesistente» (p. 13) di cui tutti siamo fatti: l’impossibilità oggi (e perciò l’esortazione, l’utopia) a essere totali e non separati, vite e non maschere.
E questo libro è tutta una sparizione, un nascondimento: delle cose dietro la lingua (che può e non può) e della bellezza dietro il cascame del mondo. Un nascondimento finanche del corpo. Tutto all’insegna di un equilibrio precario. Del resto si tratta pur sempre di una scrittura fondata sull’acqua, per suo stesso statuto metamorfica. Non si appartiene, non ci si tiene, non ci si è.

***

Quanto più il dettato tende ad alzarsi, a trasfigurarsi, a cercare quel paradiso, tanto più la Seclì si trova a confrontarsi col purgatorio dei nostri giorni; più si vagheggia il «mistero lungo», il «mai visto», più sulla pagina si accampano soffitte belle epoque, foto smunte, attrezzi… Non a caso il manifesto del libro (o quanto meno della prima sezione che reca lo stesso titolo della silloge), Bilancia d’acqua, espone con mirabile grazia la precarietà che dal vissuto personale si innesta su di un piano quasi cosmico e lo fa attraverso un’immagine di vita immaginata o ricordata, la cui evidenza è perfino tangibile: la ragazza ormai adulta che si lava in un precario equilibrio rievoca se stessa bambina, quando la madre la teneva «raccolta e appesa/ nella bacinella», in un equilibrio inevitabilmente «senza stare» (p. 16).
La realtà è costantemente ribaltata nella fiaba con venature nordiche, tra boschi svevi e pitture fiamminghe: la sezione Dal bosco è infatti la più perturbante, un’avventura da Alice nel paese non già delle meraviglie, ma delle sottrazioni, delle ombre, dei «mondi stropicciati» (p. 26), un’Alice che segretamente dialoga con Demetra. È un mondo di elfi che attirano a sé e poi «squarteranno la donna/ di denari» (p. 26), piangendola però poi in coro, per amore. È di certo questa la sezione più onirica e oscura, da cui emergono comunque potenti quadri di lacerante concretezza, come quei «treni arrugginiti strappati/ all’andare coi finestrini rotti» mescolati a un «biglietto dal cuore della città» (p. 29) che dona sensi indecifrati. Sembrerebbe perfino un piccolo canzoniere questa sezione, se non fosse per l’oscurità e la varietà della materia trattata.
Tre giorni postumi o dell’ogniddove è la più dura e disperata di tutta la raccolta, in preparazione dell’ultima e forse più compiuta sezione finale, L’opera maltradotta, che si pone come il nucleo di irradiazione del libro e un lavoro a sé stante. Qui il gusto del dettaglio (fiammingo) si avvicenda all’enumerazione barocca di alcune liriche (Carrozza barocca) e ancora alla compostezza quasi classica di altre (me ne vado nuda e fiera, i capelli all’acqua sanno, L’opera maltradotta). Levità e scavo ossessivo si danno insieme, come grazia e pena, bellezza e suo disfacimento. Trova spazio perfino un testo in prosa poetica di grande intensità, un inno all’amore più radicale (e perciò più puro) e al suo tormento, Bertrand e Julie.
L’opera maltradotta è forse la vita, l’amore che cerca rimedio nelle parole, forma/specchio nei versi, in modo scomposto, l’unico in fondo che è dato alla scrittura, ma perciò il più alto privilegio, la scommessa di sempre che, sebbene perduta (sappiamo benissimo che l’essere è più del dire, come scriveva Giovanni Giudici), rappresenta l’utopia incarnata, radicata nella poesia, il suo spunto più rivoluzionario, quel tentativo di distrarre l’orizzonte di senso per ricostruirne nuovi, di formulare mondi, vite, amori, in nome sempre di un eros, di un primo desiderio, di una scintilla inestinguibile.

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Testi

 

***

né linea più fedele all’orizzonte
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono
l’eterno movimento che conosce
tutti riavvolti i respiri degli animali
i muri d’oriente appiccicano nomi,
foto smunte, attrezzi, camicie del ‘900
sui muri gialli che il sole avrà. il ferro
alla terrazza, il geranio orfano d’aria
ceduto alla domanda scomposta del gatto
uno scalcio d’amnio innaturale
attutito da altri mondi in mezzo
dal silenzio pieno che verrà
tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchia sul marmo

 

bilancia d’acqua

passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,
magari con la sottana trattenuta ai fianchi
chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,
farne un fatto d’atmosfera, un’altalena sospesa
a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga
del mare, nell’acqua che sciaborda. già mia madre
mi teneva così, raccolta e appesa
nella bacinella trattenuta da due sedie
con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate
già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia
d’acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,
creatura di grazia, senza stare

 

***

franeremo, saremo tempo claudicante
le incerte, le casuali, goffe geografie
nessuna tregua al singhiozzo,
malaccomodati. sperano, spereremo
estasi per le accorciate estati
o ebbrezza, per favore, per la via
chiederemo questo a elemosina,
incoraggiati più da alcuno orgoglio
alcuno vanto. come i pellegrini
il pane purché sia pane,
anche sull’uscio arrugginito e secco

 

***

quei treni arrugginiti strappati
all’andare coi finestrini rotti
decapitati alla domanda al vento
e una sola manciata
di umanità roditoria e indaffarata
l’azzurro terso e un urlo
appiedato tra cielo e terra
realtà di creta spacciata al taglio
irregolare del vetro e dell’avanti
la forca e l’imbarco nero
un soggetto fin troppo straripante
ma il biglietto dal cuore della città
sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:
un elfo muove parole e le soffia
fino all’orlo di un senso vivo
in de ci fra to

 

Lamento per la morte di un elfo

nulla muove la pozzanghera
eppure è acqua l’acqua che la colma
e dipana sì, saltellando come può
il mistero del sole e della pioggia

basterà a farlo sbranare l’ipotesi alchemica
che tenga interi i tondi e gli spigoli cattivi
i bordi no, non sa che farsene
ma la sua bocca

magari vicino alla lampada blu e la stufa lì
una sorveglianza impacciata che richieda zelo
e la vergogna di non immaginare il senso
di tutti quei mondi     stropicciati

stropicciato all’avvenire coi pantaloni senza appiglio
scala piramidi e alghe profumate
come sa   come vuole   come gli consiglia
il vento

di che si nutrono questi animali. di che gli elfi
squarteranno una donna di denari e l’appenderanno poi
all’albero della cuccagna fino a piangerla in coro
per amore

se lo guardi e sai, scivolerai lenta al fiume
come una barchetta a largo del sonno
basta leggergli le mani e le gambe sottili
al pianoforte muto

l’olio all’acqua per la luce eterna
l’olio che galleggia e porge la palla al bambino
tutti quei bimbi spaventati e i matti e i giocolieri
e tutte le eredità dell’abbecedario,

nei suoi occhi. e una verità che canta al dondolo
di una mistica implorante
in un giardino d’acqua profumata e insalata
un giardino caldo. di primizie mortali

provaci poi a restare quando stapperà tutte insieme
dalla nave stellare le armi, le mille acrobazie del fuoco
e dell’acquario. o una pira di fieno incendierà
al nuovo giullare dei turchi.  senza nome

 

***

Il polso che afferrò la mano e somme superfici
al soldo dell’azzardo perfetto impronunciato
ostaggi del suo tabarro i senza corpo fiati
tondo l’artiglio, l’ortica, precisa la bestemmia

Tenuto il verbo tenuto il sonno astante
imbarazzato, troppa grazia per i giorni
di queste lune a chiazze e stanche
facevi lento senza scopo e briciole

E il suono e l’obbedienza intera a poco a poco
fatto sangue il sangue creduto fermo, tuono
abbia a ricordare l’unico prodigio, il solo

Di questo che ritorna soffio d’altra aria
altri nomi e venti, altre mani scoperchiate
le cifre irrisolte eterne che ci sono state date

 

***

verrà che non abitiamo più i nomi
non li saprete pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
la polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare

***

me ne vado nuda e fiera
mi porto l’umanità nella pancia
nelle braccia gotiche e snelle
sui marciapiedi, per i vicoli stretti
non so se mi difendo e strappo
o mi porgo soltanto    indifferente
al silenzio   al buio   al niente

 

***

il coperchio era giallo per il sale
e rosso per lo zucchero. di sera
prima che un treno   riportasse
non sapevo se valeva la quieta
consolazione o il morso gentile
e stretto di una morte senza
attracchi ma più prossima
a quello che immaginavo
o avevo letto        sulla vita

 

BERTRAND E JULIE

la morte s’inginocchiò che era cosa sconosciuta quel cadavere giovane di un amore che si puliva ancora le labbra delle sue libagioni infilate di sangue e alcool tra un Monet e un Picasso tra foto linguacciute e bilancini di precisione.
una croce si contorse e con gli occhi allucinati invitò alla rassegnazione o alla rivoluzione della carne. schiodarsi, in realtà, e soccorrere, non lei, l’assassino. consolarlo. schiodarsi chiedeva alla seconda inattesa Passione.
dagli orifizi dell’appartamento qualcosa filtrava. sottile e inesorabile, gonfio di peste e maledizione. di morte o liberazione. che colava polverosa come da abissi di galassie in fuga o come imperituro fuoco di eugenici esseri terragni.
era l’ Avvento. il suo proclama. a raccolta chiamava i destinati.
Julie, la morta, sorrideva al cuore sacro e puro di Bernard mentre il suo gocciolava come un acquerello distratto.
quando arrivarono lui salterellava con le labbra ipnotizzate sulla fronte, sul mento, sugli occhi di lei e sulla bocca, come in una danza a croce di calvario.
quando arrivarono, Bertrand immaginò di perderla. e svenne. poi rinvenne. e vomitò. quando arrivarono lo ammanettarono. lui piangeva e gridava SEGUIMI, Julie, SEGUIMI!
nuvole color muschio si affacciarono allungandosi timide dai vasi, dai cassetti, dalle valigie scomposte, dagli armadi aperti, dal buio vuoto di scarpe spaiate. e una nenia sacra veniva come odore indecifrabile e si gonfiava ed espandeva a tela o canto di penelope.
i polmoni rossi della Terra venuti a congelare il frutto acerbo di un’altra Storia.
un tentativo precoce e perfetto di resurrezione.

 

***

Gli anni i cieli appesi a un nome
ogni stanza, doga, misura delle cose
vischio alla pietra, annuso di bussola (la)
la sola direzione fuoco spento il resto
gli altri punti cardinali
Scricchiola e sibila ribelle
il banco vuoto della scuola
il nodo di un altrove senza errore
per la pelle e stracciata libertà
Saranno nervi tesi, tesa ai denti
questa stretta umanità mi annega

“Picciol cosa”, cosa intera e sana
cosa sanguinante e pura
balsamo, pietà, amorevole cura
figlio e non madre a modo d’altri
amore, il mio, incapace amore
Mi spingo come i nani da giardino
altre fosse, altre feritoie
ma siano sospese al vento, sfatte
nicchie per le ipotesi sottili della pioggia
che alcun peso ha mai concesso
fuor del suono luminoso sopra i vetri

 

***

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13 pensieri su “La scintilla inestinguibile – Ilaria Seclì nella lettura di Luigi Metropoli”

  1. Poesie magnifiche e lettura superba, che limpidamente indica la purezza dell’espressione e la ricchezza delle stratificazioni.

    Grazie della proposta, Francesco.

  2. Poesie magnifiche e superba lettura, che indica limpidamente purezza dell’espressione e stratificazioni culturali.

    Grazie della proposta, Francesco.

  3. Caro Francesco, che dirti… grazie! Ne approfitto per salutare te e Giorgio, nonché Franco Arminio, di cui ricordo la meravigliosa presentazione di Vento forte tra Lacedonia e Candela a Esterni, qui a Milano (mi ci recai proprio con Giorgio, in quella circostanza).
    La poesia di Ilaria ha raggiunto un alto grado di maturità e non avrebbe bisogno di note di letture per mostrare la sua lampante qualità.

  4. Ciao Luigi, concordo con te nel ritenere la poesia di Ilaria un “prodotto notevole”. Le tue note di lettura, comunque, non sono da meno. Come al solito.

    Un saluto a tutti.

    fm

  5. Questi versi di Ilaria sono un cielo capvolto che ti illumina dal basso.
    Grazie per la lettura. Ad Ilaria. E a Francesco Marotta, sensibilissimo ascoltatore.

    PVita

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