Esilio di voce (I)

Kiefer

[…] Ciò che è in gioco, infatti, è il linguaggio non dell’Essere, ma dell’intreccio processuale nel quale l’evento della nominazione non cessa di misurarsi con una realtà in sé inaccessibile e muta.

[…] Ora, in tale prospettiva, una “parola dell’origine” può essere perseguita come rimedio a ogni sopraffazione convenzionale e istituzionale, a patto che, invece di essere irrigidita nel feticcio del significante supremo e immobile, sia considerata come direzione di operatività volta a indagare e saggiare le realtà fantasmatiche di cui è intessuto ogni evento linguistico.

                                                                 (Aldo Tagliaferri)

Esilio di voce (2009, inedito)

 

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

 

*

 

                         ci accomuna la conta differita dei morti
                         la mano adusa a separare codici e correnti
                         dal gorgo dove si adunano le ore
                         indicibile chiusa
                         di apocrifi in sembianti di volti
                         di giorni in forme declinanti
                         di parole

 

*

 

come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

 

*

 

                         guarisci il dubbio trafitto
                         dall’ansia di essere riparo malattia
                         a cadenze autunnali guarda gli sterpi
                         che ti battono un’altra luce
                         sui fianchi e nell’ombra che sale
                         gioca il sogno di un confine
                         sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
                         ore ai tuoi segni al graffio che resta
                         dove togli parole
                         ai tuoi occhi

 

*

 

assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

 

*

 

                         è un abbaglio la morte la polvere
                         sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
                         d’aria e correnti
                         che l’arte della pietra modella
                         per l’oblio materno dell’alba

 

*

 

in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua

 

*

 

                         paesaggi che alle palpebre tendono ombre
                         e distanze a volte un passo che irrompe
                         nel viluppo a sfrondare la norma
                         la linea di bianco imposta
                         dall’ennesimo inverno eppure
                         si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
                         docili ogni senso al destino e svanire
                         al suono che la preda sbalza dal sonno
                         verso una morte in punta di rima

 

*

 

varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio

 

*

 

                         dove macerano tracce e l’abisso
                         è radice di ore lo scarto svelato                      
                         tra il crepuscolo e un’assenza
                         disattesa di voci dove scopri
                         sgraziato e distratto
                         tutto il credito di una piccola morte
                         l’orizzonte che regge la scia
                         di astri vanescenti e la tua mano
                         che ne traghetta il lutto
                         verso il largo

 

*

 

avanzi verso un mare inaccessibile
e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio
di sillabe l’onda franata sotto i passi
e quel tempo di amare che ha l’ombra
quando ne invochi il morso vivo
dove trovare riparo

 

*

 

                         febbri e vene a passo d’erosione
                         il farmaco in affondo da scomporre
                         in linee inquiete notte dopo notte
                         inaugurando verbi di declino
                         il lontano di un’offerta in forme d’acqua
                         la replica ardente che passa sugli occhi
                         e depone il franto
                         pulviscolo
                         di un nome alla deriva

 

*

 

così è la grazia delle immagini
rovesciate nel palmo venute via dall’ombra
che ora ricordi accampata da sempre
alla tua soglia ma
si trattava di attese esercizi
privi di simboli come adornare sbrinati
specchi col battito salino
di una pupilla naufragata

 

*

 

                         è un percorso che si rivela in squarci
                         e argini disparenti al primo soffio
                         un affluente da riconoscere dall’alto
                         dalle torri del giorno se
                         nel lontano vigila un dissestato
                         teatro di corpi e alla chiusa
                         le sillabe raccogli che la mano nasconde
                         prima di cedere sotto la sferza
                         di un lampo
                         alla cecità di dare ancora un nome

 

*

 

nudità di deserto e alla cintura
una sacca d’aria rarefatta per talismano
e balsamo tu la trascini
abbandonando respiri a folate alla luna
seguendo a palpebre sbarrate
nell’esilio di voce
la lampada elementare che risale
fino alla sommità delle labbra
la selva di due desideri intrecciati

 

*

 

                         alla curva del vento
                         slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
                         e labbra a distesa dall’altra parte
                         dell’acqua si pensa un paesaggio
                         grande quanto una mano lungo
                         fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
                         verde della sabbia si pensa la terra
                         divisa in pagine leggere e uno sguardo
                         luminoso di bambina
                         piantato tra le zolle come una spina
                         come una sillaba
                         come un’attesa

 

*

 

dal largo
sopraggiunta da un chiarore incurabile
svapora memorie come umori d’erba
accesa dai roghi dell’inverno
nuota verso la parete la mano
legge l’aspro sapore di fumo
di una foto ingiallita quell’unico dolore
di avere ancora suoni
per l’orecchio murato dei morti

 

*

 

______________________________
Tratto da Filosofi per Caso del 13 settembre 2009.
______________________________
Immagine: Anselm Kiefer, Sternenfall (Falling Stars), 1995
______________________________

 

***

19 pensieri su “Esilio di voce (I)”

  1. Sono con Natàlia.
    Ripeterei parole già scritte altrove, ma voglio lasciare un piccolo segno.
    Tutta la mia ammirazione e il mio affetto, senza false smancerie.

    Francesco t.

  2. Come dice Francesco “voglio lasciare un piccolo segno” , qualche parola di stima e affetto per un amico.

    ” così è la grazia delle immagini”

    e il nostro grazie è poca cosa.

  3. Vi ringrazio.

    Questo post è un caso, l’avevo dimenticato nel timer all’atto della sua pubblicazione su “Filosofi per caso” del settembre scorso, e la mia assenza negli ultimi due giorni ha fatto il resto.

    fm

  4. Altrove mi sono espressa, ma qui, all’interno della tua dimora, rinnovo la mia gioia di una lettura incredibile e grande, come te, francesco.
    con abbraccio
    jolanda

  5. …alla cecità di dare ancora un nome.
    In questo ed altri versi che si ricordano trovo Francesco, la sua ricerca dolente e inesausta. Così come nel ricorrere di parole chiave, spesso legate allo sguardo o alle periferie dell’essere in esilio, in una sorta di terra di nessuno, ma sempre con un’urgenza di ricerca

    ciao
    liliana

  6. “chiarore incurabile”, “orecchio murato dei morti”, “arte della pietra”, “chiarore di pronomi”. Parole dolenti, sibilline, inesauste. Poesia petrosa e tragica che fluisce per onde liriche. Qualcosa di prezioso, che si legge molto, molto di rado. Grazie a te.
    Marco

  7. varcare la soglia di una domanda
    rasente all’ombra che a fatica
    recupera i suoi codici eccede gli argini
    imponendosi torsioni di lingua
    per esempio la trama discorde
    che dai margini offre un sentiero
    al silenzio

    Riporto questi versi ma in ogni rigo vedo te, Francesco, e la tua poesia che mi restituisce ogni volta un grande conforto.
    Insieme alla stima che conosci già, e che qui ti ronnovo.

    Con un abbraccio,
    Alessandra*

  8. si pensa la terra
    divisa in pagine leggere e uno sguardo
    luminoso di bambina
    piantato tra le zolle come una spina
    come una sillaba
    come un’attesa

    Anche questo è un modo dire l’essere, la poesia.

    Grazie, Francesco.

  9. Caro Francesco, e non volevi postarle! devo dire che sono splendide, e, come ogni tua cosa scritta, contrassegnate da alto tasso di figuralità e si significazione. Convengo con Ercolani nel sottolineare la bellezza e l’eficacia di certe tue espressioni. Ci sentiamo domani.Un abbraccio

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